Eeeh?
A.a.a. formatore di comunicazione con esperienza, già copy writer pubblicitario con esperienza, offresi gratuitamente per realizzare campagne più efficaci.
Disponibile anche a pagare di persona pur di non vedere più messaggi così insulsi, vuoti e irritanti, assicura che tra “Meno tasse per tutti” e “Ti presento i miei” c’è perfino una terza via, necessariamente più dignitosa e percorribile.
Matteo Rinaldi
gennaio 27th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Musicisti da marciapiede
In questo periodo Vicenza è piena di chitarristi. Uno suona sotto alla Basilica: niente amplificatore, Francesco Guccini di repertorio, tecnica 5 e mezzo, voce 5 e mezzo, impegno 8. L’impegno vale più di tutto, però resisto quattro strofe poi scappo via.
In Corso Palladio c’è una fricchettona. Pare svedese o norvegese, ma magari è di Barletta. Canta a squarciagola e suona a squarciachitarra. Le dò 8 perché è radiosa nel suo sorriso incurante ma scappo alla seconda strofa.
Altri vanno e vengono. Un chitarrista che pare peruviano, ma magari è di Gorizia. Canta e suona pulito e preciso ma senza sentimento. Un altro ha una fender elettrica e un ampli da stadio. Sta sempre accordando, come se il suono non lo convincesse appieno. Ci impiegava meno tempo Herbert von Karajan, noto perfezionista, a preparare la sua orchestra di 101 elementi.
L’altro giorno ne ho visto un altro da lontano. Ho sentito il suono. Sei secondi di suono. Meraviglioso. Inimitabile. Anche da lontano. Mi sono avvicinato: era Valter Tessaris, di cui ho già parlato in un vecchio post. L’ho salutato, felice di sentirlo nella mia città. Aveva un piccolo ma potente ampli, un paio di effetti da rockstar e una bicicletta da acrobazie con cui li porta al traino.
Mi ha svelato l’arcano: “A Padova non puoi più suonare amplificato. A Vicenza basta una licenza. Dunque eccomi qua. Suono anche in giro per locali e a qualche festa“.
Sono rimasto ad ascoltarlo osservando le persone. Nove decimi nemmeno si accorgevano di cosa esce dalla chitarra acustica e dalle mani di questo tipo. Qualcuno, più sensibile, si fermava a distanza ad osservare. Uno su trenta (chitarrista o musicista, senza dubbio) inchiodava la morosa sul posto, sgranava gli occhi ed entrava praticamente in trance. Il più simpatico ha tirato fuori dalla tasca non gli spiccioli ma cinque euro tondi dicendo “Quando una roba merita, merita“.
Prima volta che conosco uno che mette cinque euro come me. Ma lui ha fatto di più: ha chiesto un brano. Cristo. Pensavo non fosse possibile. Anzi, ha chiesto la strasentita e strapetulante Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Volevo fuggire ma ho avuto l’illuminazione: se uno è davvero bravo, con la testa e con il cuore prima che con la tecnica, riesce a rendere ascoltabile anche il brano più abusato del mondo. Riuscirà a renderlo personale senza volerlo rendere per forza originale?
C’è riuscito eccome. È piaciuto perfino a me. Allora mi sono buttato anch’io: gli ho chiesto di improvvisare qualcosa in stile Nick Drake. “L’ho sentito – ha detto lui – ma molto tempo fa. Non ho presente, non ricordo nemmeno un pezzo. Comunque ci provo“.
“Usava accordature aperte” ho suggerito per aiutarlo. Va detto che ci sono circa seicento tipi di accordature aperte.
Mi ha guardato pensieroso e ha riaccordato la chitarra: otto secondi ci ha messo. Poi ha dato una pennata e ho sentito l’anima di Nick che sospirava con un sorriso. Ha improvvisato cinque minuti di Drake che non sembravano nessun pezzo di Drake ma in un certo modo li contenevano tutti.
Se vivi a Vicenza in questo momento non vale la pena di fare scambio nemmeno con New York.
Matteo Rinaldi
gennaio 23rd, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 1 Comments
Patrizia e la canzone fondamentale
Ad agosto ho comperato l’ultima opera di Patrizia Laquidara. La cantante e autrice catanes-vicentina è considerata da anni una delle più belle voci nazionali e come tale beatamente ignorata. Il cd si chiama Il canto dell’Anguana e mette in musica filastrocche popolari dell’Alto Vicentino.
I testi avrebbero fatto la felicità di Luigi Meneghello. La voce di Patrizia fa la mia. Il brano più bello, curiosamente, non ha niente a che fare con il Vicentino: è il Canto dei battipali, canzone che intonavano gli operai veneziani quando piantavano le briccole, i pali di legno che da centinaia d’anni sostengono la città.
Immagino le ore di fatica. Ore, giorni, mesi, anni, decenni. Sopra questi pali, milioni, poggiano tutt’ora i più bei edifici in pietra d’Istria del mondo. Sostengono le più belle visioni del pianeta. Supportano milioni di passi quotidiani, in lento e democratico incedere da ogni terra.
A questo penso, ogni volta che l’ascolto. Perché da sopra non lo sai, non lo immagini nemmeno, la semplicità e la fatica che stanno sotto. Se la canzone fosse stata cantata per ogni palo piantato, anche una volta soltanto, altro che O sole mio, altro che Yesterday: sarebbe la più cantata del mondo.
Ps: un tempo si cantava lavorando non solo per far passare il tempo o per darsi il ritmo, come molti pensano. Si cantava per aprire i polmoni, rifiatare, sentire meno la fatica.
Qui Patrizia e i bravissimi Hotel Rif piantano un nuovo palo su youtube.
Matteo Rinaldi
gennaio 19th, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti
Una tragica fatalità
Estratto live da una lezione pratica di navigazione per patente comando unità da diporto. Voce dell’istruttore.
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio ala carta nautica. Varda davanti intanto! Un ocio al’acqua. Varda a sinistra nel fratempo. Un ociata anca al mar: dal color de l’acqua te capissi el fonda’e. Varda el gipiese, ogni tanto. E do oci alla costa. Ansi: almanco oto oci alla costa. Sempre. Mai, mai, mai massa vixin ala costa. Mai sacranon! Un’ociada al’ecoscandajo. Mai dismentegarte.”
“Varda anca a dritta però! Un ocio ala strumentaxion. E varda anca in alto, che non se sa mai. Un’altra ociada all’ecoscandajo, intanto. Sempre. E varda anca in basso. Quanti oci te xe rimasti? No importa, un ocio anca indrìo“.
Lungo respiro, cinque secondi di pausa. Poi ricomincia daccapo:
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio alla carta nautica. Varda davanti intanto!…” (senza sosta, per mesi, mesi e mesi).
Bisogna assolutamente che uno se la vada a cercare.
Matteo Rinaldi
gennaio 16th, 2012 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Gom’orra senza apostrofo
Vi riporto un pezzo di Alessandro Gnocchi tratto da Giornale. L’autore prende per i fondelli Saviano, con stile e con valide ragioni. A me Saviano piace moltissimo, sia quando parla (vedi post al riguardo) sia quando scrive. Il che non mi impedisce di apprezzare le critiche, anche feroci. Questa per me è buona comunicazione. O se preferite, buon giornalismo. (m.r.)
Alessandro Gnocchi scrive decisamente meglio di come veste
Se lo stesso errore di grammatica lo avrebbe fatto un giornalista, il direttore lo licenziava dopo averlo sgridato forte. Se invece lo avrebbe fatto uno studente in un tema, la professoressa ci dava cinque dopo averlo sgridato forte. Invece l’errore l’ha fatto lo scrittore Roberto Saviano, e la sua immagine, secondo illustri commentatori quali Beppe Severgnini del Corriere della Sera, ne è uscita fortemente migliorata.
I fatti. Saviano, adepto del social network Twitter, posta un cinguettio in un italiano lievemente discutibile: «Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola»?
Alla domanda non sappiamo rispondere, essendo ignoranti sui massimi sistemi, in compenso il peso specifico di quell’accento tra «Qual» ed «è» è sufficiente (o sufficente?) per essere bocciati alla maturità. Tutto qui. Niente di speciale. Chi non fà errori di ortografia per distrazione, per sonnolenza, perché i tasti del pc sono vicini, troppo vicini, scagli il primo iPad.
Bastava farci sopra una risata, senza troppi patè d’animo. Invece Saviano, icona del bello scrivere secondo molti ma non tutti (Antonio Socci ha documentato lo stile trasandato della prosa savianesca), ha voluto rincarare la dose. Non ha detto come un grandissimo uomo del XX secolo: «Se sbaglierò, mi corigerete». Di essere correggiuto dai suoi followers, o fedeli, o fan, l’autore di Gomorra non ne ha voluto sapere. E ha replicato con dubbia modestia, di certo un po’ scherzando ma comunque paragonandosi a un Premio Nobel e a un geniale autsaider delle patrie lettere: «Ho deciso continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come Pirandello e Landolfi».
