Italians do it better

(m.r.) Cena vicentina – polenta e baccalà – a chi indovina senza indugi e senza vocabolario la città dove ho fotografato questo cartello.

marzo 9th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 8 commenti

Bruno e il terrore delle lettere arrotate

Federica, mia amica e collega disegnatrice, mi ha chiesto di scrivere un racconto per bambini. “Fammelo appena puoi che io lo illustro”. Un anno che l’ho consegnato nelle sue artistiche mani. Niente! Chissà che a vederlo pubblicato qui… Vai Fede!

C’era una volta Piero se volta. Ma oggi Piero se volta non c’è più.

Oggi i ragazzi si chiamano Alberto, Manuele, Filippo, Enrico. I grandi dicono che hanno tutto e che non hanno più paura di niente.

Ma non è mica vero che hanno tutto. E nemmeno che non hanno paura. Hanno paura di tante cose. Delle interrogazioni a scuola. Dei compiti delle vacanze. Del brutto tempo quando è domenica. Di attraversare la strada quando c’è traffico. E soprattutto, hanno paura del buio.

Questa è la storia di un ragazzo che aveva più paura degli altri. Si chiamava Bruno, un altro di quei nomi che oggi non si usano più. Sarà stata forse colpa del nome, che comincia con Br, ma a lui veniva naturale fare Br… Br… Brrr… ogni volta che aveva paura. Cioè tutte le sere.

Povero Bruno: aveva così tanta paura del buio che appena spegneva la luce, disteso sul letto, cominciava a battere i denti e rabbrividire.
Brrr… Rat tat tat… Brrr… Rat tat tat…

Più batteva i denti e più rabbrividiva. Sarà che battendo i denti faceva quel suono pieno di erre (Brrr… Brrr… Rat… Brrr… Rat…). Sarà che tutte le parole che indicano paura sono piene di erre (pauRa, oRRoRe, teRRoRe, bRividi). Saranno tutte queste cose, ma finalmente un giorno capì che a fargli paura erano soprattutto le parole.
Non tutte: solo quelle che contengono la lettera erre.

Scoprì che usava pochissimo la erre, quand’era felice e calmo.
Quando faceva colazione ad esempio, diceva: ”Mamma, mi fai la colazione davanti alla televisione con un caffelatte bello caldo, la Nutella e i biscotti?”. Nemmeno una erre.

Ma allorché arrivava sera, il pomeriggio si oscurava, terminava le prove di storia e gli esercizi di aritmetica ma era ancora troppo presto per mangiare, allora pronunciava: “CaRa madRe, VoRRei faRe meRenda: pan caRRè abbRustolito, maRmellata di maRRoni, una toRta Ricca di zuccheRo…”
E ripartiva a tremare, pur senza neppure capire il perché.

Soprattutto le ore notturne erano tremende. Paurose. Tremolanti. Trucide. Tristi. Atroci.
Bruno s’infrattava dentro le coperte, si stringeva rabbrividendo, serrava occhi e orecchie.
Poveretto! Stretto e rigido, non si accorgeva neppure che perfino tutte le parole nei suoi pensieri erano ricche di erre che lo costringevano a tremare sempre più forte.

Ma qualcuno venne in suo aiuto. Era il folletto Nobur, uno di quei personaggi che vivono solo nelle favole ma qualche volta scappano fuori e vengono a fare due passi nella vita normale. Provate voi a stare chiusi tra le pagine di un libro tutto il tempo. Ogni tanto dovete scappare fuori. E così Nobur, che viveva in un libro sullo scaffale della camera di Bruno, scappò. E ora eccolo qui, in piena notte, mentre si arrampica sul letto della camera di Bruno. E sente qualcuno che trema e rabbrividisce sotto le coperte.

I folletti sono curiosi come i gatti: Nobur si infila sotto le coperte e va a vedere che  succede là sotto. Quando Bruno lo vede quasi si spaventa. Ma non è facile spaventarsi davanti a un folletto: non è mica brutto come un Gormita. Nobur poi vestiva di rosso, con un cappello a punta tipo gnomo del bosco, le guance rosse, gli occhi azzurri e buoni. E faceva luce. Come certamente sapete, tutti gli gnomi del mondo sono illuminati. Una via di mezzo tra una lampadina dell’albero di Natale e lo schermo di un telefonino. Come si fa ad avere paura di un albero di Natale o di un telefonino?

Brrr… Rat rat rat… BuonaseRa signoRe. Brrr… Rat rat rat… Sono Bruno, un Ragazzo, e ceRco di doRmiRe peRò pRoseguo a tRemare. Brrr… Rat rat rat… PeRché mi ha Raggiunto nelle tetRe pRofondità delle mie coltRi?

Buonasera, giovanotto. Sentivo uno strano rumore e sono venuto a curiosare. Per quale ragione mi appari così agitato?

Brrr… Rat rat rat… CRedo puRtroppo di esseRe teRRorizzato dall’oscuRità. Brrr… Rat rat rat… Non Riesco a tRatteneRmi… Ho tRoppa pauRa se puRe ne ignoRo la Ragione… Brrr… Rat rat rat…

Accidenti, giovanotto. Ma è tutto così semplice. La soluzione è sotto gli occhi di tutti.

Brrr… Rat rat rat… PotRebbe faRmi compRendere in manieRa miglioRe peR favoRe?

Ascoltami bene Bruno: sei tu stesso ad alimentare lo spavento. La paura cresce con le parole che costruiscono la paura. A cominciare proprio dalle lettere. E qual è la lettera della paura? La erre, la cruda, rude e tremolante erre. Maggiore è il numero di lettere erre, maggiore è il terrore che voi ragazzini create fuori e dentro il vostro corpo e spirito. Non avverti ora più paura?

Brrr… Rat rat rat… CeRto! Mi paRe pRoprio coRRetto, sono Ricolmo di teRRore o oRRoRe Brrr… Rat rat rat…

Cambia musica dunque: metti insieme quello che senti senza quella lettera. Pensa più calmo e pacifico, dici quello che è giusto, abbi cura delle espressioni che usi. Sto facendo  questo anch’io. Non ti senti già meglio?

Brrr… ? At at at… Va bene, ci pRovo… Ops! Scusa, ma non è mica facile… Ci tento, ecco ci tento: sento una sensazione di inquietudine ma piano piano il battito del mio cuoR.. ops! del mio petto si abbassa. Ecco che mi calmo, sto già un po’ meglio. Ecco sì, sto già decisamente meglio ed è passato solo un attimo!

Eccellente, piccolo amico mio! Avanti così e in poche settimane, senza quella lettera, niente più spaventi anche col buio più buio.

E andò esattamente così. Da quel momento Bruno non ha più nessuna angoscia quando fa buio. E pensate: è diventato un campione mondiale di parole inventate. Perché non sempre è facile spiegarsi senza una lettera importante come la erre. Per non dire Buongiorno signora basta dire I miei omaggi gentile dama. Ma per chiedere Permesso! salendo sul bus pieno di gente mica si può dire Sia compiacente, si sposti più in là che ho bisogno di spazio. Rischiate di restare a terra ogni mattina.

Spesso sembra stanco: sembra! Si sta solo sforzando e scervellando: scrive, sbuffando, storielle senza senso. Suvvia, scommetto siete sorpresi, scoprendo simpatici scherzetti sfogliando sorridenti ’sta stralunata, sibilante storia.
Matteo inaldi

marzo 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti

Mai coverto

L’arte di proporre le cosiddette cover, i rifacimenti dei pezzi altrui: per un capolavoro, dieci orrori. Ma con Neil Young mi ricredo

Neil Young in uno scatto d’epoca. Ci crediate o no, quando suonava con i Buffalo Springfield non lo facevano cantare perché consideravano inadatta la sua voce. Patti chiari: se non vi piace Young, saltate il pezzo e amici come prima.

“Alzi la mano chi, qua dentro, non ha mai suonato la chitarra in vita sua” disse un giorno un grande chitarrista in concerto al palasport di Vicenza. Su tremila presenti, cinque mani timidamente alzate. Mi resi conto allora che diventare un bravo chitarrista sarebbe stato molto più difficile che vincere al totocalcio.

Non sapevo ancora che tra quei 2995 chitarristi la stragrande maggioranza si sarebbe rovinata l’esistenza – oltre a momenti di esistenze altrui – suonando e violentando pezzi degli altri. Gli americani le chiamano cover, e allo stesso modo ormai le chiamiamo anche noi.

Fare cover non è difficile. Lo diventa solo per un grande errore di fondo: chi interpreta brani altrui pretende di abbellirli con variazioni, colpi d’ala, reinterpretazioni, spruzzi di strumenti nuovi e svolazzi rococò. Risultato: ho visto cose che voi umani non vorreste nemmeno immaginare.

Qualche giorno fa gironzolavo per youtube in cerca di un vecchissimo filmato di Neil Young. Un amico si è procurato il film girato dal cantautore quarant’anni fa e ha organizzato una serata nostalgia tra vecchi younghiani a base di capelli lunghi, com’eravamo, Don’t let it bring you down.

A me Young ha già rovinato la giovinezza: mi sono massacrato le corde vocali cercando di cantare con il suo altissimo semifalsetto. Avendo un tono più simile a Tom Waits, il risultato era tremendo e soprattutto massacrante.

Però, di nascosto, Neil Young mi piace ancora. Volevo solo fuggire dalla visione del film. Sono sicuro che mi avrebbero obbligato a fare il coro finale con (signore, pietà) The needle and the damage done, canzone che ha un doppio effetto: calamita sfighe atroci e fa saltare le corde vocali con la frequenza dei mi cantino nelle chitarre maltrattate.

Ho scoperto così che il vecchio Young è stato rifatto da moltissimi grandi. A volte bene, più spesso male: la bravissima Annie Lennox ad esempio, lo reinterpreta facendo solo rimpiangere l’originale.

Ma centinaia di gruppi e di solisti, anche giovanissimi, omaggiano Young con versioni davvero notevoli. Tra i tanti, per me spiccano nettamente i Radiohead, che già ascolto ma che da oggi ascolterò con più piacere. Sa questo video (qualità pessima, ma chi se ne frega) scopro che a fine concerto spengono tutta la roba elettrica, indossano due acustiche e fanno Tell me why, un pezzo stra-minore. Anch’io io lo suono di nascosto e a bassa voce da venticinque anni.

