Nel tunnel della vela: l’overdose

Terza e ultima puntata dell’audioracconto “Chi non vela è un vile”. Dalla patente nautica alla veladipendenza il passo è stato brevissimo

La bolina assassina: una delle situazioni descritte nel racconto

Terza e ultima puntata dell’audioracconto che narra, con la mia viva voce, l’ultimo passo che ha trasfomato un uomo sereno in un reietto della società.

Dodici minuti di racconto, da ascoltare con due opzioni. La più semplice: cliccare il triangolino nero (play) dopo aver aperto questa pagina. La più professionale: scaricarlo in formato MP3 per ottenere la massima qualità.

A parer mio la registrazione è finalmente di buona qualità. Ho scoperto di aver inciso la voce in un canale solo, nella scorsa puntata. Stavolta ho seguito i consigli di mio fratello musicista.

Non ho seguito alcun consiglio invece per le musiche. Ho messo quello che mi parevano più adatte: apre Cristina Donà con un suo capolavoro, Nel mio giardino, poi Goran Bregovic (This is a film). I momenti più tipicamente velici sono accompagnati da Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus e Profondo Rosso dei Goblin. Chiude un pezzo tratto da American Graffiti. Niente è scelto a caso.

PS: nella scorsa puntata, tra B-52’s, Nick DrakeIggy Pop c’è un pezzo di incommensurabile bellezza riproposto dal duo Trovesi-Coscia, che avevo chiesto di indovinare. È Lucignolo, dalla colonna sonora originale del Pinocchio di Comencini, firmata da Fiorenzo Carpi. Lo ha scoperto solo Marina, (con cui ho veleggiato qui) che vince una cena al ristorante e un giro in barca. Chissà perché, non vuol saperne di ritirare la vincita.

Matteo Rinaldi

giugno 30th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

La cruna del lago

Un vecchio 470, un amico infame ma vero, zero pretese. Risultato: la miglior giornata velica del semestre

Un’immagine del lago di Fimon. A volte è perfino più bello di così

Quando impari la vela, prima ancora di aver distinto cazzate da straorze, sogni quel che farai non appena prenderai in mano una barca vera: ti vedi al timone di un mostro da 150 mila euro, col mare blu dell’Istria sotto al sedere, 25 nodi di vento sopra, un equipaggio femminile e adorante al fianco.

Quando poi impari davvero, scopri che certe avventure sono possibili ma rare come le retrocessioni della Juve. Le giornate medie saranno senza vento, oppure con troppo mare, oppure senza donne, o al limite con poco vento, troppo mare e zero donne tout court.

Alla fine impari a non avere pretese. Allora arriva la magia. Come l’altra domenica: è passato a prendermi Sandro (è già magia: Sandro tira pacchi a raffica, tipo kalashnikov) ed eccoci a Fimon. Troviamo parcheggio e pure la barca, un vecchio glorioso 470 (qui il modello del cantiere, da ammirare per la quantità di cime, rinvii, bozzelli e cazzeggi).

Lo mettiamo in acqua. Via scarpe, telefoni, chiavi e portamonete. Ecco cosa vuol dire non avere pretese: accettare la possibilità di finire in acqua e liberarsi quindi di tutto, senza vergogna alcuna.

Partiamo e ci areniamo subito tra le ninfee del lago. Fortuna che il 470 ha timone e deriva che si alzano all’istante:  in un attimo siamo liberi. Abbiamo imparato assieme, io e Sandro, perciò abbiamo pregi e difetti compatibili. Ci accordiamo così: chi sta al timone tiene anche la randa. Fa dunque quel che vuole, ma in caso di scuffia è il solo colpevole.

Chi sta al fiocco asseconda, fa da contrappeso e per il resto si rilassa e si gode la vita. Può al limite consigliare andature e manovre, purché in modo assertivo e gentile: “Hum, io proverei un po’ a stringere l’andatura, ma solo se tu lo ritieni corretto e ne hai voglia“. Sembriamo due imbecilli, ma funziona.

