Feleccio zolo a noleccio

Seconda puntata della guida al noleggio vela (questa era la prima). Stavolta navighiamo sul Garda, marziali e teutonici

Una buona ragione per apprezzare il lago: la quantità di barche umane. Ma non manca qualche pazzo che ormeggia qui il suo Nautor di 60 piedi

Ho scoperto questo noleggio gardesano per puro caso, su internet. Ero alle prime armi e pensavo che veleggiare fosse un’attività sensata. Il lago è grande. Ma ignoravo che:

a. Nella parte meridionale, da Peschiera fino a Garda, ci sono parecchi noleggi ma neanche un filo di vento.

b. Nella parte centro-settentrionale c’è un mare di vento ma quasi nessun noleggio. Quei pochi fanno i prezzi come vogliono.

c. Nella parte alta, quella trentina, c’è tutto quel che serve ma anche il divieto assoluto di accendere il motore. Ormeggiate voi un cabinato con venticinque nodi più raffiche. Poi, cortesemente, venite a spiegarmi come si fa. 

Stanco di code sulla A4 in direzione Venezia speravo di rifarmi una vita con nuove code in direzione opposta. Così ho trovato questo sito, wwwind.it, che presenta il Wwwind center Malcesine, scuola di vela e noleggio sulla sponda veronese dell’alto Garda. “By Hermann” sta scritto sul sito. Che sia tedesco? È probabile, giacché l’alto Garda è adorato dai tedeschi: gente seria, affidabile, innamorata della vela. Con loro mi troverò bene!

Noto con una punta di angoscia che il sito propone anche le previsioni del tempo. Ma sta scritto che arrivano – cito letteralmente – da “Hydrographisches Amt Autonome Provinz Bozen, Südtirol”. Sì, costui è un tedesco doc. Comincio a sentirmi Fantozzi quando entra nella clinica dietistica del professor Birkenmaier.

Per arrivare a Malcesine c’è da penare. Oltre alla A4 bisogna affrontare: un pezzo di Autobrennero; la statale che ti porta in riva al lago (bello!); la comunale che ti dirotta improvvisamente in alta quota (bello! Bell… hargh… bbbluargh…); la provinciale che, curva dopo curva, ti riporta sul livello del mare con un effetto mare mosso che al lago non avresti mai creduto possibile.

Ma niente paura. Da giugno a ottobre è peggio e le code dei vacanzieri ti fanno rimpiangere anche il grande raccordo anulare di Roma e la tangenziale di Mestre.

Il grande vantaggio del lago: a parte un paio di traghetti che transitano sparati, rischi solo una collisione con i surfisti. Mancano transatlantici, petroliere e cialtroni da lungocosta.

Hermann è una bravissima persona, disponibile e gentile. Si vede che ha passione. Si innervosisce leggermente solo quando lo chiamo per la dodicesima volta Helmut – sono un confusionario io – ma si ostina a replicare “Helmut chi?”. È una vita che vive in Italia ma non parla troppo diversamente dal professor Birkenmeier. 

Rispetto al mare, al lago godi la totale assenza di tempi morti. Parcheggi, sali in barca e sei già fuori dal porticciolo che alzi le vele. Hermann ha un paio di bravi Beneteau, un 211 e un 317, non nuovi ma funzionali. E un pugno di mostri da regata, dal Soling all’Asso 99, che mi dicono divertentissimi.

Appena alzi le vele scopri il bello del lago: al mattino soffia sempre il Peler, vento che arriva da nord e può picchiare duro, con tanto di onda. Al pomeriggio spinge l’Ora, che arriva da sud e soffia deciso a causa dell’effetto Venturi creato dal restringimento del lago. Con un po’ di fortuna quindi puoi fare un’intera giornata di bolina, all’andata e al ritorno, con traversi di alleggerimento da est a ovest.

L’unica nota negativa è che Hermann, da buon tedesco, non vuol saperne di contrattare. “Helmut – gli spiego pazientemente – il tuo 211 costa centottanta euro al giorno più quaranta di pulizia. A Venezia il 217 quasi nuovo, con sedute in legno e wc, costa quasi la metà. A Venezia, Helmut! Se ci vieni incontro veniamo cinque volte l’anno invece che una” Lui ci pensa otto decimi di secondo poi scuote la testa e dice “Mi dispiace, non zi può“. È una vita che vive in Italia ma non ragiona troppo diversamente dal professor Birkenmeier. 

“Helmut, ascolta: se anche ti sembra di perdere cinquanta euro al colpo, abbassando il prezzo ne guadagni sei volte tanto in tre uscite. Inoltre muovi la barca, la sfrutti”. Lui ci pensa, pare convinto, ti guarda e dice ”Mi dispiace non zi può“.

Non se se la colpa è mia che l’ho chiamato col nome sbagliato quattrocento volte. Ma alla fine mi arrendo, pago quel che c’è da pagare e vado una volta all’anno, non di più.

Anche il nuovo navigatore, interrogato sulla strada migliore da fare, mi dice che non ho capito un’acca. Per arrivare ordina di seguire l’Autobrennero fino a Rovereto, puntare a sud, passare per Riva e scendere a Malcesine.

Ma prima telefono a Helmut, a Hermann, a Heriberto Herrera. Che dopo aver letto questo pezzo potrebbe dimostrare di non avere neanche un filo di sense of humor e appendermi all’albero del Soling con il celebre nodo lacustre dell’Alta Baviera.

In questo caso provo sulla sponda bresciana. Dove ho visto, dalle parti di Toscolano Maderno, un magnifico Beneteau 25.7 nuovissimo. Pare aspetti solo me.

Matteo Rinaldi

novembre 28th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti

Il trionfo del vero navigatore

Anche il freddo e odioso satellitare ha un’anima e un cuore

Scusate se faccio pubblicità: volevo solo evidenziare lo stridente color fucsia che segna la strada maestra nel mio navigatore 

Ho comprato il mio primo navigatore satellitare due settimane fa, dopo centinaia di ripensamenti. Giustificati, perché viaggiare con le cartine è più bello. Viaggiare a naso poi è meglio ancora. Ma dopo essermi perso per le strade di tutt’Italia, canali della laguna compresi, ho detto basta.

L’ho applicato con la ventosa in dotazione e via. Lo userò solo quando necessario, ho promesso. E toglierò subito la voce.

Non ho fatto né l’uno né l’altro. Lo accendo già in garage, controllo la strada anche per andare in centro e scopro così i nomi completi di poeti, pensatori e umanisti cui sono dedicate le mie strade di casa. Il dottor M. Capezzoni si chiamava Mantiero, chi l’avrebbe mai detto. Il poeta U. Stracchino era Ubaldo. Lo scrittore A. Manzoni lo sapevo. Ma butto l’occhio che non si sa mai.

La prima sorpresa l’ho avuta l’altra sera. Tornavo da Montebelluna quando il navigatore mi ha suggerito di girare a sinistra abbandonando la strada maestra.

Scherza? Faccio questa strada da vent’anni e siamo a due chilometri da Vicenza. Conosco la zona palmo a palmo. Mi pare una follia, ma intanto eseguo. Se avesse ragione lui? Ce l’ha davvero: arrivo prima ed evito un po’ di traffico.

La sorpresa vera il giorno dopo. Torno da Treviso e voglio fare la statale. Il navigatore non sente ragioni e pretende l’autostrada. Non sa che ci sono sei chilometri di coda alla barriera di Mestre.

“Svoltare a sinistra e proseguire in direzione autostrada” ordina. Oh bellezza, la radio ha detto che c’è coda. E poi voglio fare la statale, voglio ascoltare la radio, voglio viaggiare un po’ a naso. “Ricalcolo: proseguire per cinquecento metri, poi fare inversione a U e seguire la direzione autostrada”. Nix bellezza. Ho detto che facciamo la statale, non voglio sentire ragion… “Ricalcolo! Svoltare a sinistra, poi ancora a sinistra e proseguire in direzione autostrada”. Ecco perché non ho ancora tolto la voce: troppo bello dare torto a una donna che non se la prende mai.

Ma la battaglia è appena cominciata. Per almeno mezz’ora il navigatore mi bombarda di “Ricalcolo! Proseguire! Svoltare!” millantando percorsi strepitosi per tornare in autostrada. Solo dopo quindici chilometri si arrende e tace. Ma non ricalcola più. Si è offeso e mi indica con un fil di fucsia la strada statale. Non mi parla più, neanche per pietà.

Torna a farsi vivo nello stesso punto del giorno prima. Ma non mi indica la stessa deviazione: a sorpresa mi manda per un’altra strada. Strada è un eufemismo: è una specie di viottolo che taglia la statale Postumia, chiede permesso alla ferrovia Vicenza-Treviso e non è neanche illuminata. Mai vista in vita mia. C’è qualcosa che non va. Eseguo perché sono curioso, ma sono anche preoccupato. Magari, per vendetta, mi sta portando attraverso i campi verso una palude di sabbie mobili.

Invece mi insegna una strada fantastica. Una specie di sentiero segreto, perfettamente percorribile, dove non c’è anima viva. Un angolo di campagna selvaggia a dieci minuti dal centro città che mi porta a casa presto e bene, lasciandomi di stucco.

Sono sempre stato convinto che gli oggetti abbiano un’anima. La mia Lambretta ce l’aveva. Si spegneva solo e sempre nei momenti peggiori, incurante delle mie proteste. Ma una volta, in panne nel bel mezzo dell’Aspromonte (1200 chilometri circa da casa), si aggiustò grazie a una cacciavitata che avevo piantato a caso, tra le puntine platinate, ormai rassegnato a svitare la targa e abbandonarla per sempre.

Anche il mio Ipod ce l’ha: dopo le undici di sera ordina la musica con una sensibilità che neanche Moby sotto acido. 

Si aggiunge ora il navigatore. D’ora in poi lo porto pure in barca. Lo so che non ha la mappa nautica, ma mi fido. Capace di tirarmi fuori quando mi perdo in laguna. Senza neanche bisogno di un’autostrada.

Matteo Rinaldi

novembre 27th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Faccio la barba al pelo

Lettera aperta ai dirigenti Sky. Se disdico l’abbonamento sport, non si dica che non avevo avvertito

Nella foto: un telecronista degno di questo nome deve mantenere l’aplomb sempre e comunque. Oggi basta una ciabattata che rotola in rete per esaltarlo come un Capezzone  

Egregi signori di Sky, anzitutto grazie. Da quasi cinque anni sono un vostro affidabile abbonato. Ho parabola e decoder in regola, saldo il conto attraverso la banca e pago tre pacchetti completi: mondo, cinema e sport.

Ma ora, per favore, aiutatemi. Ho l’istinto, sempre più insopprimibile, di disdire il pacchetto sport perché irritato dal vostro atteggiamento verso il calcio. Il fatto è che il calcio mi piace. Per questo vorrei che lo trattaste come i film, gli spettacoli, i documentari. Cioè volendogli bene, senza servilismi e isterie. 

Quando un calciatore segna un bel gol vorrei che il telecronista dicesse Che bel gol! oppure Ragazzi, che rete. Ce lo godremmo di più, tutti quanti. Perché se uno centra il sette da 30 metri non servono stimoli iperacustici per farci emozionare. Urlare Aaaaaa leeeex  Deeeeel  Pieeee  rooooo!!! è didascalico ed esagerato. Vale lo stesso per Kaaaaa Ka!! o Iiiiiiiiiiiiii-braaaaaaaaaaah!, ormai un disco rotto e francamente noioso per ogni palla che finisce in rete.  

Ammetto che non tutti i gol sono descritti così. Di norma la rete viene sobriamente definita Conclusione epica oppure Realizzazione indimenticabile o anche Impressionante ed eclatante sciabolata. Al confronto i vecchi pazzi di Novantesimo minuto parevano suore di clausura. 

Nella foto: Giorgio Bubba. Tornasse in pista con Sky, sarebbe considerato freddo e misurato 

Eppure so per certo – me lo ha confermato un bravo cronista Sky – che a tutti loro è severamente vietato parlare come novelli Giorgio Bubba o Tonino Carino. Nessuno può sognarsi di dire I biancoscudati per indicare i giocatori del Padova o i blucerchiati per la Sampdoria. Ed è molto meglio, davvero. È bellissimo anche non sentire arcaismi come Fa la barba al palo o Grande prestazione degli isolani, giustamente aboliti.

Ma allora perché Prorompente magia vale ancora? Perché sento Fraaaaaan ceeeeeeee scoooooo TÖT-TÏ! (l’umlaut nel finale indica la bocca a culo di gallina) anche quando Fraaaaaan svirgola un tiro che voleva andare a destra e finisce nell’angolino opposto?

Mi sa che sono un vecchio barboso, ma non riesco più a fermare il pollice. Che con una prorompente magia sul telecomando cambia canale, atterrando da qualsiasi altra parte. E allora diventa bellissimo anche Difficoltà psicologiche dell’iguana in amore su Natural Channel. Dove nessuno urla Iiiiiii guaa naaaaa!!! neppure quando il rettile raggiunge l’amplesso dopo un’estenuante corteggiamento. Eppure questa sì che è una vera impresa.

Maaaa teeee oooo Riiiii nal diiiii!

novembre 20th, 2008 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 2 commenti

Il mistero della laguna

Cronaca flash di una giornata lagunare. Quattro amici, un Firstino, zero logica

La laguna di Venezia è un paradiso perduto. Perduto nel senso che non ne esci più.

L’effetto serra è una volgare invenzione dei catastrofisti nullafacenti di sinistra. Però non avevo mai navigato in maniche corte a metà novembre.

Le previsioni meteo sono affidabili. Però se dicono vento fresco mi aspetto di fare almeno cinque miglia in un’ora. Non mezzo miglio in cinque ore.

La matematica non è un’opinione. Però quando dico mezzo miglio in cinque ore intendo proprio 200 metri all’ora. Ci consoliamo: andrà meglio al ritorno. Al ritorno scopriamo che a spingerci non era il vento ma la corrente. Che ora ci tira indietro: 200 retrometri all’ora. Non ce la prendiamo: abbiamo giurato che oggi per niente al mondo accenderemo il motore.

Lo accendiamo eccome. Alle cinque della sera scopriamo che a novembre si passa dalle maniche corte al freddo polare in meno di un’ora. Il sole cala ed è subito buio. Pesto. Poco male, accendiamo le luci. Che non funzionano. Niente paura, c’è la torcia. Che funzionerebbe, ma qualcuno ha rubato le batterie. 

Se fossi da solo mi sarei già perso. Ho l’impressione che qualche buontempone abbia spostato le briccole perché non mi raccapezzo più. Anzi, devono aver spostato anche i canali, i riferimenti, le isole: non riesco a trovare la strada per tornare. Siamo tra le Vignole e Sant’Erasmo, ma mi pare d’essere nel triangolo maledetto di Usmate, Seriate, Lambiate, Carniate, nell’hinterland milanese. Qui decine di rappresentanti e camionisti vagano da decenni in cerca di una via d’uscita. Per fortuna siamo in quattro in barca. Tre marinai patentati – Sandro e Andrea senza alcun limite – e pluripremiati.

Siamo in quattro e ci siamo persi tutti assieme. Neanche se dovessimo decifrare un geroglifico egizio o un editoriale di Panebianco saremmo in un simile stato di confusione. Chiediamo a un pescatore che passa di lì: i pescatori sono una garanzia. “Scusi, per Murano?” “Eh, par Murano xe istesso: de qua o de là”. “Come lo stesso?”. “Nel senso che non savarìa proprio. Ciao fiòi!”. Mai fidarsi dei pescatori.

Se vi siete persi in Laguna e vedete la basilica di Torcello, le vostre pene sono finite: dovunque andiate vi incaglierete nel giro di un minuto.

“Pronto? C’è qualcuno che può venirci a prendere per favore?” Però, che sciocchi siamo. Al giorno d’oggi basta il cellulare per risolvere qualsiasi problema. “Venir torve? Ma gnanca par idea. Cassi vostri! Mal che ‘a vaga, ve lighé a ‘na bricola e bonanote. Clic”.

E che problema c’è? Ritroviamo la strada da soli, anche al buioOrmai sono le dieci di sera e dobbiamo solo attraversare Venezia senza luci, schivando petroliere, vaporetti, razzotaxi, chiatte, barchini. Segnaliamo la nostra presenza con il corno da nebbia, col flash della macchina fotografica e con urla belluine che sembrano di terrore. Sembrano!

“Gliela cantiamo noi a quelli del noleggio! - promettiamo - Le luci rotte, vergogna! Ormai ci siamo e ci facciamo senti…“ A venti metri dall’ormeggio le luci tornano a funzionare. Abbozziamo, ci prostriamo, risaliamo in auto e torniamo a casa a notte inoltrata.

A letto senza cena, a rimuginare. Ma che schifo, ma che cazzo, ma che mer… Meraviglia. Sì, che meraviglia. Che meraviglia la laguna. Che colori, che odori, che atmosfere. Ci torno al più presto. Speriamo che nel frattempo rimettano al loro posto isole, briccole e canali.

Matteo Rinaldi

novembre 19th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

Nick Drake, il bello di invecchiare

Devo al musicista inglese una grande scoperta: dopo i quaranta ci si innamora meglio che a sedici anni

Ascoltare Nick Drake mette a soqquadro lo stomaco. Avete presente l’amore?

Sento nominare Nicolino Drago per la prima volta un anno fa. Sono in auto e Sandro me ne parla al telefono con un’eccitazione contagiosa. Non resisto al contagio di Sandro. È riuscito a fare di me un velista, spacciandomi per magnifica questa attività subumana. Non era facile. Non era facile nemmeno continuare a volergli bene dopo un tiro del genere. 

Mi parla di Nick Drake con lo stesso entusiasmo con cui mi racconta i film. Una pellicola mimata da lui svilisce l’originale. Dopo avermi raccontato l’ultima fatica di Jim Carrey, l’originale mi ha lasciato freddo come un baccalà. E Carrey è il miglior attore del decennio. 

Mi racconta di aver scoperto Nick Drake su Radio 24. E mi colpisce quando dice: “Ho pianto ascoltando le canzoni.” Sandro non è il romanticone che si commuove. È una carogna, un insensibile, un pisano vendicativo e tignoso. Vent’anni fa gli strisciai la chitarra: pretese la riparazione da un liutaio!

Se Sandro mi consiglia un film lo guardo, ma solo per vedere se c’è un attore capace di recitare bene come lui. Se mi consiglia un disco invece faccio finta di prendere nota, poi dimentico. Di musica capisce quanto di vela e di calcio: zero. Però questa cosa del pianto mi ha colpito. Non posso far finta di niente.

Va a finire che me lo scarico e che fa piangere anche me. La ragione è semplice: Drake fa musica come solo i grandi perché se ne frega dei tempi. Siamo alla fine degli anni Sessanta e lui compone come se le mode non esistessero: rovescia le melodie, maltratta i volumi, minimizza gli assoli, ripesca strumenti classici, canta come un bluesman di serie B. Risultato: una cinquantina di pezzi tristi ma pieni di vita.

Non ho mai conosciuto uno triste e nello stesso tempo pieno di vita. Uno triste è la negazione della vitalità. Titoli e testi di Drake sono in equilibrio tra un suicida e un burlone. Esempi a caso: un disco s’intitola Bryter Layter, che in slang vuole dire “Schiarite più tardi”. Altri titoli: Times of no reply. Che allegria. Poor Boy. Olè. Fives leaves left. Roba da mettersi le mani sulle ba…

Non fate l’errore di cercare notizie su internet. Ascoltate e basta. Cercate di capire quel che le parole vi fanno capire, senza approfondire. Il bello di essere italiani, quando si ascolta musica inglese, è il vantaggio di non capire le parole una a una. Avete il magnifico potere di immaginare quel che volete. 

Drake ti prende il cuore, lo stringe e lo lascia acciaccato, ma vivo. Lo ascolto in cuffie per capire come fa. Avete presente che in cuffia gli strumenti paiono sistemati a semicerchio attorno alla testa? La voce arriva sempre dall’alto, giusto sopra la nuca, assieme a basso e batteria. Chitarre e tastiere saltellano dall’orecchio destro al sinistro.  

Nei dischi di Drake non c’è questa logica. Lui piazza una batteria sotto l’orecchio destro, il basso dall’altra parte, la voce attorno al naso. Poi, di nascosto, raddoppia strumenti e giri armonici fino a farvi girare la testa. Alcune canzoni, apparentemente semplici, nascondono due bassi diversi, tre fiati, quattro voci. Ognuno fa un giro per conto suo eppure perfettamente incastonato con l’altro.

Per capirci: immaginate un pezzo con un giro di basso tipo Take to me river (Talking Heads) che convive con un secondo basso tipo Come Together (Beatles) mentre una chitarra, che avvertite appena, svirgola Satisfaction (Rolling Stones). Roba da prendere il musicista,  chiuderlo a chiave in una stanza e dirgli: “Questi sono dieci milioni di euro, ragazzo: ora da questi tre pezzi mi tiri fuori dodici ellepi, un musical e un’opera classica. Altrimenti ti taglio la gola”.

Purtroppo nessuno ha avuto questa intuizione e Nick Drake è morto, neanche venticinquenne, con due dischi e mezzo alle spalle. Morire giovane è tipico dei grandi: il sistema perfetto per entrare nel mito lasciando migliaia di rimpianti e di domande.

Ma a Drake è andata peggio. Ha lasciato centinaia di appassionati inconsolabili che lo venerano, scrivendo per lui commenti terrificanti, tipo questi tre, ritagliati a caso da internet: 1. ”Rivalutato notevolmente dopo la sua morte, fu certamente un genio incompreso, capace di raccontare, in poesia e musica, le proprie frustrazioni“. 2. ”Il suo bisbiglio quasi afono finiva per convogliare, paradossalmente, proprio le emozioni più estreme. La voce tenue e smarrita scandagliava gli stati terminali della malinconia, dell’angoscia, della disperazione“. 3. “Inesorabilmente veniva tirato il suo nome, sorta di spada di Damocle sul capo dell’artista di turno. Con il risultato di inibirne la dignità musicale e scoperchiare vasi di Pandora che potevano essere maneggiati con molta più cautela”.

Ecco, questa è la giusta punizione per non essere invecchiato, arricchito e rincoglionito. Magari avrebbe chiuso carriera duettando con Michael Jackson. O magari anche no. 

Ah, la cosa più importante. Me lo sto godendo più che a sedici anni. I Nick Drake che scoprivo allora li consumavo ascoltandoli 24 ore al giorno. Con Nicolino ho scelto una strada più adulta. Ho nascosto le sue quaranta canzoni in mezzo alle tremila di ITunes. Con l’ascolto casuale i suoi pezzi arrivano uno ogni tanto, a sorpresa. Ascolto un pezzo minore e penso: Questo non mi piace. Tre giorni dopo arriva un pezzo maggiore e penso: Stupendo. Magnifico. Snif! Chissà se mai troverò gli accordi.

È un sistema magnifico. Non faccio in tempo a riconoscere il secondo accordo che ho già dimenticato il primo. Se potessimo fare lo stesso con tutti gli amori della nostra vita.

Matteo Rinaldi

novembre 17th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti

Centrosinistra, fuori gli attributi (e pure i sostantivi)

Pezzo pubblicato la settimana scorsa su Vicenza Più. Perché il centrosinistra vicentino (come tutti i centrosinistra) perde sempre? Perché finge di ispirarsi al nuovo Obama ma sa solo copiare il vecchio Andreotti.

Un’immagine della Grande Depressione americana degli anni trenta. C’era più entusiasmo tra le strade di allora che tra quelle della mia città 

Perché ogni volta che il centrosinistra vince va a finire che governa poco, entusiasma zero e perde regolarmente alle elezioni successive? Tento di dare una risposta per invertire la tendenza. Da vicentino mi sono bastati pochi mesi di governo Variati per farmi tornare forte e chiara la solita sensazione: questi vanno a casa presto e senza lasciare traccia. 

Non sono il solito rompiballe di sinistra, felice di autoflaggellarsi e in fondo convinto che sia meglio stare all’opposizione a criticare. Voglio raggiungere l’obiettivo opposto: capire come governare Vicenza senza farsi odiare, combinando qualcosa di buono e riuscendo pure a farsi capire.

Prima regola. Darsi un grande obiettivo. Se fermassi cento vicentini per strada chiedendo “Che cosa sta facendo secondo voi il governo Variati?”, cinque su dieci risponderebbero “Boh!”. gli altri cinque “Mah”. Mi ci metto volentieri. E non perché sono menefreghista. È la stessa risposta che gli italiani davano durante l’ultimo governo Prodi: nessuno capì quel che fece nella sua breve parentesi di potere.

La ragione è semplice. La logica seguita è sempre la stessa: “Cominciamo riparando i danni dei nostri predecessori”. Una logica da San Francesco in un’epoca sbagliata. Il governo Prodi mise le mani sull’economia e rimise in carreggiata buona parte di quelle incomprensibili cifre che capiscono solo i più attenti lettori del Sole 24 ore. Risultato: grande soddisfazione dell’Unione Europea e degli economisti progressisti. Ma totale indifferenza da tutto il resto d’Italia.

Variati ha cominciato allo stesso modo: riparando i danni, peraltro evidentissimi e scandalosi, del centrodestra in Aim, le nostre aziende pubbliche più grandi e (un tempo) ricche. Il risultato però è esattamente lo stesso: indifferenza totale. 

Un obiettivo con odore e colore. Perché Aim è importantissima ma i vicentini preferiscono sentirvi ragionare su altro. La sicurezza ad esempio. E non perché siano tutti ossessionati dalla cattiva tivù o dal loro egoismo. Il motivo è più semplice: la sicurezza, come la paura, il traffico, il benessere, il lavoro sono obiettivi facilmente individuabili dagli occhi, dal tatto perfino dall’odore. Il bilancio Aim invece è un obiettivo lontano, tecnico, impalpabile, insapore e incolore.

Il sindaco Variati in festa dopo la vittoria: la prima e ultima occasione di vitalità pubblica. A guardare bene anche l’età dei festeggianti è leggerissimamente alta: sotto i cinquanta nessuno.

Morale: il centrosinistra dovrebbe dare alla città almeno un grande obiettivo coinvolgente e palpabile. La capacità di coinvolgere purtroppo manca del tutto a un centrosinistra che a parole vorrebbe essere la forza che fa sognare ma nei fatti fa solo assopire.

Che obiettivo darsi? C’è solo l’imbarazzo della scelta. Una città pulita, dove i livelli di smog crollino e i nostri figli possano attraversare le strade senza bisogno della protezione civile. Oppure: una città viva, dove perdere la testa tra spettacoli e concerti ogni sera. Oppure una città sicura, a partire dalle strade però, dove vittime e sofferenze sono venti volte più numerose di quelle procurate da ladri e aggressori. Non passa più giornata senza cinque incidenti perfettamente riusciti e altri cinquanta evitati per un soffio.

Non è affatto difficile. Chi ha fatto un giro in piazza dei Signori ha scoperto che bastava poco per trasformare una bruttura inaccettabile in una bruttura accettabilissima. Al posto del nylon bianco che copre la basilica in restauro hanno piazzato uno schermo gigante dove scorrono immagini piacevoli accompagnate da musica a tema. Le stesse persone che ieri passavano guardando per terra, oggi si fermano e guardano in alto sorridendo. Ci voleva tanto a realizzare questa specie di intervallo da antica Rai in versione post moderna?

Una volta scelto l’obiettivo, il centrosinistra dovrà darsi da fare anche per farlo sapere a tutti. Perché ai vicentini (e agli italiani) bisogna ripeterle almeno tre volte le cose. Lo dimostra un lavoretto di riparazione, e dagli!, che il comune sta facendo in questi giorni: la sistemazione del manto stradale. Gli stessi vicentini che fino a ieri bestemmiavano per le diecimila buche che facevano cadere i ciclisti e  sobbalzare i loro fuoristrada oggi bestemmiano per le code create dai lavori in corso. È così difficile mettere un bel cartello con scritto: “Due giorni di pazienza: stiamo riparando la strada per farvi viaggiare più comodi e sicuri.”

Se qualcuno crede ancora che basti lavorare in silenzio per farsi apprezzare, è meglio che cambi mestiere. Nella politica di questi anni, il fare conta pochissimo se non viene accompagnato dal dire. Meglio ancora: dal gridare. Come disse quel tale: “Meglio dare una veloce ripassata alla storia recente, prima che la storia dia una ripassata a noi”.

Matteo Rinaldi

novembre 14th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Chi non vola è un vile

C’era un’epoca in cui la comunicazione la facevano i tecnici e non i pubblicitari. Giudicate voi se era meglio o peggio

Il Macchi, caccia italiano del 1945 al Museo scienza e tecnica di Milano

Durante la Seconda guerra mondiale il Macchi MC 202 fu l’unico caccia italiano capace di tenere testa agli aerei alleati. Entrò in scena troppo tardi, ad armistizio imminente, e non lasciò traccia. Aveva una linea molto italiana, tutta curve, quasi sensuale rispetto ai rigidi aerei tedeschi, americani e inglesi.

Tra le buone qualità spiccava l’armamento: due cannoncini sulle ali e due mitragliatrici che, alla moda tedesca, sparavano dalla fusoliera, attraverso le pale dell’elica, in modo che il pilota potesse prendere la mira con la massima precisione. Un bel vantaggio rispetto agli aerei alleati che, chissà perché, montavano le armi solo nelle ali.

Ho capito tutto al Museo Scienza e Tecnica di Milano, che ospita questo aereo perfettamente restaurato. Il pilota che in quel lontano 1945 si arrampicava a bordo per un decollo improvviso, magari per un combattimento in alta quota nel cuore della notte, veniva accolto da questa scritta elegantemente vergata in bianco sulla carlinga: “Regola con la massima precisione la sincronia della mitragliatrice: deve sparare ESATTAMENTE a metà strada tra le pale dell’elica”.

Matteo Rinaldi

novembre 13th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti

Professore sarà lei

Entro in una scuola media trent’anni dopo. E sono felice di uscirne

nella foto: quiz. Il personaggio qui ritratto è: a) uno qualsiasi; b) un professore morettiano mentre spiega il valore del comunismo dopo aver condiviso Marijuana con i suoi studenti; c) un brigatista rosso travestito da insegnante che sfrutta l’ora di matematica per teorizzare la lotta armata.

Sono tra i banchi di una prima media e per fortuna non ho la cartella. Partecipo alla prima riunione di classe di mia figlia nel periodo caldo del decreto Gelmini. Il bidello mi ha indicato la classe, che ho raggiunto attraverso il solito corridoio buio. Il corridoio scolastico è buio per definizione. 

Entro, saluto, cerco il primo banco libero. I più si mettono in fondo. Io ho già dato in gioventù. Vado in terza fila. Mai stato così avanti.

Mi guardo attorno. Cosa è cambiato rispetto alla mia scuola media, la Leonardo Da Vinci di Vicenza, un magnifico palazzo dove aveva dormito nientemeno che Napoleone? Poco o niente. I banchi, color verde tristezza, sono gli stessi. Non una sedia uguale all’altra. Alcune vecchiotte, cioè dei tempi miei. Non tutte per fortuna: le altre vengono direttamente dal dopoguerra.

La lavagna girevole è stata abolita. Domina la moderna lavagna a parete. Un po’ come se al posto del grammofono a manovella ascoltaste musica col grammofono elettrico.

Gli armadietti in ferro non sono una sorpresa: gli stessi del mio servizio militare. Ma almeno in caserma ognuno aveva il suo. Qua ce n’è uno per dieci professori e venticinque studenti. Spero che nessuno lo apra. Morirebbe sepolto da un’alluvione di Devoto-Oli del Giurassico e carte geografiche del Rinascimento.

Già, le carte geografiche. C’è quella fisica dell’Europa, perfetta per restare attuale nonostante vent’anni di rivoluzioni politiche. E c’è la carta del mondo. Questa per me è una novità. Ai miei tempi era già un sogno quella europea. La carta italiana era rigorosamente priva di Lampedusa. Non ce n’era (non ce n’è) una con la povera Lampedusa. Ci sono andato apposta in viaggio di nozze, per scusarmi di persona.

Le finestre danno sulla strada. Ma non è una strada qualsiasi: è una tangenziale da diecimila auto all’ora, anche se ufficialmente si chiama strada comunale. Le finestre hanno vetri singoli e il rumore non trova ostacoli. Ormai anche le finestre delle tende da campeggio hanno il doppio vetro. Una finestra così nel luogo di lavoro e avreste già preso a sberle il titolare.

E poi loro, i professori. Li studio mentre spiegano. Ci mettono entusiasmo. Ce lo mettono davvero. Questo rattoppato esercito di retroguardia fa del suo meglio. Mica tutti, ma quando mai tutti fanno del loro meglio? La percentuale è sempre quella, tra i professori come tra i macellai, tra gli arrotini come tra i vigilantes: 15 per cento di fenomeni, 15 per cento di banditi, 70 per cento di passabili mediocri. 

Il problema è che oggi i fenomeni non sono valorizzati, i mediocri demonizzati e gli unici a cavarsela, mi sa, sono i banditi.

Al 15 per cento di fenomeni il compito di darsi da fare, perché la colpa di questa situazione è principalmente loro. Sta a loro cambiare. Usare nuove formule. Lavorare per stimolare ed entusiasmare. Mica facile, quando intorno fanno terra bruciata. Ma non bastano più il solito sciopero o l’incontro dal titolo “Oggi la famiglia delega a noi l’educazione dei loro figli” (visto il manifesto proprio ieri). Bisogna essere creativi, dannazione. Bisogna uscire dal grigiore.

Ieri è morto lo scrittore Michael Crichton. L’autore di Jurassic Park (e non solo) raccontava che all’università, per scherzo, aveva consegnato un tema copiando interamente un saggio di George Orwell. Risultato: voto bassissimo. Lo vedete che i prof non capiscono un acca? Mi metto nei panni del professore. Magari Orwell lo avrei riconosciuto (scriveva da dio) ma se mi portavano un Crichton? Gli avrei dato 3. Lo vedete che il prof Rinaldi non capisce un acca? Sono contento di non fare il professore. 

Soluzione al quiz: il personaggio è il fisico Giorgio Parisi, uno dei nostri geni internazionali. Il solo fatto di stare davanti a una lavagna lo fa sembrare un nemico del progresso e della modernità.

Matteo Rinaldi

novembre 12th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

Segnali di fumo

In mancanza di vela il velista si fa affascinare da mezzi alternativi. Sempre fuori tempo  

Sono in macchina quando vedo il fumo. È una colonna compatta che si allarga e diventa enorme. Un incendio senza dubbio. Vedo facce preoccupate dietro i vetri delle altre macchine e lungo la strada. Una fabbrica che va in fiamme? Materiale pericoloso che sparge veleno in città? Un attentato?

Potrei tirare dritto e proseguire per i fatti miei. Ma mi accorgo che il fumo non arriva da lontano. Così provo a rintracciarlo. Ho sempre la testa dell’antico cronista (o forse la curiosità del solito perdigiorno, fate voi). Destra, sinistra, destra, finché trovo la giusta direzione.

Viene dalla stazione. Ostia, andrà mica a fuoco la stazione? Parcheggio nel primo buco e mi catapulto dentro. Non è un incendio, è una meraviglia. Una vecchia locomotiva, la 740 che Marco Paolini considera la più italiana e bella delle locomotive perché leggera, ideale per il tracciato misto, dalla collina al mare alla montagna.

Probabilmente sta facendo un’uscita di gala. I macchinisti, gasatissimi, sono eleganti: tuta nera, mani nere, faccia nera, occhi neri che brillano di soddisfazione e un magnifico foulard rosso fuoco.

La locomotiva, pronta a partire, sputa tonnellate di fumo bianco candido dalla ciminiera. È un bianco magnifico, come quello delle nuvole. Non ho mai visto uscire da nessun fuoco un fumo così pulito e compatto.

Il rumore della caldaia è strepitoso. Colpi profondi e morbidi. Non centrano niente coi rumori a cui siamo abituati. La locomotiva è ferma su un binario secondario, sotto gli occhi distratti dei passeggeri in attesa sulla Milano-Venezia. Solo quattro gatti si avvicinano a curiosare.

Improvvisamente entra in funzione anche il secondo camino. Mica lo sapevo che c’era un secondo camino. Da questo esce un fumo nero, nero da far paura, che accanto al bianco sembra una gigantesca maglia della Juventus dell’epoca di Sivori.

Mai visto un nero così nero. Mai visto un bianco così bianco.

Capisco che il fumo bianco viene dalla caldaia del vapore (ecco perché è bianco) e il fumo nero da quella del carbone (ecco perché è nero). Sono un cervellone, io.

I passeggeri in attesa dei city, degli eurostar, dei regional sono tranquilli sotto la pensilina quando improvvisamente cambia il vento. Una tonnellata di fumo bianco e soprattutto nero si infila sotto la pensilia e biancoannerisce tutti. Grida, fughe disperate, invocazioni. Una scena apocalittica da vecchie comiche. La vendetta della vaporiera.

I macchinisti salgono a bordo e danno il via. Il mostro parte con dolcezza infinita. Sapevo, questo sì, che nessun treno moderno ha la partenza dolce delle vecchie vaporiere. Pare impossibile, ma tutte quelle tonnellate si mettono in movimento senza il classico strappo dei diesel e degli elettrici. Resto a guardarlo mentre se ne va. Ora capisco perché migliaia di persone impazziscono per il fascino del treno d’epoca. È meglio di una barca a vela. È meglio di una Lambretta d’epoca. È meglio che torni al lavoro. Grazie treno. Grazie che non ero sotto la pensilina col completo chiaro.

Matteo Rinaldi

novembre 10th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti