Da Atrox a Ciak si vira, l’abc della vela
Perché bisogna fuggire dal velista che battezza la barca

Nella foto: grazie al cielo i velisti non sono necessariamente i peggiori
Questa è una breve. Alla fine della lettura, decidete (e scrivete!) se considerate la vela con più simpatia o se la vostra pessima impressione è peggiorata ancora.
Atrox, Axjdia, Alien, Allegria, Altrove, Andante, Aquadiva, Amata, Andromeda.
Bagheera, Banda Bassotti, Bergama, Barbablu, Bevi Rosso, Black angel, Bizzarra, Bluff, Black Macaco, Bonaccia, Bonita, Bonvi, Brod@.
Caligo, Canarino Furioso, Carpe Diem, Cattivik, Chardonnay, Chebotta, Ciak si vira.
Mi fermo alla C. E lascio fuori quelle battezzate con lo sponsor, da Alfa Romeo a Tecnocal service, da Autohotel Pier ad Azzurra Bic Officine e Brown Sugar Teknitel.
Sono i nomi di alcune tra le centinaia di barche che hanno partecipato all’ultima Barcolana di Trieste. Serve aggiungere altro? Chi viene con me al prossimo corso di bridge?
Matteo “W la foca, che Dio la benedoca” Rinaldi
gennaio 29th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
Patrizia Laquidara, elogio del lusso
Al concerto della voce più romantica che conosco. Così bello che non ho nemmeno perso tempo a chiedermi perché gli italiani si ostinino a tirare avanti con Giorge e Pausini

Patrizia Laquidara in una foto dal sito del fotografo Angelo Trani. Canta magnificamente anche da seduta e con la laringite
Cos’è il lusso? No so cosa ne pensate voi ma io ho le idee chiare. Il lusso ha poco a che fare con auto rombanti e vacanze arrembanti. Il lusso è scoprire, alle sei del pomeriggio, che Patrizia Laquidara canta la sera stessa dalle parti di Brescia. L’ascolto da anni e non l’ho mai vista. Il lusso è andare a fare metano, passare a prendere Andrea e partire. Il lusso è pensare che questa semplice scelta – andare a vedere un concerto a 150 chilometri di distanza da casa – è un’azione che miliardi di miei avi non avrebbero nemmeno potuto concepire. Che miliardi di persone nel mondo, nel mio stesso presente, non possono nemmeno immaginare.
Lusso è partire, arrivare in un posto che si chiama Botticino senza neanche guardare i cartelli stradali. Fa tutto il navigatore. È scoprire un teatrino brutto come il cubo di Odissea 2001 ma accogliente e profumato: le pareti in legno odorano come l’interno di una Swan. Il lusso è pensare con soddisfazione che non l’ho nemmeno mai visto l’interno di uno Swan.
Poi scopro che il biglietto costa 10 euro. Questo non è un lusso, è una follia. Troppo poco, davvero: i musicanti dovrebbero sapere che gli spettatori (io per primo) sono pronti a pagarne almeno 18. È il minimo, visto che scarichiamo musica come dei pirati.
Il lusso è dare un’occhiata al palco e scoprire che i musicisti hanno sistemato senza gigantismo amplificatori, luci e strumenti. È accorgersi che Patrizia ha attaccato con lo scotch, sul pavimento, la scaletta delle canzoni e il testo di alcuni pezzi. Bello scoprire che anche i grandi musicisti (questi lo sono) attaccano i foglietti e non si vergognano affatto.
Ascolto e ammiro questa donna dalla bellissima voce. Canta scalza, vestita di nero con una fascia rosso fuoco. I musicisti sono bravissimi, tutt’altro che giovani, tutt’altro che benvestiti. Il batterista ha una minuscola batteria, cinque pezzi in tutto, che suona in modo eccezionale e minimalista. Sorride dall’inizio alla fine del concerto.
“Hai una batteria così magnificamente spoglia che se la vede quello dei Pooh ti fa causa” gli dico a fine concerto. Non avevo mai importunato un musicista in tutta la mia vita, ma stavolta ci tenevo. Lui sorride: “Meglio se la causa gliela faccio io: lui con me ha ben poco da guadagnare”.
Il lusso è sentire cantare Patrizia: conta su una voce stratosferica ma la sfrutta senza tirarsela. E ha il coraggio di raccontare che stasera ha la laringite. Quando canta Noite Luar, accompagnata solo da fisarmonica e contrabbasso, mi entra un insetto in un occhio e poi, accidenti, anche nell’altro. Andate a sentirla su You Tube: vediamo che effetto fa a voi.
Il lusso è scoprire che canta un paio di canzoni nuove e mi piacciono pure quelle. A me, che al primo ascolto troverei inascoltabile anche Yellow Submarine. Qual è la morale di tutta questa lussuria? Forse anche da questo concerto ho capito qualcosa. Che Patrizia è serena anche se Giorgia e Laura Pausini guadagnano cento volte più di lei. Che ama quello che fa e non le importa se riempie solo il teatro profumato di Botticino invece dello stadio di San Siro. Grazie anche per questo. Se suona ancora, nel raggio di duecento chilometri, prometto che vado a rivederla al più presto.
Matteo Rinaldi
gennaio 27th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti
Miracolo in tivù, la vela tiene svegli
Su Yacht & Sail, canale di Sky, un programma a puntate sulla Volvo Ocean Race. Dove le barche corrono come scooter e i velisti non hanno la pancia ma strappano emozioni

Una barca in gara: tre minuti al timone e sei autorizzato a camminare a un metro da terra per sei mesi
Otto più a Sky e al canale Yacht and Sail. Dedicato molto agli Yacht e poco al Sail, il canale ci dà finalmente una buona ragione per pagare l’abbonamento: una serie dedicata alla Volvo Ocean Race. Non commento né la gara né le barche, mostruose ma non immorali (a parte i nomi: Puma, Telefonica, Eriksson e altre multinazionali assortite).
Mi affascinano invece gli equipaggi: paiono addirittura umani. Nel senso che portano la barca divinamente, sono sempre al limite ma riescono a sorridere, a fare battute e perfino a togliere gli occhiali da sole quando parlano. Robe mai viste nel mondo della vela.
Il regista del programma, un fenomeno, ha piazzato manciate di telecamere in ogni barca e ha registrato ogni istante della gara. Ma soprattutto ha avuto il coraggio di tagliare il novanta per cento del materiale, salvando solo il meglio.
Così le puntate corrono veloci e piene di sorprese. Eccoci a bordo di una barca che pare velocissima, roba da far impallidire i mototaxi in laguna veneta. Poi inquadrano la strumentazione: 25 nodi, una velocità che è quasi impossibile raggiungere anche a motore. E questi viaggiano come se fosse la cosa più normale del mondo.
E poi secchiate d’acqua che neanche in un kolossal holliwoodiano. Ogni volta che la prua batte sull’onda (trenta volte al minuto, circa duemila volte in un’ora), l’equipaggio è investito da cascate. Ma quando inquadrano il timoniere vedi che gode anche se porta la barca concentrato come uno scacchista ai mondiali. Ha le mani che non stanno ferme un secondo: una continua correzione di tre gradi a sinistra, poi due a destra, poi ancora tre a sinistra, poi di nuovo a destra… Per cinque ore di fila! Fanno diecimila correzioni, settemila sbam! di prua, quattromila docce ghiacciate dalla testa ai piedi.
Poi ti sposti sulla barca dei russi (c’è un miliardario, padrone di supermercati, che ha investito qualche milione in questa impresa) e vedi un errore impercettibile tra timoniere e randista. La barca si alza come un foglio di carta e si rovescia su un lato in mezzo all’oceano. Tutti si agitano un po’, come quando da noi salta la corrente. Poi con calma si rimettono al lavoro.

Un momento bollente della gara. Ma nei momenti di calma piatta non si scompongono: fanno il bagno come dei turisti qualsiasi
Poi ecco gli spagnoli che spaccano il timone e non fanno una piega. Spaccano le derive e non fanno una piega. Si spacca pure il boma, e qui ti aspetti che s’incazzino davvero. Macché: smontano tutto, cazzano la randa come se fosse un fiocco e continuano a navigare, un po’ delusi perché fanno diciassette nodi invece che venti. E tu pensi a quando ti agiti perché la vela ha una leggera increspatura.
E allora capisci che andare in barca così non ha niente a che vedere col tuo andare in barca. Un po’ come giocare al calcio in Seconda categoria e confrontarsi con i professionisti. Ecco, rispetto ai pro questi riescono pure a essere simpatici. Come il marinaio della barca spagnola che parla alla telecamera dalle profondità della stiva, durante la navigazione. È immerso nel buio, ha solo gli occhi che brillano e col tono di un attore drammatico mormora: “Ho scelto questo mestiere perché amo l’acqua, la sfida, l’avventura. Volevo sfidare il vento, la forza della natura. Volevo timonare, resistere ai flutti, alle intemperie. E ora eccomi qua (l’inquadratura si allarga) nel buio (si allarga ancora su… una macchina da cucire) a fare il sarto, dannazione, per rammendare il fiocco strappato”.
Mica tutte le puntate sono così. Ma queste bastano e avanzano per rivalutare tutti i velisti del mondo. Durante una sosta della gara, in India, un campione di Puma esce in taxi a caccia di vita notturna. Solo che in India i taxi sono le nostre Ape Car, truccate come facevamo noi negli anni ottanta. Forse meglio. Il taxista guida come non abbiamo osato mai: in curva alza due ruote su tre. “Cristo – urla il campione – e io che pensavo il pericolo fosse filare in mezzo all’oceano. Aiutooooo!”.
Matteo Rinaldi
gennaio 21st, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai, Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Tu chiamale se vuoi vacanze obbligate
Sono tornato. Un magnifico mese di ferie, ma giuro che ignoro dove sono stato

nella foto: l’autore mentre tenta di recuperare il suo sito sperduto nel mondo parallelo di internet
Il bello è che da anni pontifico in giro sul valore di internet. Pontifico ad amici, a clienti, a colleghi. A uomini di marketing e cervelloni della comunicazione. Internet è il futuro e il presente, cari miei. Veloce, immediato e senza confini.
Veloce e immediato un par di palle. Un mese di buco e ancora non ho capito perché. Il provider, il server, i poco di buoner che gestiscono il motore del mio sito si sono persi qualcosa e della perdita avevano accusato me, che sono innocente come gli occhi di Marinella. Nel giro di un mese è venuto fuori che non avevo pagato il dominio, che non avevo confermato il nome (mi prospettavano decine, centinaia di Matteo Rinaldi che dagli Appennini alle Ande facevano la coda per accaparrarsi questo demonio di dominio). Io dimostravo di aver pagato e confermato ma questi niente, ecco che avevo dimenticato di compilare il modulo X e il jointer snotzer b.cube roaming stretcher. Io non riuscivo più a dimostrare un bel niente. Così ti fregano, quelli di internet.
Internet è il presente e il futuro. Ma per parlare con il server jointer provider non ci sono sistemi umani. Bisogna compilare un form e aspettare la risposta. Un po’ come parlare con un essere umano alla Tim, alla Vodafone, alla Telecom. Impossibile.
Nel frattempo gli amici esperti mi preparavano al peggio: “Come? Non hai mai fatto un back up? Ma tu sei scemo, adesso sì che sei fottuto: tutto il materiale è perduto per sempre“. Io non so neanche cosa sia un back up. E non lo voglio sapere. Già vagavo per i mercatini dell’antiquariato: ho visto una Lettera Olivetti con il nastro bicolore che al confronto la mia Lambretta è ultramoderna.
Invece l’altro giorno – un mese dall’ultimo post - è arrivata una mail con scritto “Ci eravamo sbagliati, colpa nostra: stiamo recuperando tutto”. In realtà non era scritto così ma “Il tender-robster ha evidenziato un errore agkb di respnsabiità passiva SW 12: il recupero del suo materiale avverrà totalmente a nostre spese“. Non mi sarei stupito se mi avessero scritto che dovevo pagare quattrocento euro di Flirt-Kangaroo-Ms:dos$$LOR&Assfucker.
Poi ho chiamato Sergio Mistro, carissimo amico di Velablog che mi ha cazziato alla stragrande: “Ma scusa, quanto paghi al tuo provider? Cosa! DIECI EURO L’ANNO? Ma sei pazzo, che cacchio pretendi con quella cifra? No, dico, non mi dirai che speravi rispondessero pure al telefono? Io ne spendo 250, ma mi chiamano anche per chiedermi come ho passato il week end!”
Giuro che non pontifico più su internet. Adesso chiedo ospitalità agli amici di Mistro. Giuro che pago felice. Voglio anch’io che il tecnico Ms:dos$$ LOR & Assfucker mi telefoni per chiedere come ho passato il week end.
Matteo Rinaldi
gennaio 19th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti
