Il mondo visto dalle narici
Ho scoperto che tutto quello che vivo, amo, capisco è soprattutto una questione di naso. E non sono il solo

Nella foto: un modo di usare il naso molto in voga in questo periodo
Ci ho messo quasi mezzo secolo a capirlo: posso smetterla di concentrarmi su quello che vedo e usare molto di più le orecchie e soprattutto il naso. Me lo aveva spiegato Diego qualche tempo fa: “Il mondo non si divide in rossi e neri, belli e brutti, alti e bassi. Il mondo si divide in visivi, uditivi e cinestetici. I visivi basano le loro esperienze sulla vista, gli uditivi sull’udito e i cinestetici…”
Alla parola cinestetici mi ero già distratto. Troppo complicata per ricordarla. Roba da pubblicitari (lui è un boss nazionale della pubblicità). Ma aveva ragione. Ne ho avuto la prova qualche giorno fa, alla festa di compleanno di un bambino. Tra i regali che aveva ricevuto ho notato un libro. Non il solito libro: era un piccolo capolavoro, anche se non ricordo né titolo, né grafica, né colori (non sono un visivo dunque). Era un manuale sugli aeroplani di carta. Come costruirli veloci, potenti e vincenti. Grandi foto e testi splendidi. Mi è tornato in mente il Manuale delle giovani marmotte, capolavoro della mia post-infanzia, che avevo conquistato in occasione di una ricorrenza degna di questo nome (compleanno o Natale) e avevo aperto avidamente, saltando a piè pari la prefazione per entrare tra i…
Hei, che strana prefazione c’era. L’avevo saltata ma ero stato obbligato a tornare sui miei passi. L’attacco mi aveva inchiodato. Diceva: “Pssst, hei ragazzi! Non saltatemi a piè pari solo perché sono una prefazione. Io volevo solo dirvi… buon divertimento: ora il Manuale delle giovani marmotte è vostro!”
Me la ricordo ancora l’emozione. Non avevo mai letto una prefazione così bella, stringata, emozionante. Mai ne avrei trovata una di altrettanto efficace. E questo libro di aeroplani che ho tra le mani è bello uguale: sui testi lo stesso amore, la stessa allegria complice. Li leggo avidamente, poi faccio quello che faccio sempre quando ho in mano un oggetto particolarmente interessante. Lo annuso.
Un flash, uno stordimento, un elettroshock. Avete presente il topo di Ratatouille quando annusa gli ingredienti dei cibi e per ogni odore appare una forma astratta e colorata? La stessa cosa nella mia testa. È un odore antico, magnifico, che arriva dai tempi di scuola. Pianto il muso tra le pagine e sto lì mezz’ora, dimenticandomi la festa, le persone, i bambini.
Aspiro e mugolo ma non riesco a ricordare. Provo a distrarmi, vagando per la festa e squadrando papà e mamme. Lì ho un’idea. Sono l’unico a vedere il mondo soprattutto attraverso gli odori? No di certo. Allora provo: prendo il libro e importuno le mamme, una a una. Dico loro di chiudere gli occhi, di annusare e di dirmi semplicemente che cosa provano e pensano. Scopro che le percentuali indicatemi da Diego sono corrette: quattro su dieci non sentono nulla (visivi). Tre avvertono qualcosa ma non riescono a concretizzare (uditivi). Tre s’illuminano d’immenso.
S’illuminano nel vero senso della parola. Una robusta mamma che fino ad allora era rimasta in piedi, braccia strette, faccia dura e occhi ghiacciati, mi guarda come se fossi scemo quando le propongo l’esperimento. Sa pensando di prendermi a sberle. Poi prende il libro, mi fulmina con gli occhi, lo avvicina al naso e… cambia totalmente aspetto. Giuro. Il viso le si illumina. I capelli si ravvivano. La pelle si accende. Il corpo si libera. Respira come se fosse sulla cima di una montagna, sorride, rivive in un istante anni che credeva dimenticati. “L’ora di religione! - dice – È l’odore dell’ora di religione, del libro di… No aspetta: forse è il profumo dei vecchi Topolino, anzi dell’Almanacco Topolino. O forse no, fammi risentire, forse è…” Segue un dialogo surreale. “Nix – dico – L’odore dei Topolini dell’epoca è diverso, molto più aspro. Me ne sono procurati alcuni, tempo fa, e ormai distinguo il sapre dell’epoca Mondadori al primo colpo”.
Insomma diventiamo amici seduta stante con questo dialogo demenziale, anche se probabilmente non ci rivedremo più. È l’odore? Non riusciamo a ritrovarne la traccia né l’origine. Scopriamo solo che il libro è stampato in Cina, dove usano certamente materie e macchinari che qui non esistono più. Ma non importa. Conta il momento vissuto, l’aver riassaporato qualcosa che arriva da tanto lontano nel tempo.
Da qualche giorno mi pare di assomigliare sempre più, non solo fisicamente, al critico gastronomico Anton Ego
Non so se compro il libro. Rischio di non dormirci la notte, cercando di rintracciare quel sapore. Ma qualcosa ho ritrovato. Ho capito perché non ricordo mai i nomi delle strade, delle cose e soprattutto delle persone. Ho semplicemente sbagliato il modo per memorizzarli. Ho usato sistemi paravisivi, ripetendomi “Giambattista, Giambattista, Giambattista: quello lì con la faccia da tonto si chiama Giambattista!”. Per ricordare Giambattista devo associare un odore, un profumo, un gusto.
D’ora in poi quando mi presentano un Pino faccio slap slap con la lingua. Sembro scemo e forse lo sono. Ma sto annusando la resina del pino con cui giocavo quand’ero bambino, nel cortile dietro casa. So che adesso non lo dimenticherò più.
Matteo Rinaldi
ottobre 30th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 7 commenti
O la borsa o la vira
La borsa ideale del velista per un fine settimana in mare 
Nelle foto pubblicitarie le borse da vela sono sempre minuscole e ipercompatte. Mai vista una così nella realtà.
Chiudo virtualmente la sequenza dei 3 giorni del Jocondor con una ripresa del capitolo iniziale: cosa mettere in borsa per un viaggio perfetto senza rinunciare a nulla ma senza niente di superfluo. Ho spiegato quel che avevo messo nella mia. Ho sperimentato e ora provo a chiudere il capitolo. In corsivo quel che avevo scritto; di seguito commenti e migliorie.
• Tre paia di calzini (cotone pesante due, cotone leggero uno). Giusto. Ne ho usati solo due paia, ma il terzo è obbligatorio in caso di sfighe: una caduta in acqua, un’onda che ti lava, una scravasata improvvisa. Se avete i piedi puzzolenti fate quattro paia: pesano poco e occupano ancor meno spazio.
• Due paia di mutande (meglio colorate: vagare coi mutandoni bianchi non fa fine); costume da bagno; tre maglie della salute. Raddoppiate le mutande. A me due sono bastate perché avevo altrettanti costumi da bagno (e ci ho fatto il bagno, lasciandoli poi asciugare appesi alle sartie per inorridire i puristi). È vero che c’è pure la doccia in barca, esterna e interna. Ma nella nostra 43 piedi (con tanto di acqua calda) non un uomo ne ha approfittato una sola volta. E poi raccontano di voler fare sesso in barca. Vergogna.
• Una maglia a maniche lunghe; • una camicia; • una felpa. Raddoppiate il numero di maglie: dopo due giorni di barca assume vita propria e va alle manovre da sola. La felpa dev’essere sfattona: dopo tre giorni puzza di sentina, di pesce, di olio, di porto, di paura. E soprattutto di voi.
• Un paio di pantaloni lunghi e pesanti (bisogna essere pessimisti); • un paio di pantaloni lunghi e leggeri (bisogna essere ottimisti). Lasciate perdere i pantaloni leggeri. Bisogna essere deficienti, a ottobre in mezzo al mare.
