Mi credevo artista, mi scopro arrotino

Colorare la propria voce: come abbandonare per sempre il grigiume quotidiano con due soli giorni di corso

Per la serieformatore che non si forma si ferma“, ho frequentato a Roma il corso Four Voice Colors di Ciro Imparato. Con Ciro (questo il suo sito) ho già studiato dizione, o meglio ho cominciato a studiare dizione, giacché per un veneto che vive in Veneto non c’è alternativa: smettere due giorni soltanto significa tornarè a cantarè, ostregà.

Il FVC mi serviva per completare il percorso, quello che avrei voluto mi regalasse una voce degna dell’Infinito di Leopardi. Vantaggio ulteriore: non richiede molto tempo. Basta un fine settimana per imparare tutte le basi.

Inoltre da un anno Ciro ha pubblicato il libro “La tua voce può cambiarti la vita”, con cd allegato, che già da solo è un’ottima base di partenza. Con il libro e il corso chiudete il cerchio: imparate le basi per parlare, naturalmente, coi quattro colori positivi della vostra voce. Questi ci permettono – una volta che avete acquisito il metodo e parlate con il cuore, oltre che col cervello – di essere decisamente più caldi, chiari, efficaci e positivi.

Detto così, pare semplice. In effetti lo è, ma bisogna provarci con testa e cuore. Ho fatto il corso a Roma, a fine marzo, regalandomi quattrocento chilometri di viaggio in più (ha sede anche a Milano e Torino) per il puro piacere di farmi massacrare. A Milano sarei stato circondato da lombardi, forse l’unico popolo che stravolge l’italiano più dei miei conterranei: volete mettere la sfida di fare un corso in mezzo ai romani?

Il mio primo obiettivo era non far capire troppo presto la mia provenienza. Non prima di un discorso di centosessanta parole, almeno. Al “Buong…” nessuno mi aveva ancora scoperto. Al “…iorno a tutti!” un coro: “Ma sei veneto?” La vita è fatta di delusioni da superare. Io ci provo.

Tra i colori che Ciro insegna a usare (giallo, verde, blu, rosso) e soprattutto a evitare (grigio e nero) i più difficili sono il verde empatia, che in effetti richiede tutto il cuore e la semplicità che non sappiamo più tirar fuori.

Non c’è modo di parlare in verde se non respirate in verde. Perciò al corso lo si prova a coppie, meglio se con una persona dell’altro sesso, semplicemente liberandosi da tutto (i vestiti no, le sovrastrutture mentali sì). Bisogna liberarsi dei propri limiti. Esagerare, lasciarsi andare, ripulire il pensiero, spogliarsi delle fisime che abbiamo ogni volta che apriamo bocca.

Io lo faccio, magari a corrente alternata, ma lo faccio. Tant’è che ho strappato applausi sinceri alla sala non leggendo Leopardi, come speravo, ma… un testo pubblicitario dell’Alfa Romeo: “… Perfetta nella sua tenuta stradale, impeccabile nelle linee affascinanti e grintose, la nuova Alfa riassume l’animo europeo e la creatività italiana…”. Va bene, non è come leggere l’Infinito ma ora, mal che vada, ho un futuro da arrotino: “Donne, è arrivato l’arrotino! Coltelli, rasoi, forbici: l’arrotino ridà potenza a tutti i vostri strumenti di casa!”. Lo prendo come un segnale positivo.

Il corso lo consiglio caldamente. Impressionante la facilità con cui, grazie ai colori, si impara non solo a parlare meglio (per questo ci vuole un po’ di tempo, di prove, di impegno quotidiano) ma prima di tutto a riconoscere i valori dei bravi comunicatori (Barack Obama ad esempio parla spesso, istintivamente, usando la perfetta sequenza dei colori). E prima ancora, a capire gli errori che facciamo e che fanno le persone attorno a noi.

Un’idea della voce a colori: in questa scena, epica, dell’Armata Brancaleone, Vittorio Gassman usa magnificamente almeno tre colori su quattro: il classico blu gassmaniano, arricchito da spruzzate di rosso vittoriano e soprattutto da uno straordinario verde d’artista ispirato. Se Ciro non è d’accordo, parli ora o taccia per sempre. Ma sono sicuro che è d’accordo con me.

Matteo Rinaldi

aprile 25th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 4 commenti

Toh, i veri velisti sono umoristi

Una serata con Gabriele Olivo, l’unico italiano all’ultima Volvo Ocean Race. Per scoprire che i veri velisti non sanno solo andare in barca: sanno stare al mondo

Gabriele Olivo in azione. I suoi compiti: dalla videocamera al blog, dalla sentina ai fornelli

Come si fa ad andare in bagno in una barca che fa il giro del mondo senza avere il bagno? Me lo chiedo da un anno e finalmente ho trovato la risposta.

Me lo ha detto in gran segreto – eravamo trecento persone – Gabriele Olivo, venerdì 16 aprile nella sala ridotta del nuovo teatro comunale di Vicenza.

Gabriele ha presentato il suo libro, “Volvo Ocean Race: diario di bordo di Telefonica blu“, editore Latitudine zero. Un tomo ricchissimo di foto e di vita quotidiana in una delle migliori barche della Volvo Ocean Race, la più bella e spettacolare gara velica del mondo.

Che sia la più bella non lo dico solo io: lo ha confermato Mauro Pelaschieruno che ha fatto la storia della Coppa America. Chiamato a presentare il libro assieme all’autore, Pelaschier (di Monfalcone, capelli bianchi, niente calzini, battuta sempre pronta, campione olimpico negli anni settanta e timoniere di Azzurra nel 1983) ha detto senza giri di parole che “la Coppa America è bella per tante cose, ma questa gara, la madonna, questa gara è la gara!”.

Uno scatto di Gabriele in mezzo a chissà quale oceano

Gabriele ha presentato il suo libro aiutandosi con diapositive, filmati e soprattutto semplicità. Ha raccontato cos’è la Volvo Ocean Race spiegando anzitutto cosa ci faceva lui. “Il mio ruolo in barca era semplice: Crew media team di Telefonica Blu. Diciamolo: già il nome fa venir voglia di scappare. Ma ora vi spiego cosa facevo in realtà: per prima cosa invidiavo gli altri. Perché non potevo né timonare né giocare con le scotte. Ma ho imparato che anche raccontare i viaggi – con le foto, con le parole, con le immagini – è importante. Anzi, forse lo è ancora di più“.

La cosa più bella è stata capire che il mondo, non solo quello della vela, va sempre avanti allo stesso modo: per tentativi. “Abbiamo rotto un timone (valore: decine e decine di migliaia di euro, ndr) e perso la possibilità di vincere per risparmiare due chili di peso. Ma bisognava farlo, per capirlo“. “Ci siamo allenati anni in modo impeccabile nel Mediterraneo per scoprire che…  in oceano non sapevamo bene cosa fare. Una volta capito, abbiamo dominato tappe su tappe, ma addio vittoria finale“.

La cosa che non immaginavo è che le astro-vele della Volvo Ocean Race corrono a velocità spaventose – anche ottanta chilometri all’ora, che non abbiamo idea di cosa sia in acqua e senza motore – ma sono fatte per sfruttare i venti portanti, ovvero quelli che spingono la barca, e non le andature tradizionali, a partire dalla bolina, che invece la… risucchiano. PS: i non velisti mi perdonino la digressione. I velisti mi perdonino il linguaggio.

La cosa più divertente è stata scoprire che in sessanta giorni di navigazione continuata, giorno e notte, si fa pipì aggrappati alle draglie, infilandolo in un tubo di gomma, tipo canna da giardino. Non c’è alternativa: le mani vi sono indispensabili per non cadere in acqua. Non ho più avuto il coraggio di chiedere perché non ci sono donne alla Volvo Ocean Race.

La cosa più inquietante è che il wc (il mitico secchio del marinaio ormai è stato superato) l’hanno messo in mezzo al corridoio e davanti all’albero, cui ci si aggrappa per non cadere. Fin qua capisco. Non capisco perché, radente ai testicoli, corre la drizza, il cavo d’acciaio con cui si issa la vela principale. Avete idea di cosa può fare un cavo d’acciaio tirato con forza da otto energumeni?

“Andare in bagno, di giorno o di notte, ti obbligava a far segni a tutti, in ogni lingua del mondo, con ampi gesti a corredo, per implorare che non si sognassero di toccare la vela. E poi, per sicurezza – fidatevi voi di un equipaggio che non dorme da quattro giorni – fare alla drizza dei nodi pazzeschi perché nemmeno Hulk fosse in grado di scioglierli”.

Ultima sorpresa: il tempo medio di una virata durante quella gara. Noi umani, per divertirci, riusciamo a virare con le vele perfettamente a segno in quindici-venti secondi. I mostri a bordo di quelle barche impiegavano: a) cinque minuti esatti; b) cinque secondi; c) dodici minuti. Chi ci prova?

Matteo Rinaldi

aprile 21st, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Com’è dolce quel riso amaro

Ho ritrovato sul web “Sorriso amaro”, il bellissimo e sconosciuto documentario sulle risaie italiane. Racconta chi siamo meglio di una storia d’Italia in dodici volumi

Le protagoniste del film: ex giovani mondine, belle come a quindici anni

Ho scoperto questo capolavoro qualche anno fa, vagando nei canali minori di Sky (minori per modo di dire), quelli dedicati ai documentari. Si chiama Sorriso amaro. Un viaggio nel tempo sulle risaie italiane degli anni cinquanta, realizzato  da Matteo Bellizzi, giovane regista piemontese.

Mi ci sono imbattuto per caso ma dopo dieci secondi ero inchiodato davanti allo schermo. Credo di aver pianto e sorriso come neanche a dodici anni davanti agli Aristogatti. No, non è vero: mi sono emozionato decisamente di più con questo.

Bellizzi voleva raccontare la vita nelle risaie italiane degli anni cinquanta, quel periodo magico in cui l’Italia si trasformava. Da paese povero, agricolo, ignorante e pieno di voglia di vivere a paese ricco, industriale, ignorante e con scarsa voglia di vivere. Basta questo per amarlo.

Che fa il giovane regista? L’unica cosa possibile: va a prendersi una trentina di mondine, oggi settantenni, le carica su un pullman da gita scolastica e le riporta nella stessa risaia dove avevano lavorato, vissuto, sognato, sofferto e amato.

Il pullman è uno dei pochi luoghi dove il tempo non esiste. Dopo un quarto d’ora a bordo, le ex mondine – oggi nonne, magre o in carne, silenti o chiacchierone – diventano automaticamente studenti in gita. E cominciano a cantare. Cantano le canzoni che cantavano in risaia per sopportare le ore (proprio come in Riso amaro, con un insolito Vittorio Gassman doppiato, bello e cattivo). Respirano le emozioni di un Italia che non c’è più, pur essendo appena dietro l’angolo del tempo.

Tu davanti allo schermo, respiri la stessi aria. E son meraviglie. Quando cantano, hanno tutte sedici anni e sono bellissime.

Raccontano il lavoro di allora, le giornate a schiena piegata nell’acqua, tra insetti e sanguisughe, sgridate e risate. Raccontano i pianti e i sogni, le fughe e le emozioni. Compresa la storica comparsata proprio sul set di Riso amaro, girato tra di loro.

“Quanto eravamo poveri – racconta una protagonista danzando in mezzo alla risaia con un’energia che si era dimenticata di avere - e quanto era dura. Rispetto ad allora, oggi sono una signora!

E però il documentario racconta anche la grande differenza italiana tra povertà e misera (eravamo poveri, mai miseri), tra lavoro duro e sfruttamento, tra durezza e crudeltà. Il regista riporta sul set perfino un vecchio capo di allora e l’abbraccio con le ex mondine è caldo e sincero.

Dopo venti minuti di Sorriso amaro sei innamorato di tutte le protagoniste, hai compreso un po’ meglio tua nonna e soprattutto il tuo paese, il tuo passato, il tuo presente. Non serve neanche rimpiangerlo: basta capirlo. Automaticamente rivaluti un’Italia che non ha una storia così malandata come molti altri paesi. E che è, soprattutto, l’Italia che ti ha cresciuto.

L’ho cercato per cinque anni, dopo quella prima visione casuale: ho scritto a Sky e  pure a Bellizzi, senza risultati. Ma sono un maniaco, e alla fine ci arrivo. L’ho ritrovato.

Dove? Beh, siamo in Italia, il Paese dalla memoria più corta del mondo: l’ho ritrovato sul sito di Al Jazeera. Guarda un po’ se devo ringraziare il Qatar per ritrovare l’Italia. Il documentario non è intero e ha i sottotitoli in inglese. Ma finché non impariamo a sfruttare internet per bene anche qui, accontentiamoci.

Se avete in mente una rapida occhiata, lasciate perdere. Ci vogliono il tempo, la pazienza, il buio, la sera tardi, il silenzio. Buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=zZh7hvaPbEA

Matteo Rinaldi

aprile 12th, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 9 commenti