Non sembriamo due imbecilli, lo siamo: per allenare dizione (io) e toscanità perduta (lui) parliamo per tutto il tempo in livornese sporco, a volume altissimo: “Oh! Técchéddisci sessistrinsge un po’ll’andathura?” “Deh, tté mm’hai antiscipato! Lo stavo appensarhe pure io un attimo addiètro!”

Dopo tre ore abbiamo le mani scorticate (Il vento a Fimon va da zero assoluto a ottanta nodi senza preavviso; inoltre arriva da est, nord ovest, sud est, nord sud, così come gli gira). Abbiamo anche i piedi immersi in dieci centimetri d’acqua perché lo scarico del pozzetto funziona alla rovescia ed è più quella che entra di quella che esce. Ma il 470 fila ugualmente come un puledro e fatichiamo a tenerlo dritto. Ci scambiamo il timone con una gentilezza e cortesia che neanche i marinai inglesi dell’Ottocento.

Ormeggiamo (manovra complicatissima a Fimon: a causa delle ninfee bisogna arrivare con un angolo perfetto) con una farfalla da gran pavese regale: neanche il doge scendeva con tanta classe e semplicità al ritorno dalle crociate.

Adesso sono avvisato: per una volta che va così, ce ne sono dieci che finiscono a ribaltamenti, incagli, ammutinamenti, attacchi dei pirati, arresti della Capitaneria. Mi sa che fino al 2010 le barche le starò a guardare dalla riva. Nel frattempo mi darò agli sport inventati dei burloni di Jackass. Sono più rilassanti e sicuri.

Matteo Rinaldi

giugno 29th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti

Vela, l’arte dell’interior design

Altra buona ragione per disprezzare le barche: i loro interni, caratterizzati dal celebre “Inferior design”

Addobbereste il vostro salotto con foto di salotti, ricami di salotti e posacenere a forma di salotti? Decorereste il vostro bagno con foto di wc e bassorilievi raffiguranti bidè? No ovviamente. Vi sentireste dei perfetti imbecilli. E allora perché nelle barche a vela trovate – sempre, sempre! – questi orrendi quadri e questi maledetti cuscini? PERCHÉ?

Questo è un colpo basso, ma gli armatori non hanno pietà neppure di loro stessi. Confidando nel fatto che musulmani e buddisti non veleggiano ancora, si ostinano a piantare quadri sacri di San Filiberto Maestrale, protettore dai venti contrari, e Santa Sentina, protettrice dalle falle improvvise. A me viene l’angoscia: nella classifica degli orrori del mio immaginario personale, perfino la 124 verde pisello dello zio Aristide, una delle auto più tristi che ho ancora stampata nella memoria, recupera punti preziosi.

E allora ditelo che non avete cuore! Barometri, termometri, geometri e decametri trionfano radiosi nei punti chiave della barca. Mai visto anima viva che li degni di un’occhiata. Ma fanno tanto nave vissuta! Sì, vissuta, nel senso che è morta, sepolta, cadaverica e mummificata che neanche la mummia di Tutankamon.

Qui siamo alla follia totale. Il tirolese è uno dei più classici stili che dominano in barca: legni da quota tremila, tessuti scozzesi o bavaresi, ottoni da principessa Sissi. E continuano a farli, anche nel 2010, con l’indegna scusa che “lo chiede il mercato“. Balle! Se tutti gli altri settori avessero avuto lo stesso coraggio, viaggeremo ancora con la Ford T e la bici col ruotone anteriore.

D’accordo, se questa è l’alternativa… Questo è un interno figlio degli anni settanta. Poca cosa certo, ma almeno abbiamo abbandonato il rifugio Monterosa per scendere a livello del mare. Certo, se pensiamo di risolvere il problema con lo stile furgone frick Volkswagen siamo messi malaccio.

C’è di peggio, comunque. L’apoteosi della demenza è la modernità ostentata spacciata per lussuosa semplicità. Riuscite a immaginare un essere umano dotato di cervello che trova una ragione, una sola, per sedersi su una di queste sedie?

E se avete l’impressione che io esageri, guardate questa foto del grande Soldini. Che all’interno della sua tccnicissima barca, pur senza legni di faggio istriano e trame in cachemire, non si prende nemmeno la briga di nascondere l’immagine di San Marisa Taciturna, protettrice dalla scuffia notturna. E ora scusate, devo scappare. Ho tre piccozze in larice di San Candido da appendere accanto al barometro della Multipla.

Matteo Rinaldi

giugno 26th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 14 commenti

Attenti, il vostro è un Black blog

Perché alcuni blog si portano a casa decine di commenti ogni post? Perché dozzine di altri blog, apparentemente migliori, non raccolgono lo straccio di un ba?

Il blog di Beppe Grillo, tra i più cliccati (e commentati) d’Italia

Volete ricevere più commenti, più contatti, più complimenti? Oppure, al contrario, volete un blog intimo, con tanti lettori ma poche mail a cui rispondere? Non ho la pretesa di dare una risposta vincente. Sensata e plausibile, questo sì. Agli interessati il compito di verificarla, mettendo alla prova questo sistema.

L’idea mi è venuta studiando la comunicazione paraverbale, cioè la capacità che abbiamo, attraverso l’uso della voce, di essere più o meno convincenti, credibili, coinvolgenti. Il mio maestro di voce Ciro Imparato – lui si definisce Voice Coach; io preferisco maestro, perché pochi sono i maestri veri e bisogna tenerseli stretti – ha diviso il nostro parlare in sei principali colori.

Dopo anni e di studi e corsi, Ciro spiega di aver scoperto che sono sei i principali modi di parlare che usiamo. Purtroppo lo facciamo quasi sempre inconsciamente, ignorando che l’alternanza è fondamentale per farci capire davvero.

Non spiego il sistema di Ciro (questo è il suo sito con le notizie sul suo nuovo – e consigliatissimo – libro con Cd appena pubblicato). Trovo invece interessante il parallelo con la scrittura.

Ciro divide in quattro le voci positive che dovremmo usare nella vita: la voce gialla, che è quella della simpatia. La gialla ci esce da sola quando incontriamo un amico per caso: “Ciao vecchio, come stai? Una vita che non ti vedevo!”. Poi la voce verde, che è quella intima, sottotono, che crea empatia: “Sai com’è… per il lavoro è un periodaccio… ma insomma guai a scoraggiarsi… E tu invece, come… te la passi?”).

Ecco poi la voce blu, quella dell’autorevolezza:Adesso ho un progetto in mente. Una cosa in cui credo. Non sarà facile, ma sono convinto che otterrà grandi risultati“. E infine la voce rossa, che è la voce della passione: “Dammi una mano anche tu! Sei la persona perfetta, perché hai entusiasmo, grinta e capacità. Se ci muoviamo assieme, non ci ferma nessuno!”

Ci sono infine le voci grigia e nera, che usiamo fin troppo. La nera è (purtroppo) facile: Bambini! A letto e guai se sento volare una mosca!. La grigia è ancor più facile ma meno appariscente: la usiamo quando parliamo piatti, senza emozione, raccontando cose interessanti col tono di un cadavere ambulante.

Le voci giuste andrebbero usate assieme, con logica precisa. Invece tutti noi abbiamo una voce predominante, che usiamo a proposito e sproposito. Chi è giallo (come il sottoscritto) risulta spesso simpatico, un po’ meno empatico e difficilmente autorevole. Chi è autorevole non è quasi mai simpatico né scalda il cuore. Chi è rosso affascina e colpisce, ma manca di semplicità e autorevolezza, E alla lunga stanca.

Quando scriviamo ci comportiamo allo stesso modo. Scriviamo in giallo, verde, rosso, blu e otteniamo risultati secondo la stessa logica della voce. Così capita che il mio blog (quasi sempre in giallo, perché l’ironia ha proprio quel colore lì) raccolga parecchi lettori ma pochi commenti.

Il blog di Davide Lombardi (che è il più letto di Modena, mica palle) o di Sergio Mistro (che è il più letto e copiato d’Italia sul mondo della vela) raccolgono rispettivamente zero (!) e un paio di commenti a pezzo, in media. A guardarli c’è da stupirsi: sono scritti da dio, interessanti, brevi, divertenti, competenti.

Già, ma Davide scrive in blu notte (autorevole come una professoressa del liceo) mentre Mistro vira al massimo sul giallo (simpatia) restando sempre vestito di blu. Lettori e credibilità a mille dunque. Ma di fronte a tanta competenza, pare quasi che uno abbia paura a scrivere due righe.

Quel che manca loro e a me è una dose di verde, che invece abbonda nei testi dello Splendido o di questa ragazza qui o – esempio eclatante – di Placida Signora. Qui trovate trenta, cinquanta, perfino centoventi commenti al colpo.

Se i primi sono siti di puro cazzeggio (ma trenta commenti a pezzo il blogger medio se li sogna) il terzo è un sito autorevole, al pari di Mistro o Davide. La differenza la fa proprio il linguaggio, la capacità di… scrivere un po’ sottovoce, con un sorriso dolce e pause esitanti. Di spingere il lettore al commento. Di farlo sentire partecipe e non solo spettatore.

Alla fine è una questione di scelte. Io mi tengo stretti i miei due commenti medi, tanto più che se non sono scritti bene m’incazzo. Ma vengo da un passato remoto da parablogger che voi umani non potete neppure immaginare.

Quando ho aperto pennarossa.it (questo l’archivio storico, ma originariamente era completamente diverso, ricco di grafica, vignette e foto), ricevevo poche mail appassionate. Un giorno la Stampa.it mi dedicò una recensione strepitosa in prima pagina.

Trascorsi tre notti a rispondere a quattrocento mail – una risposta personalizzata per ognuno – dopodiché cambiai prospettive. Continuo a scrivere in giallo (la scrittura grigia e nera, spero, non mi appartiene) e mi tengo stretto, a mio ammaestramento, quel bellissimo commento di Chiara che a un post scrisse “Scrivo solo perché mi dispiace vedere la tua casella dei commenti così triste e vuota“.

Matteo Rinaldi

giugno 25th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 19 commenti

Cittadini (4)

Un concerto in sol minore per Armonica e Chiacchiere. Cose che capitano solo al distributore di metano

Una delle ragioni per cui ho comprato la macchina a metano sono i suoi distributori. Da bambino mi facevano impressione, a guardarli da fuori. Inquietanti, pieni di facce slandrone e auto da sottobosco urbano. Poi ho comprato Cani del gas di Marco Paolini – un libro che racconta questi posti con poche battute e una magnifica poesia. Tra le battute: “Vorrei fare una guida su questi distributori, con le stellette, come la Michelin. Due stellette: pompa con gerani e ombrellone. Tre stellette: pompa con gerani, ombrellone e pollame a piede libero…” La poesia: Can, di Ernesto Calzavara. Stupenda.

Paolini dice che questi distributori sono “i guardiani di questo tempo meticcio”, insomma il senso è questo. E che il gas “non è né analogico né digitale: è lento il gas, lento. Hai fretta? Vai a benzina!”.

Anche per questo regala sorprese: come un Concerto in sol maggiore per Armonica e chiacchiere. Cinque minuti di musica nel tempo del carico. L’armonica è quella di un musicista furgonato che suona col sottofondo della pompa a cinghia – una roba medievale, Tunf tunf tunf! Tunf tunf tunf! – le chiacchiere sono quelle del ragazzo del gas, che suonerebbe la fisarmonica, se solo riuscisse ad acquistarne una, e nel frattempo la mima raccontando note, accordi e giri armonici.

Quasi quasi recito “Can” per chiudere il cerchio. Anzi, ve lo risparmio. E vi faccio un regalo: ascoltatelo in questo spezzone dello spettacolo dal sito di Paolini. Poi ci vediamo al gas. In quello mio non ci sono gerani ma porto la chitarra e vedete che concertone viene fuori.

Matteo Rinaldi

giugno 19th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti

Cittadini (3)

A volte ci tocca pure ringraziare don Abbondio

Questo meraviglioso angolo di paradiso (la foto col telefono portatile non vale una cicca, ma rende comunque l’idea) sbuca sui colli vicentini, a tre minuti dal centro città, lontano dagli occhi e dal cuore. Pare di essere nelle campagne senesi, nel cuore della maremma, nel Chianti. Insomma in tutti quei posti dove inglesi e americani comprano case rurali al prezzo di fabbriche Chrysler antecrisi.

Non lo avevo mai visto – e in pochi hanno avuto il piacere – perché è appannaggio privato di una casa di cura, privata anch’essa, posseduta da ordini religiosi cattolici di silenzioso e immenso potere.

Una volta avrei levato il dito indice contro questo immorale strapotere. Oggi invece, da cittadino che ha alzato le orecchie e abbassato le aspettative, levo tutte e due le mani: mi arrendo. Perché ho il sospetto che senza i preti avidi e gelosi avremmo avuto costruttori edili ancor più avidi e golosi. E al posto di alberi e panorama, alberghi e Panorama (con la maiuscola è un centro commerciale).

Magari anche no. Ma nel dubbio mi accontento. E penso all’ospite della casa di cura, che guarda dalla finestra quant’è bella la sua terra e un po’ gli torna il buonumore.

Matteo Rinaldi

giugno 18th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti

I miei sforzi non son dunque vani

(m.r.) Alla faccia di chi dice che quando parlo dei drammi della vela esagero. Tutto vero, invece: trovare gente che salga volentieri su una barca è difficile. Donne poi…

Qualcuno si è inventato pure questo. E guardate con quale cura. Un grazie al grande Mistro che ha scovato e messo on line questo breve ma intenso video.

giugno 17th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti

Passante o tangenziale?

Una soluzione per risolvere il famoso dubbio che attanaglia chiunque viaggi nel Veneto orientale: meglio l’antica tangenziale o la nuovissima superstrada?

Accoglienza da paura per i primi cittadini che hanno percorso il nuovo passante di Mestre

Aspettate a scappare da questo pezzo, che pare una pippa da malati d’automobile. Non parla di automobili. Sui blog ce ne sono a decine di pezzi che spiegano come risparmiare tempo e chilometri in auto. Questo parla di piaceri, conosciuti e sconosciuti.

Se arrivate da Padova e viaggiate verso Trieste, con il passante fate 30 chilometri contro i 26 del vecchio percorso. Questo ormai lo sanno anche i ciclisti. Stesso risultato se andate in direzione Treviso-Belluno. Il passante conviene comunque, perché tenete una media più alta, impiegate lo stesso tempo e in caso di traffico intenso viaggiate più rapidi e sereni. Se invece fate la tangenziale a 150, il problema non vi tocca. Spero vi tocchi la stradale, ma non si può voler tutto dalla vita.

Vero è che il passante costa un euro e venti in più. Ma rinuncereste a una comodità per il prezzo di un caffè? Io no. Va detto che con uno stratagemma risparmiate addirittura il doppio: 2,10 euro. Per uno che percorre la strada cinque volte alla settimana, tra andata e ritorno fanno cento euro al mese.

La ragione non l’ho capita ma il sistema è semplice: basta uscire a Mirano-Dolo, rientrare subito e proseguire nel percorso. Così facendo il tratto Mirano-Mestre (o Mestre-Mirano, se venite da Venezia) diventa gratuito. Un giorno o l’altro ci provo, giusto per lo sfizio.

Una rappresentazione del passante: più lungo, è evidente. Ma…

Ma alla faccia di tutto questo la scelta della tangenziale è vincente. Per tutt’altra ragione. Il passante è bellissimo: grande, sicuro, veloce: a parte il raccordo per Treviso, un imbuto, si viaggia da papa. Eppure, dopo una decina di viaggi, ho deciso: d’ora in poi tangenziale. Perché i cinque chilometri in più del passante paiono cinquanta: non c’è nulla da vedere. Si viaggia per un lungo tratto sotto il livello del suolo. Per un altro tratto il mondo ti è nascosto da pareti in plexiglass, come dentro un acquario. Un vantaggio per l’ambiente, per la campagna, per la bellezza dei luoghi. Ma per chi guida è come prendere frustate.

Ogni chilometro pare eterno: le uniche cosa da ammirare sono cartelli, caselli, viadotti. Se vi mettete nei panni del mondo circostante non potete che essere d’accordo: l’autostrada è una ferita sulla terra, che provoca rumore e divisione. Meglio disturbi il meno possibile. Ma al volante viaggiate come ciechi, nascosti, senza colori né odori.

La tangenziale invece è una meraviglia. Arrivi da Padova e te ne accorgi prima ancora di avvicinarti. Stai difendendo la tua posizione a cacciavitate contro Tir rumeni e padroncini coneglianesi: improvvisamente la battaglia finisce perché tir e furgoni prendono la sinistra ed entrano nel passante. Ti trovi sulla vecchia autostrada, in un silenzio assordante, circondato da uno strano mondo a quattro ruote: pensionati col cappello in 127, suore in Simca, pensionati senza cappello in Mercedes fiammanti e rilassate, furgoni di ambulanti e ogni tanto, swiiiiiiis!, le Audi dei pochi furboni che vogliono risparmiare 1,20 euro senza perdere un minuto sulla tabella di marcia.

Camion pochissimi. E vorrei vedere: al casello di Mestre la stradale ne ferma uno su tre con la scusa dei controlli ai gas di scarico. L’obiettivo è chiaro: liberare Mestre dall’assalto di un milione di mezzi al giorno. Mica bello che trecentomila furboni continuino a percorrerla approfittando dei settecentomila colleghi che hanno preso l’altra strada.

Faccio il tifo per la stradale (soprattutto perché non mi hanno ancora fermato) ma intanto entro nella tangenziale vera e propria. Però abbasso la cresta. Qui c’è la vera ragione che fa di questa strada una meravigliosa strada.

A partire da Mestre, che sbuca coi suoi tremendi palazzoni da Blade Runner, l’imponente stazione a destra, i campi di soia a sinistra, i cortili, le fabbriche ultramoderne e appena più in là dozzine di orti coraggiosi con insalata e pomodoro. E gli svincoli, uno per ogni epoca geologica e per ogni assessore socialista, comunista, democristiano dei rampanti anni Settanta e Ottanta.

E infine i nomi delle località, locali e nazionali: da Marghera a Milano, dalla Castellana al Terraglio, dall’aeroporto al porto, da Bologna a Cortina, da Venezia alle spiagge adriatiche. In che altra parte di mondo hai mare, montagne e città incantate sullo stesso cartellone stradale?

In tangenziale faccio sempre un esame di coscienza. Se non sono in ritardo mi metto in corsia vecchio col cappello, spengo l’aria condizionata, spalanco i finestrini, alzo il volume dello stereo. Mi rilasso. Sento pure l’odore del mare, che a un naso allenato arriva più forte e chiaro rispetto a quello delle ciminiere.

Matteo Rinaldi

giugno 15th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Il viaggio è un miraggio

Ogni volta che parto per un giro a vela ho un’idea fin troppo ottimistica di quel che accadrà. Poi arriva la realtà

Partenza: tutti belli e sorridenti nella foto in pozzetto prima del via.

Ormai l’ho capita com’è la storia. Bastano cento secondi in pozzetto per capire come andrà il viaggio in barca. La foto qui sopra parla da sola. Dov’è secondo voi l’errore basilare, la chiave di volta che dovrebbe farvi rizzare le orecchie? Ve lo dico io: è lo sportellino che protegge la bussola, dietro al timone, ben chiuso e sigillato. Dovevo capirlo al volo che lo sportellino chiuso sta dicendo “Hei, attenzione! In questa barca la bussola non si usa più, sostituita da quell’infernale apparecchiatura sistemata proprio di fronte a me”. Ormai nove barche su dieci veleggiano solo col gps (è comodo!), col pilota automatico (è più bravo!), col tendalino fisso (ripara!) e col motore (si arriva prima in porto!). 

I miei compagni di viaggio – Marina e Luca – sono veri velisti. Non appena saliti in barca hanno indossato gli occhiali da sole. Non appena ho sfiorato una cima, Luca è piombato come un avvoltoio a correggermi il nodo. Anzi, per far prima l’ha fatto lui. Un attimo dopo è arrivato il comandante e l’ha rifatto a suo volta. Ho dovuto concentrarmi sui 15 mila anni di civiltà che mi separano dagli avi più istintivi della mia stirpe per non ucciderli entrambi a mani nude.

Io e mia moglie – prima volta che viene in barca per più di mezza giornata – teniamo duro con occhiali da vista e abiti civili. Mi sono imposto di mantenere alto l’umore, qualunque cosa accada. 

Facciamo Monfalcone-Rovigno a motore, dall’inizio alla fine. Tiriamo su le vele? chiedo a Monfalcone. “Poco vento, andremmo al massimo a tre nodi, non vale la pena“.  Tiriamo su le vele? chiedo a Capodistria. “Vento giusto sul muso, ci toccherebbe far bordi e non troviamo posto in porto”. Tiriamo su le vele? chiedo a Umago. “Troppo vento ora, valà, meglio viaggiare in sicurezza“.

A Rovigno un’ora di lotta con sessantadue barche che fanno la posta all’unico ormeggio disponibile. Poi un’ora di coda per ormeggiare in Capitaneria. Poi un’ora per compilare i documenti. Un’ora per passare alla Polizia. Un’ora per capire che il nostro posto in porto non c’è più (bisogna avercelo lungo almeno 15 metri per essere sicuri che te lo tengano) e quindi ancoraggio in rada.

L’immagine romantica qui sotto è in realtà lo sguardo fisso che bisognerebbe tenere, a turno, per controllare che le altre barche non ti finiscano addosso. Siccome la barca non è mia - e non ho né timonato, né cazzato né lascato neanche un decimo di secondo – vado a letto e vaffanculo.

La mattina ci si sveglia invidiando quelli col tender, che possono almeno andare a riva e gridare tutto il loro odio in mezzo alla pineta. Senza tender sei costretto a star fermo a guardare le barche, attraverso cime e drizze, finché non ti viene mal di testa. Io non distinguo un Comet da un Hanse neanche a pagarmi oro. Luca nemmeno, ma finge di saperlo e millanta di conoscerle tutte, descrivendole dalla carena al windex.

Ormai gli occhiali da sole hanno preso possesso di Luca e Marina, che dietro le lenti nere tentano invano di nascondere il loro rancore verso i compagni di viaggio, il mare, la barca, il mondo e l’intera via Lattea. Le posizioni del corpo parlano chiaro: chiusura totale e bile a mille.

L’alternativa è andare all’interno. Ma anche un tredici metri anni Ottanta diventa un supercarcere dopo tre ore in rada. Chi legge, chi piange, chi vaga senza meta. La maggior parte degli umani gioca col telefonino, come undicenni innamorati. Quelli della Nokia, maledetti, andavano certamente in barca. Non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto se avessero condotto una vita normale.

Esco, disperato. So che sto perdendo per sempre la ragione, pazienza, la lucidità, l’umorismo e, non ultimo, mia moglie. Tutto contemporaneamente. Per fortuna ci chiamano dal porto: domattina c’è un posto in banchina tutto per noi. Bene. Bene?

La vita di banchina è la goccia che fa traboccare il vaso. Quattrocento barche, in un pontile che ne ospiterebbe al massimo venti mentre rollano, beccheggiano, cucinano fritture, urlano, cantano, litigano, scorreggiano. E il bello è che tutti questi imbecilli, me compreso, sono convinti di essere dei privilegiati rispetto a uno che vive al sesto piano delle case popolari.

Dovrebbero vedersi dal di fuori, mentre escono da barche che costano mezzo milione di euro e poi si mettono in fila per pisciare, farsi la doccia e lavarsi i denti nei cessi del marina, del tutto identici a quelli della stazione ferroviaria cittadina. 

Al secondo giorno di vacanza i livelli di sopportazione sono saturi: non si può navigare (ormai va bene una scusa qualsiasi: poco vento, troppo vento, poco mare, troppo mare, poco sole, troppo sole…) e pur di non fare vita da marina, Luca fa il bagno al porto. Ci sono ventinove gradi sotto zero ma ha gli occhiali da sole ormai fusi alle orecchie.

Ho perso ormai per sempre mia moglie. Al terzo giorno di viaggio non serve essere fisionomisti per capire che sta piangendo in silenzio e con grande dignità, immaginando una vita migliore al fianco di un uomo che la porta a funghi sull’Altopiano, alla sagra dei bisi di Lumignano o anche alla Fiera Campionaria di Lonigo, tra trattori e macchine agricole.

Questo orrore deve finire. Mi chiudo in bagno per lasciare una testimonianza, scattando una foto segreta con l’autoscatto. Voglio dimostrare al mondo che i bagni delle barche a vela sono trappole per topi. Non credete alle immagini da sogno delle foto pubblicitarie! Per farli apparire dignitosi usano grandangoli da un milione di euro e calze davanti all’obiettivo, come faceva un vecchio politico qualche decennio fa. Chissà che fine avrà fatto.

Una testimonianza agghiacciante: le istruzioni del wc, che trovate nelle barche più evolute. Perché anche tirare l’acqua, in una barca a vela, è un’operazione rischiosa, pericolosa, complicata. Eppure, che ci crediate o no, c’è di peggio: le barche senza istruzioni, dove le spiegazioni sono affidate alla dialettica del proprietario. C’è gente chiusa dentro da dodici anni, che cerca ancora di tirare l’acqua svitando oblò e lampadine elettriche.

Questa è la mia cabina, l’ultimo giorno di viaggio. Ci son volute 12 ore (tanto non avevo da fare: motore sempre acceso e pilota automatico) perché assumesse un aspetto accettabile. Come fanno quelli che millantano di aver trascorso in barca quindici giorni? Non lo so. E non lo voglio sapere. 

Questa è la cabina del comandante. Ho scattato la foto di nascosto, rischiando di essere abbandonato in mare (è proibitissimo, scattare foto degli interni) ma non ho potuto farne a meno. Lo spirito del cronista, in questi casi, è più forte dello spirito di sopravvivenza.

Questa è la cabina di Luca e Marina. Loro sono due grandi navigatori. Guardando questa foto ho capito che io non lo sarò mai. Mai! 

Poi basta arrivare in porto, lanciare un’occhiata fuori e… “Hei, hai visto quel piccolo trimarano? Non dev’essere mica male provarlo”. “No guarda, io l’ho fatto e non mi è piaciuto, non stringe la bolina”. “Beh però se ti girano puoi andarti a rifugiare negli scafi laterali…” ”Naaah, robaccia, non piega neppure”. “Eh, eviti un po’ di mal di mare, però”. Insomma, ho già voglia di ripartire. Possibile? Possibile?

Matteo Rinaldi

giugno 11th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 8 commenti

Ci sono cose che voi animali

Quale misteriosa ragione può spingere un saggio animale a scegliere una barca a vela come luogo di cova?

Sto per partire per un fine settimana in Istria. Metto i piedi sul pontile galleggiante che mi accompagnerà alla barca e vedo questa scena. Un’anatra monfalconese sulla rete di un catamarano mentre cova una mezza dozzina di uova.

Non so se erano proprio sei, le uova. Ho scritto “mezza dozzina” per evitare contrasti con gli autori dei libri di testo delle elementari. Mi sono chiesto cosa ci avrà trovato l’anatra (oche e anatre sono mattacchione ma piene di umorismo: avete presete Guendalina e Adelina Blabla degli Aristogatti?) sulla coperta di un catamarano.

Ho avuto la tentazione di spostare l’anatra sulla terraferma. Ma che ne so io delle reazioni di un’anatra? Così ho lasciato stare e sono partito, figurandomi tre possibilità. La prima: i proprietari del catamarano che partono assieme all’anatra, immediatamente assunta come prodiere, e veleggiano strappando applausi per il golfo di Trieste. La seconda: i proprietari che spostano delicatamente anatra e uova sulla terraferma. La terza, più probabile: i proprietari che scacciano l’anatra senza tanti complimenti. E la sera, in rada, offrono frittata a tutti, spinti da una nuova e inattesa generosità.

Matteo Rinaldi

giugno 10th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

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