• Un berretto pesante; un paio di guanti. Il berretto, mai usato: non ha fatto abbastanza freddo. I guanti nemmeno: c’era il winch elettrico e dopo quattro giorni le nostre delicate mani cittadine erano semplicemente coperte da piaghe e arrossamenti. Solo Luciano, a causa di uno sfortunato swiiiiiis! della scotta scivolata tra le dita, ha avuto il piacere di mostrare a tutti la propria carne viva.
• Un asciugamano piccolo per la toilette e uno per i bagni in mare; • occhialini da piscina. Indispensabili e usati con piacere. Gli occhialini servono: nel Tirreno per non lasciarsi scappare lo spettacolo dei pesci; nell’Adriatico per scappare dalle meduse, che appaiono all’ultimo momento dal grigiore dell’acqua sabbiosa. Da aggiungere assolutamente: uno strofinaccio per asciugare i piatti. Avendolo dimenticato, ho consumato un rotolo di carta scottex, vergognandomi moltissimo.
• Due paia di scarpe da ginnastica. Se avete i piedi puzzolenti, abbiate l’accortezza di toglierle a prua, tre ore prima di entrare in cabina. Oppure compratevi le orrende scarpe da vela. Che non servono, come molto credono, ad avere più grip o più fashion. Ma a proteggervi dall’istinto omicida di chi è costretto a dormire con voi.
• Un sacco a pelo leggero; • ciabatte da doccia; • sapone, spazzolino, rasoio elettrico. Da aggiungere preferibilmente: una dannata fodera per il cuscino in dotazione allo scafo. Se avete guardato da vicino il cuscino (originariamente bianco, ora giallo-grigio-rosato-chiazzato-ammuffito-incartapecorito) capite quel che intendo.
• Cerata? Mi dicono che senza, se piove davvero c’è da morire. Ma quante volte piove davvero in Italia? Cinque all’anno? Vi dico che a indossarla con troppa leggerezza rischiate lo svenimento. Non respirate, non vi muovete, non traspirate. E soprattutto: sembrate dei pagliacci. Morale: non ce l’ho e non la compro. 
nella foto: l’autore indossa una lussuosa cerata durante l’ultima traversata adriatica Parenzo-Caorle. La sua espressione vale più di mille parole.
• I-pod. Vedi pezzo illuminante sull’uso e sull’abuso del seguente accessorio. Attenzione: da tenere assolutamente in cabina. Se lo usate al timone vi impedirà di sentire il transatlantico che vi sperona da poppa; se lo usate in relax cadrà in acqua trascinandosi dietro entrambi i vostri timpani.
• Documenti (in regola per l’estero!) e • denaro. Vabbè, non posso credere che qualche imb… imberbe fanciullo li dimentichi a casa. Ma potrebbe essere la scusa buona per far pagare tutto agli altri, soprattutto se siete stati gli eroici organizzatori del giro.
• Occhiali da sole. Mai usati, ma a ottobre ci sta. Se però c’è il sole, senza occhiali perdete due decimi di vista al timone. E soprattutto: vi vengono le zampe di gallina attorno agli occhi. Roba che una donna si deprime. E un uomo si suicida.
• Pastiglie contro il mal di mare. Grande invenzione o grande illusione? Non lo so e non mi interessa. Dopo l’ultimo giro le porto anche quando faccio il bagno nella vasca di casa con le paperette.
• Una tuta sportiva, brutta come sanno essere solo le tute. Da usare solo in caso di emergenza: fodera per cuscino, asciugamano extra, asciuga-piatti, bandiera di emergenza, straccio per pavimenti…
• Bel giubbotto. Perché quando dormite in coperta, guardando le stelle, vi sentite come Fonzie nella foresta. Perché di mattina presto, in rada, vi sentite James Dean in Fronte del porto. E perché anche ad agosto, di notte in mezzo al mare, quando fa freddo fa freddo davvero.
Matteo Rinaldi
ottobre 28th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
L’iPod che racconta chi sei
nella foto: l’i.pod dei nostri anni Settanta. Giusto per dire che non tutto quello che porta il futuro è da buttare
(m.r.) Questo è il primo scritto non mio che ospito in questo spazio. È opera di Chiara, un’amica che non ha ancora un blog e chissà che sia la volta buona per spingerla a costruirlo. Glielo avevo chiesto io, questo pezzo: una riflessione umanistico-filosofica sull’i.Pod. Ma non pensavo le venisse così bene. L’intuizione finale sul valore del mini i.Pod rispetto al maxi è bellissima. Avrei voluto averla io. Buona lettura.
Una delle cose più belle del mondo, io trovo, è entrare nella casa di qualcuno che non conosci o conosci poco, e dedicarti per un poco a indovinare che tipo sia attraverso gli oggetti che possiede e che espone.
Direi che questo è il motivo principale per cui lo scambio di casa è il modo di viaggiare più divertente che io abbia mai sperimentato: non solo capiti in una città e in un paese che magari non conosci, ma vieni catapultato anche nella cucina, nel bagno, nel letto di qualcuno di cui ovviamente non sai nulla e avresti la curiosità di sapere qualcosa. E’ umano, credo.
Normalmente non sono una che fruga. Non apro gli armadi e i cassetti se non per necessità contingenti: un asciugamano, un cerotto, un pezzo di scotch.
Una volta sola non ho resistito alla tentazione di aprire uno sportello, e non era in bagno né in camera da letto (i luoghi ideali in cui eventualmente ficcare il naso, è ovvio) ma più banalmente in soggiorno. La ragione me la ricordo bene: in quella casa non c’erano foto. Si poteva indovinare la composizione del nucleo familiare dal numero di letti nelle stanze, e l’età dei ragazzi dai giocattoli e dalla crema contro l’acne dimenticata sopra al lavandino; ma nessuna immagine di genitori, figli, nonni, nessuna faccia sorridente sopra al comò. La curiosità era troppa, e l’album di foto facilmente rintracciabile sotto il mobile della TV e pronto a svelare fisionomie e fotogenie di biondi ragazzetti e orgogliosi genitori.
Però di solito la casa di molte cose spontaneamente parla, attraverso il cibo nella dispensa, i quadri alle pareti e i libri e i cd sugli scaffali: non puoi proprio evitare di costruirti un’idea delle persone che ci vivono.
Io vengo puntualmente e irrimediabilmente attratta dalle librerie. Passo ore a leggere titoli di libri allineati in ordine o in disordine, scoprendo gusti, interessi, idiosincrasie, affinità o incompatibilità letterarie, sfogliando pagine e riesumando dediche.
Con la musica, certe volte, è anche meglio: curiosare tra i dischi è come entrare nel luogo più significativo della casa, in un ambito che pur essendo condivisibile e condiviso resta legato al lato intimo e sentimentale delle persone. La cosa incredibile è che ti basta accendere lo stereo e scegliere una canzone per riempire la casa estranea della sua colonna sonora ideale: magari un pezzo che non hai mai sentito prima, e che forse ti piace, forse no. Poco importa che sia un vinile di 30 anni o una traccia custodita in formato emmepiqualcosa in un Ipod: è sempre musica.
E però a me resta il dubbio, il sospetto che da quando hanno inventato l’Ipod l’arte di curiosare abbia subito uno smacco. Mi spunta sempre il retropensiero che la vera libreria in cui varrebbe la pena di sbirciare sia quella di Itunes, perché il fatto che si chiami “libreria” a me piace un sacco, lo confesso. Secondo me quello che ha scelto questo nome era un tipo romantico, uno all’antica, uno a cui dispiaceva far scomparire gli armadietti, le scaffalature, la polvere e i dischi nelle custodie sbagliate. Avrà pensato che tutto quell’ordine, dentro Itunes, fosse eccessivo: per autore, per genere, per titolo, musica che come la cerchi la trovi, non devi nemmeno ricordarti il nome dell’album, il colore della copertina, niente di niente. Troppo facile, avrà pensato: ci voleva un nome che rendesse meno algido il marchingegno. “Libreria” sa di legno, di vecchiotto, di tiepido, appunto.
Inutile dire che la curiosità te la devi tenere: la libreria di Itunes è una stanza segreta, e se anche qualcuno ti autorizzasse a darci un’occhiata non sarebbe più con lo sguardo libero da vincoli e il gusto del proibito con cui osservi le cose quando la casa è deserta.
Io mi consolo, come la volpe con l’uva, pensando che in realtà in quella libreria lì, virtual-tecnologica, ci buttiamo dentro di tutto: roba comprata, regalata, scaricata dalla groppa del mulo, masterizzazioni di quarta generazione, cose che visto che ci siamo, visto che c’è spazio… ma la musica che ci somiglia davvero sarà sì e no un decimo del totale.
Foto: più è piccolo il vostro i.pod, più contiene voi e la vostra anima. Grande è lo sforzo necessario per selezionare.
Allora a me piacciono le persone che la musica fondamentale la tengono nell’ Ipod; uno di quelli poco capienti, più 8 Gb che 80, per intenderci, che devi fare un piccolo sforzo per selezionarla, quella musica, per essere sicuro che in caso di necessità le cose indispensabili siano tutte lì, a portata di mano e di orecchie.
E lì, ecco: diventa più facile capirci qualcosa. Sai che nessuna canzone sta lì dentro per caso e che ogni pezzo è un pezzo di vita.
Un giorno mi piacerebbe chiedere a uno che ho appena incontrato: “Non dirmi niente di te, ma fammi sentire la tua musica”: magari scoprirei che è un fan sfegatato di Paolo Meneguzzi, e saprei all’istante che con ogni probabilità non sarà mai il mio migliore amico. Oppure ci troverei tutte le cose che piacciono anche a me, e saprei all’istante che di sicuro non sarà mai il mio migliore amico.
Chiara Tizian
ottobre 23rd, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti
I 3 gg del Jocondor: la disfatta!
La morale dell’ultima gara: più del tattico conta il lavapiatti
nella foto: barca con la falchetta sottovento in acqua. Un’emozione che tutti i velisti raccontano, quasi sempre esagerando.
Svegliarsi in rada è meglio che in porto. Scusate la banalità ma è proprio così. Apro gli occhi giusto in tempo per vedere una donna che si tuffa elegantemente dalla barca ancorata a pochi metri da noi. Sono affascinato. Sarà che la barca è un bellissimo Beneteau Oceanis, sarà che che tutte le donne appaiono magnifiche dopo tre giorni di convivenza maschile. Sarà che l’acqua di metà ottobre appare ghiacciata a quest’ora del mattino.
E adesso come faccio a non buttarmi anche io? Quel tuffo è una sfida. Mi concentro, respiro a fondo, mi preparo. Non esiste che una donna si butta e io resto qua a fare il freddoloso. Uno, due, tre… Ricominciamo: uno, due e… “Fermo lì pazzo! Fermo e zitto, che stiamo partendo. Gli altri sono distratti, dài che li stacchiamo anche oggi!”
Dannazione, questo è Giorgio. Che indica il First degli amici-nemici mentre, zitto zitto, issa le vele per scivolare via di soppiatto. Ancora sfida! Chiedo virtualmente scusa alla miss ma devo partire. Tra l’altro è il mio turno: tocca di nuovo a me prendere il timone. Ricomincia la tiritera: “Bolina larga! Fuori il fiocco! Ora stringo un po’ alla volta! Cazzare a ferro!”
Partiamo bene, affiatati e compatti. Stavolta però anche gli amici-nemici ci danno dentro. Oggi il mare è un biliardo. Zero onda. Vento forte e regolare. Terreno perfetto per il loro proiettile.
“Allargo leggermente la bolina per aumentare la velocità. Lascare un filo! Occhio ai filetti!” Abbiamo il vento quasi contrario perciò combatteremo navigando a zig-zag (in neolingua: bordeggiando). Il Giovannone va che è un piacere. Timonare così è bellissimo.
“Controllare i filetti! Sbrogliare il velopendulo! Sgammare l’erosivo! Sì, lo so che non sto dicendo niente. Ma c’è mica molto da dire quando la barca va bene e ognuno sa il fatto suo. Perciò bisogna tenere sveglio l’equipaggio, che ama sentirsi rassicurato da una voce forte e chiara.
“Sgrenzare l’alambicco! Conclamare il pterodattilo! A proposito signori: vi avviso che abbiamo superato i nove nodi!” Roba da stappare lo champagne. E poi il vento è perfetto per stringere una bolina assassina, di quelle che ti pieghi come un fantozzi davanti al megadirettore. Una bolina che in condizioni normali non avrei mai osato (miei pensieri: “E se la barca si rovescia? E se il bulbo si stacca? E se…?”). Ma ora, dopo aver visto questa nave tenere il mare dei giorni scorsi, mi sento più tronfio di uno Spithill, Spytjll o come cavolo si chiama.
Il Jeanneau si piega eccome. La falchetta (per i non iniziati: il bordino di legno chiaro che corre lungo i lati alti dello scafo e serve a far apparire la barca più preziosa e fighettina di quel che sia) tocca l’acqua e mi dispiace che non ci sia foto capace di rendere l’emozione. Perchè quando la barca naviga in questo modo e tu stai al timone sul lato alto, a due metri dal mare, la sensazione è bellissima. È il gusto del potere. Ma non del tuo, quello conta niente. Ad affascinare è il potere del vento, che solleva diecimila chili, nel silenzio assoluto, come fosse un foglio di carta.
nella foto: il plongeur è un ruolo eccellente se a bordo non sapete fare nulla di importante (riparazioni, cucinare, raccontare balle e/o barzellette).
Quando lascio il timone tento un esperimento: vado a vedere che aria tira sottovento, di bolina stretta, lungo i passavanti (in italiano chiaro: vado a fare l’imbecille).
Sono anni che sento i velisti bestemmiare contro questo atto impuro, pericoloso, immorale. E capisco perché: laggiù non hai prese decenti, tutto è scivoloso, non riesci a tenere una posizione sicura. E non c’è onda, altrimenti chissà come sarei tornato su.
A mezz’ora dall’arrivo abbiamo un leggero ma decisivo vantaggio. E qua entra in tackle il comandante, che ordina, borbottando, di “allungare un bordo“, “aumentare l’angolo d’attacco“, “poggiare a 130” e altre amenità che non sono in grado di capire (figurarsi di tradurre). Marco, al momento prodiere, protesta: è follia, non ha senso! “Sì invece!! È fondamentale per allungare, aumentare la poggiata…” borbotta il comandante che ha la testa più dura del prodiere.
Alla fine obbediamo agli ordini. E facciamo male. Il Firstone ci surclasse letteralmente con due bordi in meno, ci sfila davanti e taglia il virtual-traguardo in netto anticipo.
Giusto così. Anche perché, solo un’ora prima, mentre eravamo in netto vantaggio, sparavamo cazzate impareggiabili per farli schiattare. Il comandante Giorgio, vero nobiluomo per rispetto degli avversari, aveva proposto: Li aspettiamo sul traguardo vestiti di tutto punto, con la tavola perfettamente imbandita. Quando passano alziamo i calici e gridiamo: “Noi siamo al dolce, ne volete una fetta?” Harr! Haaaarrr! Haaaaarrrrrr!
Ultima sosta in porto, da cui scappo subito, dopo aver scoperto che un appartamento di 30 metri quadri all’Elba costa come un loft in piazza San Babila a Milano. Meglio fuggire prima che ci chiedano tremila euro per il disco orario scaduto. Non vorrei mai essere costretto a scrivere una lettera di protesta a Bolina, dannazione!
L’ultimo tratto fino a Piombino lo facciamo a motore. Ci siamo mangiati fuori tutto il tempo disponibile e con questa scusa mi siedo a prua (per i non iniziati: laggiù in fondo) e medito. Penso alla curiosa ragione per cui sono riuscito a farmi sopportare dai compagni nonostante non sappia fare nulla, men che meno navigare. Perché Marco ha cucinato, e proprio bene. L’altro Marco ha riparato un guasto che io manco avevo riconosciuto. Giorgio, nel tempo perso, ha sistemato cime, cerniere, scuciture che neanche Giorgio Armani. Luciano ha scattato foto a tutti (oltre ad aver organizzato e messo la caparra, merito eccellente). E io? Io ho lavato i piatti, unica cosa che so fare con passione. Merito di George Orwell, che in un bellissimo libro minore, Su e giù per Parigi e Londra, racconta questo lavoro rivestendolo di un fascino impensabile. Il fatto di dire “Lavo io i piatti, volentieri!” in una barca di soli uomini vi garantisce un rispetto che manco Paul Cayard.
Nella foto: l’equipaggio al gran completo. Chi individua tutti i protagonisti dimostra di aver letto con attenzione tutte le puntate (bravi!) e vince un giro gratis nella laguna di Venezia (ahivoi!). Grazie dell’attenzione. Spero soprattutto di aver fatto passare a tutti la voglia di vela.
Matteo Rinaldi
(fine!)
ottobre 21st, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
I 3 gg del Jocondor: la sfida
Quarta puntata! Nella quale, da Capraia fino all’Elba, Giovannone coscia lunga si scatena
nella foto: il caratteristico colore del mare dell’Elba è opera del vile ufficio turistico toscano che cosparge coloranti e schiarenti per abbindolare velisti (facile) e turisti (già meno)
Chi l’avrebbe mai immaginato che la vita del velista è questa roba qui? Pensavo che i porti, almeno quelli costruiti per ospitare barche da duecentomila euro (ma anche da quarantamila), fossero in linea con quello che costano. Porti dove vivere una notte alla Denim, una sveglia alla Tè Ati, una colazione alla Mulino bianco e una toilette alla Sapone Camay.
Fermatevi in un qualsiasi porto e scoprite che vi aspettano notti alla Dement, sveglie alla Te alzi, aho?, colazioni alla Musino Broncio, toilette alla Sapone, ch’è mai? Scendete dalla barca con occhi cisposi, asciugamano attorno al braccio, sapone nella mano destra, spazzolino sulla sinistra, soldi nelle mutande e incamminatevi. Raggiungerete i tristissimi bagni, di norma sperduti nell’entroterra, protetti da un aguzzino che pretende un euro per ogni tirata d’acqua e tre per una doccia fredda e veloce.
Gioite. Vi è andata di lusso perché è ottobre: narrano che ad agosto dovete conquistare il lavandino a gomitate, difendere il wc con le unghie e assicurare la carta igienica contro i furti.
Sia chiaro: non ho motivo per lamentarmi. Ma queste situazioni evidenziano una volta di più che il velista è un grullo senza carattere e raziocinio. Provate a proporre certe cifre a un camperista, a un motociclista, a un biciturista ripagandolo con questi servizi: come minimo vi rompe la pompa sulla testa. Il velista accetta in silenzio. Dev’essere un’abitudine della categoria: a una lettera di protesta pubblicata su Bolina (giornale che compro fin dal primo dannatissimo giorno in cui ho messo piede su una barca) con una storia tipo “Nel porto di Brigionazze mi hanno chiesto seicento euro per entrare, preso a martellate la barca, rapito la moglie e stuprato la suocera: che posso fare?” il giornale rispondeva: “Siamo vicini all’amico Eriberto e lo invitiamo a comportarsi con la massima calma e dignità per cercare di vedere valorizzati, forse in un giorno non troppo lontano, almeno parte dei suoi diritti”.
Meglio rimettersi in viaggio. Oggi il mare è così così: onda insistente ma accettabile e vento fresco frizzantino, ideale per una tirata guance al vento (in gergo velistico: al traverso) da Capraia all’Elba, con gara incorporata. Vediamo se il nostro Giovannone coscia lunga (in gergo velistico: Jeanneau 43 piedi) riesce ancora a tenere botta contro il corsaiolo First 40.
nella foto: il poderoso First 40 dei nostri amici-avversari. A mente fredda, è giusto dire che lo abbiamo sonoramente battuto soprattutto grazie alla nostra maggiore lunghezza: 11.43 metri contro i loro 10,62. A mente ancor più fredda è doveroso aggiungere che la nostra superficie velica era però di 92 mq contro i loro 100. Harr harrr harrrr!
La prima tratta al timone tocca a me: “Su le vele, su il morale, su le insegne!” provo a buttare là. “Giù il vento – mi fanno – Non c’è più un filo d’aria, dove cacchio vuoi andare?” Roba da diventare nervoso (la sensazione di tutti i timonieri è sempre la stessa: se cala il vento è solo colpa tua). Ma resto calmo. In fondo non ho un filo di mal di mare neanche oggi.
“Arriva! Arriva il vento, guarda là!” urlano Marco & Marco all’improvviso. Ah, i derivisti! Riconoscono l’arrivo del vento dalle increspature del mare. Io non ho ancora capito cosa siano le increspature, figurarsi il vento in arrivo. Ma intanto issiamo le vele e partiamo. Uno, due, tre, quattro, cinque nodi in pochi istanti. Hei, c’è da divertirsi! È sufficiente non pensare che l’ottantenne nonna Luigia, in bicicletta, va più veloce anche con le borse della spesa appese al manubrio. Ulteriore vantaggio: c’è poco da fare zig zag (in neolingua: fare bordi) e mi basta tenere il timone con decenza.
Il vento sale, l’umore pure. Non solo dò indicazioni sensate ma pure in allegria. Adotto un metodo ben poco velistico ma molto cristiano: dire all’altro ciò che vorresti fosse detto a te. “Grande Marco, è fenomenale come hai cazzato il fiocco. Ora andiamo decisamente meglio“. “Strepitoso Luciano: sei seduto sopravvento in posizione eccellente, oltre che elegante: garantisci così il miglior contrappeso allo scafo“.
Sciocchezze, certo, ma intanto prendiamo velocità e aumentiamo il distacco: sei, sette, otto nodi! Di questo passo (quindici chilometri l’ora circa) sfioriamo un record: superare nonna Luigia anche quando pedala senza le borse della spesa! Me la godo per un’ora mentre superiamo gli otto nodi, poi passo il timone a Sandro. Gli amici-avversari sono sempre più distanti.
A questo punto l’orrore: si scatena l’italiano che è in noi. Il profumo della vittoria libera le catene del buonsenso e vai con le cazzate. No, non quelle della barca (quelle sono in corsivo). Quelle vere. Bepi: Uè tùsi! Adeso fotografo quei là indrìo col telefonin. Acc… Non ghea fasso: i xe così pìcoi che non rieso gnanca vèderli sul schermo. Harr! harrr! haaaarrr!”
Ridiamo come alunni alla gita di terza media. La miccia è accesa. Luciano: E che problema c’è? Gliela spediamo via sms. Mi raccomando: aggiungi il cerchietto attorno alla barca e la scritta: “Voi siete qui”. Haaaarrrr! Haaaarrrr! Haaarrr!. Risate da gita delle superiori, istituto tecnico maschile. Cristo, speriamo non esca l’imbecille che propone la foto dei culi al vento.
“Hei ragazzi! Inviamo loro un primo piano dei nostro deretani con scritto: “Voi ci vedete così”. Haaaarrrr! Haaaarrrr! Haaarrr! Risate da caserma, camerata congedanti. Ma… dannazione, non posso crederci: l’imbecille che l’ha detto sono io!
Finisce che arriviamo trionfalmente all’Elba e troviamo una magnifica rada. Buttiamo prima l’ancora e poi noi stessi, nel coraggioso numero di tre. Fredda davvero, ma che meraviglia. Una cinquantina di pesci mi fa gli onori di casa. Non c’è dubbio che considerino con maggiore rispetto i bagnanti ottobrini. Quando risalgo, sorpresa: il Giovannone ha pure la doccetta calda esterna. Siamo già oltre la mia massima concezione di lusso. Siamo alla lussuria pura.
Nella foto: il terrore delle notti in rada del velista. Avvertire dal nulla la musica mielosa del Guardiano del faro. È l’orribile segnale che la barca sta andando a scogli.
Dopo il pranzo, pomeriggio navigante attorno all’Elba a caccia di un porto per la notte. Il porto c’è ma il vento è salito di nuovo e non si riesce a entrare in sicurezza. Buttiamo l’ancora in una delle tante insenature (in gergo: rade) dove il vento non arriva e il mare è calmissimo. Ceniamo a bordo del Giovannone, in dieci comodi nel salottino (in neolingua: quadrato, anche se è decisamente rettangolare).
La mia prima notte in rada è pacifica e piacevole. Ci metto sei mesi a riconoscere la stella polare e a capire dove abita. Sono molto dispiaciuto quando mi spiegano che non sta mai ferma ma si muove per tutta la notte. Un po’ come la barca, che ruota dolcemente assieme alle altre due navi che abbiamo vicino. Motivo per cui devo stare sveglio e controllare. C’è sempre il rischio che l’ancora non tenga, che il mar… Ha-ungh… Ronf… Ronf… Zzzzzzzzzzz.
Matteo Rinaldi
(fine della quarta puntata)
ottobre 19th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
I 3 giorni del Jocondor: la rinascita
Terza puntata del viaggio, in cui l’ufficio turistico toscano dà il meglio di sé millantando onde, strade e delfini
Nella foto: con una buona barca sotto il sedere il mare con onda formata è divertente quanto Gardaland. Ma, sospetto, altrettanto fittizio
Excusate moi se improvisamònt parlo come l’ispettore Clouseau. Ma siamo arivè in Corsica e io non mi sento afàto ben. Bastià es una bela scitadina, epure l’acolienza non è stata delle millior: tuto pieno zepò, comme a feragòst. Così abiamo dovù parchesciar (in scergo velistico: ormesciar) di popà. Nela confusion siamo sbatuti con una barca da la Danemark: l’equipascio, tres gentil, non ci ha neanche deto “fasce di merde” come mi attendav. Però il testòn mi ha ricomnsciato a girar: olalà, ancora il mal di mar!
Così ho fato una pasesciata con Sandrò per tirarmi su. Ma più caminavàm, più aumentava la tristesà. Cadeva una piogia tres fastidiosa e al bar sci hano propinè un cafè brodalia pescio di quelo che fano alla pension “Wunderbar Düsseldorf” di Riscione.
“Monsieur, nois vulevam savoir: comme si disc golf in franscese?” abiam domandè a un indisceno. Non ho capìt cos’ha rispostò, ma stavolta la parola merde l’ho sentita tres bien. Così siam tornè a la barcà, che intanto si era fato messodì. Bisognava purtropo ripartir.
“Devo avere delle pillole di Xamamina da qualche parte” dice Sandro mentre saliamo a bordo. Le prendiamo per non lasciar nulla d’intentato. Poi Marco lancia una sfida di cucina all’altro equipaggio: loro propongono tartine al fegato d’oca, noi bigoli al tonno, vino e intingoli vari.
“Dovremmo stare leggeri per avere qualche speranza” suggerisce Sandro, ma non ci crede più neanche lui. E poi il cibo è l’unico mezzo con cui possiamo tenere alta la bandiera nei confronti della barche affiancate: danesi, tedesche, austriache. Dove tutti paiono in forma strepitosa e hanno un’odiosa faccia da veri marinai.
Ripartiamo ingozzati e inquieti poco prima dell’una: meta Capraia, gradevole isola a mezza via tra Corsica e Italia. Una buona notizia almeno c’è: io e Sandro siamo di turno dalle 8 alle 12 e quindi avremo già il diritto di buttarci a piangere in cabina senza chiedere il permesso a nessuno.
Nella foto: la piantina del viaggio. Un percorso a bastone, o meglio: a bastonate.
C’è un bel vento e mare tranquillo: troppo presto per stare male. Perciò cominciamo a gareggiare con gli amici-nemici del Firstone. Io, alle scotte, discuto con Sandro sul miglior modo per trionfare: “Il set di ferri della serie V450 Voit comprende il celebre Ferro 3, studiato per i principianti, che consente un colpo preciso grazie alla distribuzione perimetrale del peso e allo shaft in acciaio. È il migliore, mio caro“. Lui replica: “Il suo prezzo è in effetti molto buono. Ma il Ferro 3 della Pro Green abbina ai vantaggi da te elencati un’impugnatura ergonomica ideale anche in caso di tempo umido, soprattutto nei campi a 18 buche di alta collina“.
A riportarci alla triste realtà arrivano i delfini. Sono tre, si affiancano alla barca e improvvisano numeri acrobatici per attirare l’attenzione. Casino a bordo, macchine fotografiche, spettacolo. Io non mi scompongo: sono evidentemente ammaestrati, inviati dall’ente di promozione turistica toscana che teme di perdere clienti a causa del mare fastidioso. Se credono di farmi cambiare idea con questi trucchetti si sbagliano di grosso.
I delfini se ne vanno (sulla pinna vedo chiaramente il marchio dell’Ente di promozione) e al loro posto arrivano vento e mare. Ma non un po’ alla volta, chiedendo permesso. Arrivano e basta. La barca comincia a sgrenzare e sbatocchiare (in gergo velistico: rollare e beccheggiare) e siccome pesa quasi diecimila chili – una specie di camion a rimorchio, carico e senza ruote – mi fa quasi più effetto dei delfini.
Il vento sale ancora, il mare anche. “Trenta nodi, folate escluse!” urla Marco che tiene sott’occhio gli strumenti. Avvolgiamo metà fiocco. Anzi, perché risparmiare? Via tutto! Occhio però: non è che ci fermiamo? “Filiamo a sei nodi!” urla Luciano. Sei nodi senza fiocco? Mi sa che l’Apt, oltre ai delfini, ha a stipendio anche lui. “Hei, il vento sale ancora: qui c’è scritto 40 nodi” dice Bepi, uno che non si agiterebbe neppure se la vela andasse in brandelli. Bella forza, la sostituirebbe con una mano (ce l’ha appena più piccola) e ci porterebbe tutti a casa lo stesso.
Nella foto: uno Jeanneau uguale al nostro, con la stessa quantità di legno e due winch in più per lo spi. Il nostro, in compenso, aveva il winch elettrico per la drizza randa. Il winch elettrico! Primo giorno: guardato con disprezzo. Secondo giorno: provato per gioco. Dal terzo: usato senza ritegno.
Adesso si balla davvero. Le onde diventano inquietanti: ci saranno un paio di metri tra la cresta e il buco. “No, sono tre metri almeno” dice Marco. Cavolo, mi sa che sono l’unico a non prendere soldi dall’Apt.
Chissà perché cominciamo a guardare tutti verso Giorgio, il nostro comandante cap. di lung. cors eccetera. Il vento sale. Il mare sale. E lui? Lui scende! Borbotta: “Bisogna che vada in cabina… Problema da risolvere… Cose da sistemare…” e sparisce di sotto. Io già lo sapevo che era un grande comandante. Ma questa è la prova definitiva. C’è il mare che infuria, il vento che cresce, un equipaggio di dilettanti. E cosa fa l’unico vero navigatore della compagnia? Fa il maestro: ci obbliga a cavarcela da soli. Su dieci comandanti, nove avrebbero preso il timone e lanciato ordini a destra e manca. E sarebbero arrivati tranquilli in porto, divertendosi pure, col risultato di creare un vero equipaggio. Ci vuole tutt’altra classe per farsi da parte e creare così dei veri navigatori. Perché solo davanti alle responsabilità si impara davvero e si acquista fiducia in se stessi.
L’idea di star male adesso non ci sfiora nemmeno. Ora abbiamo la barca in mano che corre sempre più forte, affronta le onde, non perde un colpo. “Due mani di terzaroli!” decidiamo quando vento e mare crescono ancora. Tutti d’accordo, ovviamente. Prima di mettere la prua al vento decidiamo anche di indossare le cerate. Tutti d’accordo, meno due. Io e Sandro non abbiamo mai comprato le cerate (che se ne fanno due golfisti?) ma in compenso abbiamo portato: lui, la tuta da snowboard; io, una cerata mimetica stile Rambo 3 la vendetta. L’ha comprata mia moglie, sempre previdente, che ha speso cinque euro in un negozio cinese convinta che la cerata da barca fosse identica a quella da caccia al cinghiale. Mi pareva brutto far finta di dimenticarla a casa. Dannazione, se proviamo a uscire in coperta vestiti così Fantozzi e Filini ci fanno causa. Decidiamo di lasciar perdere e di prendere l’acqua.
E ne prendiamo a secchiate. Però è calda, piacevole. E una volta terzarolato, si va che è un piacere. Con la vela ridotta (in gergo: una mano di terzaroli) il Sun Odissey non rallenta. Con due mani accelera: sei-sette nodi, sempre diritto, tronfio, sicuro di sè. I nostri amici-avversari hanno calato tutto e procedono a motore. Grandi lazzi e frizzi, ma obiettivamente li comprendiamo. Il First balla come una trottola rispetto alla nostra astro-nave.
Mai più, giuro, chiamerò gli Jeanneau “camperoni da turista“, “barconi da charter“, “baite con le vele“. Queste barche in mare ci sanno andare, alla grande. Chi se ne frega se con poco vento vanno piano? Volete mettere col valore di sentirsi sicuri quando tutti gli altri stanno in porto e voi, con onde di tre metri, neanche provate ad avere paura?
nella foto pubblicitaria: l’interno del nostro Sun Odissey. Da questa foto avvertite il sentore di fiori e bevande fresche. Nella realtà c’è odore di fritto, di calzini, di olio, di sentina, di benza. Odore fino a ieri: da oggi è profumo.
Arriviamo a Capraia nel tardo pomeriggio, fatichiamo ad entrare in porto (troppo vento e mare: deve arrivare un gommone d’appoggio per spingerci dentro) e ci prendiamo i complimenti dei locali: “Bravissimi davvero. Oggi con questo mare non sono arrivate nemmeno le barche da lavoro”. Cavolo, ma quanta gente paga l’Apt toscana?
Per farci mangiare aprono un ristorante per noi (gli isolani: siccome siamo in tredici, preparano per quattordici ma ci fanno pagare per dodici) e poi ci godiamo una passeggiata per l’isola. A proposito: quali mezzi da lavoro stavano aspettando via mare proprio ora? “Ruspe, camion e scavatori – ci spiegano - stanno allargando la strada”.
Roba da non credere. In tutta l’isola c’è una sola strada che collega il porto al paese. Ed è lunga ottocento metri, non uno di più. La stanno allargando perché, per quindici giorni all’anno, c’è un po’ di traffico e i turisti si lamentano!
Dormiamo in porto. Lo Jeanneau adesso non è più una barca qualsiasi. Il suo legno profuma di fiducia, i suoi spazi sono diventati caldi e accoglienti, il suo dondolio suona piacevole. Anche l’I-Pod si è messo il cuore in pace e mi spara musica perfetta, da Rino Gaetano ai Beatles a Nick Drake. Se mi uscivano i Litfiba con Eroi nel vento lo buttavo a mare con la cerata da Rambo cinese.
Matteo Rinaldi
(fine della terza puntata)
ottobre 14th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti
I tre giorni del Jocondor: la partenza
Seconda puntata del mio viaggio a vela nel Tirreno. Dove si lotta contro mal d’auto, mal di mare, distributori di metano, equipaggio rivale, equipaggio amico. Ed è solo l’inizio!
Nella foto, il terzo peggior compagno dei viaggi a vela: il marinaio beone e stravaccato.
Giovedì 2 ottobre, si parte. Scopro solo ora che navigheremo sul Tirreno. Non sono così menefreghista, ho partecipato anche alla riunione pre-partenza (in gergo velistico: briefing). Ma sono fuggito subito: come in tutte le riunioni pre-partenza, c’era quello che raccontava di aver fatto lo stesso viaggio con mare forza 13, onde di 25 metri e gente che vomitava a cascata.
Metto a disposizione la mia Multipla per i 400 chilometri con cui tagliamo l’Italia in due. No, non lo faccio solo perché a) è comoda; b) va a metano; ma soprattutto perché c) guidando non rischio il mal d’auto. Ci mancherebbe, oltre al mal di mare. Sono di un previdente, a volte.
Guido veloce – e quindi non rilassato – perché i noleggiatori (in gergo velistico: charter company staff) vogliono liberarsi delle barche entro le sei. Il viaggio fila liscio (forse perché quello del mare forza 13 non è con noi). Ma a Livorno commetto un errore: decido di fare gas.
Se non avete mai avuto una macchina a metano non potete capire. I distributori vengono costruiti solo in luoghi irraggiungibili e misteriosi. Quello di Piombino lo troviamo dopo mezz’ora di ricerche nonostante faccia strada Giorgio (cap. di lung. cors.) che saprebbe tracciare una rotta anche chiuso ermeticamente in una scatola, legato e imbavagliato. Perdiamo quasi un’ora.
Nella foto, il secondo peggior compagno di viaggio: l’ottimista entusiasta.
Quando raggiungiamo il porto scopro che il nostro mezzo è uno Jeanneau Sun Odissey 43, una nave gigantesca (in gergo velistico: barca entry level ideale per quattro persone che non vogliono pestarsi troppo i piedi). A bordo saremo in sette. Gli altri cinque della compagnia prendono possesso di un Beneteau First 40. Il First è filante, cattivo e decisamente più invelato. Il noleggiatore ci illustra caratteristiche e segreti del nostro cargo in toscano stretto e rapido perché ha fretta di andare. “Huesta è la bittha, hua c’è un havone, huella è la hassetta d’attrezzi…”.
Purtroppo guardare dentro un gavone in sette, contemporaneamente, è difficile. Perdo subito il filo, mi distraggo, non capisco nulla e mi gira già la testa. Mi gira la testa e non siamo ancora partiti. Cosa darei per essere davanti alla buca tre del golf Club di Creazzo, ora. Vabbè, non ci sono mai andato in vita mai, ma che c’entra?
Ma cosa… tradimento! I cinque colleghi, che si son fatti mostrare tutto (in gergo velistico fare ceck-in) prima di noi, hanno già mollato gli ormeggi, sono usciti zitti zitti dal porto e hanno già tratto su tutto (in gergo velistico: issato le vele) partendo in netto vantaggio.
Era logico che sarebbe finita così. Metti due italiani davanti a una qualsiasi sfida e non c’è modo di frenare gli istinti. Si gareggia all’ultimo sangue, altro che amicizia. Attendiamo cortesemente che il livornese finisca, firmiamo cambiali in bianco e penali abnormi, salutiamo e partiamo anche noi.
Io vado alla grande: non so nemmeno come si chiamano i miei compagni. Inoltre è già buio pesto e non distinguo una scotta da una drizza; infine: non ho la minima idea della meta. Ma già devo guidare (in gergo velistico: portare la barca), non perdere d’occhio gli amici-nemici là davanti e soprattutto, la cosa più difficile: devo stare bene.
È proprio quello che mi riesce peggio. Dopo cinque minuti il vento, già scarso, cala del tutto. Accendiamo il motore: pot pot pot pot pot pot… C’è un’onda corta, insistente e insulsa che se ne fotte dei tredici metri di barca (quasi diecimila chili, con acqua ed equipaggio) e ci fa ballare come se fossimo su un canotto. Pot pot pot pot pot… Respira, ragiona, resisti.
Il peggior compagno di viaggio in assoluto: l’occhialato da sole. Non è solo antipatico. L’occhiale scuro vi impedisce di capire se vi ritiene degli incapaci o semplicemente dei cretini.
Guardo il caro Sandro seduto in pozzetto. Il sorriso gli si spegne a poco a poco. Lo vedo sbiancare. Arrossire. Ingiallire. Pot pot pot pot… Resisterò. Lo vedo ingrigire. Inverdire. Hei, chi l’avrebbe detto che il viso umano sapesse assumere tante tonalità… Pot pot pot pot… Burp! Respira, ragiona, resisti.
Ne approfitto per studiare i miei compagni. Per fortuna hanno nomi facili: un Marco alto come un watusso e con due spalle da atleta. Un secondo Marco di stazza normale. Un Bepi con due mani appena più piccole della randa. Poi Luciano, che ha organizzato tutto questo (non so ancora se ringraziarlo o ucciderlo; propendo per la seconda) e il comandante Giorgio. Maledetti, perché loro stanno tutti bene? Guardo Marco l’atleta. Ha la faccia imperscrutabile. Lo guardo meglio. Sbianca leggermente. Ingiallisce. Ingrigisce. Inverdisce.
Cristo. chissà se anche lui ha mai pensato al golf. Cazzo. Respira, ragiona, resisti.
Bepi sparisce in cabina: gli tocca il turno di notte e va a riposare. Anche a Marco & Marco tocca il turno di notte ma mi sa che piuttosto di andare in cabina si farebbero issare per i piedi al posto della bandiera di cortesia.
Sandro sparisce dietro alla tuga. Intuisco un “Argh…Burp… Bluaaargh!” Bravo però: ha scelto il bordo sottovento. Gli farei i complimenti, ma se apro bocca rischio grosso. Mi sa che non sono neanche sottovento. Madonna. Il birdwatching.
“Aaaargh… Burp… Bluaaargh!” Sandro di nuovo? Ma no, questo è Marco atleta. Lo riconosco dalle spalle, là in cao (in gergo velistico: a prua). Non so se a prima vista mi era simpatico. Ma ora lo sento vicino, simpaticissimo. “Anch’io sto piuttosto male” mi confida l’altro Marco, che mi diventa immediatamente cugino di primo grado.
In qualche modo arrivo a mezzanotte, fine del mio turno. Posso andare a dormire. Sono un duro, io. In due ore al timone mi son disteso in pozzetto solo trentacinque volte. C’è una stellata impressionante. Di certo la più bella, la più ricca e luminosa di tutta la mia vita. Quando finalmente mi stendo nel mio mezzo loculo (in gergo velistico: cabina laterale di poppa) accendo l’I-Pod e metto musica casuale. Ho quasi tremila canzoni, finalmente mi rilass… Escono di fila: Il mare d’inverno; Com’è profondo il mare; Onda su onda. Ma vaff… Aaaargh… Bluaaargh…
Matteo Rinaldi
(fine della seconda puntata)
ottobre 10th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
I tre giorni del Jocondor
Un marinaio d’acqua dolce alla conquista del Tirreno: cronaca di una fuga disperata dal mare agitato attraverso Corsica, Elba e Capraia. A puntate!
Nella foto, una famiglia italiana di emigranti all’imbarco per l’America. Per una crociera di due giorni, oggi il velista italiano porta più bagaglio
Prima puntata: la borsa del velista
Parto per questo viaggio col morale sotto i tacchi. L’ultima esperienza (Caorle-Parenzo-Caorle col mal di mare) mi ha leggermente demoralizzato. I giocatori di borsa, in questo autunno 2008, rispetto a me sembrano animatori di un villaggio Valtur.
Purtroppo non ho scuse decenti per rifiutare. Mi ha precettato Giorgio, capitano di lungo corso e mio grande maestro di vela e mare. Ho accettato senza condizioni ma anche senza chiedere informazioni. Non so nulla sul tempo. Pazienza. Nemmeno sulla meta. Pazienza! Ma ignoro qualcosa di ben più pericoloso: i compagni di viaggio. Qui rischio grosso. A parte Sandro, amico di lunga data, viaggerò con quattro perfetti sconosciuti. Impiastri giovinastri? Settantenni iperdotati? Allegroni alcolisti? Principianti entusiasti? Regatanti nerocchialuti?
Bando agli scoramenti. Da un settimana penso positivo: ho quasi scelto l’alternativa a questa stupida passione. Propendo per il golf ma non escludo badminton, nordic walking e birdwatching.
Intanto preparo il bagaglio. Con l’occasione butto giù un promemoria ragionato per chi parte in barca a vela. I veri velisti mi ringrazieranno. Indispensabile per non dimenticare le cose fondamentali, questo promemoria è ideale per chi ama fare la borsa la sera prima, in cinque minuti. Per scoprire solo il giorno dopo, in mezzo all’Adriatico, di aver lasciato nel cassetto la carta d’identità.
Niente più rischi di questo genere. E soprattutto la soddisfazione di contare su tutto, superfluo compreso, nello spazio in cui vostra moglie fa stare a malapena le lenzuola.
Occhio! Questo bagaglio è ideale per la mezza stagione: maggio, giugno, settembre e ottobre. E d’estate? D’estate in barca andateci voi. Anche la durata è breve: da due a quattro giorni. E per i periodi più lunghi? I periodi più lunghi sono riservati ai mollaccioni, ai professionisti, ai masochisti. Qui siamo gente seria, dannazione.
La borsa ideale del velista
Gli ingredienti della mia: • tre paia di calzini (cotone pesante due, cotone leggero uno); • due mutande (meglio boxer colorati: girare pel quadrato coi mutandoni bianchi non fa fine); • costume da bagno (ma poi dovete usarlo); • tre maglie tipo Fonzie (anche sponsorizzate Termogalvanica Maule, nessuno si scandalizza); • una maglia da mezza stagione a maniche lunghe; • una camicia; • una felpa; • un paio di pantaloni lunghi e pesanti (bisogna essere pessimisti); • un paio di pantaloni lunghi e leggeri (bisogna essere ottimisti); • un berretto pesante; • un paio di guanti; • due asciugamani compatti (uno per la toilette, uno per i bagni in mare); • due paia di scarpe da ginnastica; • un sacco a pelo leggero; • un paio di ciabatte da doccia; • sapone, spazzolino, rasoio elettrico; • cerata; • occhialini da piscina; • I-pod; • documenti (in regola per l’estero!); • denaro; • occhiali da sole; • pastiglie contro il mal di mare; e infine: • una tuta sportiva, brutta come sanno essere solo le tute, ma da usare solo in caso di emergenza.
Metà roba non la usate nemmeno. Se avete un bel giubbotto (non è in lista perché l’avete indossato in viaggio) la felpa non servirà. Ma è meglio prevedere la sfiga: una caduta in acqua, una vomitata fuori controllo, un amico freddoloso. Se foste dei geni vi sareste ricordati di portate pure: • la fodera per il cuscino. Tutti la dimenticano sempre e quindi dormono senza cuscino (blerk) o realizzano una fodera col rovescio della tuta d’emergenza (da qui il nome). Per chiudere, non dimenticate una • spugnetta per piatti. Che d’ora in poi (vedi capitoli seguenti) non dimenticherò più.
Sono contento di partire la sera perché le partenze mattiniere mi scombinano. La sera prima vado a letto presto per rilassarmi e concentrarmi. Lo so che è da imbecilli. Mi viene naturale! Tanto lo so che non riesco mai ad addormentarmi presto, prima di un viaggio, fosse anche Jesolo-Cortellazzo. Mille domande mi frullano in testa, atroci e senza risposta. L’ultima volta ho passato un’ora chiedendomi come si chiama l’occhiello dei terzaroli all’albero. Trozza? Caburbia? Sgnaccket? Woszabio? Bodomancio? Ha-ungh, Alla prossima puntata. Dove si chiacchiera un po’ meno e si naviga davvero. Groan. Zzzz.
Matteo Rinaldi
ottobre 9th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
La vita infernale di un settimanale
Per festeggiare i 100 numeri del settimanale, i redattori di Vicenza Più mi hanno chiesto di raccontare le difficoltà di fare un giornale nella mia città (e probabilmente anche in tutte le altre). Ho raccontato loro tutta la verità.

Nella foto, il mito di ogni scribacchino: trovare un lettore che legga un giornale senza esserne costretto dalla situazione (attesa dal dentista, panino solitario al bar…)
Festeggiamo i cento numeri con un pezzo che chiude per la sempre la possibilità di arrivare a duecento. Ecco perché la stampa ha vita difficile: le colpe di chi scrive e di chi legge
Caro lettore di Vicenza Più, questo pezzo vuole raccontare la difficoltà di far nascere – e soprattutto crescere – un giornale settimanale a Vicenza. E parte subito male: la sua lunghezza è assurdamente esagerata. La colpa non è mia. A me piace scrivere pezzi brevi e so che anche tu preferisci gli articoli rapidi, con un bel titolo, un ricco sottotitolo e un corredo di foto impeccabili.
Purtroppo i redattori dei settimanali non ne vogliono sapere: devono riempire pagine su pagine, hanno l’ansia da chiusura e l’incubo degli spazi bianchi. Lo so perché ho avuto la stessa malattia anch’io. L’ho perfino diretto un giornale come questo.
Anch’io avevo cominciato giurando che mai avrei pubblicato un pezzo più lungo di 30 righe. Mai una foto non inerente. E soprattutto: mai un pistolotto in politichese. Invece ho fatto di peggio. Ho perfino toccato il fondo del fondo: ho quadruplicato un pezzo già pronto per riempire una pagina orfana di un servizio mai arrivato.
Il pezzo originale cominciava così: “La partita – dice Maccarozzi – è stata orrenda e il risultato è giusto. Più di 0-0 non si poteva pretendere” .
Ma il dannato cronista, con un vergognoso lavoro di moltiplicazione del reale, lo rimpasta così: “Questa sfida che ci ha visti impegnati per tutti i novanta minuti – sostiene il valido difensore esterno Maccarozzi – non sarà certo ricordata con il fascino di una finale di Champions League. Ma è indubbio che l’impegno da parte di tutti noi sia stato encomiabile, e va detto che, anche alla luce delle occasioni susseguitesi all’interno del rettangolo di gioco, il risultato finale a reti inviolate fotografa con assoluta precisione la divisione della posta in palio”.
Questo stile ha i suoi vantaggi: puoi riempire trecento righe con il materiale appena sufficiente per una didascalia. E soprattutto, puoi dire cose totalmente prive di senso senza che nessuno se ne accorga: il lettore, totalmente annichilito dal tuo linguaggio bieco e retorico, perderà il filo dopo le prime tre righe.
Non ci credi? Vai a rileggere la frase conclusiva: “Il risultato finale (…) fotografa con assoluta precisione la divisione della posta in palio”. Non sta in piedi. È da bocciatura in quinta elementare. Ma non te n’eri accorto. Non è colpa tua: eri già drogato, assuefatto, ipnotizzato.

Nell’immagine: le parole del mio primo direttore di un giornale quotidiano andrebbero rimarcate a ogni giovane cronista. “Il tuo lavoro di oggi è carta per il fruttivendolo già domani”. Oggi i tempi sono cambiati. È carta per il fruttivendolo dal giorno stesso.
Le colpe di chi scrive non si fermano a questo. E si possono raccogliere in tre errori principali.
1. Pensare che i giornalisti contino più degli editori. Il bel pezzo, l’intervista intelligente, la notizia scovata dopo settimane di appostamenti non contano niente. Gli editori contano dieci volte tanto, perché possono chiudere il giornale da un giorno all’altro (Vicenza Abc, un paio di anni fa), possono fare un giornale di sinistra ma venderlo a un editore di destra (Il Vicenza, qualche mese fa), possono decidere di trasformare un ottimo settimanale in un pessimo quotidiano (Nuova Vicenza, vent’anni fa), possono scappare con la cassa (questo succede raramente, ma solo perché raramente c’è la cassa).
2. Pensare che gli editori contino più dei pubblicitari. È l’errore più importante, che ha portato al fallimento tantissimi giornali di provincia. Senza una squadra di bravi pubblicitari, che macinano chilometri su chilometri bussando a negozi, aziende, enti, associazioni, sagre, politici, amici e amici di amici, non si va da nessuna parte. Al punto che oggi gli editori con le idee chiare partono dai pubblicitari, poi fanno il resto. Ai giornalisti brucia un po’ ma devono farsene una ragione: un ragazzino che va a raccogliere pubblicità tra il supermercato e il gommista è più importante di un editorialista a penna sguainata. E spesso rompe molto meno le scatole. (Nb: il discorso è ovviamente diverso per i grandi giornali, che evitano questi problemi grazie ai finanziamenti miliardari della politica. Ma ne parliamo un’altra volta)
3. Pensare che i giornalisti contino. È l’errore definitivo. I giornalisti che fanno vendere, li conti sulle dita di una mano. Quelli che spostano i lettori sono i Vittorio Feltri, i Curzio Maltese, i Massimo Gramellini, i Gianantonio Stella. Gli altri contano finché stanno al loro posto, non danno i numeri, non chiedono aumenti e soprattutto garanzie. Una volta chiedevano garanzie di indipendenza e obiettività. Oggi si accontenterebbero di garanzie più terra terra, come un posto di lavoro sicuro, per il quale sono ormai disponibilissimi a sacrificare senza discutere indipendenza e obiettività.
La morale del discorso è semplice: finché non arriverà un editore con un progetto chiaro (almeno 10 anni di investimenti), un’idea precisa (politica, sociale e di mercato), un entusiasmo invidiabile e un’ottima capacità organizzativa, continueremo a delegare l’informazione cittadina a esperimenti estemporanei che accompagnano come timide damigelle il solito Giornale di Vicenza. Che fa il suo mestiere, per carità. Ma proprio per questo ci piacerebbe tanto un giornale che faccia un po’ anche il nostro.
E le colpe di chi legge? Di quelle non si parla mai. C’è il mito del “lettore sacro”, come se prendendo in mano un giornale ci si arrogasse il diritto di essere intelligenti e rispettabili. Tutte bugie. Il lettore è spesso più insulso del cronista di cui sopra. E lo dimostro portando ad esempio un lettore deplorevole che conosco molto bene: me stesso.
Faccio parte della numerosa categoria di chi non compra quasi mai un giornale con questa formidabile motivazione: “Non c’è niente che mi interessa”. Così facendo ho perso almeno diecimila occasioni di trovare qualcosa che mi avrebbe certamente interessato al modico prezzo di un euro.
Sono in ottima compagnia. Quando scoppiò il caso Dal Molin una simpatica ragazza mi fermò per strada dicendo “Tu dirigevi Abc? Mi dispiace terribilmente che abbiate chiuso. Ci foste stati voi, avremmo battagliato alla grande contro la base!”. Grazie – dissi io – Allora tu eri una nostra lettrice. E lei: “Assolutamente no, perché?”
Matteo Rinaldi
ottobre 8th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
