Sound and vision. Per portarsi a letto Bowie
È un pezzo minore ma stimola più di tanti capolavori. E trionfa, nelle più curiose versioni, su You Tube
nella foto: Bowie quando l’ho scoperto io. Avessi visto come si tappava qualche anno prima, non avrei mai avuto il coraggio di ascoltare una sola canzone
Contenuti: musica 5%, musici 10%, musoni 15%, visioni 70%.
“Sound and vision? Eeeeeeeeh? Come si fa a non mettere Heroes tra le migliori canzoni di Bowie? Al limite Starman. O Lady Stardust, se proprio vuoi far l’originale. Sound and vision proprio no.”
Amico lettore, capiamoci. Questa rubrica non pretende di raccontare le più belle canzoni. Ha una pretesa diversa: raccontare le più belle canzoni minori. Quelle che non senti mai per caso. Quelle che devi andarti a cercare. Quelle che non ti ricordi le parole. Quelle che non immagini come colonna sonora della tua vita.
Heroes ad esempio. Quando avevo sedici anni sognavo di farne la colonna sonora del mio amore disperato. Purtroppo non avevo un amore disperato. Nemmeno uno normale per la verità. Ascoltavo Heroes e pensavo: questo pezzo mentre faccio l’amore sarà l’apoteosi.
Tutte balle. Mai avuto il coraggio di mettere Heroes. Ho capito che non sarebbe mai andata come speravo. Ti succede come al mio amico Sandro, che una sera, a letto, si era convinto di poter comunicare con la forza dell’amore alla donna assopita al suo fianco: “Svegliati - le aveva detto col pensiero - Svegliati e guardami: io ti amo. Ti amo. Tu mi capisci. Tu mi ascolti: apri gli occhi e rispondimi”. E lei si era svegliata, aveva magicamente aperto gli occhi e aveva magicamente detto: “Oh, che hai da fissarmi con quella faccia da scemo?”
Sound and vision è una canzone che dopo vent’anni va ancora che è un piacere. Un vero e proprio pezzo minore, di quelli che oggi non si fanno più. Mi piace per il suo sapore paesano: il mio amico Antonio Graziani, eccelso musicista classico e giovanissimo Solista Veneto negli anni Ottanta, la definiva “la canzoncina di Natale di Bowie”. Senza svilirla però.
La nomino capolavoro per tre ragioni: perché trionfa su You Tube alla faccia dei grandi classici; perché è di una semplicità disarmante; perché quando la ascolti ci vivi quel che vuoi.
Trionfo su You tube. Cerchi Sound and vision sul tubo e ci trovi un mondo. C’è il tipo che la suona con la chitarra acustica e le mutande classiche. Ma anche una botta di creatività quasi allarmante, a partire da un tizio - bravissimo - che ha montato un filmato in cui i suoi movimenti facciali mimano gli strumenti: la bocca fa la batteria, gli occhi fanno il basso… A occhio sarebbe piaciuto a Andy Warhol. Se una canzone aiuta a dare sfogo alla creatività vuol dire che c’è più di quel che appare a prima vista.
Semplicità disarmante. Questa canzoncina di Natale non ha niente a che vedere col rock, con la new wave, col jazz. E nemmeno con gli anni Ottanta. Più in linea con Me compare Giacometo che con California uber alles o Stairway to heaven. Tre accordi e cinque parole. Magia.
Ci vivi quel che vuoi. Con Sound and vision nelle orecchie puoi vivere momentacci, momentoni e soprattutto momenti banali. Quelli che viviamo da mattina a sera. È bello avere una colonna sonora sensata con la propria vita. Mica puoi sempre portare i figli a scuola con Satisfaction nell’auto. E questa sì puoi usarla per fare l’amore. Se il partner ti dice: “Spegni questa nenia” non ti offendi nemmeno. Se te lo dicesse con Heroes, avresti il dovere di alzarti e andare via, col pisello a mezz’asta e il morale sotto i piedi.
Consoliamoci. Pare che in questo splendido Paese ci siano esseri umani capace di fare all’amore ascoltando quel beccamorto moralista di Biagio Antonacci.
Matteo Rinaldi
Luglio 2nd, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 6 commenti
Pussy 69, il minute-sailer da pausa pranzo
Non avevo voglia di scrivere. Poi Mistro ha riportato questa breve sul suo Velablog.com: “Il cantiere Latitude 46 - dopo i Tofinou 7 m, 8 m e 9.50 m, eleganti daysailer - programma l’uscita di un nuovo concetto di barca: il Tofinou 12M, week end boat”.
Tanto è bastato per farmi incazzare. Non con Mistro. Con il linguaggio delle riviste specializzate di vela, la stessa delle riviste specializzate di auto, moto, arredamento, moda e qualsivoglia attività umana. Le uniche dove un mostro di 12 metri può diventare una “barca da fine settimana”.
Di fronte a queste cose il primo pensiero è: Bin Laden non ha tutti i torti a minacciare l’occidente. Per fortuna ho un’arma segreta: l’ironia. La sola che mi ha salvato dalla clandestinità, dalla galera, dalla depressione e da Bin Laden. Perciò ne sono sicuro: farà bene anche a voi.
Pussy 69, il minute-sailer da pausa pranzo
Presentata la nuova entry level del cantiere Exoticon: “Con questo delicato gioiellino il neo armatore può entrare nel mondo della vela senza sottrarre nemmeno una buca al golf”

nella foto a destra: il quadrato di Pussy si presenta abbastanza accogliente, anche se le altezze andrebbero leggermente migliorate per permettere agli ospiti di praticare l’indispensabile bungee jumping in navigazione
Buon vento a tutti voi, amici e lettori di Capriccio Prodiero. La vostra rivista preferita vi presenta oggi l’esclusiva proposta del prestigioso cantiere Exoticon: con un filo di delicato erotismo l’hanno battezzata “Pussy 69″ e viene definita il minute-sailer da pausa pranzo. È stata presentata in anteprima mondiale lo scorso week end nell’originale e dorata cornice dell’Himalaya.
“È stata un po’ dura portarla fin lassù - ha spiegato ai fortunati ospiti il titolare del cantiere Igino Zoticon - 150 sherpa sono morti durante la scalata, ma è stata una loro libera scelta: avevamo spiegato che in alternativa avrebbero accompagnato Reinhold Messner per un altro spot della Levissima. Hanno accettato immediatamente e senza condizioni”.

nella foto a sinistra: la cucina di Pussy è un po’ sottostimata ma accogliente: ci pare non manchi nulla per un buon caffè
Giunti sulla vetta - dove la barca è stata presentata capovolta per sottolineare simpaticamente la sua capacità di tenere il mare anche nelle condizioni estreme - gli ospiti hanno ascoltato Von Sadyck illustrarne le caratteristiche pregnanti.
“Una bvarca iteale per giofane neo armatore: lui ztacca di laforo a mezociorno, guita zua Auti a duecentofenti km/h e racciunce porto. Qui zale in Puxy 69 e zi gode un’ora di merafillia. Perché in qvesta Barca fantaztica non zervono né zkotte né poma, né timone!”.
Un lungo applauso di stupore ha accolto queste parole che fanno già presagire l’eccellenza del progetto di questo sessantanove piedi. Una misura forse troppo contenuta, ma ideale per cominciare la propria carriera di armatore per rivolgersi poi a mezzi un po’ meno sacrificati.

nella foto a destra: il tavolo è un po’ sacrificato per la crociera, ma l’armatore saprà capire: in regata, almeno fino al successivo porto, si può rinunciare alla torta a dodici piani e al vitello allo stretching flambè
Von Sadyck ha poi dato la parola a Pippo Lamarmora, il noto stilista-petroliere da sempre cliente del cantiere. “L’ho ordinata a scatola chiusa - ha spiegato - perché il mio 68 piedi del 2007 era ormai superato per dimensioni e anzianità. Il cantiere ha lavorato benissimo, risolvendo tutti i problemi del vecchio modello. A cominciare dai passavanti, davvero strettissimi: figuratevi che con la Range Rover non riuscivo nemmeno a girarmi senza inserire la retromarcia”.
Ma veniamo ai grandi vantaggi che questa barca garantisce. Il pubblico li ha scoperti a testa in giù, appeso per i piedi, per evidenziare ironicamente il grande spirito di adattabilità che ogni velista deve possedere per amare davvero il mare. Tra i tanti spiccano:
- una leggerissima centralina elettronica in titanio che apre un rivoluzionario gavone a scomparsa nell’albero;
– un rivoluzionario gavone a scomparsa nell’albero con spazio appena sufficiente per contenere una leggerissima centralina elettronica in titanio;
- un praticissimo forno-radio-televisore-macchina da cucire a microonde con un unico tasto easy touch che permette di risparmiare la bellezza di due metri cubi nel quadrato;
– sei metri cubi di istruzioni per il forno-radio-eccetera in dodici volumi;
- un innovativo i-windex in testa d’albero, che fa le stesse cose di un normalissimo windex ma costa tredici volte di più perché è di moda copiare l’i-pod Apple.

nella foto a destra: la discreta camera armatoriale. Il progettista ha volutamente omesso due Picasso e tre Van Gogh alle pareti per alleggerire il peso della barca
Ed eccoci ai magnifici interni, dove i progettisti hanno ricavato spazi impensabili per un 69 piedi, riuscendo a farci stare addirittura due cabine e due bagni. Certo, va detto che solo nella versione armatoriale a una cabina e quattro bagni gli spazi sono degni di questo nome. Marito e moglie possono ballare il tango col caschè e i pattini a rotelle senza rischiare di urtare fastidiosamente le paratie.
Non sono mancati gli spunti simpatici, come quando il vecchio velista Firmino Bolinier, invitato per fare colore, ha chiesto come avrebbe navigato una barca senza scotte, boma e timone. Von Sadik e Zoticon hanno prontamente risposto (dopo aver cercato sul vocabolario il significato di quella strana parola, navigare) facendo simpaticamente accomodare Firmino Bolinier con le sue fottute scotte all’interno del forno-radio a microonde. E accendendolo senza nemmeno sfogliare le istruzioni!

Nel bagno si poteva obiettivamente fare qualcosa di più:è infatti impossibile depilarsi mentre ci si flossa i denti immersi nell’idromassaggio
Chiudiamo con le doverose critiche, che una rivista seria e professionale non può esimersi dal rilevare per rispetto del suo pubblico. Si potrebbe innanzitutto aumentare di due millimetri la lunghezza del poggiapiedi per il timoniere. E che dire poi del colore del pomello sulla leva motore? Un grigio Praga che ci piacerebbe veder schiarito fino a una tonalità fumo di Londra, decisamente più adatta a una barca con questa livrea. Ma è un problema che sarà certamente risolto con il secondo esemplare del cantiere. Pensateci lettori: potrebbe essere il vostro.
Matteo Rinaldi
Giugno 20th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Velisti alla deriva sul lago di Fimon
Alla scoperta dello specchio d’acqua dei vicentini. Piccolo ma infido, trasforma navigatori oceanici in pensionati allo sbaraglio
Nello scatto del fotografo Cesare Gerolimetto una placida vela sul lago di Fimon. Ma quando sale il vento, la musica cambia: addio romanticismo, spazio all’avventura
Il lago di Fimon è un tesoro sconosciuto. I vicentini lo credono una pozzanghera acquitrinosa, buona solo per i pescatori e le coppie che s’infrattano. Da qualche anno però gli infrattati sono stati sfrattati: al loro posto sono arrivate le vele. Difficile convincere i vicentini che nello scambio ci hanno guadagnato. Io ci provo.
Meno motore, più amore. Al lago di Fimon ha la sua base la Lega Navale Italiana: una piccola sede prefabbricata, un porticciolo, una dozzina di derive pronte all’uso. Una piccola grande rivoluzione perché per quarant’anni il lago di Fimon aveva svolto quasi esclusivamente il ruolo di alcova. I vicentini venivano la sera, infrattavano l’auto ai bordi della strada sterrata che circonda il lago e amoreggiavano tra le occhiate disinteressate dei tordi e quelle interessate dei guardoni. Poi la rivoluzione. Grazie all’impegno di un gruppo di ambientalisti la strada fu chiusa al traffico. Ci furono rivolte e sommosse: “La chiusura ucciderà il lago! Moriranno il turismo e gli affari!”
La rinascita del lago. Gli affari in effetti crollarono. Per un mese, forse due. Poi decollarono. Libero dalle auto che alzavano tonnellate di polvere nei loro girotondi, il lago si trasformò, diventando più bello e più vivo. Oggi, da aprile a ottobre, nei fine settimana dovete chiedere permesso per fare una semplice passeggiata. Il lago è il regno di innamorati mano nella mano, ciclisti ruota nella ruota, podisti, famiglie, campeggiatori, naturisti, pescatori. E non basta. Da qualche anno il lago vive anche a pelo d’acqua. Potete noleggiare una barca a remi e percorrerlo in lungo e in largo. Ma anche dominarlo sfruttando la forza del vento.
Vento matto, scuola seria. “Ma fammi ridere: a vela al lago di Fimon!” è il commento più classico che ricevo quando racconto che, ogni tanto, passo qualche ora cazzando (ma soprattutto cazzeggiando) a Fimon. Comprensibile. Sembra piccolo, il lago. In realtà provate a fare il giro a piedi: ci vuole un’ora. E a vela, se non c’è vento forte, ce ne vogliono due. Con un vantaggio non da poco se volete imparare a veleggiare: al lago di Fimon il vento fa quello che vuole. Non è mai regolare. Arriva da est, poi cambia direzione e giunge da ovest, poi cala, poi aumenta, poi… Niente di strano: colpa dei colli che lo circondano, costringendolo a continui cambiamenti. Una manna per il velista, costretto a regolare continuamente le vele a cambiare andature, a inseguire il refolo d’aria per non piantarsi in mezzo al lago.
Il bello sta proprio qui. Se perdete il vento, la barca si pianta. E non ci sono remi né motore ad aiutarvi. Restate là, con cigni e papere che vi guardano scuotendo la testa, in attesa di catturare un filo d’aria per tornare in porto. Così vi tocca imparare per forza.
Naufraghi e siluri. Non è mica sempre così. Ci sono giornate in cui il vento vi porta letteralmente via. Se non state attenti, la barca si rovescia e finite in acqua. Il miglior modo per imparare, dicono i vecchi lupi di lago. Ma forse è il miglior modo per tornare un po’ bambini e un po’ meno schizzinosi. A finire in acqua a Fimon (io ci sono finito, si capisce) si scopre, nell’ordine, che:
a) Nessun pesce siluro vi assale. Lo so che è una paura cretina, ma a noi uomini moderni vengono questi timori, altroché. Basta finire in acqua una volta sola e passa per sempre.
b) L’acqua è acqua, non acido. Il terrore di noi terrestri è che il contatto con fiumi e laghi provochi malattie veneree immediate. Macché. L’acqua del lago è perfino pulita. Se nessuno fa il bagno è per colpa delle erbacce, una carezza inquietante ma del tutto innocua.
c) Basta raddrizzare la barca e tornare a bordo. Lo scorso mese di aprile il lago è balzato agli onori della cronaca perché un signore molto premuroso aveva visto una barca rovesciarsi e, terrorizzato, aveva chiamato soccorso col telefonino: “Naufragio! Una barca affonda e alcuni anziani rischiano di annegare!”. In men che non si dica erano arrivate ambulanze, forze dell’ordine, pompieri. I naviganti, che stavano rientrando fradici ma tranquilli, avevano accolto le sirene con un dialogo surreale:
Naviganti: “Che succede? Serve aiuto?“ Pompieri e ambulanza: “Veramente siamo venuti noi ad aiutare voi!” Naviganti: “Ma noi stiamo benissimo!” Polizia: “Documenti allora! E scatta una bella denuncia per procurato allarme!”. Sto scherzando: la parte della polizia me la sono inventata. Però il resto è vero. I naviganti erano piuttosto offesi giacché tra loro spiccavano due marinai di lungo corso, anime della vela al lago: il capitano di lungo corso Giorgio Xodo, presidente vicentino della Lega Navale Italiana, e Renzo Corradin, che ha affrontato mari e oceani come fossero autostrade. Con le derive è assolutamente normale finire in acqua ogni tanto. Anzi doveroso.
Imparare a star fermi. Al lago di Fimon mi piace navigare perché s’impara a far niente. È una ragione che a noi veneti pare un disvalore, ma non è così. Dovremmo al contrario imparare ad apprezzare l’improduttività, almeno una volta ogni tanto. Fimon a vela è ideale: se non c’è vento (e spesso non ce n’è) resti lì a cercare il soffio e a conquistarti un decimo di nodo per andare avanti. C’è un tizio di cui non ricordo il nome che pontifica da anni sulla cultura del fare. Autostrade, ponti, fabbriche… Molto sensato e convincente. Eppure non mi convince. Vado a vela. Il costo di un pomeriggio a pelo d’acqua a Fimon neanche ve lo dico, perché mi vergogno. Informatevi. Costa di più un caffè e brioche al bar. E lasciate al signore, e a chi la pensa come lui, elicotteri, motoscafi e alta velocità.
Un residuo post glaciale. Se proprio non c’è vento, o se ce n’è troppo, potete fare una bella passeggiata attorno al lago. Ci vuole circa un’ora, un’ora e mezza. C’è un baracchino per caffè e gelati, proprio davanti al porticciolo della Lega Navale, e un paio di bar dotati di terrazza vista lago. Nei dintorni almeno due validi agriturismi. I siti dedicati al lago scrivono che “è un ‘residuo glaciale’ frequentato e abitato già dall’età del bronzo. L’opera dell’uomo in epoca storica ha determinato un progressivo consolidamento degli strati torbosi ed il drastico ridimensionamento degli specchi lacustri, di cui il lago di Fimon è l’ultimo rimasto”.
Wikipedia scrive invece che lo specchio d’acqua ha piccole dimensioni (0,51 km2), è poco profondo (dai 4 ai 5 metri) e presenta fondo melmoso e vegetazione abbondante. Ci sguazzerebbero felici la carpa, la tinca, il luccio, la scardola, l’anguilla, la savetta e la lasca, ma la popolazione ittica attuale è differente perché dall’inizio degli anni Ottanta è presente anche l’abramide, specie originaria del centro-est europeo, che se non vado errato dovrebbe essere il celebre pesce siluro. Ah, dimenticavo: tra le barche della Lega (Finn, Laser, 470, Trident 16′ eccetera) spicca una straordinaria Mascareta veneta, ideale per imparare la voga alla veneta. Prima o poi imparo.
Matteo Rinaldi
Giugno 13th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Puggia o poggia? Balumìna o balùmina?
Se la domanda vi sembra scema, figuratevi la risposta. Ma è un titolo-civetta, serve solo a spedirvi da un’altra parte
(m.r.) Se avete letto il mio post precedente (Scherza coi fanti ma lascia stare i regatanti) vi siete fatti un’idea di cosa vuol dire veleggiare con dei professionisti. Ora uno di questi professionisti tenta indegnamente di farmi credere che la loro era tutta una messinscena a mio beneficio. E usa le mie stesse armi: ironia e paradosso.
Morale: io mi sono divertito assai. Anche perché molte cose le ha imbroccate. Leggete e giudicate. http://www.velablog.com/?p=1196
Nella foto: sto già prendendo le terrificanti abitudini dei velisti, i temibili occhiali scuri che fanno tanto faccia da strnz. Perdonatemi.
Ah, io dico balumìna, i professionisti balùmina. Su ”Capriccio Prodiero”, la bibbia del velista moderno (edizioni Gütenberg, 1275 pagine, Odessa 1953) l’ammiraglio Piva sostiene che puggia e poggia sono intercambiabili, ma l’uso del secondo si predilige in caso di equipaggio svogliato e/o poco muscolare.
Giugno 7th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
Scherza coi fanti, lascia stare i regatanti
Ecco cosa vi aspetta se uscite con due esperti velisti da regata. Soprattutto se uno di loro è Sergio Mistro, il miglior blogger di vela italiano.
Contenuti: emozioni (25%), mozioni (5%), elettroni (70%), neuroni (0%)

Nella foto: dagli sguardi dei protagonisti spiccano grinta e concentrazione. Affrontiamo il triangolo maledetto di Kà-Orlè, uno dei tratti più infidi dell’Alto Adriatico. Contiamo sulla classe dei temibili fratelli Mistro (i due a sinistra, Sergio è al timone) e del regatante professionista Claudio (a destra) in un elegante e impegnativo movimento da cui trasuda classe cristallina.
“Claudio è un amico. Ha una barca nuova di palla, praticamente da scartare. Ci vediamo al porto verso le undici” mi dice Sergio, invitandomi a questa uscita. “Le undici? Tre anni che vado a vela e non ho mai strappato un orario più accettabile delle otto spaccate” vorrei dirgli. A Chioggia, dove ho fatto il corso, bastavano cinque minuti di ritardo per essere lasciati a terra. Ma che scemo, ora capisco: i regatanti escono più tardi perché il vento sale nelle ore più calde. E questi sono maniaci della prestazione, cacciatori del decimo di nodo, esteti della balumina. Foto: la goletta d’epoca immortalata durante la navigazione (commenti più avanti)
Arrivo in leggero anticipo e mi presento a Claudio, paròn della barca. Claudio ha gareggiato con il monotipo X-35 della X-Yachts, una specie di mostro, un missile, una meteora. E Sergio Mistro con tutte le barche, possibili e impossibili. Questa è gente che appena sale in barca si trasforma. Ho quasi paura.
“Immagino che si parta tardi per aspettare il vento!” dico a Claudio, stringendogli la mano. “Si parte tardi perché ci piace dormire” replica. Ma non c’è tempo per stupirsi: arrivano i fratelli Mistro. Dopo lo scambio di convenevoli si partirà come schegge e… “Prima un buon caffè” dicono. Giusto. E ora andiamo… “Eh, una buona sigaretta non può mancare!” D’accordo, ora saliamo a bordo e… “Non prima di fare due chiacchiere, scherziamo?“. Certo! Ma poi… “Non ci faremo mancare una passeggiatina in porto!”
Abituato alle frustate chioggiotte (una frustata per chi osava nominare il caffè, quattro per chi accendeva una sigaretta, quattordici per le chiacchiere non autorizzate: mai osato nominare la passeggiata) mi tranquillizzo. I regatanti hanno i loro riti prima di liberare l’adrenalina.
Finalmente Claudio ci accoglie a bordo del Dufour 385: nuovissimo, più largo che lungo, enorme dentro, doppio bagno, doppio controstampo strutturale, doppia ruota. La doppia ruota per me è una novità assoluta - dico - immagino sia più pratica da usare perché… Mi interrompono: “Usare? In che senso usare?” Non capisco ma faccio finta di niente. Devono essere gli effetti del triangolo di Ka-Orlè: allucinazioni, perdita di coscienza, distacco dalla realtà. Come si potrebbe navigare senza usare il timone?
Si parte. I due maestri si sistemano al timone (immagine a fianco) uno a destra, l’altro a sinistra. Vogliono sfruttare la posizione per non perdere nemmeno un secondo in virata: un bordo a testa e vediamo chi rende meglio. Issiamo le vele, vai con l’andatura, regolazioni al top e… Bi-bip! Che è questo rumore? Sergio giochicchia con un apparecchietto sulla centralina elettronica. Ecoscandaglio acustico? Radar intermarino? Vhf preliminare? “Timone automatico - dice - Vorrai mica far fatica inutile no?”
La fatica inutile sarebbe timonare. I regatanti lo considerano tempo perso quando non sono in regata. Meglio rilassarsi con alcune novità di bordo: sigarette, chiacchiere, bip-bip con gli strumenti elettronici. Mancano solo le passeggiate: ma una volta che hai trovato la posizione ideale, seduto, che senso ha spostarsi?
In effetti la barca fila che è un piacere. Il mare è piatto, ci saranno tre nodi di vento - neanche li senti - ma la barca li sente eccome: fa tre nodi, mica palle. Quando il vento sale, la barca risponde: quattro nodi, cinque nodi, sei. Però, che potenza.
Nella foto: il piegamento della barca, in bolina, a sei nodi. (Claudio sembra concentratissimo: in realtà, dietro gli occhiali da sole, credo si fosse assopito). Per essere una barca da crociera, fila come un treno. La grinta dell’equipaggio è tale che Claudio si scuote e scende sottocoperta. Salirà coi giubbotti di salvataggio? Con le life line? “Ecco qui panini e birra, ragazzi. E poi c’è pure il dolce“.
Beh, ora non pensate che i regatanti passino l’intera giornata seduti. Difatti Sergio mi invita a prua dove assumiamo una posizione alternativa: distesi. Qui (foto successive) mi insegna a osservare le vele e il disegno delle cuciture. Scriveva il grande Gianni Brera: “Ammirando il movimento del pallone, in un campo da calcio, si scopre l’armonia che regna tra i mondi”. Rimirando una vela, in effetti, bastano pochi minuti per scoprire l’armonia che regna tra cielo, mare, vento ed energia. Io poi - Darwin mi perdoni - mi sento più intimamente vicino a un pesce che a una scimmia. Dunque apprezzo. Quasi quasi ci starebbe bene anche un bagno. Che ne dite ragazzi? Mi guardano come se avessi proposto di ballare lo swing sulla battagliola.
Il vento sale ancora e la barca risponde alla grande: sette nodi. È il momento giusto per virate, uomo a mare, strambate? “È il momento giusto per aprire una bottiglia di nero. Salute!” Non riesco ancora a comprendere, ma comincio ad apprezzare, la vita del regatante senza regata. Tanto più che la barca (anzi, il pilota automatico) si lancia all’inseguimento di un Hallberg Rassy che fila come un siluro e ci fa sudare (battuta) mezz’ora per raggiungerlo. Poi incrociamo una goletta, che Mistro mi ordina di fotografare (lui è occupato col bi-bip). Bella! dico. “Follia - replicano - Passi la vita a tenerla in ordine, a dare olio, a sistemare. O a pagare qualcuno che lo faccia per te“.
Torniamo a terra a metà pomeriggio. L’enorme sfaticata impone almeno una pizza da dividere in quattro. Non ho neppure male alle mani, come potrò dimostrare a mia moglie che sono andato in barca? Per fortuna lo stato della mia capigliatura indica chiaramente tutte le andature percorse: bolina, traverso, lasco, gran lasco. Pensa un po’ se fossi calvo. Guarda, meglio che non ci pensi. Che sensazioni però. Alla prossima, regatanti senza regata, e grazie di tutto. Rivivo le emozioni della giornata: Bi-bip! Cin Cin! Bi-Bip Gnam! Bella vita, la vela. Ronf. Zzzzzz.
Matteo Rinaldi
Giugno 5th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 10 commenti
Variati e la sicurezza obbligatoria
Ogni tanto il settimanale vicentino Vicenza Più mi propone di scrivere un pezzo di commento sulla vita e gli avvenimenti cittadini. Siccome ho passato i quaranta non mi chiedono più interviste o inchieste ma prestigiosi editoriali. Sono giovani e non sanno che interviste e inchieste sono faticosissime - se fatte bene - mentre gli editoriali sono la rovina del giornalismo: un ottimo sistema per scrivere sciocchezze travestite da opinioni.
Qualche volta ci casco. Più spesso mi ribello. E piuttosto che scrivere un editoriale mi butto su un pezzo satirico, o almeno ironico. Pieno di dubbi, però. So ancora scrivere satirico? Questo è il pezzo che ho inviato la settimana scorsa. Parla di Vicenza, ma potrebbe parlare di qualsiasi altra città. Leggete e giudicate. Se necessario, stroncate. Torno immediatamente a scrivere editoriali, trasudando misurata saggezza e vibrante collera.
Variati e la sicurezza obbligatoria
Così il sindaco di Vicenza garantirà alla città la pace. Eterna
Nella foto: Il centro di Vicenza dopo le otto di sera terrorizza anche i farabutti più incalliti: deserto peggio della Transilvania nelle notti dei vampiri
Ormai è chiaro a tutti: il problema principale di ogni città italiana è la sicurezza. A nessuno importa più nulla di energia sprecata, di qualità della vita, di traffico sub-umano, di cosa pubblica maltrattata e derisa. Stupidaggini retrò che hanno fatto il loro tempo. Oggi conta soprattutto la sicurezza. Sicurezza è una parola magica: vuol dire camminare tranquilli per le strade e sentire che i propri valori sono al sicuro. Poco importa se non camminate a piedi per le strade da almeno vent’anni. E poco importa se non avete valori da difendere. Ecco come Vicenza garantirà la vostra sicurezza nei prossimi mesi.
Sicurezza in casa. “La casa è il luogo più sacro, intimo e privato dei cittadini. Non ci sono giustificazioni per chi cerca di entrare senza permesso”. Con queste parole il sindaco Achille “Colt” Variati ha vergato di proprio pugno una speciale normativa che autorizza il cittadino a sparare su chiunque tenti di forzare una porta (vibrante protesta dei piazzisti), una finestra (vibrante protesta degli amanti) o un camino (vibrante protesta di Babbo Natale). Critiche dal consigliere Rolando (“Sarà una carneficina che favorirà gli affari delle pompe funebri della famiglia Variati”) che si traveste polemicamente da ladro e penetra nottetempo nella Basilica Palladiana. La città, come sempre, resta indifferente.
Sicurezza sulla strada. “La strada è il luogo più pubblico e sociale dei cittadini. Non ci sono giustificazioni per chi cerca di disturbare il santo traffico”. Con queste parole il sindaco Achille “Luger” Variati ha vergato di proprio pugno una speciale normativa che autorizza il cittadino a sparare su chiunque tenti di rallentare il traffico (vibrante protesta dei vecchi col cappello), di incasinarlo (vibrante protesta dei vigili urbani), di parcheggiare dove capita (vibrante protesta degli stronzi in fuoristrada). Accuse del consigliere Rolando (“L’aumento degli incidenti favorirà gli affari delle pompe funebri della famiglia Variati”) che si traveste polemicamente da vigile anziano col cappello e penetra nella Basilica Palladiana al volante di un Hammer 4×4. La città, punta sul vivo, se ne frega.
Sicurezza in centro. “Il centro città è il luogo più attivo e vitale della città. Non ci sono giustificazioni per chi cerca di rovinare quest’armonia”. Con queste parole il sindaco Achille “Smith & Wesson” Variati ha vergato di proprio pugno una speciale normativa che autorizza il cittadino a sparare su chiunque tenti di boicottare il gioioso momento della vasca in Corso Palladio. Panico tra la dozzina di zingari, senzatetto e musicisti di strada ma soprattutto tra le centinaia di negozianti di abbigliamento (cento euro una maglietta) e baristi (tre euro un bicchiere di minerale). Proteste del consigliere Rolando (”La soppressione dei commercianti in centro favorirà l’apertura di nuove agenzie di pompe funebri Variati“) che si traveste polemicamente da commessa da discount con fascia da vigile urbano, cappello da anziano e fisarmonica e penetra nella Basilica Palladiana su un Hammer 4×4 modulabile in furgone ambulante paghi 3 prendi 2. La città, come una sola voce, se ne sbatte.
Sicurezza nel posto di lavoro. “Della sicurezza nel posto di lavoro non importa niente a nessuno. Non ci sono giustificazioni per chi cerca di disturbarmi con queste stronzate”. Con queste parole il sindaco Achille “Remington” Variati ha vergato di proprio pugno una speciale normativa che autorizza il cittadino a farsi del male martellando, fresando, limando, incastonando, infiorettando, agglomerando, cucinando, incollando, scaricando, stoccando purché sottovoce e sottotraccia. Proteste del consigliere Rolando (“Ahò, ma l’opposizione di centrodestra dov’è? Devo fare sempre tutto io anche quando governo?”) che si traveste polemicamente da Rolando. Alla vista del suo fisico da Fassino, della sua barba da Bin Laden e soprattutto della sua chiacchiera da Vanna Marchi, la città finalmente ha un sussulto. Ma niente paura, torna subito normale.
Matteo Rinaldi
Il consigliere Rolando. Non solo esiste ma è anche in gamba. Ho nettamente esagerato con certe battute (mai salirebbe su un Hammer), non con altre (polemizza, chiacchiera e stordisce come e più di Vanna Marchi)
Giugno 3rd, 2008 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Così sfiorammo la Domenica Sportiva
Dal peggior campionato della mia vita a un passo dalla ribalta nazionale. Evitata con uno sforzo sovrumano
Contenuti: allori 10%, pallori 30%, palloni 30%, palloni gonfiati 40%

Nella foto: la mia fidanzata dell’epoca accoglie con entusiasmo la notizia che voglio far carriera nel calcio dilettante
Nel post precedente - uno dei pochi seriosi di questo sito - ho scritto che mi ha fatto una certa impressione presentare L’Officina dei campioni a uomini di calcio come Ciro Ferrara e Antonio Comi.
In realtà anch’io come calciatore ho sfiorato la celebrità. Nella mia unica stagione di terza categoria ero stato invitato con l’intera squadra alla Domenica Sportiva. A tre giornate dal termine stavamo infatti per conquistare un record assoluto: l’unica squadra italiana a concludere un campionato con zero punti all’attivo e un numero di gol al passivo oltre la decenza.
Alla notizia dell’invito mezza squadra fece i salti di gioia. L’altra mezza invece tirò fuori l’orgoglio. In quattro (sì, eravamo in otto, non uno di più) decidemmo che restare a casa con almeno un punto era meglio che andare in tivù a quota zero e a fare gli scemi. Pareggiammo a due giornate dal termine: uno a uno a Maragnole di Sandrigo. La Domenica Sportiva fu perduta. La dignità no.
Non è che ci piacesse giocare in otto. Avremmo giocato volentieri in quattro se il regolamento lo avesse permesso. La squadra si chiamava Atletico e aveva cominciato benissimo il campionato: l’intera rosa era fuggita dopo tre giornate e una trentina di reti al passivo. Il presidente era simpaticissimo, ma anche un pazzo scatenato: faceva il presidente, l’accompagnatore, l’allenatore, l’autista, lo psicologo, il massaggiatore, il giocatore e - non scherzo - l’ultrà. Tutto contemporaneamente. Si chiamava Cimento.
Lo incontrai per caso un giorno di settembre. “Ciao Matteo! Tutto bene? Giochi ancora a calcio?” mi chiese. Certo. Ma quest’anno faccio solo tornei, niente campionato.
“Allora vieni con noi. Abbiamo una bella squadretta, ci si diverte, tutti amici. Ci manca giusto un regista come te”. Davvero? Peccato, allora. Perché forse ricordi male ma non faccio il regista. Magari! Gioco terzino, al massimo stopper e…
“Terzino certo, non è quello che ho detto? Sei quello che ci serve! E dopo la partita tutti nella mia pizzeria a mangiare gratis. Sei dei nostri, Matteo!”
Si capiva che c’era la fregatura. Ma non pensavo a questi livelli. Quando vi allenate? chiedo.
“Allenarci? Ah, già. Ti faccio sapere. Intanto vieni domenica, giochiamo in casa. Così vedi la squadra e decidi. Ti aspetto al campo alle tre meno cinque. Puntuale mi raccomando!”
Mi pareva un po’ strano dover arrivare a meno cinque. Comunque eseguo. Arrivo puntualissimo. Strano. In campo ci sono solo gli avversari che si scaldano. Tifosi ospiti: una ventina. Tifosi di casa: zero. Mah!
Cimento sbuca dallo spogliatoio e mi fa cenno di entrare. Ragazzi, che servizio: mi fanno vedere la partita dall’interno del campo! “Cambiati, forza. Ecco qua: maglietta, pantaloncini, calzini, scarpe. Veloce!” Come? Cosa? Perché? Ma… “Veloce ho detto! Dài che arriva l’arbitro, veloce!”. No, ma, cioè, scusa, io… “Per favore, siamo nei guai. Devi giocare per forza. Se no perdiamo a tavolino. Siamo solo in sette e il numero minimo per scendere in campo è otto. Forza, non vorrai mica farci perdere per colpa tua!”
Eh? Per colpa mia? Comincio a capire che mi hanno fregato. Ma cosa faccio? La cosa più saggia, ovviamente: giro i tacchi e me ne vado. Ci sono giornate magnifiche a settembre e…
“Ah, prendi pure la maglia che vuoi. Io uso la 8, le altre sono tutte libere”.
La maglia che voglio! Non ho neanche mai osato sognare una simile eventualità. Per un attimo guardo la 10. Anche lei mi guarda. Sibila sinistramente o è solo un’impressione? Guardo la 9. Si ritira come un riccio. Prendo coraggio e scelgo la 6, stando attento che non mi morda. Per tutta la vita ho alternato 2, 3 e 5. Già questa mi sembra una promozione. Però non sono mica così scemo. In spogliatoio, noto, siamo in due: io e Cimento. Dove sono gli altri?
“Stanno arrivando, non ti preoccupare - ammicca - Vengono tutti insieme”. Come i professionisti? Mah! Comunque non mi preoccupo affatto. Mi preoccupo quando vedo arrivare il pullman: un furgone dell’Aeronautica militare. Scendono tutti in mimetica. Tutti non è proprio la parola esatta: sono solo in sei. E non basta. Quello messo meglio è un metro e quaranta. Per 120 chili. Il secondo è un metro e novanta. Per 50 chili! Il terzo e il quarto si vede a un miglio che non hanno mai toccato un pallone in vita loro.
“Voi siete la squadra?” domando a metro e quaranta. “Scuatra? E che ne saccio? A noi ci dissero che chi veniva occi sarebbi uscito prima, in licenza, sabbato”
Forse ho capito male. Scusa, tu giochi a calcio? chiedo a 55 chili. “Ma che cazzo stai addì? O qua o a pulire le cucine, ci disse o marescia’. A che si gioca qua, calcio hai detto?”
Non sto esagerando. La situazione era questa. Per salvare la squadra, Cimento aveva stretto uno squallido accordo con un maresciallo dell’aeroporto militare di Vicenza: costui procurava giocatori in cambio di vettovaglie. Ma già dopo le prime partite (0-8 e 0-15 i risultati) i militari preferivano lavare piatti e pentole per tutto il week end piuttosto che venire a fare figure da imbecilli.

Nella foto a fianco: dopo aver provato l’esperienza da giocatori in quella squadra, i soldati si offrivano curiosamente volontari per le operazioni di sminamento
Oggi, grazie allo sforzo compiuto, era stato reintegrato come giocatore. Decisamente migliorato, direte voi. Ma neanche per idea! Era tornato il teppista di sempre. Con due aggravanti: a) aveva superato da un pezzo i quarantacinque; b) pretendeva di discutere ogni decisione dell’arbitro con questa ferra motivazione: “Non si permetta di alzare la cresta: sono arbitro anch’io e molto più bravo di lei!”.
Cosa fate se affrontate undici giocatori normali e siete in otto, scarsi, mai allenati, senza ruoli, impossibilitati non solo a fraseggiare ma addirittura a chiamarvi per nome? ”Tutti in difesa, spariamo via e speriamo in dio!” urlo appena entriamo in campo. “L’allenatore sono io - s’inalbera Cimento, capitano, centravanti e condottiero - Difendersi non serve quando si gioca in inferiorità numerica. TUTTI ALL’ATTAAACCOO!”
Dopo un quarto d’ora siamo sotto di tre gol. L’umiliazione sportiva non ce la toglie nessuno. Ma deve ancora arrivare quella umana: al primo fischio dubbio dell’arbitro, Cimento si scatena. Cinque anni di squalifica gli hanno insegnato a tenere le mani dietro la schiena e a evitare le parolacce. Ma anche così si possono fare follie.
Foto a fianco: un raro scatto del portiere di quella squadra. Dopo sedicimila tiri subiti in 30 partite, fece fortuna come incassatore. Era lo sparring partner preferito del pugile Tyson
“Signor arbitro. In qualità di suo collega, devo avvisarla che lei come direttore di gara è un poveraccio, un incapace, un buono a niente, un reietto, un cialtrone, una schifezza. Fischiare un fallo per questo intervento dimostra che lei fino ad ora ha usufruito del regolamento per pulirsi il deretano giacché io, che sono arbitro come lei ma decisamente più capace oltre che meno arrogante, mai mi sarei permesso di giudicare falloso un intervento che era evidentemente regolare anche agli occhi di un non vedente, di un ipovedente, di un miope, di un astigmatico e…”
Taglio corto, perché lo sproloquio durava anche quindici minuti. Finisce insomma con Cimento espulso, un altro quarto d’ora di monologo, oggetti a pioggia dagli spalti, Cimento che esce dal campo e si accomoda in tribuna a litigare con i tifosi (la sua versione ultrà). Insomma, la durata effettiva della partita non superava mai i trenta minuti. Ed ecco spiegato perché riuscivamo a non perdere mai con più di cinque gol di scarto.
A questo punto avevo due possibilità: a) fuggire in Albania; b) fare l’impossibile per rinforzare la squadra. Contatto circa un centinaio di persone e alla fine porto in squadra gli unici disponibili, tre poveracci. Quanto basta per fare otto persone.
Ma anche così ogni domenica è la solita farsa. I nuovi acquisti coprono il buco lasciato dai militari, sempre più radi e soprattutto sempre più scarsi. Giochiamo al massimo in nove, perdiamo sempre, picchiamo quanto basta per non andare mai in doppia cifra al passivo.
Quando giunge la notizia della Domenica Sportiva, io e i tre umani della squadra decidiamo che non possiamo finire a quota zero. Mica facile: gli avversari considerano il pareggio con noi la peggiore delle umiliazioni. Perciò non regalano niente, anzi. Ma a Maragnole ce la facciamo. Catenaccio assassino e una punta a fuggire in contropiede. Andiamo pure in vantaggio, difendiamo con i denti il pari e riusciamo a non perdere la partita. Perdiamo solo il diritto di andare a farci prendere in giro.
L’autore di quel gol era un ragazzo mica male. Un tipo dalla vita pasoliniana, da margini della città, a suo modo simpatico e piacevole come compagno di squadra. Uno che non tirava indietro la gamba. Morirà sotto un treno qualche anno più tardi. Mai capito quanto involontariamente.
Ma dopo quell’uno a uno era tra i pochi che uscì stringendo i pugni, col sorriso di chi ha vinto una sfida. Di andare alla Domenica Sportiva neanche a lui importava un accidente.
Matteo Rinaldi
Maggio 31st, 2008 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Il nuovo Baggio è in Officina
Presentata a Milano “L’Officina dei campioni”, guida firmata Associazione Calciatori per investire, vincere e guadagnare con il settore giovanile
nella foto:un momento della presentazione. In prima fila il presidente della Lega calcio Matarrese. Al suo fianco Sergio Campana, presidente Aic. Io vesto in chiaro e mi aiuto con diapositive e filmati.
Mi ha fatto un certo effetto spiegare a Ciro Ferrara, ad Antonio Comi e a una cinquantina di professionisti del calcio italiano come si organizza un settore giovanile. Mi ha fatto effetto perché da giocatore non ho mai superato nemmeno la terza categoria. Parlare dalla cattedra a chi ha masticato calcio con Maradona e Platini mi pareva singolare.
nella foto Ciro Ferrara, responsabile del vivaio juventino, seduto sotto al poster di un giovanissimo Ferrara nel Napoli. Da sottolineare: dopo vent’anni stesso fisico e stessa simpatia.
Fortunatamente non parlavo da una cattedra ma in piedi. E soprattutto: non parlavo a caso. Da un anno e mezzo viaggio per l’Italia assieme al collega e amico Gianfranco Serioli (lui sì che ha giocato: in A, in B e in C, segnando una cinquantina di gol), visitando quelli che sono considerati i migliori settori giovanili. Qui ho raccolto e riordinato dati, notizie, esperienze, storie e idee. Obiettivo: realizzare, per conto dell’Associazione italiana calciatori, una guida che dimostri la convenienza dell’investimento nel calcio giovanile. E che aiuti le società, professioniste e dilettanti, a investire con successo.
La guida si chiama “L’Officina dei Campioni” e se riuscirà a spingere una sola società a investire di più e meglio sui propri giovani avrà pienamente raggiunto lo scopo.
Poche spese, tanti risultati
Gli effetti del buon investimento: vittorie in campo, guadagni in cassa
La presentazione alle società di A, a cui si riferiscono anche queste foto, si è svolta il 22 maggio a Milano. Con Ferrara e Comi c’erano i responsabili dei settori giovanili più importanti d’Italia, molti dei quali protagonisti della ricerca: Roberto Samaden dell’Inter (da sottolineare che sia riuscito, nonostante il numero altissimo di stanieri, a lanciare un campione cresciuto in casa come Balotelli), Mino Favini e Lucia Castelli dell‘Atalanta (Favini è un mito vivente tra i talent scout), Marcello Carli e Gianni Palumbo dell‘Empoli (il settore attualmente più innovativo), Aldo Jacopetti della Samp, Marco Lupi del Genoa, Aldo Bartolomei della Roma, Rocco Maiorino e Antonella Costa del Milan, Rosario Argento del Palermo, Barbieri e Coccetti del Siena e il responsabile osservatori per l’Italia dell’Udinese.
Nella foto: Gianfranco Serioli (a sinistra), che ha realizzato con me la ricerca, discute con Di Cesare del Nuovo Calcio e Ferrara
Con loro tanti colleghi dei vivai di serie B e C, a partire da Cesena, Padova, Frosinone, Ancona, Bari, Crotone, Gallipoli, Rimini per arrivare al Montebelluna, il più importante riferimento italiano per il calcio dilettante.
Qui nasce il nuovo Del Piero
Le strategie dei migliori vivai italiani: così lanceremo i prossimi fenomeni
Ora confronteremo il nostro lavoro con le esperienze dei settori italiani non ancora presi in esame. Una volta arricchita e completata, l’Officina sarà presentata, viaggiando per l’Italia, alle società professionistiche e dilettanti.
Realizzata in modo da essere immediata e fruibile (grande uso di titoli, immagini, filmati, dati precisi), la ricerca si divide in quattro parti:
• Perché investire conviene. Le prove che un valido settore giovanile permette di ottenere ottenere risultati nettamente superiori rispetto a squadre con le stesse potenzialità che non investono nei giovani;
Nella foto: chi ha detto che alle donne il calcio non piace? A sinistra Katia Serra, atleta di serie A femminile con molte presenze anche in Nazionale
• Perché investire è un guadagno. I risultati, nero su bianco, di chi punta seriamente sui giovani: più vittorie in campo e più guadagni in cassa;
• Come e quanto si investe. Quanti soldi servono per cominciare, che percentuale investire partendo dal budget totale, quanto tempo è necessario per ottenere i primi risultati, quali sono - e come si evitano - gli errori che affondano il settore giovanile;
• Come si crea uno staff vincente. Che caratteristiche devono avere i dirigenti, come scegliere gli allenatori, quanti soldi investire per le persone, come motivare lo staff;
• Le strutture indispensabili. Dai campi di gioco ai trasporti fino alla foresteria, cosa serve per ottenere risultati;
• Come individuare il nuovo Del Piero. I sistemi con cui si valutano oggi i calciatori su cui puntare.
A destra: brindisi tra Antonio Comi, responsabile del vivaio del Torino e Mino Favini, numero uno dell’Atalanta. Favini (impressionante) ricorda tutto fino ai minimi particolari. A Comi ha ricordato il giorno preciso in cui, ragazzino della provincia lombarda, lo vennero a cercare gli emissari del Torino a bordo di una Bmw scura per strapparlo al Como. La madre, che li vide arrivare al mattino presto davanti al negozio che gestiva, si spaventò convinta che fossero finanzieri o rapinatori
Ultima annotazione. Ci ha fatto piacere scoprire come i responsabili dei vivai italiani (e anche l’ospite d’onore, il presidente della Lega Matarrese) abbiano apprezzato il lavoro, evidenziandone soprattutto la chiarezza e le novità (alcune sorprendenti). Avanti, dunque. Nei prossimi mesi raccoglieremo nuove testimonianze, con il vantaggio dell’esperienza e, soprattutto, della credibilità acquisita.
Matteo Rinaldi
Maggio 29th, 2008 - Posted in Associazione calciatori | | 6 commenti
I Litfiba e la naia senza noia
Il Vicenza torna in C, io entro nel mondo: così ho scoperto Onda araba e la miglior band italiana di fine anni Ottanta

Nella foto, i Litfiba negli anni Ottanta e nell’unica foto non tetra. Erano molto dark nelle immagini e nelle copertine, decisamente più allegri dal vivo
Contenuti: armi 5%, allarmi 10%, informi 35%, uniformi 50%
I Litfiba partono come me per il Car (centro addestramento reclute) a bordo di un treno notturno che attraversa la pianura Padana e mi porta sulla costa ligure. Non li ho mai sentiti prima. Non ho mai visto neanche la Liguria, se è per questo. La cassetta è un prestito di Ninai: “Mi raccomando, la voglio indietro: è il bootleg di un concerto in Veneto”. I Litfiba non sono simpatici, da quel che ho potuto giudicare dalla foto: tristi e soprattutto alti di statura. Mai fidarsi di quelli alti di statura.
Porto sempre musica sconosciuta quando viaggio. Il fatto è che ho l’orecchio difficile: mi ci sono voluti 30 ascolti per apprezzare i Beatles. 250 per sopportare Mozart. Ho superato i cento per i Bee Gees. Niente da fare invece con Bee Toven. Insomma, qualche problema ce l’ho. Perciò i Litfiba saranno perfetti nelle interminabili notti in camerata. Da ascoltare dieci o quindici volte di fila finché riuscirò a farmeli piacere.
Siamo nel 1987, è giugno. Il Vicenza, dannazione, sta retrocedendo di nuovo in serie C dopo aver perso la promozione in A lo scorso settembre per illecito sportivo. Io faccio il giovane cronista a Nuova Vicenza e ho seguito il processo live a Milano. Siccome le squadre coinvolte erano tutte sfigatissime (il Vicenza è tra le più potenti, immaginate le altre) l’atmosfera era surreale. I pochi cronisti dormivano. I giudici anche. Avevano già deciso chi condannare e le difese arringavano senza entusiasmo. Così il Vicenza viene rispedito in B.
Servirebbe un tecnico con due palle così, perché la squadra è valida. Chiamano Burgnich. Da giocatore era un killer, ora sembra un frate francescano. I giocatori partono benissimo ma calano. Si allenano poco e male. Passiamo dal primo posto al terzultimo, domenica dopo domenica.
L’anno prima, con Giorgi, bastava sbagliare una partita per vedere cazziatoni storici. Ricordo il primo allenamento dopo un Vicenza-Brescia zero a zero, giocata malissimo. Giorgi mette la squadra in fila contro il muro dello spogliatoio e li massacra tutti, uno a uno. Sembra il generale Patton. Non fiata una mosca. “Tu, Mascheroni: come hai fatto a farti scappare Birozzi a sinistra quando sai benissimo che si gira solo da lì? Porca puttana! Guai se ti capita ancora. E adesso correre, resistenza, venti minuti. E tu, Savino: dieci volte sei andato a sostegno, almeno sei hai buttato via palla. Voglio vederti tirare. Niente passaggi quando hai lo specchio della porta. Cos’è, avevi paura di sbagliare? Non ti fidi di te stesso? Io invece mi fido. E se mi fido io ti devi fidare anche tu! E allora vai, venti giri. E tu Messersì…” E quello, interrompendolo: “Mister, ma io domenica non ho neanche giocato!”. E Giorgi, come se niente fosse: “Tu Messersì, su dieci volte che hai fatto la fascia hai messo in mezzo due volte solo, e male. Voglio la palla in mezzo almeno sette volte. E la voglio perfetta, tesa, precisa. Se no stai fuori due mesi, chiaro? Vai, trenta giri.”
Se non buttiamo via le ultime partite possiamo farcela. Tornare in C sarebbe un incubo. Ci abbiamo messo quattro anni a risollevarci, l’ultima volta. Ma la squadra non può contare su di me: io parto militare. Anzi, sono già arrivato. È mattina presto quando sbarchiamo in questo strano posto di nome Diano Marina. Il grosso del treno è sceso prima di noi, ad Albenga, dove pare ci sia una gigantesca caserma che sottopone i soldati a torture disumane. La nostra invece è più piccola. Non la conosce nessuno.
Probabilmente non la conosce neanche l’Esercito Italiano: quando arriviamo scopriamo che mancano tutte le nostre uniformi. Anzi, manca ogni cosa per il migliaio di reclute che ciondola nell’enorme piazzale: giacche, pantaloni, calzini, scarponi, mutande… Ore di panico. Poi ci dividono in plotoni, ci sbattono nelle camerate, ci insultano pesantemente e vai che si comincia.
Per cinque giorni siamo soldati in tutto e per tutto ma in abiti borghesi. Cinque giorni, al Car, sono come cinque anni di matrimonio sotto il profilo della convivenza. E mentre impariamo a riconoscere un plotone da un battaglione, un caporale da un generale, un’adunata da una ritirata (sembra facile? Beh, provate!), passiamo le ore sotto il sole marciando molto e male, mangiando molto e male, dormendo poco e male. Siccome l’abito fa il monaco - e se trovo uno che prova a sostenere il contrario lo prendo a schiaffoni - tutto sembra un gioco. Ogni persona attorno a me ha un vestito che lo caratterizza, che gli dà una storia, un passato, un futuro, una personalità. Ha un’anima. Che traspare dalla pettinatura, dalla camicia, dalle scarpe, perfino dall’allacciatura.
Poi arrivano le uniformi. Ci mettono in fila e ci danno un carrello della spesa. Giuro. Entriamo uno per volta dentro a uno stanzone gigantesco diviso in corsie. Un soldato brutto e vecchio (sarà almeno al quinto mese di naia) chiede: “PANTALONI?” “Pantaloni cosa?” rispondo. “LA TAGLIA CAZZO!” urla incendiandosi come un cerino. Ma chi l’ha mai saputa la mia taglia? A me i pantaloni li compra la mamma. Dunque, mi lasci pensare, forse… PLOF! Mi lancia alcuni pantaloni a caso nel carrello e mi ordina di proseguire.
“TESTA?” mi fa un altro soldato bruttissimo e incazzatissimo, almeno al settimo mese. Anche la testa ha una misura? Sono nel panico. PLOF! Macché, neanche il tempo di ragionare. Si va avanti così, senza che io sappia rispondere a una sola domanda. Il carrello si riempie: mutandoni di lana, magliette in tessuti d’epoca, coperte, calzini, zaini… Solo con quello delle scarpe faccio bella figura: “QUARANTATRE!” urlo impavido. “QUARANTATRE FINITI! AVETE TUTTI IL QUARANTATRE, CAZZO! PRENDI QUESTE!” urla più forte il milite, lanciandomi nel carrello scarponi e scarpe da ginnastica numero quarantacinque. Beh, meglio larghe che strette.
Dalla mattina seguente qualcosa cambia. Le stesse facce che per cinque giorni avevano un’anima diventano improvvisamente facce di nessuno. Adesso siamo davvero una massa. Anonima e indistinguibile. Ora è impossibile riconoscere il bresciano dal toscano, l’operaio dall’universitario, il fighetto dal punk, lo sportivo dal formale. Che ci crediate o meno, è impossibile anche mantenere una personalità precisa. L’uniforme - non le marce, non gli ordini, non il bromuro che mettono a tonnellate nel caffelatte - ha fatto di noi quello di cui ogni esercito ha bisogno. Siamo il quarto scaglione 87, seconda compagnia, primo battaglione, dodicesima squadra. Nella cassetta dei Litfiba (che qui al Car ho cominciato ad ascoltare, ma trovo inascoltabile) c’è una canzone che dice:
Guardo / oltre il muro di vetro / l’esercito che passa / uomini neri. Ma che cosa mi succede? / E dove sono gli occhi / di uomini neri
Non so se la trovo inascoltabile proprio per questo: parla di me. Siamo verdi invece che neri, ma il concetto è lo stesso.
Alla lunga questo bootleg dei Litfiba diventa speciale. Come l’anno di militare. Tempo perso, senza dubbio. Però è anche la prima occasione che ho per uscire dal mio mondo. Io mica lo sapevo che ne esistevano di così diversi a due passi dal mio. Persone che considerano il nonnismo buono e giusto. Persone che non parlano neppure l’italiano e magari vivono a Cogollo del Cengio, quaranta chilometri da casa mia (indimenticabile un collega che alla notizia “Per il casino che è successo in fureria, siccome non trovano il colpevole, fanno denuncia contro ignoti” risponde “Ostia! Chi xeo Ignoti?”. Persone che spaccano la faccia a uno senza pensarci due volte. E persone che non parlano l’italiano ma hanno un comportamento così diritto, così giusto nella loro semplicità, che mi fanno invidia. E poi ci sono un mucchio di ragazzi che subiscono il nonnismo con naturalezza e con la stessa naturalezza lo fanno. E addirittura (questi mi sconvolgono più di tutti) ragazzi che subiscono il nonnismo a disagio ma dopo pochi mesi lo ripetono tale e quale, trovandoci gusto.
Queste cose ho dovuto viverle per capirle. Altrimenti non ci sarei mai arrivato. Come i Litfiba. Una sofferenza, in camerata. Sulla branda del car, che ha la rete così sfatta che sfiora il pavimento, non resisto più di tre canzoni. Poi per fortuna mi addormento.
Sulla branda del distretto arrivo a cinque canzoni prima di rifugiarmi nel classico: Dead Kennedys, Gaz Nevada, Bowie. Qui le brande sono ancora più vecchie: le reti così sfatte che i ciccioni toccano il pavimento con le chiappe. Poi un giorno arriva uno di Pavia particolarmente sveglio. Con un appendiabiti in ferro dell’esercito (li facevano così solo per noi: venti chili l’uno, bisognava riciclare una 127 per fornire l’armadietto di un soldato) piega le maglie della rete, tendendola come la racchetta di Ivan Lendl. Lo faccio anch’io. Alla fine del lavoro ho le mani sanguinanti, ma il letto non è solo teso: è duro, eretto, esplosivo. Non ho mai più dormito bene come allora.
Intanto il Vicenza retrocede. Ma io mi consolo coi Litfiba. Divento da burba a medio prima di riuscire ad arrivare in fondo. Divento borghesia e quasi quasi li sopporto. Quando finalmente mi piacciono, sono ormai congedante: ho scucito tutti gli elastici della mimetica e ho cucito le tasche supplementari sui pantaloni. Il militare finisce e riesco a vederli anche dal vivo, a Oderzo. C’è poca gente: qualche centinaio di persone. Loro sono bravissimi.
Li rivedo a Verona un anno dopo. Siamo dodici persone esatte. Quando salgono sul palco, ho paura che s’incazzino con noi e se ne vadano via. L’ho visto fare, a un concerto. Invece Pelù dice: “Siamo pochi stasera… (pausa inquietante) … Pochi maaaaa BUONIIII!!!” e cominciano a suonare benissimo.
È il più bel concerto della mia carriera di spettatore. Chiediamo i pezzi da sotto i palco, senza neanche alzare la voce. È che sembra brutto salire e suonare anche noi, ma l’atmosfera è così pacifica che quasi quasi ce lo chiedono loro. Hanno pubblicato da qualche tempo 17 Re, per me il più bel disco italiano di fine anni Ottanta. I titoli - Resta, Tziganata, Cane, Pierrot e la luna, Oro nero - sembrano demenziali. Invece i pezzi sono tutti bellissimi, trascinati da un basso che sembra un motore, una chitarra elegantissima, una tastiera raffinata e la voce, calda e sempre sopra le righe, di Pelù.
Li vedo la terza volta a Noventa Vicentina, all’aperto. Stanno per pubblicare un nuovo disco di cui anticipano un brano. Non mi sembra all’altezza di 17 Re. C’è poca gente, come sempre, ma soprattutto c’è qualcosa che non va nell’impianto. Piero Canta stonato di mezzo tono. Però se ne frega, e fa bene.
Li vedo per l’ultima volta a Padova. Da pochi mesi hanno pubblicato il nuovo disco che comprende Tex, Viva Cangaceiro, Luisiana. Sorpresa: c’è un pienone pazzesco, fai fatica a muoverti. Sono contento per loro, un po’ meno per me. Ma capisco che è demenziale restare legati al mito del gruppo “bravissimo ma sconosciuto”. Meritano di avere estimatori, guadagni, folle in crescita e sbarbe adoranti che attaccano i poster sopra il letto. Però i pezzi mi piacciono meno, per quanto mi sforzi a riascoltarli.
Pazienza, riascolto i vecchi. Che anche oggi mi sembrano bellissimi, pieni di energia, di poesia, di passione. Il primo pezzo che mi ha fatto innamorare, sulla rete da acrobata dal distretto, era Onda Araba. Magnifica canzone in due accordi (re e re diesis, mai sentita una roba simile) che dice:
L’invasione / della radio / un minuto un minuto e mi raggiungerà /Progressione / della radio / arriva da Oriente e mi trasformerà /Cambia luce / e maschera / si moltiplica e segna / cerchi di fuoco e sabbia
Intanto loro diventano sempre più apprezzati, e poi litigano, e fanno casino, e insomma va a finire come va a finire sempre.
Un giorno li sento per radio che parlano del passato. Fanno ascoltare un pezzo di 17 Re e chiedono a Piero e Renzo, il chitarrista: cambiereste qualcosa oggi di queste canzoni? Loro rispondono in coro: “Il basso”. Spengo la radio.
Matteo Rinaldi
Maggio 20th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti
Un tranquillo week end a vela di paura
Ecco perché la vela è l’unico sport che riesce a trasformare due tranquilli giorni di aprile in un incubo. E tre persone mediamente capaci in perfetti imbecilli
Contenuti: orrore 40% squallore 40% colore 19% ardore 1%
Questa storia non la racconto con troppe parole. Lascio parlare le immagini. Brutte immagini, tra l’altro. Le ho scattate con una Olympus tascabile, scelta apposta per la barca a vela: è la sola a un prezzo contenuto con obiettivo da 28, che permette di inquadrare il pozzetto direttamente dal pozzetto.
Buona visione.
Il viaggio da casa al porto di partenza è notoriamente costellato di imprevisti: code, forature, manifestazioni, incidenti, atterraggi Ufo e qualunque sfiga possa farvi ritardare di ore. Ma noi (Matteo, Andrea, Stambino) per la prima volta, arriviamo in perfetto orario. Dovevamo capire da qui che qualcosa non andava: avremmo dovuto tornare immediatamente indietro.
Stambino (a sinistra) ha l’influenza. Perciò veste come Soldini a gennaio. Glielo dico e replica “Soldini di Nonna Abelarda?”L’ultima volta è stato malissimo: mezza giornata disteso, a lamentarsi. L’altra mezza è andata meglio: seduto, a lamentarsi. Chissà perché nelle pubblicità delle barche ci sono sempre donne bellissime, nude e felici. Sanno perfino chi è Soldini.
Usciamo dal porto e il vento rinforza. Siamo un po’ preoccupati perché il windex è rotto e non abbiamo mai veleggiato senza. Per sicurezza ho portato una videocassetta, che ha il nastrone largo e grosso, perfetto per la sartie.
Su le vele. Ahò, impariamo in un attimo anche senza windex. Ci si diverte sul serio. Veleggiamo qualche ora, mangiamo, veleggiamo. La barca ha molti pregi fuorché uno: impossibile fare movimento. E dopo un’ora di bolina, in giornate come questa, per scaldarsi ci vorrebbe il caminetto.
“Il mare senza bagno non è il mare” dico. Così mi butto in acqua (gli altri sono in giubbotto). L’ingresso è magnifico: mi sento come Jack Nicholson in Shining, quando viene chiuso nella cella frigorifera. Fortunatamente Andrea imbrocca, per la prima volta nella sua carriera di velista, un’impeccabile manovra di recupero uomo a mare. Altri trenta secondi e mi avrebbero rivenduto a Chioggia, il giorno dopo, come tonno d’altura.
L’immagine è fittizia, ma voglio vedere voi a fotografare nel terrore. Stiamo rientrando tranquilli e beati, anche se ho curiosamente le labbra viola, i piedi blu e visioni da acido lisergico. Il cielo è azzurro, non c’è una nuvola, non c’è un’onda. Quand’ecco che…
Ricevo improvvisamente un sms da Mistro, il mirabile autore di Velablog, che conosco solo per iscritto senza averlo mai visto di persona né sentito per telefono. “Dove siete?” scrive. “Stiamo rientrando” rispondo. “Bene” mi bippa. “Perché?” digito. “Sta arrivando ventone” replica. “Ventone? Ma se…” Il messaggio mi si blocca sulle dita. Stiamo entrando nelle bocche di porto di Venezia, vele a farfalla e arrivano dal nulla 116 nodi.
Andrea (al timone) va nel pallone e non riesce a mettersi prua al vento. La barca beccheggia, rolla, tatanza e smanarunzia. Lo so che non esistono questi termini; sono per rendere l’idea. Gli dico “Stai calmo, accendi il motore che viriamo con calma”. “Non ci riesco! Non ce la faccio!” urla. Mi giro e vedo che la poppa, sollevata da vento e onda, è altissima. L’elica gira e urla, interamente fuori dall’acqua. Mi verrebbe da ridere, peccato che il terrore mi impedisca di divertirmi. (nella foto: il curioso colore dei miei capelli in quei momenti)
Dico: “Andrea, stai calmo e rilassato”. “Sono calmissimo - replica - Ora mi butto in acqua, ma calmissimo, non preoccuparti”. “Sei un grande velista, ce la faremo” lo incoraggio. In realtà vorrei dirgli: maledetto, hai anche la patente senza limiti, mentre a me mi hanno bocciato e mi sono dovuto accontentare della entro 12 miglia. Cazzi tuoi, ora!
Ma la vela è bella per questo. Perde la testa uno, si sfrutta quella dell’altro. Riusciamo a ormeggiare nel primo buco libero in soli trenta minuti, dopo aver semplicemente sudato 5 litri, perso 2 chili e giurato solo 12 volte che avremmo per sempre cambiato hobby. Stambino scende e si rifiuta di risalire. Tornerà a Vicenza in treno. Peccato, soprattutto per la somiglianza con Soldini.
Hei, che problemi ci sono? Io e Andrea abbiamo letto il Glenans, sappiamo riconoscere perfino i segnali della pesca a strascico. Io poi cito un cantiere per ogni lettera dell’alfabeto. Ci rimettiamo in marcia per raggiungere un porticciolo: una pizza, una bella nottata e tutto sarà di nuovo fantastico.
L’autore, a sinistra, e Andrea si preparano per la notte a bordo del Beneteau. Purtroppo per loro nessuno dei due è gay. Saranno svegliati la mattina seguente da una corroborante e allegra doccia: l’umidità di condensa che, formatasi sulla tuga durante la notte, cade violentemente su di loro alle prime luci del mattino.
Il giorno dopo la Grande Paura navighiamo a vela - praticamente senza mai accendere il motore - per l’intera laguna zigzagando con arte tra piroscafi, briccole, motoscafi e petroliere.
Magnifico il tragitto: Alberoni, Malamocco, lungomare Lido (insalata di mare alle una, di bolina) niente bagno (cristo, fatelo voi stavolta), bocche di porto di Venezia, Torcello, Burano, Murano, Campalto. Il giorno dopo Mistro mi scrive: “Avevo paura di offendervi a scrivere meglio che ammainate”. Gli replico gentilmente, ma vorrei tanto scrivergli: La madonna Sergio, la prossima volta ordina semplicemente “SCAPPATE!” e non preoccuparti: non mi offendo neanche un po’.
Matteo Rinaldi
Maggio 15th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 56 commenti