Giusto. Le convenzioni borghesi come la grammatica non vanno smontate dall’interno ma attaccate frontalmente. Se poi, oltre a Pirandello e Landolfi, c’è l’avallo (o avvallo, non mi ricordo mai) di un pezzo grosso come Severgnini, davvero non c’è problema. «L’ha corretto, ma non deve vergognarsi – scrive Severgnini – Tutti sbagliamo, e su Twitter non esistono correttori automatici. Non solo: quell’apostrofo è la prova che Saviano, i tweet, se li scrive da solo». Che autenticità meravigliosa, in quello sfondone. Anche Gianni Riotta ha tentato una difesa d’ufficio sul web, tomi di grammatica alla mano, ma era una evidente gentilezza verso un amico.
Ora urge riunione di redazione in via Solferino per decidere la linea. Pochi giorni fa, un’altro autorevole editorialista del Corriere, Gian Antonio Stella, aveva redarguito l’onorevole Michaela Biancofiore, chiedendosi chi l’avesse promossa alle elementari, visto che la deputata Pdl inciampa su accenti e apostrofi («senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità degli elettori…»).
Ecco la risposta: l’onorevole Biancofiore è stata promossa dallo stesso maestro che ha promosso lo scrittore Saviano.
Alessandro Gnocchi
gennaio 12th, 2012 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti
De Sanctis a Lie to me
Polemiche sul web per le immagini del portiere del Napoli contrariato dopo un gol della sua squadra. Combine andata buca o comunicazione non verbale mal interpretata?
Così De Sanctis dopo il gol della sua squadra: espressione contrariata o liberatoria?
“Il video sta facendo il giro della rete” scrivono i giornali stamattina. “In tempi di sospetti sul mondo del calcio, molti esigono spiegazioni. La partita è Napoli-Lecce dello scorso 3 dicembre. Mancano sette minuti alla fine e il Napoli segna il gol del 4 a 1. La telecamera di Sky riprende la reazione del numero 1 napoletano, Morgan De Sanctis. Che non esulta ma scuote la testa. Lui replica: “Una reazione istintiva, avevamo appena rischiato di subirlo“. A voi cosa sembra? Questo il video dal sito di Repubblica.
Secondo me - che la comunicazione non verbale studio e insegno - De Sanctis reagisce come un portiere che vede la sua squadra segnare dopo aver sbagliato molto e dunque rischiato. È come se commentasse: “Io avrei segnato mezz’ora fa!” La reazione di chi vede sfumare una combine – di questo lo accusano – è completamente diversa. Chi si sente tradito comunica rabbia e delusione. Con tutt’altri gesti inconsci.
Il viso di De Sanctis esprime liberazione da una situazione fastidiosa: l’espressività è cadente, quasi sfinita, contrariata per l’attesa troppo lunga. Se il gol lo avesse preso in contropiede (scusate il gioco di parole), avrebbe espresso tensione e rigidità: occhi più penetranti, labbra strette, pelle tirata.
Anche il suo corpo mi dice la stessa cosa: De Sanctis allarga appena le braccia. Ci intuisco un “Finalmente, ci voleva tanto?“. Tutt’altri movimenti avrebbero sottolineato un “No! Non doveva andare così!”
Poi torna indietro, verso la porta, con passi stanchi e braccia quasi penzoloni. Finalmente è fatta, mi dicono. Tant’è che chiede “Quanto manca?” al compagno dietro alla porta. Quando invece subiamo una delusione, irrigidiamo le spalle e le portiamo in avanti. Allo stesso modo irrigidiamo le braccia, le mani e i movimenti. Diventiamo quasi meccanici.
Così la vedo io. Scommetto che Tim Roth di Lie to me la vedrebbe allo stesso modo.
Matteo Rinaldi
gennaio 10th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Baricco mi ci ficco
Lo scrittore inserisce Fantozzi tra i suoi capolavori della letteratura. Applaudo e condivido
Alessandro Baricco: bravo a scrivere, intrattenere, provocare. Insomma, comunicare.
“Non è il caso di esagerare, ma se c’è una cosa che si chiama letteratura italiana questo libro ne fa parte. Scrivere libri che fanno molto ridere è possibile ma non necessariamente porta a fare letteratura. La cosa riuscì a Paolo Villaggio, a cavallo tra gli anni 70 e 80, e adesso è bello riconoscerlo, con il giusto entusiasmo. (Appartiene alla) spina dorsale della letteratura umoristica italiana. Se un bambino mi arrivasse con Fantozzi in mano e mi chiedesse «Cosa racconta?», io saprei la risposta. La tristezza, direi. (…) Non credo che ci sia qualcuno, dotato di un minimo di sensibilità, capace di arrivare alla fine senza le lacrime agli occhi. Di che tipo, questo è difficile dirlo”.
Alessandro Baricco inserisce Fantozzi di Paolo Villaggio tra (i suoi) capolavori della letteratura italiana nello speciale settimanale di Repubblica. Non mi stupisco che i lettori di Repubblica commentino il fatto nel modo più classico: totale silenzio. Succede a tutti noi quando non capiamo qualcosa: non potendo ordinarla tra i buoni né tra i cattivi, fingiamo che non esista.
10 e lode a Baricco. Il dieci per il magnifico Novecento (sugli altri libri si può discutere, non su questo), la lode per il giudizio su Fantozzi: condivido pienamente, ben sapendo quanto sia difficile convincere il mondo che:
- l’umorismo è molto più utile del seriottismo;
- far ridere è tre volte più difficile che qualunque altra cosa: far pensare, fare arrabbiare, far innamorare, far sospirare, irritare, rattristare, scandalizzare. Eccetera.
Questo riconoscimento arriva quasi cinquant’anni dopo la nascita di Fantozzi, che (lo ricordo ai giovani) nacque come racconto breve nei primi anni sessanta, senza immaginare che sarebbe poi diventato televisione e infine cinema. Mezzo secolo di attesa, dunque.
Mi consolo: nel 2050 pubblicherò post mortem i miei racconti velici, calcistici e musicofili. Vedi mai che Baricco sia ancora in giro.
Matteo Rinaldi
gennaio 9th, 2012 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Comunicome?
(m.r.) L’attore greco Polos (V secolo A.C.) si vantava del fatto che quando parlava in scena non era distinguibile da quando parlava nella vita. Pensate a dov’erano arrivati 2500 anni fa. Eppure, da allora, ci sono due scuole: a chi piace, a chi no. Chi vuole naturalezza, chi predilige l’enfasi.
gennaio 6th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Fascisti in falsetto (in morte di G.B.)
Nel 2002, sul mio sito di satira Pennarossa.it, mi divertivo a parodiare i personaggi del momento: politici, uomini di spettacolo, giornalisti. Giorgio Bocca mi piaceva perché trasudava tonnellate di sdegno ogni volta che si occupava di politica. Scrissi questo falso divertendomi molto. A rileggerlo mi pare ancora degno. Se qualcuno si offende, che lo spirito di G. B. possa prenderlo a schiaffoni.
Contenuti:
sdegno e furore 50%
odio e rancore 50%
futuro migliore 0%
Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, dall’editorialista di Repubblica e dell’Espresso Giorgio Bocca.
Questa sarà una buona giornata, ho sperato stamane levandomi alle sei precise. Aria tersa, temperatura mite, sole alto, cielo azzurro con qualche nuvoletta e… Maledizione! In quel cielo ho rivisto l’odioso simbolo del partito di plastica, del piazzista di Arcore e dei suoi servi, cortigiani, nani e ballerine. No, non era una buona giornata.
Di slancio, ho scritto un pezzo a tutto sdegno per Repubblica. Tema: il piazzista di Arcore, servi e cortigiani, nani e ballerine. Lo ammetto, è sempre lo stesso da un anno a questa parte. Ma sugli aggettivi mi scateno: oggi, ad esempio, adopero solo quelli che iniziano per E. Ebeti entusiasti, esecrabili egoisti, ergastolani evasi, emendabili egocentrici, esilaranti epuloni, emeriti eversivi, esasperanti estirpatori. Senza neanche consultare il dizionario.
Conclusa la fatica ho nuovamente sbirciato fuori: il sole splendeva alto, tronfio e borioso. Esattamente come il mafioso piduista vendifumo, ho pensato amaramente. Davvero una pessima giornata.
Stringendo i pugni, mi sono rimesso all’opera per il Venerdì. Tema: il piazzista di Arcore, servi e cortigiani, nani e ballerine. Tocca alla F: forzisti faccendieri, facce facinorose, falchi e faine, fascisti in falsetto, fanatici fanfaroni, falliti e fannulloni, fantocci farseschi, falsari e farabutti. Ho consumato quasi un intero vasetto di sdegno, ma ne è valsa la pena. E con il resto, giacché mi sentivo ancora ispirato, ho scritto anche per D Donna. Tema: il piazzista di Arcore, servi e cortigiani, eccetera. Via con la G: gaglioffi gabbatori, guappi in ghingheri, gradassi giacobini, grugni grotteschi, gendarmi genuflessi, goffi gerarchi, guastatori gozzoviglianti e grossolani.
Dalla finestra il sole mi guardava sprezzante. Ora però erano sparite le nuvolette bianche. Inconsistenti come gli sciocchi cortigiani di governo, inutili come le briciole di potere che vanno elemosinando. Davvero una giornata nata male.
Che resta da fare in questa povera Italia? Lavorare! Altro pezzo sul piazzista di Arcore. Aggettivi con la H. Ma siccome non sono più scemo di voi, l’ho scritto per Toscana Oggi: hanaglie hompiascenti, hospiratori a hottimo, hafoni al hapolinea, harcerieri hongiurati, homici hamerati in hancrena, harogne hapricciose, harnefisci hannibali. Prendete e portate a casa.
Dalla finestra, una minacciosa nube nera si avvicinava da est. Per un attimo ho pensato di sorridere. Poi l’ho guardata bene: aveva la forma di Casini. Una vera giornata di merda.
(m.r.)
dicembre 28th, 2011 - Posted in Chi non ride si rode | | 1 Comments
L’Overlook hotel apre a Venezia
Conclusa la nuova edizione del corso “Al mio segnale scatenate l’inferno” organizzato dall’Ebt di Venezia per gli albergatori. Speriamo non trasformi le protagoniste in nuovi Jack Torrance
Jack Nicholson, campione di espressività nella parte di Jack Torrance, in una celebre foto dal film Shining
“Al mio segnale scatenate l’inferno” è il corso che ho ideato un anno fa e proposto con successo al Forema, la società che si occupa di formazione per Unindustria Padova. In attesa di organizzare la seconda puntata ho sperimentato una nuova edizione, con nuovi formatori, per l’Ente Bilaterale Turismo di Venezia.
Ho diviso il corso in tre giornate dedicate una corpo, una alla voce e una alla parola. Rispetto all’esordio ho affidato la parte riservata al corpo (gestualità ed espressività) a Pino Costalunga, attore e insegnante di recitazione. Pino è bravissimo a lavorare con ragazzi e bambini: una garanzia, perché se riesci a motivare un minorenne non hai nessuna difficoltà con un adulto.
Così è stato. Pino ha lavorato con sistemi che vale la pena di scopiazzare senza pietà. Ad esempio facendo indossare ai partecipanti maschere bianche e inespressive, tipo quelle del film Eyes wide shut. Una bella idea perché fa capire al volo quanto sia essenziale affidarsi al corpo e alla voce quando la nostra faccia non è più in gioco. E quanto sottovalutiamo l’espressività del corpo, della voce e del gesto nella vita quotidiana.
La parte dedicata alla voce è toccata a Massimo Alì, che la scorsa primavera si era occupato del corpo. Perché Massimo è un actor coach ma anche un insegnante di doppiaggio, nella sua Firenze. Con lui gli albergatori hanno lavorato sulla voce e contemporaneamente sul corpo, applicando esperienze e suggerimenti in diretta dal mondo del cinema, raddoppiando difficoltà e consapevolezza.
Mi ero tenuto la parte finale: la parola. Con una premessa rischiosa alla sala: “Prometto che farò meglio dei miei due colleghi“. Pur avendo dato il massimo, non so davvero se ci sono riuscito. Perché ho messo assieme le tre cose e non è sempre automatico, nemmeno con l’esperienza, arrivare al massimo obiettivo. Aspetto i giudizi finali.
Ma va bene così. Ci sono colleghi formatori che pur di non sfigurare si circondano di collaboratori evidentemente inferiori. Quasi ci tenessero a marcare la differenza. Io pretendo di lavorare con persone che stimo e che hanno sempre qualcosa da insegnarmi. Se sono più brave di me, tanto di guadagnato.
Eventualmente mi vendico: faccio a meno di chiamarle la prossima volta.
Matteo Rinaldi
dicembre 20th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments





