La bici fa acqua

Eccomi pronto a guidare la seconda edizione della “Pedalata dell’acqua”. Pedalo per la città in buona compagnia e offro da bere, da ascoltare, da vedere

L’unico che non c’entra niente in realtà sono proprio io.  A questa seconda edizione della Pedalata dell’acqua – percorso guidato in bici lungo le vie fluviali di Vicenza, organizzato dall’associazione Meccano 14 per il Comune di Vicenza – pedalano con me esperti veri, non dilettanti allo sbaraglio.

Il vero dilettante è l’autore: dilettante della bici (non pedalo praticamente mai, ultimamente) e dilettante della cultura dell’acqua (però almeno vado in barca a vela).

I professionisti sono Elvio Cerato, ottimo cicloturista e soprattutto esperto dei nostri fiumi; Lorenzo Altissimo, direttore del centro idrico di Novoledo; Margherita Ardinghi, curatrice di Acqua underground, la mostra videofotografica sulla rete idrica cittadina, aperta proprio per l’occasione nella Basilica Palladiana.

Un vecchio burcio, le grandi barche che fino a pochi decenni fa percorrevano i fiumi del nord Italia trasportando tonnellate di merci

Loro sanno, io improvviso. Ho inventato il percorso perciò sto in testa al gruppo. Ho inventato la Gara delle minerali (sfida a distinguere l’acqua di Vicenza dalle varie Panna, Ferrarelle e compagnia miliardaria: non ci riesce nessuno), ho studiato Bacchiglione e Retrone scoprendo cose che mi diverto a raccontare. Quel che non so, invento. Però sono un buon comunicatore: vi sfido a riconoscere le cose vere da quelle improvvisate.

I tour in programma sono tre: mercoledì 2 giugno (festa della Repubblica), sabato 5 e domenica 6. Ritrovo in tutte le occasioni alle 9,30 in Piazza Matteotti; si pedala lungo strade, argini e piste ciclabili, si arriva all’acquedotto di Bertesina e si rientra verso mezzogiorno. In tutto una ventina di chilometri.

Da non perdere, secondo me: l’acquedotto, una sorpresa; la semplicità estrema con cui l’acqua di Vicenza viene filtrata; la cura che le viene riservata, molto maggiore delle minerali; la storia e le curiosità dei nostri fiumi, per migliaia di anni le vene pulsanti della nostra città come di ogni civiltà.

Da perdere: la paura atavica di essere costretti, un giorno, a vivere sotto un ponte. Vi ci porto, così vedete che effetto vi fa.

Matteo Rinaldi

maggio 30th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti

Feroci e capaci come Bill Hicks

Ancora un paio di posti liberi al fine settimana di comunicazione che tengo con l’associazione Jonas a Montegrotto Terme (28-30 maggio). Per diventare efficaci come l’indimenticabile satiro Bill Hicks, cui si è ispirato anche Daniele Luttazzi

Una faccia da schiaffi, una voce efficace, lunghe pause ripetute: così Bill Hicks valorizzava al massimo la sua comunicazione. Qual è il sistema migliore per la vostra?

Probabile che Bill mi spegnerebbe una delle sue sigarette addosso se sapesse che lo uso impunemente per pubblicizzare un mio corso di comunicazione. Ma magari anche no. Lo uso con leggerezza, non lo abuso.

Poco conosciuto in Italia, Bill Hicks è stato negli anni ottanta uno dei più grandi satiri americani. Morto prematuramente (destino che accumuna molti fuoriclasse), ha molti estimatori anche in Italia, che su youtube se lo godono e ne fanno godere: troviamo infatti moltissimi spettacoli interamente sottotitolati, anche molto bene.

I sottotitoli vi permettono di apprezzare un umorismo che ha fatto scuola in tutto il mondo: da noi ha ispirato Daniele Luttazzi – confrontare per credere – che ha avuto però l’intelligenza di sfruttarne solo le caratteristiche a lui più congeniali.

Hicks è un ottimo esempio di grande comunicazione anche per noi comuni mortali, che non abbiamo l’obiettivo di tenere spettacoli ma semplicemente di farci capire bene, di essere convincenti, di essere semplicemente noi stessi, ma un noi stessi più credibile ed efficace.

In questo video di Bill scoprite in che modo Daniele Luttazzi si è ispirato a lui, pur senza snaturare le proprie caratteristiche. Daniele ha una parlata velocissima e sincopata e un uso del corpo nervoso, quasi sgraziato. Bill agisce in modo opposto: movimenti lenti, voce che cambia tono, lunghe pause efficaci. Eppure la somiglianza tra i due è evidente. Dove, secondo voi?

Scoprite anche quanto poco contino le crude parole quando comunichiamo. Se anche non capite un’acca di inglese, bastano e avanzano i sottotitoli, la voce e le espressioni del corpo e del viso per apprezzare con lo stesso piacere di uno spettatore dell’Arkansas.

Buona visione. Questi tutti i dati che servono per informarsi e iscriversi al corso. Sia ben chiaro: non vi faccio dire le parolacce che dice Bill Hicks. Farete molto, molto di peggio.

Matteo Rinaldi

maggio 24th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti

Più in volo che a vela

Presentazione delle veleggiata di primavera 2010

Ora si esagera. Oltre al giro autunnale a vela, il mio prestigioso gruppo di velisti regressisti ha organizzato pure un giro primaverile. Partenza a giorni.

Ne dò notizia con un semplicissimo video, in cui vorrei spiegare il viaggio. Il problema è che non ho partecipato allo studio della rotta. Mi limito quindi a descrivere il viaggio per arrivare al porto di partenza. Il giochino sta nel fatto che cambio cadenza a seconda delle località.

È un divertissement che faceva, secoli fa, uno dei più grandi comici inespressi d’Italia, il fumettista Alessandro Staffa, che mimava gli annunci delle stazioni ferroviarie (“È in partenza al binario tre l’espresso per Palermo: ferma a Bolzano, Trento, Verona, Vicenza, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze…”) nominando però ogni città con l’accento di quel luogo. Dall’Alto Adige alla Sicilia, disegnava così una meravigliosa audiomappa del nostro piccolo grande paese.

Mi sa che a me non è riuscito. A ogni modo, questo era il testo buttato giù in quattro e quattr’otto.

“Sto partendo per il giro a vela di primavera con gli amici della Lega Navale della mia città. Quattro giorni di navigazione a bordo di un’astro-nave dal costo proibitivo ma che, a noleggiarla in otto e con largo anticipo ci costa meno di un fine settimana in campeggio. Dove andiamo: beh, partimo da Vicensa, che xe ndove che sto, e vo’aremo co un aereo charte, prenotà in compagnia sìe mesi fa, che’l ne costarà manco de ‘na gita in coriera da kì a Montegalda.

Passato il Veneto, sochmal, sorvolerémoo tùtta l’Emillia Romànniaa e le sue montàgnniee, e quinni, sovras-teré-mó larresgione Toschana. Si passerà pproprio suffirènze, prescisi su Santammaria Novella e sopra ‘l Brunneleschi. In un attimo siamo ner Lazio, e nun puoi ignorà Rroma, ahò, la maggica, e limmortacci mò stiamo già annàpoli.

Annapoli sbarchiamo e qui facimme le isole Pontine e se o’ tiempo stabbuóno se ffa ‘na capatina in Sar-dé-gna, che non èppói troppo lon-ta-na, oppure dall’altthra patthe, in Secilia, ah, che è un’offerta che ‘è megghio non rifiutare. Basciamo le mani.

Nel video lo recito (in due e due quattro) senza leggerlo. Siccome non l’ho memorizzato, improvviso. Mi vergogno a riproporlo ma il blog serve anche a questo. Però in barca, giuro, mi concentro sul mare e lascio parlare gli altri.

Matteo Rinaldi

maggio 18th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Yes I know my speedway

Ode allo speedway, sport fuori dal tempo dove tutto è immutabile: dagli odori ai motori fino ai trattori

Curve in derapata e controsterzo: è l’anima  dello speedway. L’impennata è spesso involontaria ma molto scenica. D’altra parte non ci sono nemmeno i freni

La prima cosa che amo dello speedway è l’odore. Odore di olio bruciato, però buonissimo. Forte come solo l’odore della Sardegna, quando arrivi col traghetto e annusi Olbia alle sei di mattina. L’odore dello speedway ti resta nel naso per una settimana. Non solo nel naso: ti si attacca dappertutto, dai vestiti ai capelli.

La seconda cosa è il tempo. Questo sport è un viaggio nel tempo. Arrivi alla pista di gara (Santa Marina di Lonigo, la mia) ed è come saltare indietro di sessant’anni. Non solo per le moto, identiche a quelle del dopoguerra. Anche la pista, le strutture, il linguaggio, le regole. E perfino le facce, le emozioni, le espressioni.

La terza cosa sono i piloti. Un pilota di speedway guadagna quanto un… un giocatore di briscola? Un calciatore di Promozione? Un pugile sparring partner? Non lo so, non ne ho idea. È che a vederli in faccia non mi danno l’idea di mettere in tasca più di quanto possa servire, a fine carriera – dopo aver mangiato tonnellate di sabbia e sassi ed essere finiti mille volte gambe all’aria, e qualche volta anche a pezzi – ad aprire una piccola officina o una rivendita di moto. Se sbaglio, pazienza.

Semplicità assoluta, nudità, rigorosità. Le moto da speedway sono belle quanto le Lambrette degli anni sessanta

In mezzo a questo tris c’è tutto il resto. Poca roba, ma è quanto basta per farmi arrivare a Lonigo contento. Tutte le piste più celebri, almeno in Italia, sono imbucate in paesi e comuni di retrovia. Niente Milano e Torino, ma Terenzano e Giavera del Montello. Niente grandi sponsor, niente televisioni, niente complicazioni. Le moto sono di una semplicità disarmante: telaio, sellino, manubrio, un motore (500 cc monocilindrico) frizione e acceleratore.

Mancano cambio, freni, serbatoio: c’è un biberon, giusto per i quattro giri di gara. Manca l’avviamento e mancano gli ammortizzatori. A fine gara, con una chiave inglese, le smontano interamente in cinque minuti.

Cinque minuti bastano anche per innamorarsi dello speedway. I motori fanno un fracasso infernale ma non fastidioso. È un basso profondo, da gente perbene. Non esistono semafori per dare il via: c’è un nastro bianco alzato da una molla, probabilmente costruita nel millenovecentotre.

Non esiste modernità: ogni quattro manche entrano in pista tre trattori che lisciano il fondo di terra  o sabbia, martoriato dalle ruote. Sono gli stessi trattori che la mattina seguente batteranno i campi circostanti. Hanno gli stessi guidatori. Nelle gare internazionali vestono elegante (tuta operaia con bretelle e sponsor d’epoca, Lux Oil). Ma nelle gare normali indossano camice a quadrettoni e sigarette Alfa, le stesse del lavoro quotidiano.

In curva sembrano fermi ma volano: siamo attorno ai cento all’ora

Ci vogliono cinque minuti anche per capire le regole. Ma due ore per tenere i punteggi correttamente. I piloti cambiano colore del casco a ogni gara (non il casco, sarebbe troppo lussuoso: indossano sopra una cuffia colorata). Devi capire chi vince, riconoscerlo anche se è coperto di polvere, stabilire di che colore ha la cuffia, calcolare i punti, sommarli a quelli delle gare precedenti. Ma intanto è già partita la quinta manche.

Metà gradinata si è arresa e tifa senza capire nulla, ubriacandosi di birra e vino. L’altra metà litiga, ma cortesemente: “Cavicchioli 32 punti, Hamsik 28, Sówka 26, secondo me. Ho fatto i conti tre volte”. “Ti sbagli: Cavicchioli 29 e a 28 c’è De Boer: Hamsik l’hanno squalificato tre manche fa”. Una gabbia di matti: all’ultima gara che ho visto, un pilota americano è stato squalificato perché aveva mentito sull’età prima del via. Dai documenti è risultato che aveva solo quindici anni. Ce ne vogliono almeno sedici, lo hanno sgridato i giudici. Si è messo a piangere e non potendo prendere a calci i giudici, ha preso a calci la moto.

Le sfide durano pochissimo: quattro giri di pista, circa un minuto. Ma sono più di venti manche perciò tra pause, trattori, birre, cadute e la fatica di tenere i punti, arrivi alla fine coperto di terra e olio (anche sulle gradinate) e stravolto.

Stravolto e accecato: a ogni curva le moto ti sparano addosso terra e sassi come proiettili.

La maggior parte di queste mini-gare sono godibilissime. In tre secondi le moto passano da zero a cento all’ora, si tagliano la strada in tutti i modi e il bello è che in curva non rallentano: non saprebbero come.

Duello d’epoca tra due grandi italiani: Armando Castagna (a sinistra) e Andrea Maida. Da notare l’eleganza acrobatica di Armando

Tre o quattro gare sono magia pura. Quando capita lo scontro fra titani, oppure la manche in cui nessuno ci sta a perdere, capisci cosa distingue, in ogni sport, il dilettante dal professionista. La grinta! Vedi questi ragazzi che a 120 all’ora, in curva, si prendono letteralmente a manubriate. Quindici anni fa ho visto coi miei occhi Armando Castagna, leggenda italiana dello speedway, aggrapparsi coi denti al parafango di Greg Hancock, per superarlo all’ultima curva e andare a vincere una manche.

La cosa migliore per lo speedway la fanno Honda, Yamaha, Ducati e compagnia: lo snobbano. Alla faccia della tecnologia, del progresso, della scienza e di ciò che spinge l’essere umano a progredire e superare comtonuamente se stesso, lo speedway non progredisce tecnicamente neanche un po’. Tutto resta uguale, a partire dalle moto, prodotte da tre sole marche, due dell’est europeo, una italiana.

Anzi, la cosa migliore è la sua esclusività. Non esiste uno sport così minore, così elitario e nello stesso tempo così popolare e internazionale. Forse è l’unico sport – più ancora del calcio – a fare in modo che sullo stesso piano gareggino, da sempre, piloti americani e polacchi, australiani e finlandesi (fortissimi, si allenano sul ghiaccio), italiani e inglesi, sloveni e giapponesi.

Ah, gli americani dello speedway li distingui sempre: a) sono gli unici che salutano il pubblico con il giro d’onore quando vincono le manche; b) abbondano con le cromature, come in Grease. Come fai a non stimarli?

Matteo Rinaldi

maggio 5th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti