Ho incontrato il gatto di Bowie
Uno va a Siracusa (teatro greco, mare, Archimede) ed ecco cosa fotografa

Il gatto di David Bowie mentre gironzola davanti al porto di Siracusa
Uno va a Siracusa, guarda il mare, pensa ad Archimede. Non Pitagorico. Si chiede se lo specchio ustorio è stato leggenda o verità. Non sa rispondersi. Vaga per la città vecchia, che è un’isola, si chiama Ortigia e sembra Chioggia. Ma è pure più inquietante. Anche se pare impossibile trovare facce più inquietanti dei chioggiotti, Ortigia ne ha.
Il teatro greco fa impallidire i resti romani. I resti romani, dico: una delle cose più belle che potete vedere e che davanti a nulla impallidirebbero a cuor leggero. Ci sarebbe anche l’orecchio di nonricordopiù ma mi ero già distratto. L’occhio di gatto batte l’orecchio di pietra. Roba da portarselo via. Anzi: da fotografarlo e poi lasciarlo là, a vagare davanti al porto. Con la faccia di uno che neanche lo sa, di avere due occhi così. O magari sì. Solo che non ha ancora imparato a chiedere un euro per ogni fotografia.
Ps: per chi non lo sapesse, Bowie ha gli occhi di colore diverso
Matteo Rinaldi
aprile 30th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti
Dai margini agli argini
Tutti sani e salvi dopo la “Pedalata dell’acqua” vicentina: in centinaia dai margini delle strade agli argini dei fiumi. Nessuna caduta e nemmeno una rissa con gli automobilisti

Per scoprire un fiume non conosco un sistema migliore che navigarlo. Ma con le biciclette è difficile. Perciò per la mia due giorni di “Pedalata dell’acqua” (idea che l’associazione Meccano 14 ha proposto al Comune di Vicenza e affidato a me) ho sfruttato l’unica alternativa possibile: partire infilandosi sotto a un ponte. Proprio sotto, con le scarpe nella fanghiglia, le coperte abbandonate da qualche senzatetto e la città che continua a correre sopra la testa.
Sarà che a me i ponti fanno venire in mente i film di Charlot, quando è povero (praticamente sempre) e passa le notti sotto un cartone guardando l’acqua che scorre. Lo raccontavo a tutti i vicentini che ho trascinato con me: “Partiamo sotto al ponte di Contrà della Piarda. Fatelo per me. Da piccolo la mamma mi diceva Guarda che nella vita bisogna essere pronti a tutto. Anche a vivere sotto a un ponte” ed è da allora che voglio almeno vedere com’è fatto”.
Sta di fatto che annuivano tutti senza mandarmi in malora. Vuoi vedere che era un trucco di tutte le mamme degli anni sessanta?
Sotto al ponte tre minuti di spiegazioni tecniche. Non di più, altrimenti quelli sopra il ponte – che ci guardavano con gli occhi sgranati – chiamavano la polizia. Che cosa bisogna sapere di un fiume? Anzitutto quello che chiederebbe subito un bambino di otto anni: quanto fondo è? Ecco, voi lo sapete quant’è profondo un fiume? Mezzo metro? Due? Scommetto mille euro che non ne avete idea.
E poi gli argomenti adulti: gli ingredienti principali dell’acqua del Bacchiglione (brrr), i ritrovamenti (a partire dalla più lunga canoa fluviale del mondo) un barlume di storia, gli impressionanti lavori realizzati attorno al 1200 quando i vicentini, per fare uno sgarbo a Padova, deviarono l’intero fiume. Un’opera titanica. I padovani risposero deviando il Brenta. Seconda opera titanica. E poi i veneziani svilupparono nuovi tracciati e canali. Al primo che mi parla del passante di Mestre come di una grande opera gli sgonfio tutte e due le gomme.
La cosa migliore però è stata la visita all’acquedotto di Vicenza est. Perché a Vicenza l’acqua viene pescata già di eccellente qualità e filtrata con un sistema semplicissimo e naturale. Dopodiché potete metterla a confronto con tutte le minerali d’Italia. Anzi, noi lo abbiamo fatto: gara-assaggio con l’acqua di miss Italia, l’acqua che diventi più bella, l’acqua che fa plin plin, eccetera. Solo due su dieci riconoscono la differenza.
No, la cosa migliore è la pedalata sull’argine del Tesina, che è l’unico fiume che ci è rimasto per fare il bagno senza rischi. Al prossimo giro (dobbiamo recuperare mezza giornata saltata per la pioggia) obbligatorio un tuffo per tutti, almeno fino alla vita.
