Cialtroni alla riscossa
Dedicato a chi non ce l’ha ancora fatta (nel lavoro, nella vita, nei sogni) ma ha le carte in regola per provarci ancora
Ho avuto un piacevole scambio di mail con una bravissima cantautrice che non ha, secondo me, il successo che le spetta. Le ho scritto che merita palcoscenici da stadio metropolitano, non da teatro di provincia. Mi ha risposto – gentile, misurata e leggera – che ama i teatri di provincia. E che sono i manager a invitarla, non lei a scegliere.
È vero. Com’è vero che sono il primo ad apprezzare i teatri di provincia. Sarei uno spettatore stupido se preferissi vederla a San Siro, a ottanta metri di distanza, piuttosto che sotto un palco, a portata di sorriso, senza code, biglietti, pedaggi e altre diavolerie.
Ma il fatto è un altro. Il fatto è che bisognerebbe sempre lottare per quel che è giusto. A partire dal riconoscimento del vero valore, compreso il proprio. Chi ha delle qualità ha il dovere di metterle in luce.
Guardate che lo dice la storia, non io. Einstein fu rifiutato all’università e sviluppò le sue teorie lavorando all’ufficio brevetti. Ma era un rompiballe che non si arrendeva mai. E dall’ufficio brevetti tediava mezzo mondo per farsi dare ascolto. Avesse aspettato la chiamata dei cervelloni, sarebbe morto buffone e sconosciuto.
Chissà quanti Einstein abbiamo perso per strada. Il punto è proprio questo: a me dispiace perdere gli Einstein per strada. Vivrei in un mondo migliore, circondato da storie migliori, libri migliori, oggetti migliori, cibi migliori, parole migliori, lavori migliori se tutti i fenomeni avessero la forza di credere in loro stessi. Almeno quanto crede in se stessa l’infinità di mediocri che prende spesso il loro posto.
Siamo un po’ tutti cantautori quando si tratta di tirar fuori i nostri valori. “Mica posso cambiare lavoro: magari non ne trovo uno migliore”. “Sono bravo, eppure nessuno mi chiama”. “Accidenti, vorrei tanto amare ma non trovo un referente all’altezza”.
Così ragioniamo tutti. E restiamo bravi cuochi, fotografi, musicisti ma non Vissani, Capa, Lou Reed. Ma sapete come fa un Lou Reed a diventare davvero Lou Reed, in qualunque campo della vita? Sentite questa storia. Vale per tutti.
Lou Reed e David Bowie in un celebre scatto: sembrano intimi, ma è un falso storico. Questo pezzo ve lo dimostra
Dopo i tempi d’oro con i Velvet Underground, sua prima storica band, Lou aveva pubblicato due dischi mediocri. Anzi, il primo mediocre: il secondo, da solista, un insuccesso totale. Guardate che non è facile fare due dischi inascoltabili dopo aver firmato capolavori come Sunday Morning e Rock’n'roll. Roba da impiccarsi con le corde della chitarra.
Papà Reed gli aveva detto: “Da domani smetti di drogarti e vieni a lavorare con me”. Quel giorno Lou, uno dei più grandi estimatori dell’eroina usata con discrezione, decide di usarla con meno discrezione e passa la notte a lamentarsi come un italiano degli anni Duemila: “Eh, cazzofuck, i produttori non mi chiamano più…” “Fuck, sono bravo ma, cazzofuck, che ci posso fare, sono mica io che decido dove suonare fuck…” “Fuck, nessuno mi capisce, colpa del pubblico, colpa della sfiga, fuck…”
Però il giorno dopo si sveglia, fa colazione (si droga), fa una passeggiata al porto di New York e poi si convince a chiamare un po’ di gente brava per un nuovo disco. Ritentarci. Ma stavolta sul serio.
Chi avreste chiamato voi? Gente brava, professionale, capace. Musicisti che fanno quello che chiedete senza rompere l’anima. Così si fa, no?
No. Infatti Lou esagera. Telefona addirittura a Londra e chiama un certo David Bowie. Uno a caso: il migliore! Secondo voi Bowie risponde al telefono al primo colpo? Ma va! Lou deve promettere droga newyorkese ad almeno tre filtri telefonici – segretaria, amica, moglie – prima di riuscire a parlarci di persona.
“Mr. Bowie, do you fuck know me? I’m Lou fuck Reed. Voglio fare un nuovo disco. Ma non mi riesce, fuck. Viene a darmi lei una mano?”
Sui libri del rock scrivono che “Bowie accettò di far da produttore” a Reed. Bum. Avete idea di che rompicoglioni possa essere David Bowie in sala d’incisione? Se vi aspettate uno che viene e fa quello che volete, vi dice “Bravo!”, esegue gli ordini, vi dà il consiglio giusto al momento giusto, siete completamente fuori strada.
Bowie arriva quando vuole e dice: “Prima regola: voglio tre quarti di tutto quello che incasserai. Seconda regola: scelgo io i musicisti da chiamare, scelgo i tempi, scelgo i luoghi, scelgo le musiche. Tu ti occupi del catering. Terza regola: entro in tutte le canzoni. Tutte. Faccio i cori, sistemo i testi, suono, metto le mani dove voglio. Quarta regola: chi è quella tipa laggiù? Oh, la tua signora? Stasera esce con me: tu hai da fare. Devi provare i pezzi, dal primo all’ultimo. No, non quella robaccia che scrivi tu. I miei, quelli che ti ho portato io. Avanti, al lavoro.”
Ecco, questo succede. Mica lo raccontano questo. Lo immagino io. Ma lo immagino bene, perché nelle interviste che trovate su Youtube, il chitarrista di quel disco, il celebre Mike Ronson (serve dire che lo aveva voluto Bowie?) racconta: “Era il suo disco eppure Lou non partecipava molto in sala d’incisione: se ne stava sempre seduto in un angolo, parlava mai, cantava e suonava la chitarra. A dire il vero la chitarra era sempre scordata: dovevo accordargliela di nascosto”.
Mi ricorda un po’ Fantozzi, il grande Lou. Chissà cosa pensava lui, newyorkese e amico intimo di Andy Warhol, circondato da quelle Drug queen inglesi, invadenti e petulanti.
Non è tutto. Avete presente la canzone più celebre di quel disco, Walk on the wild side, quella col giro di basso che pare ideato da Mozart in persona? (Se non avete presente, fate finta di niente: eccola. Ascoltate e tornate subito).
I musici raccontano che il me-ra-vi-glio-so giro di basso che dà il cuore a tutta la canzone, a tutto il disco ((Transformer si chiama, meraviglia pura), a tutto il decennio e forse a tutto il rock’n'roll da lì in avanti, lo inventò il bassista, un session man pagato a ore, Herbie Flowers.
Racconta Herbie: “Noi musicisti a ore guadagnavamo poco. Però c’era una strana regola: per ogni sovraincisione, la paga quotidiana veniva raddoppiata. Decisi così di aggiungere un contrabbasso in extremis a quella canzone. Mi uscì questa roba qui”.
Questa roba qui, il risultato, è una delle più belle canzoni di uno dei più bei dischi dell’universo. E da allora Lou Reed è Lou Reed, e non un impiegato del catasto che però suonava tanto bene.
Ecco come vanno le cose nel mondo. E se vanno così nel mondo, figurarsi in Italia, dove la meritocrazia è una parola che non appare nemmeno più sui dizionari.
Scrivo queste cose per me stesso, anzitutto. Non per imparare a diventare Lou Reed. O forse anche un po’ per questo. Magari lo faccio solo per dare una spiegazione, per darmi una spiegazione più realista di quella, pigra e fatalista, che viene così naturale darsi.
Ora, se il vostro problema è diventare dei bravi cuochi e domattina chiamate David Bowie… ecco, non avete capito il senso. A ognuno la sua strada, ma con questa mentalità. Ragionate e datevi da fare. Poi fatemi sapere com’è andata.
Matteo Rinaldi
agosto 26th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 14 commenti
Quando il Titanic affonda davvero
La dolce storia di un fallimento: Revolutionary Road, il film che riunisce la coppia magica Winslet-Di Caprio
Foto di scena tratta dal film: invecchiati e appesantiti, i due protagonisti sono più veri e credibili che mai
Non sono uno spettatore di bocca buona. Da quando ho Sky guardo almeno sei film alla settimana, uno dei dei quali la critica definisce ottimo se non capolavoro. Quasi mai sono d’accordo. La mia media di capolavori percepiti supera raramente un film a semestre.
Quest’anno la media pareva destinata a crollare: niente di accettabile per i primi cinque mesi. Roba da bruciare l’abbonamento.
A giugno la sorpresa. Ho votato capolavoro personale del primo semestre Revolutionary Road, film di Sam Mendes con Leonard Di Caprio e Kate Winslet protagonisti. Ne caldeggio la visione a chiunque. Non perché sia un bel film: non lo è per niente. Ma è un’opera che ti entra dentro e resta lì.
Valore in più: Revolutionary Road ha i peggiori presupposti che un film possa avere. Almeno tre, uno peggio dell’altro.
Il primo handicap: è tratto da un libro amatissimo. Quando mai da un bel libro è nato un bel film? Solo in rarissimi casi. Fateci caso: i libri che hanno dato il la a grandi film, come il Padrino o il Laureato, sono illeggibili.
I capolavori del cinema nascono quasi sempre da libri di serie B. Il motivo s’intuisce: i film hanno bisogno di storie semplici, quasi banali. In un’ora e mezza è difficile, se non impossibile, tradurre opere ricche di sostanza, grandi dialoghi, trame complesse.
Il secondo handicap: l’ha diretto un regista leccatino. Sam Mendes non è Kubrick né Scorsese. È semplicemente un uomo in linea coi tempi: intelligente ma non geniale, bravo ma non talentuoso. Era partito benone con American Beauty (comunque accusato di essere un film con molta forma e poca sostanza) ma poi ha firmato un orrore come Era mio padre, che maltratta l’ultima apparizione di Paul Newman e il primo ruolo negativo di Tom Hanks. Qualche critico l’ha osato definire “Il nuovo Padrino”: fate che non incroci mai il frontale rabbioso della mia Multipla.
Il terzo handicap era il peggiore: come si può far meglio del meglio? Voglio dire, come puoi far recitare insieme, dopo anni, i due mostri di Titanic e sperare di reggere il confronto? Non puoi, hai perso in partenza.
Invece questo film ce l’ha fatta. Merito degli attori che interpretano la parte in modo semplicissimo, inchiodati in ruoli ed espressioni standard, quasi da scuola di recitazione. Ma che scuola, accidenti. Insuperabili.
Ho detto ancora niente sul film. Ma niente in effetti va detto. Bastano tre righe. È la storia di una coppia che si scopre intrappolata nella banalità del quotidiano: il lavoro, i figli, quattro amici, la casa. Decide coraggiosamente di darci un taglio netto trasferendosi all’estero, inventandosi un nuovo lavoro, ricominciando a sognare.
Ma il sogno fallisce prima di cominciare. Lui è frenato da una nuova proposta di lavoro e soprattutto dalla paura. Lei non accetta il voltafaccia. Crolla tutto. Finisce malissimo.
In tutte le critiche che ho letto, nessuna nota un particolare: i loro due figli, continuamente nominati, non vengono inquadrati nemmeno una volta. Eppure non te ne accorgi. Così come non ti accorgi della straniante musica che accompagna il film. Non è bella ma ti entra dentro. Esattamente come la storia, gli sguardi, i gesti dei due protagonisti.