Ecco, anche loro lo suonano un po’ di nascosto e a bassa voce, ma il più possibile fedele all’originale. Tre punti in più ai Radiohead.

E poi scopro una versione eccezionale di Harvest fatta dai Verdena. Più la ascolto, più mi piace: sono letteralmente incollati all’originale. Guardate che non è facile: duro tenere a freno l’istinto di metterci del tuo. Harvest poi è un pezzo semplicissimo da suonare, perciò facilissimo da rovinare. Questa versione, perfetta, mi obbliga a diventare seduta stante ascoltatore dei Verdena.

Poi c’è da perdersi tra i video fatti in casa. Questa cantautrice yankee ad esempio merita dieci e lode non solo perché è simpatica e canta benissimo, ma perché riesce a rendere bella perfino una delle rarissime canzoni di Neil Young che di suo fa letteralmente pena: A man needs a maid, letteralmente “Un uomo ha bisogno di una donna di servizio”. Ci vuole coraggio. Ma che brava, accidenti.

Chiudo con quest’altra chitarrista, che si lancia con Long may you run (Possa tu correre a lungo), piccolo grande pezzo younghiano degli anni Settanta. Il video è opaco, lo sguardo sempre basso, la voce tremolante, la mano sinistra sempre in leggero ritardo, la destra che spennetta a tutto pollice e contro ogni logica. Eppure c’è tutta l’anima che serve. E c’è voce. Che anima. Che voce.

Oh, lo avevo detto forte e chiaro che chi non ama Neil Young doveva saltare a piè pari. Chi lo ama invece, apprezzi e si lanci: intubi la sua versione senza vergogna.

Matteo Rinaldi

febbraio 20th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 15 commenti

Past post

Ho recuperato una vecchia cartellina da cui sono sbucati romanzi e racconti che ho scritto dai sedici ai venticinque anni. Me li ricordavo magnifici. A rileggerli, devo ricredermi: molti sono illeggibili. Tra i pochi, salvo questo divertissement. A naso, potrei averlo scritto anche ieri.

X files degli anni settanta: la Matra sinca baghira

La Matra Simca Bagheera in una foto d’epoca. Si intuiscono i tre sedili davanti. L’auto di fianco è una vera Simca, ma bisogna essere stati giovani negli anni settanta per ricordarla.

Dio solo sa perché certe macchine, meravigliose appena escono, si perdono poi nella notte dei tempi e non le ricordi più per anni e annorum. Non dico macchine come la 124 sport, che ogni tanto ne vedi una, gialla o marron, dalla quale scende un tipo che ha sempre! i baffi, caratteristica comune a tutti i possessori di 124 sport.

No, la macchina che ho in testa è la Matra Simca Bagheera. Se siete stati ragazzini negli anni settanta non potete averla dimenticata.

La Matra Simca Bagheera era una spider affusolata, cattiva e fascinosa. Ma aveva un limite: il nome.

Simca. Per noi ragazzini negli anni settanta, Simca non aveva il fascino di Ferrari o Lotus. E questo passa. Ma nemmeno di Lancia, Citroen, Fiat. E già non passa più. Simca faceva subito venire in mente la Simca 1000, utilitaria che, ammettiamolo, doveva ringraziare l’esistenza della Nsu Prinz altrimenti sarebbe diventata l’esempio semovente di un catorcio, un cesso, un bidone.

La fantasia dei ragazzini negli anni settanta si sarebbe scatenata nel soprannominarla vasca da bagno, macchina da suore, macchina da vecchi con il cappello. Un po’ come quando uno dice Callioni per dire uno che non ha piede o armata brancaleone per indicare un gruppo di scarsi.

Dunque, la Matra Simca Bagheera aveva questa cosa pazzesca: una sola fila di posti a sedere, come tutte le spider, ma con tre sedili. Tre sedili in fila! Quando uno di noi ragazzini negli anni settanta diceva a un amico: “Oh, c’è una spider nuova pazzesca: si chiama matra sinca baghira e ha… tre sedili davanti”, l’altro non ci poteva credere:

“Tre sedili davanti? Ma va là!”

“Giuro!”

“Ma tre sedili davanti come?”

“Quello del guidatore, quello del passeggero e un altro in mezzo”.

“Ma va là!”

Non ci si credeva. E allora si sperava, prima o poi, di vederne una dal vivo, perché delle immagini sui giornali mica ci si fidava. Noi ragazzini negli anni settanta sembravamo scemuniti ma sapevamo benissimo, già allora, che le immagini erano spesso mendaci. Tutti quelli che si erano fatti regalare una pista Politoys, che nelle pubblicità di Topolino non passava neanche per le porte mentre dal vivo era più piccola del tappetino del water, saranno lieti di confermarvelo. Anzi, saranno incazzati di confermarvelo, che certe delusioni non si scordano mai.

Comunque non c’era tanto da aspettare. L’automobilista degli anni settanta era infatti imbecille come quello del duemiladieci. Comprava tutte le novità, anche scemunite, purché i giornali di macchine scrivessero che avevano prestazioni brillanti, ottimo rapporto qualità-prezzo, accessori di primordine, grintoso frontale e ampi vani portaoggetti.

Ebbene, un bel giorno capitava che, andando a comprare il pane, il latte e il prosciutto cotto per la mamma, ecco che tra una Bianchina e una 128 trovavi, ben parcheggiata, una Matra Simca Bagheera. E capivi le sensazioni che aveva provato la pastorella che saliva Monte Berico davanti all’apparizione della Madonna.

“Oh! Ho visto una matrasincabaghira!” si urlava poi a tutti gli altri, dopo aver salito le scale di corsa, riconsegnato alla mamma il pane, il latte, il prosciutto cotto e il resto col fischio, che il resto era obbligatorio imparare subito a far finta di dimenticarlo in tasca pena la povertà più assoluta.

“Com’era?” faceva uno.

“Pazzesca!”

“Ma aveva i tre sedili davanti?”

“Sissì, tre sedili tre! Ce n’è uno, poi un altro e poi un altro ancora”.

“Pazzesco. E com’era?”.

“Bellissima!”

“Bellissima meglio di una Ford Taunus?” (mito di noi ragazzini negli anni settanta)

“Madonna!”

“Bellissima meglio di una Ferrari di Formula uno?” (subito paragone fuori luogo di noi ragazzini negli anni settanta)

“Beh no. Però bellissima.”

Seguiva un lungo raccoglimento nel quale tutti, in cuor loro, si ponevano la stessa domanda: a cosa cavolo servivano i tre sedili davanti? La combinazione più classica poteva essere: papà al volante, mamma in mezzo, figlio unico a destra. La più logica: papà al volante, figlio unico in mezzo, mamma a destra. La più epica: figlio unico al volante, papà in mezzo, mamma a destra. Da escludere assolutamente mamma al volante e qualunque altra combinazione. Ma chi negli anni settanta aveva almeno un fratello, cioè tutti a quell’epoca, sbarrava gli occhi e pensava: Mah!

Avremmo tanto voluto conoscere l’ingegnere che ha disegnato la Matra sinca baghira per chiedergli se davvero correva più di una Ferrari, se teneva bene la strada, se era più sinca o più matra. Ma soprattutto: perché quei tre sedili davanti?

Matteo Rinaldi

febbraio 15th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 16 commenti

Vieni avanti creativo

Cronaca di un set fotografico. Protagonisti: io davanti alla macchina, Beppe Calgaro dietro.

Uno scatto di Beppe Calgaro. Le sue opere in mostra a Vicenza in marzo

Beppe è un fotografo che conosco da vent’anni, un po’ meno giovane di me ma molto più alto. Si firma Fratelli Calgaro e fotografa per il gruppo editoriale Rizzoli (Corriere della sera e decine di altre riviste). Scatta poi per aziende, per agenzie di pubblicità e per pura passione. È a suo agio con l’obiettivo davanti a una gang cubana armata fino ai denti e a modelle spogliate fino all’osso. Queste le cose che fa quando nessuno lo paga.

Gli ho chiesto uno scatto per me. Per pubblicizzare i miei corsi, ho bisogno di presentarmi con una faccia il più possibile somigliante alla mia. Ha accettato e mi ha invitato nel suo studio.

Il suo studio, in un capannone industriale, è esattamente come lo si immagina: un casino. Macchine, cavalletti, luci, ombrelli, manichini, drappi, sei dita di polvere, mezza automobile, animali impagliati, una cucina in cui bolliva del riso basmati (“Non ti dispiace se mentre lavoro mangio, vero?”) e altre trecento cose sparse in quello che a me appariva un caos folle ma i fotografi creativi considerano disordine ragionato.

Lui: “Bene, eccoci qua. Che foto vuoi?”

Io: Fai tu, sei tu il professionista.

Lui: “Non esiste! La creatività fine a se stessa non paga. Devo capire a che ti serve. Devi darmi un’idea. Devi essere chiaro. Devi darmi un concetto preciso. Devi…”.

All’undicesimo “devi” lo interrompo. “Pensavo a una foto simpatica. Non mi vedo incravattato con la faccia seriosa e la mano sul mento, in quelle foto alla Capital che hanno tutti quelli che fanno formazione”.

“Sbagli. Bisogna essere seri. I clienti vogliono riconoscerti nell’immagine che hanno di te. Lo so io, che scatto da vent’anni. Guarda, io ti immaginavo in camicia bianca e cravattino nero”.

“Neanche ce l’ho, una cravatta. Comunque mi fido di te”.

“Non esiste che ti fidi. Devo capire a che ti serve. Devi darmi un’idea. Devi essere chiaro. Devi darmi un concetto preciso. Devi… (Sì, tutto esattamente come prima).

“Ok Beppe, ho capito. La voglio così: in piedi, figura intera, con le mani bene in vista e poi gli occhi e…”

“Zut! No. Non ci siamo. Non mi convince. La faccio molto stretta, viso, niente corpo”.

“D’accordo. Allora a petto nudo con la faccia dip…”

“Naaah, zitto, decido io. Mettiti qua. La mano qua. Più alta. Gli occhi qua. Apri la bocca. Grida, Ridi. Togli la mano. Piangi. Metti la mano. Chiudi la bocca”.

Scatta sessanta foto, le passa al computer, le guarda. Le butta via tutte. Prende sei libri da uno scaffale. “Metti questi libri in testa”.

“Ok Beppe. Faccio quello che vuoi. Mi fi… Mi figuro il risultato. Ma se posso dire la mia, i libri che c’entrano? Danno un’aria da paraculo intellettuale. Io non sono un intellettuale. Tra l’altro lavoro solo su web e i libri non…”

“Naaah, zitto, decido io. I libri ci vogliono! Perché il mondo è di noi quarantenni! Noi che abbiamo esperienza, storia, computer ma anche carta, web ma anche rilegature. La devi mostrare, la storia che hai. I giovinastri, puah! Gente che sa smanettare al pc ma davanti a un articolo di giornale va in crisi. Gente che scatta mille foto digitali perfette, ma davanti a una pellicola non sa più neanche chi è. Il mondo è nostro. Siamo noi, il futuro. Il futuro siamo noi quarantenni! (ormai delira. Ma è alto un metro e novanta. Lo lascio delirare)

Mi mette i libri in testa e gli occhiali in cima.

“Beppe, se mi cadono si rompono. Costano come la tua macchina fotografica e…”

“Zitto, impara a stare immobile”.

“Immobile? È una parola!”

“Le modelle lo sanno fare. Che ci vuole? Fallo anche tu”.

E scatta, scatta, scatta. E parla: “Ti faccio una foto in stile John Sfdngfhe (nome per me incomprensibile). Conosci, vero?”

“…?!? … Certo, fantastico”.

“Oppure… Aspetta, abbassa il braccio, alza il mento, aumento la luce. Sì! Scatto alla Jeremy Sfkgleotrf (altro nome incomprensibile). Ecco la chiave, sì, Sfkgleotrf, conosci vero?”

“… ?!?!… Madonna, strepitoso!”

“Una profondità quasi cattiva, con chiaroscuri profondi, che fanno America anni Cinquanta. Con le rughe scavate, bellissime, con l’effetto flash degli scatti segnaletici delle stazioni di polizia, fermato dopo un controllo, innocente e colpevole assieme, con le tensioni della vita e il segno degli anni…” (parla ad libitum e scatta).

Poi passa tutto al computer, sceglie la foto secondo lui più espressiva e comincia a… ritoccare le rughe americane anni Cinquanta. Ma non erano bellissime?

“Naaaah dai, troppe non va bene. Ti cambio anche questo pezzo di mascella. Il brufolo lo tolgo?”

“È un neo veramente. Ci sono affezionato”.

“Ok, lo lascio. Ma ti metto un po’ di pelle della fronte qua sotto e un po’ della pelle qua sotto sulla fronte”.

Non ho il coraggio di chiedergli che mi cambi i titoli dei libri. Non ne ho letto uno di quelli lì.

Mi consegna una foto, una soltanto. Le altre le butta via, tutte. Non mi chiede neanche un euro ma uno scambio merci: “Mi fai un bel testo appena mi serve”.

Te lo faccio sì, ma te lo faccio come voglio io e tu non ci metti becco, dico. Lui annuisce.

Già pregusto le cazzate che gli scriverò. In stile John Dfledrfefyr, ovviamente. Vediamo se avrà il coraggio di fiatare.

Matteo Rinaldi

febbraio 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 13 commenti

Gennaio in laguna

Quando gennaio finisce, il velista veneto tira un sospiro. Ora ha buone possibilità di arrivare a primavera

Visibilità media in laguna, con  la nebbia. Quel giorno, la nostra era sei volte inferiore

Svantaggi di veleggiare a gennaio nella laguna veneta: 1) freddo; 2) ghiaccio; 3) niente vento. Vantaggi: 1) ottima visibilità.

Nell’ultima uscita gennarina mi sono perso. Il freddo, il niente, il silenzio, l’assoluta mancanza di vento, il poti-poti-poti del motore avevano ridotto la mia vitalità al livello di un’ameba.

Nella penultima uscita avevo centrato una briccola. Ero con il comandante Giorgio, che stava armeggiando a prua. Da quel grande comandante che è, Giorgio era riuscito ad aggrapparsi a una sartia e a non cadere in acqua.

Si sarebbe salvato, certo. Un lupo di mare come lui avrebbe sopportato l’impato con l’acqua gelida, sarebbe risalito a bordo senza il mio aiuto (che non avrei saputo dargli) e mi avrebbe perfino risparmiato la vita. Ma tanto è un grand’uomo, tanto è una carogna: lo avrebbe raccontato a tutti, deridendomi fino a Lampedusa.

Eppure era tutto scritto, fin dalle prime uscite di gennaio, al corso vela di Chioggia. Nessuno usciva mai a gennaio: troppo freddo. Gli unici malati di mente eravamo il sottoscritto, Sandro e Andrea. Il maestro Silvio – uno che la vela ce l’ha nel sangue – non vedeva l’ora di uscire. E allora via.

Giornata meravigliosa. Non c’era neppure bisogno di togliersi le scarpe, perché la barca era protetta, oltre che dal gelcoat, da un originale ed elegante strato di ghiaccio. L’uomo al timone timonava. Gli altri, col fiato, scioglievano le scotte prima di ogni vira. Dalla laguna di Chioggia vedevo i piccioni sul campanile di San Marco a occhio nudo. Sandro, che ha buona vista, vedeva Parenzo. Andrea, che era in fase di congelamento, vedeva San Pancrazio sul capobriccola.

Mi è difficile ricordare una veleggiata più emozionante. Anzi, una mi viene in mente: la seconda di quello stesso gennaio. Due settimane dopo. Stessa temperatura, stesso equipaggio, una sola novità: un nebbione che neanche nel Polesine mentre girano La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati.

Non si vede a un metro, giuro. Tranquilli ragazzi, avanti così! Silvio, l’istruttore, conosce la laguna come le sue tasche. Sono dei mostri i marinai, senti con che arte annusano i fondali, chissà se anche noi un gior… CRRRASH! La barca si pianta con lo stesso rumore del Titanic quando l’iceberg lo apre a mo’ di scatoletta di tonno.

Abbiamo toccato col bulbo ma per fortuna c’è sabbia. Calmi! Molla! Tira! Lasca! Retro! Silvio sa il fatto suo. Eseguiamo senza capire nulla e in pochi secondi siamo fuori. Fiuuut!

“Vedete ragazzi, con la nebbia bisogna stare molto attenti. Non si sa mai cosa può capitare”. In effetti la visibilità è peggiorata. Non si vedrebbe una petroliera a due metri dalla prua.

La si sente però. POOOOOOO! Non avete idea del suono che fa una nave alta come un condominio quando vi sta per aprire in due. Neanche loro ci vedono ma hanno il radar. Mica frenano. Non si usa, tra marinai. Inoltre è notorio, almeno a chiunque abbia studiato per la patente nautica, che nello specchio di porto la precedenza va alle navi grandi. Neanche la soddisfazione di morire con il conforto della legge.

Scappiamo! Viriamo! Buttiamoci a mare! Il POOOOOOO! non arriva da un punto preciso (magari!) ma da un orizzonte di 360 gradi, amplificato dalla nebbia e dagli echi.

Comunque ci va dritta. Ci leviamo di mezzo, intuendo la stazza del mostro che ci passa vicino (e anche le bestemmie, sempre comprensibili in ogni lingua del mondo) e siamo tutti d’accordo quando Silvio propone di rientrare.

Gennaio è finito anche quest’anno. Mumble, che ne dite di un’uscita febbrarina, mascherati da Zorro e da Arlecchino?

Matteo Rinaldi

gennaio 30th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Talebanizzazioni: il ministro Alfano

La sinistra ha stufato pure nella satira. Perciò sorpassiamoli a destra: impariamo a farla col loro stile.

È vero: il ministro minestrina Alfano non ha fatto niente di apprezzabile per meritare l’onore della talebanizzazione. E come potrebbe una mezza calzetta simile? Lo sanno anche i sassi che tutto gli passa sopra l’incurante pelata, a partire dai lodi che portano immeritatamente il suo nome.

Eppure non è giusto fargliela passare liscia per così poco. L’avete vista la faccia di questo poveretto? Siate onesti: non ci siete mai riusciti. L’unico occidentale in grado di farlo sarebbe il colonnello Kurz. Nessun altro potrebbe posare gli occhi sopra i miserandi lineamenti di questo poveretto senza essere colto da malore.

Fate lo sforzo, almeno in quest’occasione. Delle mille brutture che caratterizzano la razza italica, egli ne assomma a iosa: a cominciare dalla squallida pelata da geometra, con capelli sparuti sopra le orecchie e palla da biliardo sopra la fronte. E poi gli occhi bovini, autenticamente privi di un barlume d’intelligenza, accostati a una dentatura equina e sproporzionata.

Non bastasse, egli unisce a una statura di stampo vichingo un paio di spalle strette e ricurve per le quali gli unici appendiabiti funzionali si recuperano nei fondi di magazzino dei vetusti negozi 0-12 Benetton.

Infine, fingiamo di non soffermarci sui giganteschi lobi delle orecchie, degni dei saldi autunnali di un bordello omosessuale turco.

Come sono cambiati i tempi in cui, sulla stessa poltrona, sedevano banditi matricolati ma chiaramente individuabili e disprezzabili come Cesare Previti e Clemente Mastella. Pendagli da forca certo, ma almeno profondamente onesti nel loro squallore.

Questo Alfano è stato costruito appositamente per non essere odiato: troppo inguardabile, inascoltabile, impalpabile, invisibile. Incapace perfino – rispetto ai pari grado dei prospicienti ministeri – di essere adoprato per mediocri fellatio che non rizzerebbero un virile membro neppure sotto la minaccia mortale dei nostri kalashnikov.
(Matteo Rinaldi)

gennaio 26th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti

Sulla rotta per Lepanto

Uno straordinario racconto on line per navigare anche a gennaio. Senza neanche centrare le briccole

Foto romantica ma sfuocata: a gennaio è doveroso, per non esagerare con la nostalgia

Che fa a gennaio un velista qualunquista? Beh, facile: legge. Uscire in barca è prerogativa del velista professionista. Un paio di volte sono uscito, negli anni scorsi (velista fantasista). Un paio di volte avrei voluto ma le barche del noleggio erano in secco (velista illusionista).

L’ultima volta che mi sono imposto di uscire ho indossato la faccia da velista decisionista. Ero nella laguna di Venezia. Vento neanche un filo (a gennaio non ce n’è), freddo umido, zero possibilità di scaldarsi. A un certo punto, affascinato dal silenzio e dall’immensità (velista con svista), mi sono distratto un attimo, un attimo solo, giuro, e mi sono trovato una briccola in piena prua.

Ho scartato a destra con la stessa faccia dei marinai del film Titanic, quando sperano di evitare lo scontro, dai che lo evitiamo, lo evitiamo… NON lo evitiamo!, e neanche io lo evitai. Una sberla paurosa sulla murata sinistra, una paura tremenda, nessun danno effettivo.

Da allora solo sacre letture. La maggior parte deludenti. Ma una ve la consiglio, a gennaio. È gratis, è on line ed è la più bella storia di vela, secondo me. Forse perché parla di vela solo marginalmente. È il viaggio “La rotta per Lepanto” scritta da Paolo Rumiz (qui il chi è del giornalista-narratore) a puntate per Repubblica. Questo l’intero viaggio, a puntate.

Quando è uscito, nell’agosto 2004, ero al mare, posto meraviglioso per leggere il giornale da cima a fondo. Avevo cominciato ma non mi era piaciuto, di primo acchito. (L’ho scritto più volte che non sono molto sveglio: non infierite).

Ho dovuto rileggerlo due anni dopo per scoprire quante meraviglie regala, questo racconto. E me lo rileggo ancora, ma solo una volta l’anno, a gennaio. È poesia, difficile anche, non quanto l’Infinito di Leopardi, ma neanche immediata come La nebbia agli irti colli.

Però se andate a vela (o se sognate di andarci) non potete non divorarlo mugolando dalla prima all’ultima riga.

Ah, noi veneti in molti di quei posti lì ci andiamo comodamente, a vela, e con poche decine di euro di noleggio. E fieri ci ostiniamo, briccole o non briccole.

Matteo Rinaldi

gennaio 22nd, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

Vestito per uccidere

Una parodia delicata di Umberto Bossi, scritta per l’inserto satirico del Fatto quotidiano. Ma soprattutto per vedere se sono ancora capace di scriverle, le parodie (così ai tempi di Pennarossa). Voi che dite?

Bossi: “Tenetevi la Padania ma datemi la pensione”

“La Lega ce l’ha duro! Vi facciamo un culo così! Senza Lega non si vince! Coi maiali davanti alle moscheee!”
Ecco fatto, anche per oggi. Adesso basta per dio. Vi chiedo favore. Non fate me gridare, che io senza voce.
Non dite che voi non capire. Io non riesce parlare da anni. Non riesce spiegare, capire, pensare. Pensare neanche prima, a dire vero. Provate voi dopo quello che successo. Brutta la vecchiaia. Brutta la malattia. Eppure io qua, sempre qua: palchi, parlamento, uffici stampa, televisioni. Due palle. Aiuto.

Da una vita capo di un partito così sfigato che ha terrore trovare uno da mettere posto mio. No Borghezio, no parlo di te: sparisci. Aiuto. Vorrei tanto andare pensione. Vorrei anche giocare con nipoti. Ma con figlio che a cinquanta anni fa ancora esame maturità, sto perdendo speranze. No Borghezio, no parlo di te. Ah, scusa. No ricordavo che nemmeno tu passato maturità.

Trenta anni che io grida terun, africani, zingari, Lega ha duro. Ne ho coglioni pieni. Possibile che con milioni di voti non un solo imbecille capace prendere mio posto? Eppure io non pretende uno che sa parlare o fare ragionamento. Un sorriso magari. Stare in piedi da solo, almeno.

Io mi rivolge voi, amici di partito. Non ce la fare più. E vi prego. Smettete mandarmi in camera donnine nude, per farmi fare infarto e imbalsamarmi finché faccia tiene ancora.

E soprattutto: smettete mandarmi in camera Borghezio vestito, per farmi fare infarto con faccia stravolta che piace tanto a nostro popolo.

Se non sono morto fino oggi, io no muore più. Intanto voi provate ragionare: se uno imbecille come me è riuscito a tenere partito in piedi per venti anni, ce la può fare anche altro imbecille. Basta uno qualsiasi. Dico davvero: uno quals… Borghezio cazzo, tu no, sparisci!
(Matteo Rinaldi)

gennaio 20th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 1 Comments

Il talebano che è in me

Un testo satirico dopo un vita: me lo chiede il nuovo inserto del Fatto Quotidiano, prossimamente in edicola

Il fumettista, musicista e autore Stefano Disegni, nella foto qui sopra, (Do you remember  i golden years di Cuore?) mi ha chiesto qualche pezzo per un nuovo inserto satirico che dovrebbe uscire in allegato al quotidiano Il fatto quotidiano (niente versione on line, per il momento: così lo presenta Wikipedia).

Per il numero zero, quello che serve per chiarirsi le idee, ho inviato alla redazione alcune rubriche: la prima si chiama Talebanizzazioni, un’ipercritica di qualunque cosa purché pesantemente esagerata (Così la facevo sul mio vecchio pennarossa.it.) La seconda è la classica parodia.

Facciamo ordine, però. Partiamo dalla talebanizzazione, per cui ho proposto il titolo: “Talebanizzazioni,  proibire è potere” oppure “Il ratto quotidiano. Sterminare tutti i roditori è un dovere“, giocato sulla parodia del fatto quotidiano e di una scena clou di Inglorious Bastards, l’ultimo film di Tarantino. E infine “Talebani di sinistra: Ancora orrori del comunismo. Per fortuna”.

La rubrica prende a mazzate in modo assolutamente pesante e pedante, quasi fallaciano, qualunque nemico vero o presunto della modernità e dell’ideale armonia ascetica: sindacalisti, registi, ciclisti, buonisti, eccetera. Ma, almeno la prima puntata, era giusto dedicarla a un vero orrore della sinistra.

Talebanizzazioni: l’antiberlusconismo

Dalle inaccessibili vette della gloriosa e brulla terra afgana – continuate a bombardarla e tra poco sarà piatta come la vostra effeminata Olanda – seguiamo con curioso disinteresse le sorti del vostro pulcinello paese.

Ma il nostro compito è grande e neanche voi resterete esclusi. In attesa di raggiungere ogni cattedrale della vostra ridicola fede – da San Pietro ad Assisi, da Monreale a Mediaword – ci prendiamo avanti. E vi indichiamo gli orrori cui porremo fine. Distruzione preventiva, si dice qui da noi.

Il primo orrore cui daremo proibizione immediata è l’Antiberlusconismo. Tra le mille gaudenti leggerezze in ismo della vostra macilenta società – dal liberismo al turismo, dal feticismo all’ottimismo, dal podismo al modellismo – l’antiberlusconismo è il peggiore.

Solo la vostra ripugnante fede politica poteva escogitare un simile sistema per non darsi corpo e anima alla nostra. Che è pure più divertente: le stesse barbe, le stesse facce tristi e sempre i soliti discorsi ritriti. Ma almeno spariamo un po’ di colpi e diamo quattro legnate.

Visto che vi ostinate ad esaltare la vostra ben poco salda testa (chi meglio di noi può dimostrarvelo, quanto poco è salda!), ritenendola a torto più importante della cieca obbedienza, provate almeno a farla funzionare. L’Antiberlusconismo non esiste. Semplicemente perché non esiste quell’uomo.

Disprezzato dai suoi stessi servi, abbandonato e impoverito da ben due mogli e da un esercito di puttane, ripudiato segretamente dai figli e dalle braccia destre e sinistre del partito, sconfessato alfine pure dalla mafia, da sempre ignorato dalla camorra, dalla ndrangheta e perfino dalla Mala del Brenta, egli è deriso da chiunque non parli milanese stretto e non possieda un mobilificio in Brianza.

Gli unici amici che ha sono i vecchi colonnelli del Kgb – a cui noi già facemmo un culo così – e i leaderucoli di improbabili paesi dove le bellezze locali e la temperatura media sono perfino più ripugnanti della nostra. Se qua, a guardarsi attorno, c’è da farsi cadere le braccia, in Bielorussia ti cadono immantinente entrambi i coglioni.

E non è tutto, italiani. La vostra ostinazione nel considerarlo il problema è pari solo alla vostra abilità nel diventare, ogni giorno che passa, sempre più simili a lui. Con una media creativa di 0.3 figli a coppia dimostrate un coraggio e una fiducia nel futuro esattamente uguale alla sua.

Parimenti lo uguagliate anche nello stimolo sessuale, di cui osate ancora millantare il valore, quando vedervi all’opera rivaluta perfino l’erotismo che aleggia nelle alcove svizzere tra Ginevra e Neuchatel.

Infine, non avete nemmeno l’allegria e la faccia tosta che ha lui, capace di minimizzare crisi economiche, divorzi, scandali, vergogne internazionali e ammosciamenti erotici, stordendo ogni ascoltatore con racconti surreali e zuccherosi.

L’avete sentito l’audio del suo incontro con la meretrice a gettone? Incapace di rizzare l’arnese, egli non si perdeva d’animo e la stordiva con i racconti dei suoi incontri di politica estera. Provateci voi a mantenere alto l’umore delle vostre femmine narrando i reading di Baricco e di Wu Ming.

Date retta a noi, tenetevelo stretto. Non siete in grado di pensare né di proporre altro. Abbiamo bisogno di conquistarvi interi, quando sarà il momento. Intendiamo far brillare San Pietro e l’Auchan con almeno un paio di fedeli a immolarsi in difesa del carrello e dell’altare. Se ci lasciate il deserto, che cosa conquistiamo a fare?

Matteo Rinaldi

gennaio 15th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 9 commenti

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