Vieni avanti creativo

Cronaca di un set fotografico. Protagonisti: io davanti alla macchina, Beppe Calgaro dietro.

Uno scatto di Beppe Calgaro. Le sue opere in mostra a Vicenza in marzo

Beppe è un fotografo che conosco da vent’anni, un po’ meno giovane di me ma molto più alto. Si firma Fratelli Calgaro e fotografa per il gruppo editoriale Rizzoli (Corriere della sera e decine di altre riviste). Scatta poi per aziende, per agenzie di pubblicità e per pura passione. È a suo agio con l’obiettivo davanti a una gang cubana armata fino ai denti e a modelle spogliate fino all’osso. Queste le cose che fa quando nessuno lo paga.

Gli ho chiesto uno scatto per me. Per pubblicizzare i miei corsi, ho bisogno di presentarmi con una faccia il più possibile somigliante alla mia. Ha accettato e mi ha invitato nel suo studio.

Il suo studio, in un capannone industriale, è esattamente come lo si immagina: un casino. Macchine, cavalletti, luci, ombrelli, manichini, drappi, sei dita di polvere, mezza automobile, animali impagliati, una cucina in cui bolliva del riso basmati (“Non ti dispiace se mentre lavoro mangio, vero?”) e altre trecento cose sparse in quello che a me appariva un caos folle ma i fotografi creativi considerano disordine ragionato.

Lui: “Bene, eccoci qua. Che foto vuoi?”

Io: Fai tu, sei tu il professionista.

Lui: “Non esiste! La creatività fine a se stessa non paga. Devo capire a che ti serve. Devi darmi un’idea. Devi essere chiaro. Devi darmi un concetto preciso. Devi…”.

All’undicesimo “devi” lo interrompo. “Pensavo a una foto simpatica. Non mi vedo incravattato con la faccia seriosa e la mano sul mento, in quelle foto alla Capital che hanno tutti quelli che fanno formazione”.

“Sbagli. Bisogna essere seri. I clienti vogliono riconoscerti nell’immagine che hanno di te. Lo so io, che scatto da vent’anni. Guarda, io ti immaginavo in camicia bianca e cravattino nero”.

“Neanche ce l’ho, una cravatta. Comunque mi fido di te”.

“Non esiste che ti fidi. Devo capire a che ti serve. Devi darmi un’idea. Devi essere chiaro. Devi darmi un concetto preciso. Devi… (Sì, tutto esattamente come prima).

“Ok Beppe, ho capito. La voglio così: in piedi, figura intera, con le mani bene in vista e poi gli occhi e…”

“Zut! No. Non ci siamo. Non mi convince. La faccio molto stretta, viso, niente corpo”.

“D’accordo. Allora a petto nudo con la faccia dip…”

“Naaah, zitto, decido io. Mettiti qua. La mano qua. Più alta. Gli occhi qua. Apri la bocca. Grida, Ridi. Togli la mano. Piangi. Metti la mano. Chiudi la bocca”.

Scatta sessanta foto, le passa al computer, le guarda. Le butta via tutte. Prende sei libri da uno scaffale. “Metti questi libri in testa”.

“Ok Beppe. Faccio quello che vuoi. Mi fi… Mi figuro il risultato. Ma se posso dire la mia, i libri che c’entrano? Danno un’aria da paraculo intellettuale. Io non sono un intellettuale. Tra l’altro lavoro solo su web e i libri non…”

“Naaah, zitto, decido io. I libri ci vogliono! Perché il mondo è di noi quarantenni! Noi che abbiamo esperienza, storia, computer ma anche carta, web ma anche rilegature. La devi mostrare, la storia che hai. I giovinastri, puah! Gente che sa smanettare al pc ma davanti a un articolo di giornale va in crisi. Gente che scatta mille foto digitali perfette, ma davanti a una pellicola non sa più neanche chi è. Il mondo è nostro. Siamo noi, il futuro. Il futuro siamo noi quarantenni! (ormai delira. Ma è alto un metro e novanta. Lo lascio delirare)

Mi mette i libri in testa e gli occhiali in cima.

“Beppe, se mi cadono si rompono. Costano come la tua macchina fotografica e…”

“Zitto, impara a stare immobile”.

“Immobile? È una parola!”

“Le modelle lo sanno fare. Che ci vuole? Fallo anche tu”.

E scatta, scatta, scatta. E parla: “Ti faccio una foto in stile John Sfdngfhe (nome per me incomprensibile). Conosci, vero?”

“…?!? … Certo, fantastico”.

“Oppure… Aspetta, abbassa il braccio, alza il mento, aumento la luce. Sì! Scatto alla Jeremy Sfkgleotrf (altro nome incomprensibile). Ecco la chiave, sì, Sfkgleotrf, conosci vero?”

“… ?!?!… Madonna, strepitoso!”

“Una profondità quasi cattiva, con chiaroscuri profondi, che fanno America anni Cinquanta. Con le rughe scavate, bellissime, con l’effetto flash degli scatti segnaletici delle stazioni di polizia, fermato dopo un controllo, innocente e colpevole assieme, con le tensioni della vita e il segno degli anni…” (parla ad libitum e scatta).

Poi passa tutto al computer, sceglie la foto secondo lui più espressiva e comincia a… ritoccare le rughe americane anni Cinquanta. Ma non erano bellissime?

“Naaaah dai, troppe non va bene. Ti cambio anche questo pezzo di mascella. Il brufolo lo tolgo?”

“È un neo veramente. Ci sono affezionato”.

“Ok, lo lascio. Ma ti metto un po’ di pelle della fronte qua sotto e un po’ della pelle qua sotto sulla fronte”.

Non ho il coraggio di chiedergli che mi cambi i titoli dei libri. Non ne ho letto uno di quelli lì.

Mi consegna una foto, una soltanto. Le altre le butta via, tutte. Non mi chiede neanche un euro ma uno scambio merci: “Mi fai un bel testo appena mi serve”.

Te lo faccio sì, ma te lo faccio come voglio io e tu non ci metti becco, dico. Lui annuisce.

Già pregusto le cazzate che gli scriverò. In stile John Dfledrfefyr, ovviamente. Vediamo se avrà il coraggio di fiatare.

Matteo Rinaldi

febbraio 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 7 commenti

Gennaio in laguna

Quando gennaio finisce, il velista veneto tira un sospiro. Ora ha buone possibilità di arrivare a primavera

Visibilità media in laguna, con  la nebbia. Quel giorno, la nostra era sei volte inferiore

Svantaggi di veleggiare a gennaio nella laguna veneta: 1) freddo; 2) ghiaccio; 3) niente vento. Vantaggi: 1) ottima visibilità.

Nell’ultima uscita gennarina mi sono perso. Il freddo, il niente, il silenzio, l’assoluta mancanza di vento, il poti-poti-poti del motore avevano ridotto la mia vitalità al livello di un’ameba.

Nella penultima uscita avevo centrato una briccola. Ero con il comandante Giorgio, che stava armeggiando a prua. Da quel grande comandante che è, Giorgio era riuscito ad aggrapparsi a una sartia e a non cadere in acqua.

Si sarebbe salvato, certo. Un lupo di mare come lui avrebbe sopportato l’impato con l’acqua gelida, sarebbe risalito a bordo senza il mio aiuto (che non avrei saputo dargli) e mi avrebbe perfino risparmiato la vita. Ma tanto è un grand’uomo, tanto è una carogna: lo avrebbe raccontato a tutti, deridendomi fino a Lampedusa.

Eppure era tutto scritto, fin dalle prime uscite di gennaio, al corso vela di Chioggia. Nessuno usciva mai a gennaio: troppo freddo. Gli unici malati di mente eravamo il sottoscritto, Sandro e Andrea. Il maestro Silvio – uno che la vela ce l’ha nel sangue – non vedeva l’ora di uscire. E allora via.

Giornata meravigliosa. Non c’era neppure bisogno di togliersi le scarpe, perché la barca era protetta, oltre che dal gelcoat, da un originale ed elegante strato di ghiaccio. L’uomo al timone timonava. Gli altri, col fiato, scioglievano le scotte prima di ogni vira. Dalla laguna di Chioggia vedevo i piccioni sul campanile di San Marco a occhio nudo. Sandro, che ha buona vista, vedeva Parenzo. Andrea, che era in fase di congelamento, vedeva San Pancrazio sul capobriccola.

Mi è difficile ricordare una veleggiata più emozionante. Anzi, una mi viene in mente: la seconda di quello stesso gennaio. Due settimane dopo. Stessa temperatura, stesso equipaggio, una sola novità: un nebbione che neanche nel Polesine mentre girano La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati.

Non si vede a un metro, giuro. Tranquilli ragazzi, avanti così! Silvio, l’istruttore, conosce la laguna come le sue tasche. Sono dei mostri i marinai, senti con che arte annusano i fondali, chissà se anche noi un gior… CRRRASH! La barca si pianta con lo stesso rumore del Titanic quando l’iceberg lo apre a mo’ di scatoletta di tonno.

Abbiamo toccato col bulbo ma per fortuna c’è sabbia. Calmi! Molla! Tira! Lasca! Retro! Silvio sa il fatto suo. Eseguiamo senza capire nulla e in pochi secondi siamo fuori. Fiuuut!

“Vedete ragazzi, con la nebbia bisogna stare molto attenti. Non si sa mai cosa può capitare”. In effetti la visibilità è peggiorata. Non si vedrebbe una petroliera a due metri dalla prua.

La si sente però. POOOOOOO! Non avete idea del suono che fa una nave alta come un condominio quando vi sta per aprire in due. Neanche loro ci vedono ma hanno il radar. Mica frenano. Non si usa, tra marinai. Inoltre è notorio, almeno a chiunque abbia studiato per la patente nautica, che nello specchio di porto la precedenza va alle navi grandi. Neanche la soddisfazione di morire con il conforto della legge.

Scappiamo! Viriamo! Buttiamoci a mare! Il POOOOOOO! non arriva da un punto preciso (magari!) ma da un orizzonte di 360 gradi, amplificato dalla nebbia e dagli echi.

Comunque ci va dritta. Ci leviamo di mezzo, intuendo la stazza del mostro che ci passa vicino (e anche le bestemmie, sempre comprensibili in ogni lingua del mondo) e siamo tutti d’accordo quando Silvio propone di rientrare.

Gennaio è finito anche quest’anno. Mumble, che ne dite di un’uscita febbrarina, mascherati da Zorro e da Arlecchino?

Matteo Rinaldi

gennaio 30th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Talebanizzazioni: il ministro Alfano

La sinistra ha stufato pure nella satira. Perciò sorpassiamoli a destra: impariamo a farla col loro stile.

È vero: il ministro minestrina Alfano non ha fatto niente di apprezzabile per meritare l’onore della talebanizzazione. E come potrebbe una mezza calzetta simile? Lo sanno anche i sassi che tutto gli passa sopra l’incurante pelata, a partire dai lodi che portano immeritatamente il suo nome.

Eppure non è giusto fargliela passare liscia per così poco. L’avete vista la faccia di questo poveretto? Siate onesti: non ci siete mai riusciti. L’unico occidentale in grado di farlo sarebbe il colonnello Kurz. Nessun altro potrebbe posare gli occhi sopra i miserandi lineamenti di questo poveretto senza essere colto da malore.

Fate lo sforzo, almeno in quest’occasione. Delle mille brutture che caratterizzano la razza italica, egli ne assomma a iosa: a cominciare dalla squallida pelata da geometra, con capelli sparuti sopra le orecchie e palla da biliardo sopra la fronte. E poi gli occhi bovini, autenticamente privi di un barlume d’intelligenza, accostati a una dentatura equina e sproporzionata.

Non bastasse, egli unisce a una statura di stampo vichingo un paio di spalle strette e ricurve per le quali gli unici appendiabiti funzionali si recuperano nei fondi di magazzino dei vetusti negozi 0-12 Benetton.

Infine, fingiamo di non soffermarci sui giganteschi lobi delle orecchie, degni dei saldi autunnali di un bordello omosessuale turco.

Come sono cambiati i tempi in cui, sulla stessa poltrona, sedevano banditi matricolati ma chiaramente individuabili e disprezzabili come Cesare Previti e Clemente Mastella. Pendagli da forca certo, ma almeno profondamente onesti nel loro squallore.

Questo Alfano è stato costruito appositamente per non essere odiato: troppo inguardabile, inascoltabile, impalpabile, invisibile. Incapace perfino – rispetto ai pari grado dei prospicienti ministeri – di essere adoprato per mediocri fellatio che non rizzerebbero un virile membro neppure sotto la minaccia mortale dei nostri kalashnikov.
(Matteo Rinaldi)

gennaio 26th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti

Sulla rotta per Lepanto

Uno straordinario racconto on line per navigare anche a gennaio. Senza neanche centrare le briccole

Foto romantica ma sfuocata: a gennaio è doveroso, per non esagerare con la nostalgia

Che fa a gennaio un velista qualunquista? Beh, facile: legge. Uscire in barca è prerogativa del velista professionista. Un paio di volte sono uscito, negli anni scorsi (velista fantasista). Un paio di volte avrei voluto ma le barche del noleggio erano in secco (velista illusionista).

L’ultima volta che mi sono imposto di uscire ho indossato la faccia da velista decisionista. Ero nella laguna di Venezia. Vento neanche un filo (a gennaio non ce n’è), freddo umido, zero possibilità di scaldarsi. A un certo punto, affascinato dal silenzio e dall’immensità (velista con svista), mi sono distratto un attimo, un attimo solo, giuro, e mi sono trovato una briccola in piena prua.

Ho scartato a destra con la stessa faccia dei marinai del film Titanic, quando sperano di evitare lo scontro, dai che lo evitiamo, lo evitiamo… NON lo evitiamo!, e neanche io lo evitai. Una sberla paurosa sulla murata sinistra, una paura tremenda, nessun danno effettivo.

Da allora solo sacre letture. La maggior parte deludenti. Ma una ve la consiglio, a gennaio. È gratis, è on line ed è la più bella storia di vela, secondo me. Forse perché parla di vela solo marginalmente. È il viaggio “La rotta per Lepanto” scritta da Paolo Rumiz (qui il chi è del giornalista-narratore) a puntate per Repubblica. Questo l’intero viaggio, a puntate.

Quando è uscito, nell’agosto 2004, ero al mare, posto meraviglioso per leggere il giornale da cima a fondo. Avevo cominciato ma non mi era piaciuto, di primo acchito. (L’ho scritto più volte che non sono molto sveglio: non infierite).

Ho dovuto rileggerlo due anni dopo per scoprire quante meraviglie regala, questo racconto. E me lo rileggo ancora, ma solo una volta l’anno, a gennaio. È poesia, difficile anche, non quanto l’Infinito di Leopardi, ma neanche immediata come La nebbia agli irti colli.

Però se andate a vela (o se sognate di andarci) non potete non divorarlo mugolando dalla prima all’ultima riga.

Ah, noi veneti in molti di quei posti lì ci andiamo comodamente, a vela, e con poche decine di euro di noleggio. E fieri ci ostiniamo, briccole o non briccole.

Matteo Rinaldi

gennaio 22nd, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

Vestito per uccidere

Una parodia delicata di Umberto Bossi, scritta per l’inserto satirico del Fatto quotidiano. Ma soprattutto per vedere se sono ancora capace di scriverle, le parodie (così ai tempi di Pennarossa). Voi che dite?

Bossi: “Tenetevi la Padania ma datemi la pensione”

“La Lega ce l’ha duro! Vi facciamo un culo così! Senza Lega non si vince! Coi maiali davanti alle moscheee!”
Ecco fatto, anche per oggi. Adesso basta per dio. Vi chiedo favore. Non fate me gridare, che io senza voce.
Non dite che voi non capire. Io non riesce parlare da anni. Non riesce spiegare, capire, pensare. Pensare neanche prima, a dire vero. Provate voi dopo quello che successo. Brutta la vecchiaia. Brutta la malattia. Eppure io qua, sempre qua: palchi, parlamento, uffici stampa, televisioni. Due palle. Aiuto.

Da una vita capo di un partito così sfigato che ha terrore trovare uno da mettere posto mio. No Borghezio, no parlo di te: sparisci. Aiuto. Vorrei tanto andare pensione. Vorrei anche giocare con nipoti. Ma con figlio che a cinquanta anni fa ancora esame maturità, sto perdendo speranze. No Borghezio, no parlo di te. Ah, scusa. No ricordavo che nemmeno tu passato maturità.

Trenta anni che io grida terun, africani, zingari, Lega ha duro. Ne ho coglioni pieni. Possibile che con milioni di voti non un solo imbecille capace prendere mio posto? Eppure io non pretende uno che sa parlare o fare ragionamento. Un sorriso magari. Stare in piedi da solo, almeno.

Io mi rivolge voi, amici di partito. Non ce la fare più. E vi prego. Smettete mandarmi in camera donnine nude, per farmi fare infarto e imbalsamarmi finché faccia tiene ancora.

E soprattutto: smettete mandarmi in camera Borghezio vestito, per farmi fare infarto con faccia stravolta che piace tanto a nostro popolo.

Se non sono morto fino oggi, io no muore più. Intanto voi provate ragionare: se uno imbecille come me è riuscito a tenere partito in piedi per venti anni, ce la può fare anche altro imbecille. Basta uno qualsiasi. Dico davvero: uno quals… Borghezio cazzo, tu no, sparisci!
(Matteo Rinaldi)

gennaio 20th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 1 Comments

Il talebano che è in me

Un testo satirico dopo un vita: me lo chiede il nuovo inserto del Fatto Quotidiano, prossimamente in edicola

Il fumettista, musicista e autore Stefano Disegni, nella foto qui sopra, (Do you remember  i golden years di Cuore?) mi ha chiesto qualche pezzo per un nuovo inserto satirico che dovrebbe uscire in allegato al quotidiano Il fatto quotidiano (niente versione on line, per il momento: così lo presenta Wikipedia).

Per il numero zero, quello che serve per chiarirsi le idee, ho inviato alla redazione alcune rubriche: la prima si chiama Talebanizzazioni, un’ipercritica di qualunque cosa purché pesantemente esagerata (Così la facevo sul mio vecchio pennarossa.it.) La seconda è la classica parodia.

Facciamo ordine, però. Partiamo dalla talebanizzazione, per cui ho proposto il titolo: “Talebanizzazioni,  proibire è potere” oppure “Il ratto quotidiano. Sterminare tutti i roditori è un dovere“, giocato sulla parodia del fatto quotidiano e di una scena clou di Inglorious Bastards, l’ultimo film di Tarantino. E infine “Talebani di sinistra: Ancora orrori del comunismo. Per fortuna”.

La rubrica prende a mazzate in modo assolutamente pesante e pedante, quasi fallaciano, qualunque nemico vero o presunto della modernità e dell’ideale armonia ascetica: sindacalisti, registi, ciclisti, buonisti, eccetera. Ma, almeno la prima puntata, era giusto dedicarla a un vero orrore della sinistra.

Talebanizzazioni: l’antiberlusconismo

Dalle inaccessibili vette della gloriosa e brulla terra afgana – continuate a bombardarla e tra poco sarà piatta come la vostra effeminata Olanda – seguiamo con curioso disinteresse le sorti del vostro pulcinello paese.

Ma il nostro compito è grande e neanche voi resterete esclusi. In attesa di raggiungere ogni cattedrale della vostra ridicola fede – da San Pietro ad Assisi, da Monreale a Mediaword – ci prendiamo avanti. E vi indichiamo gli orrori cui porremo fine. Distruzione preventiva, si dice qui da noi.

Il primo orrore cui daremo proibizione immediata è l’Antiberlusconismo. Tra le mille gaudenti leggerezze in ismo della vostra macilenta società – dal liberismo al turismo, dal feticismo all’ottimismo, dal podismo al modellismo – l’antiberlusconismo è il peggiore.

Solo la vostra ripugnante fede politica poteva escogitare un simile sistema per non darsi corpo e anima alla nostra. Che è pure più divertente: le stesse barbe, le stesse facce tristi e sempre i soliti discorsi ritriti. Ma almeno spariamo un po’ di colpi e diamo quattro legnate.

Visto che vi ostinate ad esaltare la vostra ben poco salda testa (chi meglio di noi può dimostrarvelo, quanto poco è salda!), ritenendola a torto più importante della cieca obbedienza, provate almeno a farla funzionare. L’Antiberlusconismo non esiste. Semplicemente perché non esiste quell’uomo.

Disprezzato dai suoi stessi servi, abbandonato e impoverito da ben due mogli e da un esercito di puttane, ripudiato segretamente dai figli e dalle braccia destre e sinistre del partito, sconfessato alfine pure dalla mafia, da sempre ignorato dalla camorra, dalla ndrangheta e perfino dalla Mala del Brenta, egli è deriso da chiunque non parli milanese stretto e non possieda un mobilificio in Brianza.

Gli unici amici che ha sono i vecchi colonnelli del Kgb – a cui noi già facemmo un culo così – e i leaderucoli di improbabili paesi dove le bellezze locali e la temperatura media sono perfino più ripugnanti della nostra. Se qua, a guardarsi attorno, c’è da farsi cadere le braccia, in Bielorussia ti cadono immantinente entrambi i coglioni.

E non è tutto, italiani. La vostra ostinazione nel considerarlo il problema è pari solo alla vostra abilità nel diventare, ogni giorno che passa, sempre più simili a lui. Con una media creativa di 0.3 figli a coppia dimostrate un coraggio e una fiducia nel futuro esattamente uguale alla sua.

Parimenti lo uguagliate anche nello stimolo sessuale, di cui osate ancora millantare il valore, quando vedervi all’opera rivaluta perfino l’erotismo che aleggia nelle alcove svizzere tra Ginevra e Neuchatel.

Infine, non avete nemmeno l’allegria e la faccia tosta che ha lui, capace di minimizzare crisi economiche, divorzi, scandali, vergogne internazionali e ammosciamenti erotici, stordendo ogni ascoltatore con racconti surreali e zuccherosi.

L’avete sentito l’audio del suo incontro con la meretrice a gettone? Incapace di rizzare l’arnese, egli non si perdeva d’animo e la stordiva con i racconti dei suoi incontri di politica estera. Provateci voi a mantenere alto l’umore delle vostre femmine narrando i reading di Baricco e di Wu Ming.

Date retta a noi, tenetevelo stretto. Non siete in grado di pensare né di proporre altro. Abbiamo bisogno di conquistarvi interi, quando sarà il momento. Intendiamo far brillare San Pietro e l’Auchan con almeno un paio di fedeli a immolarsi in difesa del carrello e dell’altare. Se ci lasciate il deserto, che cosa conquistiamo a fare?

Matteo Rinaldi

gennaio 15th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 9 commenti

Con la Winslet sui Colli Euganei

Bilancio del corso di comunicazione “Io sono meglio di me”, che ho tenuto a Montegrotto Terme il 7 e 8 dicembre. Ingredienti: un po’ di Actor’s Studio; una squadra da dieci e lode; ampie piscine termali. Risultato: a settembre giriamo un film

Kate Winslet: una delle attrici più efficaci e immediate nella comunicazione

Lo dico a piena voce: questo corso (così lo avevo presentato ai primi di dicembre) è stato il migliore della mia carriera di formatore. Tre valori in più lo hanno caratterizzato: le persone, il metodo, l’ambiente.
Fare un corso di comunicazione è un po’ come fare un film. Puoi essere James Cameron, ma se non hai Di Caprio, la Winslet e una storia decente non ti esce Titanic; ti esce Piraña paura, l’orrendo film che lo lanciò.

Le persone sono il valore principale. A Montegrotto ho lavorato con sette donne e un solo uomo (peraltro bravissimo, un attore naturale). Le donne hanno un vantaggio, secondo me: sono più immediate. In un corso breve di comunicazione bisogna mettersi in gioco subito. Cioè spogliarsi di paure e reticenze. Se una donna è motivata lo fa. Puoi chiederle di interpretare Mariangela Melato, ma anche di arrampicarsi sui lampadari o ballare il tip tap con le ciabatte: se riesci a farle intuire una motivazione sensata e un risultato, non si tirerà indietro.

Chiariamo: non ci siamo arrampicati sui lampadari. Peggio. Abbiamo sfilato, declamato, gesticolato, recitato, gridato di terrore. E perfino – la cosa più difficile – presentato noi stessi. Abbiamo visto tutti gli errori che remano contro di noi e imparato a riconoscerli.

Per correggerli tutti c’è solo bisogno di tempo: un fine settimana non basterebbe nemmeno a De Niro. È un lavoro quotidiano, per il quale ora abbiamo gli strumenti principali.

L’ambiente è stato un vantaggio per puro caso. Di solito prediligo stanze piccole, dove si lavora spalla a spalla, più intimamente. Ci hanno dato per errore una sala gigantesca. Rivaluto il gigantismo: una sala grande permette di sfruttare lo spazio per i movimenti ampi, a partire dalla camminata che è fondamentale nella comunicazione. E ci ha aiutato a costringere i timidi a parlare da un angolo lontano per abituarli a voler bene alla propria voce.

Infine il metodo. Rispetto ai corsi precedenti, nelle due giornate di Montegrotto ho aggiunto un po’ di abc della recitazione. Sono gli esercizi, semplicissimi eppure vincenti, che propongono le scuole di recitazione, soprattutto quelle che si ispirano all’Actors Studio di Lee Strasberg, che negli anni Sessanta rivoluzionò il metodo di recitazione mettendo in primo piano naturalezza e spontaneità. Ma insegnandoci a capire che naturalezza e spontaneità non sono affatto facili: vanno ricostruite pezzo per pezzo perché con gli anni le abbiamo dimenticate.

Montegrotto Terme ha i suoi bei vantaggi anche dopo le giornate di lezione. Come quello di buttarsi tra le braccia dei massaggiatori o nelle piscine termali. Mentre facevo la mia ventina di vasche nell’acqua calda, sotto la pioggia battente dicembrina, scusate ma… mi pareva quasi ingiusto che mi pagassero pure. Pst: non ditelo agli organizzatori di Jonas, che stanno programmando le prossime date.

Un forte abbraccio a Ilaria, Manuela,  Mirella e Salvatore. A Jamila, Federica, Paola e Mila – che mi hanno scritto nei giorni seguenti – oltre all’abbraccio ho dato durissimi compiti personalizzati di buona comunicazione per migliorare un po’ alla volta, giorno per giorno, con il minimo di esercizio.
Attendo una chiamata dagli altri: ho esercizi bollenti che li aspettano. Tra sei mesi tiriamo le somme e decidiamo se girare assieme il nuovo Titanic.

Matteo Rinaldi

gennaio 7th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti

Nel 2010 con Gene Kelly

Un esercizio facile di comunicazione e di vita. Per capire come è meglio muoversi nel gran ballo dell’esistenza

Chi non conosce Gene Kelly se ne esca subito da qui. Anzi no: guardi i due filmati. E prima di dire: “Ma sono musical! Piuttosto la morte“, stia ad ascoltare. Anch’io l’ho detto per decenni. Poi, per fortuna, ho cominciato a capire quanta meraviglia si nasconde dietro a un corpo che si piega e si spiega a ritmo di musica.

Il primo filmato è un celebre balletto tratto dall‘Allegra fattoria, Summer Stock in originale. Qui Gene balla giocando con un asse cigolante e lo strap di alcuni fogli di giornale. Guardare. E riguardare, nel caso. Poi chiedersi: È un ballo facile? È difficile? Emoziona?

Il secondo filmato è la scena clou di Cantando sotto la pioggia, il capolavoro del musical americano (Singing in the rain in originale). Guardare e porsi le stesse domande. Rispetto alla precedente è più facile o più difficile? Emoziona di più o di meno? Perchè?

Veniamo al dunque. Il ballo di Kelly nella prima scena non è difficile: è difficilissimo. Vi basti sapere che la ricerca del giornale giusto (le carte non si strappano tutte allo stesso modo) costò ai suoi assistenti giorni e giorni di lavoro negli archivi. Ore ed ore di prove. I movimenti di Kelly sono bellissimi e complicati.

Cantando sotto la pioggia è il film (un capolavoro anche a cinquant’anni di distanza) che Kelly girò nella sua piena maturità. Aveva capito cose che negli anni precedenti non lo avevano nemmeno sfiorato. Perciò costruisce la scena in modo molto più emozionale (la pioggia, le persone, il poliziotto alla Charlot nel finale). Balla molto più aperto, con un sorriso perenne.

Ma soprattutto – ed è questo il segreto del successo di questa scena – costruisce il balletto con una logica totalmente diversa. La spiega lui stesso in una bellissima intervista: “Per una vita ho pensato che la bellezza del ballo stesse nella difficoltà, nella tecnica. Più il ballo è difficile, più sei unico; più sei unico, più sei amato. Più tardi ho capito che la bellezza sta nella semplicità. In Cantando sotto la pioggia non un solo movimento appare difficile. Volevo che gli spettatori guardassero e pensassero: Hei, ma quello che fa lo so fare anch’io. Volevo che lo condividessero. Poca importa se in realtà nessuno di quei movimenti è facile”.

Gene Kelly resterà nella storia per quel ballo. Anche noi, nella nostra storia, ci stiamo quando riusciamo a rendere semplicissime le cose che abbiamo costruito anche con le più grandi difficoltà: dallo scrivere al fare, dalle azioni alle idee, dai sogni agli obiettivi, dai gesti alle parole.

Matteo Rinaldi

dicembre 31st, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti

Avion Travel, arriva la banda larga

Piccola Orchestra Avion Travel: un gruppo che pare una formazione di calcio degli anni Sessanta. Servono altre ragioni per amarla?

La Piccola Orchestra dal vivo. Perfetti come in sala d’incisione. Da rodersi d’invidia

Debbo la scoperta di questa band all’amico Michele, musicista dai gusti orrendi che ogni tanto la imbrocca. Qualche anno fa gli rubai una cassetta che mi interessava e sul lato B trovai questo gruppo dal nome infinito. Piccola Orchestra Avion Travel.

L’avrei saltato a piè pari (musicisti classici dalla tristezza infinita, mi parevano dal nome) quando buttai l’occhio sui componenti, che Michele aveva vergato a penna biro come fanno solo i quindicenni ad aeternum.

Non mi parevano veri: Peppe Servillo, Fausto Mesolella, Mimì Ciaramella, Peppe D’Argenzio e Ferruccio Spinetti. Avessi dovuto inventare cinque nomi così colorati non mi sarebbe bastato un mese. Incassai nello stereo dell’auto.

Non c’erano neanche i titoli delle canzoni, sulla cassetta. Ora che ci penso: non c’era neanche internet, allora. Era impossibile scoprire qualcosa in quattro e quattr’otto. Però, le canzoni!

La prima si chiamava Cuore Grammatico e al terzo ascolto mi aveva già conquistato. E nello stesso tempo, umiliato: non avevo capito né gli accordi, né il tempo, niente. Non c’era niente che assomigliasse ai solito do-fa-sol-la minore-do con cui si fa il novantanove per cento della musica occidentale. E niente che si avvicinasse al solito quattro quarti, tum-ta-ta-ta, tum, ta-ta-ta. Niente che assomigliasse alle solite armonie. E soprattutto: avevo capito che neanche sotto acido lisergico sarei mai riuscito a immaginarlo un pezzo costruito così.

Anche le parole erano la negazione della semplicità. E la batteria, il contrabbasso. Della chitarra neanche a parlarne: io che sono un discreto chitarrista non riesco neanche ora, a distanza di anni, a imitare un accordo uno.

Eppure, tutti assieme, sono una meraviglia di leggerezza, armonia, semplicità. Dopo Cuore Grammatico ascoltai tutte le altre. Aria di te. Capolavoro totale. Belle caviglie. Ma che titolo è? Ma chi sono questi? E poi il capolavoro: La famiglia. È la storia di due fratelli della malavita campana: uno tranquillo, magro e capace; l’altro grasso e chiacchierone. A causa delle sue sparate, ogni colpo che va a segno finisce male. Gli piombano addosso poliziotti e mettono tutti in galera, compreso il fratello sveglio e sempre più incazzato.

Si sente al volo che per cantarla non hanno dovuto andare a farle davero, le rapine. Ma si sente anche che l’aria della canzone non è così diversa dall’aria che tirava attorno a case e cantine dove andavano a suonare.

Ma soprattutto si sente – e si vede, da righe e rughe nelle loro facce – che questi Avion Travel sono gli stessi musicanti che vent’anni fa suonavano assieme a me e migliaia di altri gruppetti. E che a suon di punk, rock, new wave, capolavori e orrori hanno cercato fortuna smarrendo, uno alla volta, la strada. Loro no.

Nelle facce, nei suoni e nelle parole degli Avion ci leggo tutto questo: le centinaia di di trasferte per partecipare a concertini e concertacci (Michele li conobbe che dormivano in un prato per un festival di serie C a mille chilometri da casa), concorsi e concorsacci, insulti e applausi, stanchezze e rinascite. Vita dura, insomma. Come quando, all’indomani di un capolavoro come questo ellepi titolato Opplà, scopri magari che hai venduto duemila copie in tutto, sei più povero di prima e ai concerti non fai il pienone nemmeno a Caserta. Però decidi di continuare.

E per fortuna. Perché sentire – e vedere – suonare questi ex ragazzi mi esalta e mi emoziona. Servillo, Mesolella e Ciaramella suonano chitarre e batterie come le suonerei io se avessi avuto la forza e il coraggio di non mollare mai. Ok, di D’Argenzio e Spinetti magari non è pieno il mondo, ma ce n’erano tanti che avevano i numeri. Non la stessa grinta, evidentemente.

Scopro su internet che il cantante Peppe Servillo è fratello dell’attore Toni Servillo. Curioso che nella stessa famiglia possano crescere due artisti così diversi ma altrettanto bravi. Curioso che il caso metta assieme un chitarrista come Fausto Mesolella e un bassista come Ferruccio Spinetti, che oggi ha lasciato la band (ma ogni tanto torna) per suonare in duo con Petra Magoni.

Su Youtube c’è poco niente dei primi pezzi. Però trovate ottimi live con vecchi indimenticabili pezzi di Nada e della Caselli, che è loro produttrice. A ogni modo, queste sono le canzoni che avevano conquistato me per prime: Cuore grammatico e La famiglia.
Se non vi piacciono non fatemelo sapere, che ci resto male.
Matteo Rinaldi

dicembre 23rd, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti

Italia di ferro, scotch e fantasia

Porto la Multipla dal meccanico perché i tergicristalli non vanno più. Appena fatti riparare, cristo! “Era il relè“, mi aveva spiegato il meccanico con la faccia dei meccanici quando ci tengono a non farti capire. Si scriverà relè? Relé? Relaix? Non ne ho idea. Non ho idea di cosa sia.

Avevo fatto Rovigo-Vicenza senza tergicristalli, sotto la pioggia battente. Da non augurare a nessuno. In Multipla poi, con sedici chilometri quadrati di vetro. E ora, una settimana dopo la riparazione, alla prima pioggia non funzionano di nuovo.

Si sono bloccati giovedì, in partenza per un Vicenza-Verona sotto la prima neve. Ho lanciato un paio di imprecazioni pesanti e invertito la rotta: posso mica schiantarmi contro un tir, o investire qualcuno per colpa del meccanico. Però avevo otto ore di corso. Quando le recupero mai? Oh, in fondo sono veneto: prima lavorare, poi ragionare. Ho girato di nuovo la macchina e via. La neve ha smesso subito, per fortuna.

Il giorno dopo, venerdì, torno dal meccanico. Allarga le braccia: “Non è colpa mia: colpa della Fiat che fa le cose così. Adesso devo ordinare un motorino nuovo: ma ti costerà duecento euro”. Mi vanto di avere la battuta pronta, ma non mi viene neanche in mente di rispondergli “I soldi io però li ho dato a te, mica alla Fiat”. Annuisco e me ne vado.

Due ore dopo un’emergenza: la macchina mi serve assolutamente. Chiamo il meccanico e gli dico che passo subito a prenderla, pioggia o neve. “Ma ho appena aperto tutto! Ho i pezzi in mano! E non ho ancora il motorino ovviamente, non so quando mi arriva”. Devo prenderla – mi scuso -non posso farne a meno. Speriamo non nevichi più. “Vedo che posso fare” chiude lui.

Dopo un quarto d’ora mi accoglie con la faccia che hanno i meccanici generici quando tirano fuori la grinta dei meccanici specialisti. “Ho trovato una soluzione temporanea”. Mi mette in mano un pezzo di ferro con un lato imbottito di scotch. “Ti ho lasciato smontata la finestrella davanti al cofano: se il tergi non funziona, scendi e con questo martinetto dai un botta proprio qua, sulla testa del motorino, vedi? Lui riparte subito. Così intanto viaggi tranquillo. Quando arriva quello nuovo ti chiamo“.

Ora lo so che uno a quarantaquattro anni dovrebbe dire “Non se ne parla nemmeno! Mi rimonti la mascherina e si tenga il suo pezzo di ferro”. Ma io non li ho quarantaquattro anni, non nella testa almeno. Forse metà, forse un quarto.

E poi dovreste vedere il martinetto: un lato è scoperto, in ferro brunito e invecchiato. L’altro lato l’ha coperto con lo scotch a mio beneficio, perché la presa è più morbida e perché “no te te sporchi i déi co te bati“.

Sabato mattina, con la neve, non funzionavano. Ho preso il martinetto dal verso giusto, ho fatto “tleng!” con un colpetto deciso ma delicato. I tergi sono partiti al primo colpo tra lo stupore del vicino di casa.

Io lo so, ne sono sicuro, che i miei colleghi Mattew Reynold del Sussex, Mattheus Rinhald della Ruhr e perfino Matteó Rinaldì dell’Alta Alsazia la macchina con lo stesso problema l’hanno dovuta lasciare dal meccanico. O magari hanno trovato subito il motore di ricambo. Ma a me queste cose mi commuovono. Il meccanico, l’Italia, il martinetto. Cascasse il mondo, il martinetto è mio, non glielo ridò più.

Matteo Rinaldi

dicembre 21st, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 8 commenti

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