Lo so che questa non è una recensione. Ma non importa. Volevo solo provare a trasferire un po’ di atmosfera: pesante, inquieta, senza sbocchi.
L’ho visto pensando “Madonna, che brutto film” per 119 minuti. Ne dura 12o. Ai titoli di coda ho totalmente cambiato idea. Ho visto un capolavoro.
Ci siamo dentro tutti, in questo film. Ci dice quanto è facile sentirsi diversi e quanto è difficile esserlo davvero. Ma anche che ci vuole più coraggio a sbagliare che a stare perennemente in equilibrio. E ancora: che le rivoluzioni e i cambiamenti cominciano dentro, non fuori.
E infine, la cosa più importante: siccome è più facile perdere che vincere, bisogna imparare a difendere la sconfitta, non soffrirci troppo e ripartire daccapo.
Se qualcuno ha letto il libro, mi faccia sapere cos’ha detto a lui. Titoli di coda, ora.
Matteo Rinaldi
agosto 24th, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti
Perfino i russi ci fanno neri
L’allegra “protesta delle sirene” di Mosca batte tutte le nostre pigre rivendicazioni
Una moscovita piazza una finta sirena sul tetto dell’auto. Un sistema creativo per combattere quella che in Russia è un’invasione di auto blu (foto da Repubblica.it)
Per protestare contro l’invasione di auto blu che sfrecciano barbaramente nel traffico della capitale, i moscoviti hanno avuto la pensata di rispondere con l’ironia.
A me pare un bella idea. Attaccare dei secchielli blu sul tettuccio dell’auto è un po’ come far satira, ma una satira facile, alla portata di tutti. Non solo: è un sistema dieci volte più efficace della solita protesta a muso duro e indice alzato che dura lo spazio di una discussione al bar.
Sarà che il paese più invaso di auto blu al mondo non è la Russia, ma un altro di cui non ricordo il nome e che, per l’appunto, si è abituato ormai a protestare solo ed esclusivamente attraverso poche tristi lettere ai giornali e tante tristi discussioni da bar.
Ma queste foto mi dicono soprattutto tre cose tre.
La prima: essere creativi è meglio. Cinquanta persone coi secchielli sono finiti su tutti i media guadagnando attenzione nazionale e internazionale. Una manifestazione con duemila persone sarebbe passata inosservata.
La seconda: e questa è triste davvero! Pure i russi sorridono più di noi.
La terza: a protestare in questo modo per un diritto sacrosanto (le auto blu non sono solo volgari ma pericolose per tutti) sono cittadini che stanno bene, almeno a guardare le auto, Bmw e fuoristrada. Non so che morale trovarci, ma se è un modo per rendermi simpatici pure i fuoristrada ci sono riusciti.
La vera morale eventualmente la cercherò. Ma col sorriso dei russi. Se ci battono anche lì, dobbiamo proprio darci da fare.
Matteo Rinaldi
agosto 20th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Come nasce un marchio
Un post che svela i segreti di un’agenzia di pubblicità
I pubblicitari amano rappresentarsi frizzanti, gioiosi, creativi e alla moda. In realtà siamo cinici, tristi, incazzati e sovrappeso. Avete presente Leopardi?
Pare ci siano due sistemi infallibili per parlare di tutto senza sapere niente. Il primo è fare il giornalista, il secondo lavorare nella pubblicità. Avendo giocato in entrambi i ruoli, dovrei essere un esperto mondiale.
Al pubblicitario ci gioco ancora. Il mio mestiere in reatà si chiama copywriter, anche se andrebbe benissimo l’italiano scribacchino o la variante scrivano. Ma i pubblicitari, ahinoi, sono spesso gente piena di sé, convinta che i titoli anglofoni valorizzino il mestiere. Lo massacrano invece, ma vaglielo a spiegare.
Ecco come nascono nome e marchio di un prodotto nell’agenzia in cui lavoro. L’agenzia si chiama Studio Print, ha sede a Schio e ci collaboro da quasi quindici anni. Questo marchio nasce per Hydor, azienda di Bassano del Grappa che produce ed esporta in tutto il mondo prodotti e accessori per l’acquario.
Hydor sta lanciando dei nuovi allestimenti per acquari. Una novità coraggiosa, perché per la prima volta i protagonisti dell’acquario non sono i pesci ma l’ambientazione stessa: uno sfondo vero e proprio, delle quinte, accessori e luci.
Ne derivano tre vantaggi chiari: l’acquario è più spettacolare; non richiede pesci e piante difficili; non ha bisogno di manutenzione.
Servivano un nome e un marchio che rappresentassero in modo chiaro tutto questo. Ecco cosa abbiamo creato. Nelle immagini vedete i passi principali che hanno portato alla nascita del marchio. Il nome doveva rispettare quattro punti fermi:
1) essere universale, cioè comprensibile a prima vista in tutte le lingue del mondo;
2) essere libero, cioè non registrato o già usato;
3) essere immediato da ricordare;
4) essere intonato con il prodotto.
(Il punto più difficile al giorno d’oggi è il 2)
Ultima nota: il prodotto, lanciato nelle principali catene e nei negozi, sta raccogliendo ordini già molto superiori alle previsioni.
Ecco il primo schizzo, a partire dal nome: H2 Show, ovvero spettacolo in acqua.
Secondo passo: la creazione di un pesciolino stilizzato che rappresenta la sorpresa, lo spettacolo.
Terzo passo: il marchio pronto per gli sfondi chiari e per quelli scuri.
PS: ho omesso circa il novanta per cento del lavoro: briefing, spiegazioni, discussioni, intuizioni geniali e cantonate spaventose, battute e freddure, parolacce, tempi morti, ripensamenti e una ventina di idee scartate, che magari torneranno buone un anno o l’altro. Magari per una lavatrice, chissà.
Matteo Rinaldi
agosto 17th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Se s’impegna, l’artista disegna
Con due soli anni di ritardo, Federica Fabbian, grafica e disegnatrice, ha cominciato a illustrare la mia storia “Bruno e il terrore delle lettere arrotate”. Sarà pronta prestissimo, promette: più o meno assieme al ponte sullo stretto
Uno schizzo preparatorio per la storia
(m.r.) Il racconto l’ho pubblicato qualche post fa: eccolo. Ma soprattutto ecco la prima tavola. Le atmosfere di cui è intriso, che definirei “gotiche under 14″, sono pienamente rispettate. Buon lavoro, Federica.
agosto 12th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti
Una volta qui era tutta campagna
Dedicato, con affetto, a chi sostiene che nel recente passato si viveva con più equilibrio e armonia
Una foto che rende l’idea di quel che racconto: una famiglia della campagna veneta negli anni quaranta
Regina e Ada erano sorelle. Figlie di contadini e a loro volta contadine. Regina si sposò giovane perché allora si usava così. Sposò un artigiano della scarpa, allora detto scarparo.
Un giorno litigò con il marito e decise di puntualizzare. Quando vi dicono che una volta certe cose non succedevano, che la gente era più equilibrata, che la famiglia contadina era una famiglia sana, non credeteci.
Il marito uscì di casa per andare al lavoro. Regina, che aveva fantasia, prese uno strumento da scarparo che assomigliava a un’incudine. Lo sistemò sopra la porta di casa per la sera. A quel tempo non c’erano molte visite.
Calcolò perfettamente. Quasi perfettamente, perché non era pratica di pesi. Il maritò aprì la porta e venne centrato in pieno. Lo ferì soltanto. Da ciò deduco che non poteva essere un’incudine. Ma il marito dedusse qualcosa di ben più importante: che c’era ancora spazio per fare la pace. La fecero.
Ada, la sorella, era un’ottima cuoca. Ogni mattina, la famiglia allargata partiva per i campi e a lei toccava far da magnar. Quel giorno decise che non ne poteva più di nessuno e preparò una nuova specialità: ragù centosapori. Novantanove erano piuttosto tradizionali. L’ultimo era dato da un’intera boccetta di veleno per topi. Calcolò perfettamente: nemmeno il gatto avrebbe annusato qualcosa di strano.
Narrano che proprio il gatto riuscì a buttarsi prima degli altri su un rivolo di ragù che usciva dal pentolone. Cinque secondi e stramazzò. Tutti si fermarono col pirón di legno a mezz’aria.Da ciò dedussero che non c’era spazio per fare la pace.
Ada finì in manicomio dove trovò il suo equilibrio. La cuoca più brava e benvoluta. Anni e anni di piatti eccezionali, raccontano.
Il terzogenito era un maschio. Meglio tenere la testa a posto, deve aver pensato. Niente pazzie, nemmeno una. Andò a lavorare in fabbrica, rompendo una secolare tradizione di campagna. In fabbrica c’era la mensa. Chissà, magari gli ispirava più fiducia. Sposò una brava ragazza. Dopo due anni di matrimonio e tre figlie, una in fila all’altra, la brava ragazza prese le tre bambine, scappò di casa e tornò dai suoi.
Lui corse a riprenderla, a piedi, mediò e riuscì a riportarla indietro, in braccio, lei e tutte le bambine. Per venirle incontro le promise l’unico sistema valido per lavorare meno: altri cinque figli. In tutto arrivarono a otto. Poi lei minacciò di scappare di nuovo e si fermarono lì. Gli dispiacque un po’ non arrivare almeno a dieci ma pazienza.
Vissero mezza esistenza ad Arcugnano, in una casa con due stanze, zero bagni ma un gran bel camino. La terza figlia fu la prima ad andare a scuola: tutte le elementari o quasi, quanto bastò per imparare a leggere e a scrivere.
La sera, in corte, la bambina si metteva in piedi e leggeva il giornale a tutti i vecchi contadini seduti in cerchio. Loro un po’ ascoltavano e un po’ piangevano per l’emozione di questa rivoluzionaria novità.
Dopo il settimo figlio, l’uomo pensò che una follia, una sola, poteva anche permettersela. Da vent’anni andava a lavorare tutte le mattine in bicicletta, su e giù per i colli. Aveva fatto più strada di Girardengo e non aveva mai sentito nominare né l’epo né il Gatorade.
Ci pensò e ripensò un pochino: se mi comprassi una moto? Dopo tre anni aveva pensato abbastanza. Una sera tornò a casa, trionfante, a bordo di una Ceccato 75. Lo sentirono arrivare che pareva i tremila bombardieri americani che in due notti del ’45 rasero al suolo mezza città.
Quella sera allestirono un’epica festa in corte: vino a fiumi, fuochi, musica, la Ceccato 75 proprio nel centro. Le si ballò attorno tutta la notte. Cosa darei per essere stato lì, a vedere, ad ascoltare, a respirare questo pezzo di storia d’Italia, di storia mia, che sento così vicino e nello stesso tempo così lontano.
La Ceccato 75 me la ricordo: l’ho sfiorata, bambino, nella cantina della nonna, laddove il nonno l’aveva lasciata prima di morire, semplicemente buttandosi a letto, un giorno, per non disturbare nessuno. Poi venne un furbone che la comperò per due lire. Col tempo sarebbe diventata una moto d’epoca e perfino epica.
La bambina che leggeva il giornale, crescendo, ha preso qualche tratto delle due sorelle d’inizio storia. Giuro di averla vista più di una volta col coltello in mano e gli occhi fiammeggianti. Ma li ha sempre riposti prima di usarli secondo istinto. In compenso ha continuato a leggere. Qualcosa mi ha passato.
Anche a me, le antiche sorelle d’inizio storia, qualcosa devono avermi passato. Escludendo le qualità culinarie, non so proprio che altro rimane.
Matteo Rinaldi
agosto 5th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 15 commenti















