La parola che cambia la giornata

Trasformare un triste pomeriggio autunnale in un giorno di sole: a volte basta poco

nella foto: l’ex ministro De Michelis, perfetto testimonial per la parola chiave di questo post

Ascolto questo vecchio disco dei Pitura Freska. L’ho appena scaricato ma non mi convince. Vuoi per l’orecchio difficile (a me neanche bianco Natale pare orecchiabile, al primo colpo), vuoi perché, da bravo veneto, temo quel che non ho ancora tastato. Ocio! Foresti! No sta dar massa confidensa. Dò retta a Skardy per un po’, quindi lo relego nello strato inferiore del cervello. In quello superiore chissà quali geniali pensieri sto elaborando. A un certo punto sento:

Ridicoi, cercatori de pericoi
buei, venditori de putei
moltoni, che se inpianta i siliconi.

Moltoni. Esplosione di colori nella testa. Gli stessi dell’astronauta di 2001 odissea nello spazio quando entra nell’orbita di Giove.

Moltoni. Flash di suoni e odori. Gli stessi del critico gastronomico di Ratatouille, quando mette in bocca la prima cucchiaiata.

La giornata cambia sapore: spunta il sole, butto il cappotto di grigiore dalla finestra, aspiro come Maiorca che risale dalle profondità del record. Plano nella San Pio X degli anni settanta. Molton lo dicevano papà e mamma, non più di una volta all’anno però. Mamma è di Arcugnano ma a noi figli ha sempre parlato in perfetto italiano. Al massimo sbagliava le doppie (paralello invece di parallelo). Talvolta le sbaglia ancora, ma sospetto che lo faccia apposta: noi ridiamo e la prendiamo in giro, e alle mamme piace sentire i figli ridere. Anche se hanno quarant’anni, fanno a loro volta i genitori e fingono di sbagliare il nome dei Tokio Hotel.

El me xe vegnù dòso fa un moltòn! 

Ci sono parole a cui nessuna traduzione potrà mai rendere giustizia. Molton è più di grande e grosso, più di sgraziato e rigonfio, più di superiore alla media, molton sarebbe quasi invidiabile se non fosse per… Per cosa? Non c’è modo di renderne il senso con l’italiano. Bisogna ricorrere ancora al dialetto per la traduzione più vicina: maulotto, significato simile ma meno delicato. Il maulotto è sgraziato di suo, il molton è semplicemente eccessivo, non fa mica apposta.

Qualcuno l’ha addirittura traslata in italiano: moltone. Quello lì è un moltone, si dice dalle mie parti quando si vuol parlare in dialetto, però alto.

Adesso il disco è diventato bellissimo ed entra di diritto nel mio I Tunes. Tremila brani scelti uno a uno, mica storie. Un molton de Ai Tiuns

Matteo Rinaldi

settembre 30th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti

Peggio del mal d’amare c’è solo il mal di mare

Come riconoscere e combattere il mal di mare, il più fastidioso disturbo del velista

Questo marinaio chiede un imbarco nella vostra barchetta. Rispondete con sincerità:  a) Pensate: “Per carità, è quella pazza di Paris Hilton”; b) Pensate: “Wow, è quella pazza di Paris Hilton”; c) Non pensate. 

Ogni mal di mare fa male a modo suo. C’è chi rimette senza ritegno e chi ritiene senza rimettere. C’è chi rimette e ricomincia e chi non rimette ma smette, come dopo una folgorazione divina.

Ho superato la voglia di smettere accettando l’invito della mia Lega Navale che ha organizzato, il prossimo fine settimana, una veleggiata verso isola d’Elba e Corsica. Ma stavolta mi sono premunito. E ho studiato il nemico.

Come si presenta il mal di mare? Non si presenta affatto, ti prende alla spalle. Parte con un leggero fastidio generale (fase uno) detto in termine medico “Sindrome di Borghezio”. Tutto diventa insopportabile, a partire dai compagni di viaggio (“Guarda quello, sempre a fumare in pozzetto, che schifo. E quest’altro? Maledetto, non ha nemmeno un vizio: almeno fumasse!”). La fase si acuisce quando anche il mondo circostante diventa odioso. A me, per dire, pareva di essere in una mefitica palude della Lousiana. Ed ero davanti alla costa Istriana.

La fase due rafforza la fase uno (“Cristo, ha i calzini gialli con le scarpe blu. Come si può essere così sfrontati e irrispettosi?”) fino a livelli da orianafallaci. Poi si tramuta nella fase tre, la peggiore. Persa la fiducia nel mondo e nei suoi abitanti, dite addio anche a quella in voi stessi. Io mi sono scoperto a pensare: “Cosa perderebbe il mondo se ora mi lasciassi cadere in acqua sparendo silenziosamente verso il fondo?”  E non scherzavo mica.

La fase tre ti mette la faccia in linea coi pensieri. Nel senso che passi dal bianco al giallo, dal rosso al verde, dal… Ehi, un momento: io non ci sono arrivato alla fase tre. Quindi che la racconto a fare? Mi fermo alla due, che è già abbastanza. E per evitarla in futuro, ecco i consigli degli esperti. Purtroppo sono banalissimi, quasi irritanti: Evitare colpi di freddo, tenere la pancia coperta, non fissare le onde, non leggere, non fumare, collocarsi nel punto più stabile dell’imbarcazione. È infatti notorio che i velisti affrontino i cinque gradi sotto zero a petto nudo, leggendo Proust, fumando e dondolando sul fornello basculante.

I rimedi poi! Travelgum, cerotti, pillole, bracciali. Non è che non ci creda, speravo in qualcosa di meglio. Ma tenetevi alla larga dalle libere interpretazioni: c’è chi giura sul potere del Parmigiano, chi sul Pecorino, chi sull’Amatriciana. Per quel che mi riguarda ho deciso: mi fiderò di Davide Besana, bravissimo velista-fumettista (qui i suoi libri, ottimi) che si rimpinza di miele con questa ferrea motivazione: “Avete mai visto un orso col mal di mare?”

L’idea mi sembra ottima, almeno quanto il miele. Che ha il vantaggio di essere colloso, più solido che liquido, e forse aiuta a immaginare il mare come lo vorremmo in quei momenti. Quindi riassumendo: via il telo mare dalla borsa, aggiungere un barattolo Ambrosoli e sia quel che sia.

O torno in perfette condizioni o mi autopromuovo “Sweet water sailor”, marinaio d’acqua dolce. E mi godo il Garda e laguna, che tanto sono comodo con tutt’e due.

Matteo Rinaldi

PS: se non avete risposto C restate a terra: avete già ora il mal di mare.

settembre 29th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

Settanta mi dà tanto

Come rovinarsi la vita dopo i quaranta: mettersi a dieta.  Come rovinarla agli altri: metterlo on line

Nella foto: una classe scolastica di 40 anni fa, pescata su internet. Confrontare con la prossima, pescata con la stessa casualità

Ho deciso di dimagrire. Non che io sia un pallone: peso 74 chili per un metro e 74 di altezza. Praticamente magro se confrontato alla media di questi anni sovrappeso.

Che siano anni grassi non lo dico io ma studi e ricerche. L’italiano non è mai stato carico di ciccia come in questo periodo. Provate a vedere le immagini di qualche telegiornale anni Settanta; le parterre di Canzonissima; le foto in bianco e nero dei giornali. Il grassone c’era anche allora, ma era una mosca bianca. Gli altri – maschi e femmine – avevano fisici da modelle anoressiche. La magrezza faceva spicco anche perché il culto del muscolo non esisteva. Guardate i calciatori: nelle immagini del mondiale 1982 Bruno Conti, Tardelli, Rossi, Zoff sembrano reduci del Biafra rispetto ai Cannavaro e Buffon.

Voglio dimagrire e ho un’ottima ragione: odio comperarmi da vestire. Mi affeziono ai vecchi abiti, soprattutto i pantaloni. Ne ho almeno cinque paia nell’armadio che attendono il mio dimagrimento. Mai avuto il coraggio di buttarli via. 

Ne ho un’altra di buona ragione. Il mio canone di bellezza maschile pretende l’assenza della pancia. E più precisamente: a) il disegno degli addominali; b) i pettorali più esterni della stomaco.

Mica facile dopo i quaranta. Però avevo tutto questo e ho deciso che lo riavrò. Ci vorrò tempo e pazienza. Ci saranno momenti di cedimento. Ci saranno delusioni. Ma alla fine vincerò io. E la soddisfazione sarà enorme, perché so che è così. 

A proposito: questo testo l’avevo scritto a maggio, calcolando che entro settembre sarei stato impeccabile. Invece ho lo stesso fisico di allora. Ma l’importante è prenderla con allegria. E cominciare davvero… Domani.

Matteo Rinaldi

settembre 26th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 7 commenti

Adriatico, il record più pratico

Cronaca della mia prima traversata, con primato, sul mare di Venezia

Contenuti: calori 50%, malori 50%, malumori 50% 

Nella foto, l’autore in allenamento per la buona riuscita del record

A fare la traversata dell’Atlantico a vela ormai sono capaci tutti. L’ultimo si è fatto l’oceano su una barchetta di quattro metri, ricavata da una vecchia scialuppa. E lo abbiamo saputo solo perché si era portato una videocamera digitale, altrimenti non lo avrebbe badato nessuno.

A fare la traversata del Pacifico a vela ormai sono capaci tutti. Al punto che il nostro Alex Bellini la sta facendo con una barca di sei metri. Ma a remi, che a vela gli pareva troppo semplice.

A fare la traversata dell’Adriatico a vela non c’era gusto. Ma io non l’avevo mai fatta. E ci tenevo. Così  ho passato una settimana a studiare un record. La traversata di notte, bendato? Troppo facile. Di notte, bendato e con Biagio Antonacci in cuffia? Volevo qualcosa di ancora più difficile. 

Così ho deciso: avrei attraversato il mio magnifico mare con queste regole: a) a vela; b) senza spendere un euro; e soprattutto c) senza muovere un dito. Un’impresa impossibile nel mondo della nautica, dove si spende solo a respirare e la parola d’ordine è “A bordo non ci sono fannulloni“. C’è sempre qualcuno che ti chiede di cazzare una scotta o farcire un panino.

Ho messo a punto un piano infallibile: quando siamo partiti da Caorle, verso le undici, ho detto a Claudio, Andrea e Sergio: “Cominciate voi, io vi dò una mano nella seconda parte del viaggio” e mi sono goduto vento, sole e mare. Di sole ce n’era pochino, ma di vento e di mare quanto ne volevi e anche di più. 

A metà viaggio è partito il mio diabolico piano. “Ragazzi, mi gira un pochino la testa, non mi sento bene. Forse è meglio che vada a buttarmi un po’ in cabina”. Ci sono cascati subito, quei gonzi. Hanno perfino detto che ero sbiancato. Che attore! Mi sono disteso in cuccetta a far niente e non mi sono rialzato fino al porto di Parenzo.

Ovviamente ho dovuto fingermi debole per tutta la sera. Mi è riuscito benissimo.

Il giorno dopo siamo ripartiti. C’era ancora meno sole. In compenso c’era ancora più vento, ancora più freddo, ancora più mare. Anche stavolta il piano è riuscito alla perfezione. Mi riuscivano perfino le smorfie di angoscia, i sorrisi stralunati, il volto cadaverico e sudaticcio. Mi sono ributtato in cuccetta e non mi sono alzato fino alle bocche di porto. 

Fantastico, bellissimo, magnifico. Il prossimo record però lo faccio in tandem, in falciatrice, in monociclo o sul go-kart. E che nessuno mi parli più di vela, almeno per un mese.

Matteo Rinaldi

settembre 25th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Jovanotti, il Sinatra de noantri

Non sa cantare, né ballare, né scrivere canzoni. Ma riempie l’Arena e manda tutti a casa contenti. Ecco come

Mi hanno rimasto solo. A un certo punto del concerto (Arena di Verona, 17 settembre 2008), poco prima del gran finale, mi sentivo come Gassman abbandonato in mezzo ai guai nei Soliti Ignoti. Io non ero in mezzo ai guai. Peggio. Ero il solo seduto in tutta l’Arena di Verona. Guardavo migliaia di persone che saltavano come si salta solo allo stadio, quando il Vicenza segna il due a zero, mancano cinque minuti alla fine e al novantesimo andiamo in serie A. Praticamente un paio di volte nella vita.

Alla mia sinistra una ragazzina di 15 anni, 80 chili di peso e gli occhi come Kate Winslet quando Di Caprio la porta sulla prua del Titanic. Al suo fianco la madre, 30 chili di peso (di cui 12 di fondotinta) e gli occhi uguali. Alla mia destra una carissima collega di lavoro, 35 anni, che credevo ascoltasse solo Bach e invece sapeva tutte le parole a memoria. Dietro un tizio di centosedici chili che in tutta la settimana aveva aperto la bocca al massimo dodici volte: due per grugnire “No” e le altre dieci per nominare dio invano. Anche lui sapeva tutte le parole. E le stonava quasi meglio dell’originale.

Mi avevano rimasto solo. Però avevo capito tutto. Avevo capito perché questo gigantesco paraculo di quarant’anni ha riempito due volte di fila l’Arena, continua a vendere dischi e soprattutto è destinato a diventare il Frank Sinatra nazionale, un Celentano con meno talento, purtroppo, ma anche meno spocchia, per fortuna. 

Anzitutto Jovanotti ha compreso perfettamente i tempi che corrono. Nell’epoca della tivù, in cui per essere bisogna prima passare attraverso uno schermo, lui comincia il concerto proprio così. Appare nel gigantesco video sul fondo del palco: è in camerino e saluta il pubblico per scaldare l’atmosfera. Il camerino è a tre metri dal palco e farebbe prima a uscire. Ma un senso ce l’ha. Perché la gente lo riconosce in video molto meglio che dal vivo.

Attacca urlando dodici volte Verona!, quasi s’inginocchia per glorificare l’Arena (“Eh, il più bel posto del mondo“), il balcone di Giulietta e Romeo (“Yeah, del mondo il posto più bello“) e il calore del pubblico (“Uaù, il pubblico del mondo più bello“). Infine, non trovando altri modi per ordinare le parole (“Sgnap, il mondo del bello più pubblico”?) si mostra finalmente dal vivo.

Sale sul palco con una giacca fosforescente che perfino gli Earth Wind and Fire avrebbero giudicato eccessiva. Lo illuminano luci algide, quasi stroboscopiche. Canta (?) il primo pezzo muovendosi in un ambiente spettrale, roba che se lo vede Bjork gli fa causa per plagio. Applausi e gridolini poco convinti. Ma appena finisce il primo brano si strappa di dosso la giacca, resta in maglietta e sorriso e le luci diventano gialle, rosse, verdi, insomma calde come le taverne dei festini anni Ottanta. Allora tutti lo riconoscono davvero, si sentono dove volevano essere e l’applauso che gli tributano pare proprio da star. Questo sa il fatto suo, altro che storie. 

Nella foto: gli Earth, Wind & Fire, proprietari della sobria giacca di Jovanotti

Sa il fatto suo ma capisce anche quelli altrui, perché cerca continuamente il contatto con il pubblico. Il palchetto che lo ospita è poca cosa, non grande come la Piazza Rossa o il prato di San Siro. Eppure l’ex Gimme Five lo frequenta soprattutto nelle periferie. Invece di stare piantato davanti alle prime file continua a buttarsi sugli angoli, dove gli spettatori (che hanno pagato i biglietti meno cari) sono spesso considerati dagli artisti dei fastidiosi impiccioni squattrinati. Lui invece si ferma proprio lì, canta e chiacchiera, chiacchiera e canta (la differenza in effetti è poca). Ogni tanto scavalca le transenne e va ad abbracciare tutti.

E io penso ai tanti fenomeni della musica, artisti e trapezisti della canzone che davanti al pubblico faticano a fare un sorriso. Così sono obbligati a suonare benissimo e non stonare nemmeno una nota. L’ex Sei come la mia moto, sei bella come lei può fregarsene delle stonature (anche perché altrimenti sarebbero guai) giacché davanti alle persone sembra un Benigni, trascinante e casinista, però più naturale. 

E intanto balla, sballa e traballa almeno finché il fiato non gli manca – cristo, ha quarant’anni anche lui – e finalmente si ferma per dire un paio di frasi originali (“Siete tutti bellissimi, vorrei baciarvi tutti“), e poi scavalca le transenne a va a baciare tutti davvero. Qui però Benigni è più coraggioso: a guardar bene scoprite che l’ex Uno due tre casino non fa un passo senza che tre guardie del corpo gli coprano fianchi e spalle. Da cosa? Il fan più feroce è una mamma di cinquantadue anni che cerca di regalargli una torta di mele.

 nella foto, il palco di Jovanotti. Decisamente sobrio, come si evince dal numero di tamburi, appena inferiore a quello usato da Napoleone nella campagna di Waterloo 

Siccome sono venuto al concerto senza informarmi, scopro solo ora che lo accompagnano musici non proprio scalzacani. Al basso c’è un certo Saturnino, alla batterie tre percussionisti (uno dal Bronx, uno giamaicano) e insomma gente che potrebbe accompagnare, senza emozionarsi, Prince e Madonna passando per Lou Reed. Però è interessante vedere che il povero Saturnino, uno capace di suonare tutto Beethoven solo col mignolo, non può fare nemmeno una nota fuori ordinanza. 

E anche questo va a favore dell’ex No Vasco, io non ci casco: uno che fa musica semplice ha il diritto-dovere di mantenerla tale, quasi minimalista. Anche per non fare brutta figura, dite? D’accordo, ma allora poteva risparmiare una cinquantina di migliaia di euro e chiamare session men altrettanto capaci ma meno costosi. Invece se ne frega, chiama i migliori e li tiene a stecchetto. A nome del pubblico, non posso che essergliene grato.

Taglio corto, che altrimenti chiacchiero più di Jovanotti e questo sarebbe davvero imperdonabile. Però non posso nascondervi l’orrore di alcune trovate dell’ex Io no che non m’annoio, che prima del concerto delizia il pubblico con una serie infinita di memorabili massime proiettate sullo schermo. Si va da citazioni di Ghandi al Corriere dei Piccoli (“Le zanzare hanno 44 denti e l’elefante è il solo mammifero incapace di saltare”) fino a citazioni stile Lando Treppalle (“Nell’arco di una giornata di lavoro le mani di una donna entrano indirettamente in contatto con almeno 12 peni maschili”). 

Però c’è qualche finezza: un intero brano suonato perfettamente in sincronia con le immagini di Domenico Modugno mentre canta L’uomo in frac. E poi No che non mi rompo ha il coraggio di cominciare il concerto appena dopo aver trasmesso Azzurro di Celentano. Come dire, mettersi la maglia numero 10 del Napoli senza sentirsi leggermente morire. 

Mi avevano rimasto solo e soprattutto mi avevano portato qui con l’inganno, ma ero felice di esserci. Perché in fondo della musica che m’importa? È bello vedere qualcuno che ti guarda in faccia, ti parla e ti sorride nell’epoca in cui non ci si guarda in faccia mai, si sorride ancora meno e si parla solo per ascoltare se stessi. È bello avere a che fare con qualcuno che ti considera a sua volta qualcuno e non nessuno. Considerandosi, almeno ogni tanto, un nessuno e non necessariamente un qualcuno (Ok, vado a fare il paroliere di Jovanotti anch’io).

Bravo Jo: dimostraci che in quest’epoca più che il talento serve il tormento: insistere, insistere, insistere. È molto più importante la semplicità, la perseveranza, un bel chilo di faccia tosta e la voglia di arrivare sempre fino in fondo. Chissà che un po’ alla volta non lo capisca perfino io.  

Matteo Rinaldi

settembre 23rd, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti

Sky costa meno di Mediaset e Rai

Smascheriamo il volgare complotto della tivù privata, tutt’altro che gratuita

Foto: nonostante la conferma di Maurizio Compagnoni (quello che in caso di gol dice “Re-te! Re-te! Re-te!”; un po’ come dire “Avverto un sensibile malessere” dopo aver preso un calcio negli zebedei) Sky tv continua a crescere. Fatti due conti, se lo merita. 

Mi vergogno un po’ a pubblicizzare il canale del monopolista mondiale Rupert Murdoch. Uno per capirci, che può lasciare Silvio B. venti minuti in attesa al telefono con Per Elisa monofonica in sottofondo. Però la differenza è abissale: su scala uno a dieci, Sky mi dà un prodotto che vale 7, il monopolista locale 2. 

Ma voglio mettere le cose in chiaro, smascherando anzitutto il falso teorema del monopolista locale: la presunta gratuità del suo servizio. Niente di più falso.

Prendiamo in esame la visione di un film seguendolo in contemporanea su una rete Mediaset e su Sky. Il film è Scarface (1983) regia di Brian De Palma, Al Pacino protagonista assoluto e Michelle Pfeiffer in omaggio.

Lo Scarface di Sky dura 170 minuti (molto lungo, però ti incolla alla poltrona). Una sola pausa, tra primo e secondo tempo, per andare a prendere il gelato in frigo.

Lo Scarface di Mediaset dura 220 minuti (troppo lungo ma non puoi farci niente). Il primo tempo comincia con venti minuti di ritardo – tra anteprime e pubblicità – e viene stirato da sei interruzioni pubblicitarie, per un totale di almeno 24 spot (ma arriviamo ben oltre). Tra primo e secondo tempo il gelato puoi realizzarlo artigianalmente: sei costretto a vedere telegiornale (con non meno di  6+6 spot) e previsioni del tempo (6 spot minimo). Ma non preoccuparti: sono quasi sempre gli stessi, a rotazione, per tutta la sera.

Il secondo tempo ha un’altra mazzata di spot, però inferiore: almeno venti minuti di film infatti sono stati tagliati, di soppiatto e senza preavviso, per far rientrare i tempi nel palinsesto. Chissà che i registi imparino una buona volta a fare tutti i film lunghi uguali.

Lo Scarface di Sky si vede da dio. Se avete un televisore decente – anche senza alta definizione – potete divertirvi a contare i nei sul collo della Pfeiffer. L’immagine non balla, l’audio è impeccabile.

Lo Scarface di Mediaset si vede così così. Se avete un televisore decente potete provare a scoprire il colore degli occhi della Pfeiffer. Attenti però, non fate confusione. Quelli che state ammirando sono marroni e appartengono a Emilio Fede, intervenuto a sorpresa per raccontarvi gli sviluppi del caso Franzoni.

Lo Scarface di Sky ha il doppio audio. Potete vedere il film in lingua originale. Pare una follia togliere la voce di Amendola, ma fatelo: che ci crediate o no, il film è addirittura migliore. Al Pacino recita in americano con accento cubano. Mostruoso, eccessivo, imperdibile. Anche se non capite una parola. Da allora guardo sempre i (bei) film due volte: in italiano prima, in lingua originale poi. Se volete ci sono anche i sottotitoli. Che vi insegnano pure a scrivere tagliando metà delle parole senza svilire il discorso.

Anche lo Scarface di Mediaset ha il doppio audio. Nel senso che c’è l’audio da film e quello da spot: il volume raddoppia quando arriva la pubblicità. E voi saltate sulla sedia. Le urla di casalinghe eccitate e pensionati ridentati paiono quelle dei film di Wes Craven, quando il pazzo col coltello sorprende alla spalle la ragazza seminuda.

E veniamo al cuore del problema. Lo Scarface di Sky costa. Se avete il pacchetto classico (cinema più sport), spendete circa 50 euro al mese. Ovvero poco meno di due euro al giorno, a perdere. Io almeno qualcosa perdo, perché vedo in media quattro film alla settimana, più mezza partita di calcio, spruzzate di sport e Yacht and sail. Quando riesco mi godo qualche extra, tra cui l’eccellente trasmissione pirata di Raisat in cui si nascondono tutti i migliori autori dalla Rai. Non li hanno ancora scoperti, per nostra fortuna.

Foto: quando Mediaset era un tivù giovane, trionfavano le tette ma anche intrattenimenti freschi, giovani, perfino innovativi. Oggi è una tivù per un pubblico anziano, come dimostra chiaramente la sua cartina tornasole: la pubblicità.

Lo Scarface Mediaset costa il triplo. Solo che pagate senza fiatare. Per vedere un film di due ore avete regalato loro 30 minuti extra del vostro tempo per sorbirvi (gratis) spot su margarine, fuoristrada, dentiere, crociere e pannoloni. Facciamo il conto della serva: il vostro tempo vale almeno 10 centesimi a spot? È una miseria, perché in realtà vale molto di più, ma teniamoci bassi. Guardando senza fiatare 48 spot – e vi è andata bene, in alcune trasmissioni sono il triplo – avete regalato loro poco meno di cinque euro in un colpo solo.

Capisco che non è la stessa cosa. Un conto è pagare soldi veri, un’altra pagare un valore che non potete toccare. Però il vostro tempo è un valore il famoso mercato lo considera molto prezioso. Le aziende che passano i loro spot a Mediaset pagano milioni di euro perché voi – volenti o nolenti – li vediate. E voi eseguite, in cambio di un film, un programma, un varietà.

Morale: con i suoi due euro al giorno Sky costa molto meno di Mediaset (o della Rai e di La7). Detto questo, liberissimi di continuare a guardare la solita tivù. Io preferisco il monopolista mondiale, con cui almeno il rapporto è chiaro e trasparente. Di certo ho riscoperto il piacere della televisione. E soprattutto: non potrei tornare indietro. Impossibile guardare un film (ma anche una trasmissione) su un canale privato quando avete fatto la bocca a una tivù cinque volte superiore. Piuttosto rottamo la Loewe e passo le serate su internet. O a battere il fante, che ormai ho raggiunto l’età.

Matteo Rinaldi

settembre 18th, 2008 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti

Meglio in treno che a vela

Cronaca di un viaggio nel convoglio fantasma Arbatax-Mandas. Un’avventura che non fa rimpiangere neppure il mare della Sardegna

Sono andato in Sardegna convinto di andare a vela e sono finito in treno. Senza pentimenti. Sarà che non era un treno qualsiasi. Era un fantasma, uno spettro coperto di ruggine e allegria, fuori tempo e fuori di testa. Pieno di turisti eppure privo di quell’aria posticcia da viaggio organizzato. Disorganizzato dunque, ma bellissimo. Anzi: disorganizzato quindi bellissimo.

Lo chiamano “trenino verde” ma il diminutivo è accettabile solo per via dello scartamento ridotto (lo scartamento è la distanza tra i binari; si dice ridotto perché è inferiore rispetto allo standard italiano ed europeo. Vantaggi: minori spese per costruzione e manutenzione, mezzi più leggeri, possibilità di stringere le curve. Svantaggi: spazi e velocità inferiori). A vederlo nemmeno te ne accorgi, ma la parola affascina. Senti ripetere: “Eh, lo scartamento ridotto!” con aria professorale da tutti i passeggeri maschi.

Lui si chiama Arbatax-Mandas e fa un percorso di 159 chilometri. Non ha niente a che fare con i tragitti a cui siamo abituati. Parte a due passi dal mare, taglia la campagna, sale fino a 800 metri, scende, risale, ridiscende e risale fino al capolinea di Mandas, nel cuore dell’isola, a 400 metri d’altitudine. Per fare cento metri in linea d’aria ne percorre tre volte tanti perché non va mai diritto. Sempre incollato al terreno, segue le mille curvature di una montagna che pare disegnata da un giostraio. Ogni tanto percorri viadotti fantastici, ma solo perché sotto passa un fiume o un torrente e i binari proprio non c’era modo di inchiodarli.

Non esistono rette: la linea è una curva continua, con i vagoni che ondeggiano da una parte e dall’altra

C’è un punto del percorso in cui sarebbe bastato costruire un viadotto di duecento metri per risparmiare chilometri. Macché. Il treno decuplica il percorso salendo, scendendo, arrampicandosi, buttandosi a scavezzacollo per tutta la dorsale del monte pur di arrivare allo stesso punto senza mai staccarsi dal suolo. Risultato: raggiunge tutti i paesini lungo la strada. Non lascia fuori nemmeno i posti più sperduti. In questo modo, per un centinaio di anni, ha accompagnato mezza Ogliastra da una parte all’altra della regione.

Vediamo se riesco a dimostrare – anche in un sito smaccatamente velista come questo – che un giro in treno vale più di un giro in barca a vela. Porto a supporto tre ottime ragioni: 1) ti fa sentire un bambino; 2) è gestito dalle donne; 3) è il peggior nemico della modernità.

I punti 2 e 3 vanno spiegati. Il punto 1 invece è chiarissimo: davanti a un treno ti senti sempre un bambino. Davanti a una barca ti senti spesso un mona. Il treno non mette mai soggezione. Forse perché è l’unico mezzo che non è mai stato privato. Oggi un privato può comperare un castello, una barca, una nave, un aereo. Uno Stato. Un treno non l’ha mai posseduto nessuno. Che te ne fai di una roba che va sempre dalla stessa parte?  E questo andare sempre dalla stessa parte è forse la ragione per cui il treno affascina le teste come la mia, fantasiose ma un po’ farfallone. Il treno è ordine, strada segnata, regolarità. Quelli troppo ordinati e regolari il treno non lo possono vedere. 

Un treno gestito dalle donne. È la sorpresa più curiosa. Perché gli unici uomini li vedo alla guida del locomotore e a controllare i biglietti. Poi le donne prendono il sopravvento. Aspettano alle stazioni principali, dove aggiungono e staccano le carrozze in base al numero dei passeggeri. E soprattutto gestiscono le decine e decine di passaggi a livello che il treno incrocia salendo e scendendo il Gennargentu. Non c’è un solo passaggio a livello automatico. Anzi: non ce n’è uno uguale all’altro. Ora tradizionali sbarre in ferro che si alzano e abbassano, ora sbarre con apertura a cancello, ora di legno. Qui una semplice catenella di acciaio, qui una semplice corda. Ma ovunque donne a gestire e controllare il passaggio. Si vede che abitano nelle vicinanze perché arrivano a piedi o in bici pochi minuti prima del passaggio, indossano la giacca sopra il vestito da casa, chiudono la catenella e stringono la paletta con aria marziale e sguardo truce. Si sciolgono solo quando dal treno salutano i bambini: allora non resistono, fanno ciao con la mano e sorrisoni così.  

Il peggior nemico della modernità. Questo è l’ultimo treno di montagna d’Europa. Una linea fuori tempo, che la modernità ha cancellato dappertutto fuorché in Svizzera, dove però fanno le cose con tutt’altro spirito. Là ci tengono, alle loro glorie. Se non avete mai viaggiato con i treni svizzeri, fatelo. Sono gioielli, che si arrampicano fino a tremila metri, bellissimi, puntualissimi e comodissimi. Questo è un’altra cosa. Non è bello, non è comodo, non è puntuale. Ha poltrone disegnate sui fisici degli anni Sessanta, non per i deretani attuali. Non è puntuale per ragioni a volte inspiegabili (il viaggio di ritorno aveva un’ora e mezza di ritardo senza alcuna logica), a volte spiegabilissime e affascinanti. A Gairo, dove pare di essere sull’Altopiano di Asiago (una distesa magnifica di pini e abeti ma senza un filo d’erba verde: è tutta gialla, bruciata dal sole) il treno inchioda perché una mucca si è piazzata in mezzo ai binari. 

Sosta per il pieno. Quanto consuma un treno? Dal tempo impiegato, non molto meno di una nave

A Ussassai ci fermiamo senza apparente motivo. Altra mucca o pecora? Di fianco al binario c’è un distributore di benzina. Il benzinaio prende la pistola della pompa, si arrampica sul treno e fa il pieno di gasolio. Manca solo che dia una passata al vetro e una controllata alle gomme. Di fronte a queste cose capisco che essere svizzeri sarebbe una gran cosa. Ma che essere italiani, dannazione, è perfino meglio.

Si possono fare sette ore di treno senza un briciolo di noia? Altro che. Al limite puoi soffrire di mal di mare. Perché se il treno è – nella nostra esperienza – un mezzo che va sempre diritto, questo fa esattamente il contrario. Il rettilineo più lungo, dopo la prima mezz’ora di viaggio, non supera i cento metri. È un viavai di curve, strappi, gomiti, otto, chicane, paraboliche e ancora curve, gomiti, otto e paraboliche.

E infine sentite che nomi: Villanovatulo, Esterlizi, Sadali, Seui, Anulù, Niala, Arzana, Elini. Sono i paesi-fermata di questo viaggio, che sbucano dopo curve, viadotti e gallerie. Se servisse una colonna sonora lungo il percorso, non immagino niente di meglio che la Wedding and Funeral band di Goran Bregovic arricchita da fisarmoniche sarde, cori dei Tazenda e Patrizia Laquidara che canta come sa fare solo lei.

Matteo Rinaldi

settembre 17th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Celentano e le meraviglie della laguna

M’imbatto su Yuppi Du restaurato da Sky. Film demenziale, ma ci voleva Celentano per valorizzare terra e mare attorno a Venezia

Contenuti: molleggi 50%, mollezze 50%, monnezze 0% 

Nella foto: Adriano dietro la macchina da presa mentre gira Yuppi Du. I luoghi, bellissimi, fanno perdonare l’incredibile voga incrociata con cui finge di portare la gondola 

Lo ricordavo vagamente questo film di Celentano, che ha il solo merito di essere invecchiato nell’indifferenza. È la caratteristica obbligata per essere rivalutati oggi. Succede con tutti gli insuccessi degli anni settanta, purché kitsch e capaci di riaccendere nei critici e nella stampa il ricordo della giovinezza passata. Non vedo altra ragione per cui un filmaccio così sgangherato sia oggi considerato dai giornali “un irriverente affresco degli anni Settanta che già denunciava il dramma delle morti sul lavoro, l’insana corsa alla ricchezza e il disastro ambientale italiano“. A me pare soprattutto un film che denunciava, questo sì con trent’anni d’anticipo, la follia di un Celentano che già allora si divertiva a gridare al mondo il suo pensiero. Senza purtroppo aver capito quale fosse, il suo pensiero.

Però un merito ce l’ha questa storia, la cui trama si può riassumere così: Celentano è un pescatore che non pesca molto (e si capisce perché: guida la gondola seduto, con due remi e per di più incrociati) e si ritrova con una figlia (Rosita, figlia anche nella vita reale), una giovane moglie (Claudia Mori, moglie anche nella vita reale) e una prima moglie morta suicida (Charlotte Rampling, purtroppo per lui niente rapporti nella vita reale). I suoi amici, tra cui il grande Lino Toffolo (lui sa recitare davvero: perfino remare) sono sempre malvestiti peggio di lui (e qua assomigliano proprio ai veneziani veri), ma non bestemmiano mai (e qua si vede che è un falso).

Nella foto: l’inquietante manifesto di Yuppi Du. Se avete tra i trentacinque e i sessant’anni e vi lascia insensibili, non siete umani.

 Poi la moglie torna d’improvviso dal suicidio. Aveva fatto finta, la furbona, per scappare a Milano con un riccone. Celentano s’incazza un po’ con battute non proprio destinate alla storia: “Potevi almeno farci trovare il corpo. Lo abbiamo cercato per mesi e mesi. Eh, che ti costava farmi trovare il corpo?” e non si capisce se è una battuta o se parla serio. E poi via con i balli – un via di mezzo tra West Side Story e Hair – con un duetto mica male Celentano-Rampling in cui lei balla con i seni al vento, piccoli ma impeccabili. E poi? E poi scusate ma mi sono distratto: la Rampling torna a Milano, lui la insegue, le donne sono tutte traditrici, un amico muore in porto, Marghera è così inquinata che tutti camminano e ballano con la maschera antigas.

Però che bello vedere la laguna così lontana dall’immagine cartolina a cui siamo abituati. La laguna di Celentano è proprio uguale a quella che vivi in barca a vela, con tanto verde, silenzio, acqua tranquilla, corrente. Dopo un film così, non puoi non pensare: “Che fortunato sono a poter raggiungere un luogo simile nel giro di un’ora”. E pazienza se troppo spesso ti limiti a pensarlo. A proposito, perché in tutti i film girati a Venezia vedi sempre e solo Venezia e mai questi posti strepitosi?

Per la cronaca: buona parte del film è girata in un’isola minore, San Giorgio in Alga, poco distante da Venezia eppure remota come tutte le isole al di fuori del triangolo Murano-Burano-Torcello. Obbligatorio uno sbarco, gentile ma deciso, tra fine settembre e ottobre. 

Nella foto: San Giorgio in Alga

Matteo Rinaldi

settembre 15th, 2008 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 5 commenti