Non si è fatto male nessuno: eccola qui la cosa migliore. Perché per quanto ci si sforzi a fare strade secondarie, a sfruttare le poche ciclabili, a fermare il traffico con gentilezza negli attraversamenti pericolosi, alcuni automobilisti considerano le biciclette come fastidiose inconguenze nel loro lineare percorso.
Un tizio ci è arrivato alle spalle a cinquanta all’ora sulla strettoia di Bertesina e ha pensato bene di superarci tutti in un colpo solo, accelerando a centotrenta per far prima. Poi alla fine del sorpasso (lo spostamento d’aria ci aveva fatto ondeggiare come il Titanic) ha guardato il capofila come a dire: “Cazzo vuoi? Non ho mica toccato nessuno“. Ma eravamo così tanti (più di cento nelle due uscite del sabato e cinquanta sotto la pioggia leggera di domenica mattina) che neanche si perdeva tempo a fare la faccia dura.
In effetti la cosa migliore sono proprio le persone. Le persone che vanno in bici. Arrivano un po’ timidi e sospettosi (io sono terrorizzato da quelli col muso duro: pare che mi guardino pensando “La prima cazzata che dici ti smaschero, mi giro e vado via“). E invece pedalando si chiacchiera con tutti, non ce n’è uno che non sorrida davvero e sembriamo tutti compagni d’avventura.
Siccome i blog sono anche una roba personale, ringrazio personalmente Diego che ha smesso i panni del supermanager e mi ha accompagnato in due giri su tre raccontando storie e percorsi dall’alto del suo metro e novanta. Ringrazio Andrea che ha fatto la spola avanti e indietro, chiudendo e aprendo le file e ponendo il suo corpo atletico tra le auto arrembanti e le indifese bici. E soprattutto Valeria, che ha fatto (eroica!) tutti i percorsi raccontando le bellezze dei miei fiumi sempre con il sorriso. Mica facile sorridere raccontando il Retrone quando sei veronese e consideri un volgare rigagnolo ogni corso d’acqua inferiore al grande Adige.
(nella foto, una scena di Ladri di biciclette. Da vedere la sera, da soli, senza vergognarsi di piangere)
Matteo Rinaldi
aprile 27th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti
Denti. Come resistere ai tormenti
Un efficacissimo metodo per convincere i figli ad affrontare il dentista
La mia seconda figlia è una di quelle figlie che fanno la felicità dei dentisti: ieri una carie in carriera, oggi un dente inefficiente, domani un canino incagnito.
Le prime avventure dal dentista erano disavventure. La vedevo irrigidirsi sulla poltrona, riconoscevo nei suoi movimenti gli stessi miei movimenti di oltre trent’anni fa: le gambe che s’incrociano, le dita delle mani contratte nelle tasche, gli occhi vacui e sbarrati. A me, maschio e dunque costruito col divieto di piangere, mancavano solo le lacrime. Per il resto mi pare d’essere stato proprio uguale.
E allora bisogna reagire. Le racconto che anch’io me la sono vista brutta. Finché ho scoperto come difendermi da quei pazzi criminali. Il mio dentista tra l’altro era mica come quelli di adesso, che hanno imparato a considerare i bambini come esseri viventi e rivolgono loro perfino la parola. Il mio veniva dal Sudamerica e pareva un ex criminale nazista. E per fortuna non avevo ancora visto Il maratoneta.
Non avevo visto Il maratoneta ma mi comportavo allo stesso modo: fingevo di essere Tex Willer rapito dagli indiani Hualpai alleati con Mefisto. I maledetti mi torturavano per sapere dov’era nascosto Carson e io dovevo resistere, resistere, resistere. Le provavano tutte: dalle tortura psicologica (“Hmmmm… Male, malizzimo… Ke bvutte karie… Ma zi lafa i tenti qvezto pampino?”) alle frecce avvelenate (la puntura iniziale), dalle orribili tenaglie sulla carne viva fino all’arma finale, lo scorrettissimo alito pesante del dentista, che neppure G. Nolitta avrebbe mai osato immaginare.
Ma io non cedevo. E me ne uscivo con la faccia gonfia, gli occhi rossi ma l’affetto eterno del caro vecchio Carson.
Qualche anno dopo seppi che il criminale nazista era davvero un criminale nazista. O qualcosa del genere, perché dovette sbaraccare in quattro e quattr’otto e cambiare professione, città e stato.
Mia figlia da allora non piange più. Esce dallo studio con gli occhi rossi, la bocca gonfia, mi guarda con un sorriso e dice: “Non piango più, papi. Ma ti prego, non raccontarmi più quelle storie imbecilli. O giuro che a tredici anni scappo di casa e guai a te se osi chiederti il perché“.
Matteo Rinaldi
aprile 24th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti
L’ingresso nel tunnel della vela
Un agghiacciante esperimento mai tentato prima: il primo audiolibro sugli orrori della vela!

Un momento topico nel lago di Fimon, dove ho imparato a navigare: la deriva si rovescia e voi finite in acqua (36 gradi sotto zero anche ad agosto). Non bastasse, decine di presunti esperti, a destra e a manca, vi tediano con consigli ridicoli e umilianti.
Come e perché si diventa velisti? Stavolta vi rispondo a voce. Con questo link ascoltate “L’ingresso nel tunnel della vela” prima puntata dell’audiolibro “Chi non vela è un vile”, in cui racconto tutta la verità, solo la verità, null’altro che la verità su questo maledettissimo sport.
L’operazione è semplice. Cliccando entrate in una pagina, trovate la finestrella che segue e potete:

a) ascoltare il brano immediatamente cliccando il pulsantino sotto la parola “esperimenti” (vi regolate anche il volume);
b) scaricarlo per il vostro I Tunes, o programma analogo, cliccando sotto la freccia bianca in campo nero.
L’opzione “a” non ruba tempo ma la qualità audio è inferiore. Già ci sono distorsioni, sbalzi di volume, cigolii e altre imperfezioni. Però il racconto merita. E poi ci sono accompagnamenti musicali di grande livello autoironico: dal tunnel dei Dire Straits, che accompagna il finale, ai magnifici Everly Brothers che danno il la al racconto; dai sensuali Moorcheba alla più unica che rara “Sorrow” di un Bowie d’annata, dispiaciuto forse perché avevano trascinato in barca anche lui.
Buon ascolto di quella che un tempo era definita la “puntata pilota“. Dubito che mai realizzerò la seconda: di scarsi piloti ne conosco già troppi al timone.
Matteo Rinaldi
aprile 22nd, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Il passato preso nella rete
Davide Lombardi mette on line Vicenza Abc, il giornale che per due anni abbiamo diretto assieme. Speriamo si fermi al primo numero

Per qualche misteriosa ragione Davide Lombardi (nella foto) si ostina a vendicarsi per il viaggio a vela cui l’ho costretto tempo fa. Da qualche giorno ha messo on line sul suo blog il primo numero del giornale che abbiamo scritto assieme per due anni, Vicenza Abc, settimanale di alterne sfortune che ci ha procurato molti casini, pochissimi denari e ancor meno lettori.
Non lo vedevo da una vita, il vecchio Abc. E non ne sentivo la mancanza. Però, via: è vero che i giornali sono passato remoto, ma qualcosa di buono c’era. Su questo primo numero avevo scritto un ritratto di Gianantonio Stella. Pressato dai tempi e dalle angosce tipiche di ogni primo numero, non ero neanche riuscito a sentirlo, il mio concittadino Stella. Ma non potevo lasciare la pagina bianca e lo avevo raccontato lo stesso, con un po’ di bibliografia e parecchia fantasia.
Se ne avete il coraggio, leggete: è tutto qui, nel primo storico numero del nostro Abc. Speriamo che Davide si stanchi prestissimo.
Matteo Rinaldi
aprile 18th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti
Icaro diario

Sono andato in Sicilia con l’aereo. Siccome sono un provinciale, per me andare in aereo è andare in aereo. Mi rifiuto di far finta di niente e leggere il giornale. Di non incollare il naso sul finestrino, salutare il pilota con un sorriso, guardare la cabina di pilotaggio e dire “Wow, la cabina di pilotaggio”.
E soprattutto: mi rifiuto di non avere paura. Quando l’aereo parte, non posso non pensare che mi sto muovendo su un milione di chili, spinti da un motore che non è molto diverso da quello di una Panda, solo più grosso, fissato con le stesse viti della Panda, solo più leggere. Che alla guida c’è un pirla, magari appena piantato dalla moglie che si sta chiedendo se non è questo il caso di farla finita.
Poi razionalizzo. E per calmarmi penso che di tutti i miei avi – centomila rinaldi, rinaldini e rinaldelli – sono il primo a godere questa magia. E per calmarmi del tutto faccio l’elenco dei miei miti dell’aria, da Pierre Clostermann, (suo il più bel libro sul volare, altro che gabbiani Livingston) a Icaro, da Charles Lindbergh a Leonardo da Vinci, dai fratelli Wright alle migliaia di persone che hanno passato e dato la vita per il sogno di volare.
È un metodo un po’ scemo ma funziona. In trenta secondi mi passa tutta la tensione, anche in mezzo a temporali e vuoti d’aria. E poi diciamocela: se proprio deve capitare, non credo ci sia miglior modo di questo per morire.
Matteo Rinaldi
aprile 13th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 8 commenti
Serve una via di fuga?

(m.r.) Uno apre Repubblica.it per sapere, per capire, per… E si becca un inquietante slogan della pubblicità Expedia.it proprio sopra il titolone.
Per una corretta par condicio pubblicitaria propongo di alternarlo con le campagne del famoso yogurt dalla leggerezza leggendaria e della banca che ti libera dallo schiacciante mutuo-mattone.
Stupirsi non vale. È il minimo che possa capire a un Paese che ha venduto l’anima alla pubblicità.
aprile 6th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti
Proprio vero: trovar casa è un’impresa

Una delle abitazioni più umane proposte oggi a chi cerca casa in affitto
Ecco cosa può capitare a chi cerca casa in affitto a Vicenza.
Una mia amica – donna pratica, sveglia, razionale - ha fissato tre paletti alle agenzie: 1) zona Vicenza est; 2) spesa massima 500 euro al mese; 3) minimo 40 metri quadrati.
Non chiede la luna. Eppure da due mesi la portano a vedere le più fantasiose stamberghe. Dalla casa appesa al pilone del cavalcavia alla cantina sotterranea spacciata per loft. Quando tutto appare dignitoso, fingono di aver capito che il prezzo di 500 euro s’intendeva a settimana.
L’altro giorno ha trovato la casa giusta. Grande abbastanza da ospitare addirittura due persone senza tirare dentro la pancia. Le porte avevano pure le maniglie. Niente superstrade sul soffitto né metropolitane nel sottoscala. Era solo dodici chilometri più a est di Vicenza est, ma non si può mica sottilizzare. E costava 500 euro al mese, senza trucchi.
C’erano solo alcune stranezze. Il bagno era cieco. Avete presente i bagni delle aziende? Proprio uguale, con le targhette “donna” e “uomo” sulla porta. E poi le finestre: bellissime, ma si aprivano di soli cinque centimetri. Avete presente le finestre delle aziende? Un po’ difficile cambiare aria, stendere la biancheria o sbattere la tovaglia.
Quando ha guardato meglio ha capito. La casa non sembrava un’azienda. Lo era. Una delle più attive di Vicenza, con un fatturato da paura.
Sarà la crisi, ma i manager hanno deciso di raccattare qualcosa in più affittando un angolino di stabilimento – forse inutilizzato, forse l’ex casa del custode – a 500 euro mensili. Alla mia amica, che impallidiva rapidamente, hanno spiegato che avrebbe potuto sfruttare anche il posto auto: un parcheggio di trecentomila metri quadrati! Bastava ricordarsi di portar fuori l’auto entro le sei di sera, perché le chiavi del cancello mica gliele lasciavano.
Avrebbe dovuto accettare. Solo per provare l’ebbrezza di stendere la tovaglia a fiori sull’insegna. O di accogliere, in vestaglia e ciabatte, l’azionista tedesco durante la visita annuale.
Non ha mica avuto il coraggio. Certe facce toste le hanno solo i grandi imprenditori.
Matteo Rinaldi
aprile 3rd, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti
Faccina gialla dell’Abissinia
Dalla mascella quadrata agli emoticon, l’Italia si fida sempre di chi ci mette la faccia
Non ho mai usato un emoticon in vita mia e avevo pure il coraggio di vantarmi. Ma ora ho capito. PS: domandina da un milione di dollari: quale fra le quattro faccine appartiene a un velista?
(Avvertenze: questo pezzo è un editoriale scritto per il settimanale Vicenza Più)
Conosco un metodo infallibile per capire come vanno davvero le cose in Italia: entro in un bar e mi sfoglio il Giornale. Quello che una volta era un foglio semiclandestino della destra (reazionaria ma sobria), oggi ha surclassato Gazzettino e Corrierone nei bar che non si limitano alla Gazzetta ma offrono al cliente una visione più ampia sul Paese. Un segno dei tempi.
Il Giornale è un ottimo strumento per annusare gli umori. Non li sa raccontare, ma esaltare sì, un po’ come gli animatori dei villaggi turistici. Quelli bravi, tipo Fiorello, diventano più credibili ed efficaci di un predicatore.
Sul Giornale dello scorso anno, nello stesso periodo, l’Italia era un paese di serie B, terrorizzato in quest’ordine (leggetelo come si leggevano un tempo le formazioni di calcio): Malgoverno, Malavita, Stupri; Furti, Tasse, Rapine; Immigrazione, Islam, Lassismo; Clandestini, Sprechi pubblici.
In effetti le pagine ne erano piene: cinque esempi di malgoverno al giorno, quattro di malavita, tre stupri, tre rapine e così via. Oggi il Giornale (numero di lunedì 23 marzo) presenta le stesse notizie di un anno fa, solo che dedica loro un taglio leggermente diverso: malgoverno cinque righe, furti tre righe, stupri e rapine due righe. Però ci sono trecento righe sulle fenomenali contromisure in atto.
E soprattutto: sedici pagine di offerte di lavoro! Altro che crisi: un elenco interminabile di fresatori, magazzinieri, maniscalchi e impiegati cercasi, con centinaia di posti garantiti, da nord a sud, tutti a disposizione di chi ha voglia di lavorare, come recita, non senza una tirata d’orecchie, il titolone principale.
L’anno scorso l’ordine era diverso: malgoverno cinquemila righe, furti tremila righe, stupri e rapine duemila righe. E al posto delle offerte di lavoro, dodici pagine di editoriali sulla vergogna del governo assente, sul cittadino sofferente e sulla Polizia impotente.
Scusate lo sfogo. È pura invidia. Voglio dire che la percezione delle cose è molto più importante delle cose in sé. Perché gli stupri sono gli stessi di sempre e non ci son favole che tengano. I furti anche e le rapine pure. La Polizia ha gli stessi problemi, gli stessi agenti e le stesse macchine. Eppure non vedo persone angosciate, schifate e terrorizzate attorno a me.
Un anno fa avevo l’impressione di vederle. Ne sentivo i discorsi, le lamentele, il malumore. Bastava camminare per strada, entrare negli uffici, prendere un caffé al bar. Oggi faccio fatica. Può darsi che io abbia una percezione sbagliata, o che le persone, davanti a una crisi vera, preferiscano lamentarsi di meno. O ancora: che gli italiani, come diceva Montanelli, adorino avere qualcuno che si occupa dei fatti loro con lo stesso spirito del bravo papà di famiglia: decido tutto io, tu fa quel che devi fare e alla domenica ti porto allo stadio.
Però trovo molto più intelligente una trovata come quella del ministro Brunetta, che propone le faccine per votare i dipendenti pubblici, rispetto a una correzione Irpef-Irap per recuperare sedicimila miliardi. Perché Brunetta ha due vantaggi sulla correzione Irpef-Irap: primo, si fa capire da tutti. Secondo, ci mette la faccia per presentare la sua stralunata idea. La stessa faccia che abbiamo noi, sudata e nervosa. Vuoi vedere che dal suo metro e cinquanta è molto più credibile di un Monti e pure di un Draghi?
Se le mie sono suggestioni mi consolo: sono in buona compagnia. Le faccine di Brunetta sono l’ennesima prova che per governare l’Italia (mica solo l’Italia: anche l’ufficio e il condominio) bisogna metterci la faccia e la semplicità. Lo ha capito, molto meglio di noi, uno straniero come l’allenatore dell’Inter Mouriño, che la faccia ce la mette eccome. Alimentando un circolo vizioso, nutrito da tutti quelli che dicono di odiarlo e non si accorgono di fare esattamente il suo gioco, tenendolo perennemente sotto i riflettori e regalandogli una credibilità che Fabio Capello e Trapattoni si sognano.
A proposito di metterci la faccia: qualcuno, con la mascella quadrata, ci aveva già provato qualche decennio fa ed è andata come è andata. Oggi siamo agli emoticon ma il concetto è lo stesso. Se trovate la storia inquietante, siete un intellettuale con barba e Clarks d’imitazione. Se lo trovate addirittura scandaloso siete un intellettuale con barba e Clarks originali (200 euro circa).
Ma se trovate il coraggio di inviare un emoticon anche voi, vergognandovi solo un pochino, siete sulla buona strada per diventare cittadini nel nuovo millennio.
Io non ci sono ancora riuscito. Ma giuro che ci provo. Non appena scopro che tasto devo premere sul dannatissimo computer.
Matteo Rinaldi
aprile 1st, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
