Quando ti passa la voglia di scrivere
Per ritrovare la verve bisogna puntare in alto. Senza paura di non essere all’altezza
Massimo Gramellini: sorridente in versione live, così come nei suoi scritti
Succede che ti passa, la voglia di scrivere. Succede a cadenze regolari, anche se scrivere è il tuo mestiere e vuoi bene al tuo mestiere.
A me capita con cadenza irregolare. La prima volta negli anni novanta: scrivevo già da un pezzo ma non riuscivo ad adattarmi al mestiere di giornalista. Direttori e capiservizio mi facevano rifare il pezzo ogni volta. Volevano sempre e solo la notizia, la chiarezza estrema, la semplicità: soggetto-verbo-complemento; soggetto-verbo-complemento. E poi la costruzione classica dell’articolo: cappello riassuntivo iniziale, notizia ben spiegata al centro, chiusura secca e neutrale.
Odiavo scrivere così. Sono costretto a imparare (e mi servirà, mi servirà) ma continuo a credere che aggiungere un po’ di umorismo, un po’ di vita, un po’ di fantasia sia l’unico modo per non indurre al suicidio il lettore, oltre che l’autore. Perché in un giornale di provincia si raccontano eventi emozionanti come un consiglio comunale, non molto di più.
Poi un giorno trovo sulla Stampa un pezzo di questo ragazzo che si chiama Massimo Gramellini. Lo leggo e m’innamoro subito: scrive come me (intendiamoci: scrive molto meglio di me, ma gli assomiglio nel tono, nei colori, nella filosofia insomma) e chissà se anche lui ha un caposervizio che gli fa rifare tutti gli attacchi.
Devo ringraziarlo ancora oggi: mi fa tornare la voglia di scrivere. Di scrivere col cuore, voglio dire, e non solo col cervello. Una voglia che non mi lascerà più.
Gli invio una mail di complimenti. Essendo piemontese, di Torino per la precisione, mi risponde con una lettera non soltanto scritta a mano, non soltanto gentilissima (mi rilancia gli stessi complimenti, esagerando) ma con una calligrafia perfetta, che neanche Cavour.
Insomma, ritrovo il piacere di scrivere. A costo di rifare gli attacchi ogni volta.
Se ne avete bisogno, e anche se non ne avete, questo è un Gramellini d’annata. Il pezzo ha dieci anni esatti. Perfetto da leggere e rileggere nei giorni in cui il piacere di scrivere bene vi abbandona. Buon lavoro.
Matteo Rinaldi
Le incredibili (ma vere) storie degli atleti che non finiranno negli almanacchi dei record
I Giochi del ragionier Fantozzi
Massimo Gramellini, inviato a Sydney
Questo è il podio delle Olimpadi degli sfigati. Quelli senza doping né sponsor. Umani, anche troppo: gli unici forse che valga ancora la pena di raccontare.
• Medaglia di bronzo: ERIC MOUSSAMBARI (Guinea Equatoriale).
Imparò a nuotare a gennaio. A settembre partì per Sidney, dopo aver vinto i campionati della Guinea Equatoriale (partecipanti uno: lui) in una piscina di appena venti metri. Non aveva mai nuotato i cento stile libero tutti in una volta e dovette vedersela in batteria con due sparuti ma terribili avversari: Kerim Bare, detto l’ugandese in ammollo, e Pankov Oripov del Tagiskistan, che più che un nuotatore sembrava un buttafuori. Due neri e un bianco, ma la partenza fu politicamente scorretta. L’ugandese e il buttafuori si erano tuffati prima dello sparo: probabile che si fossero inciampati. Il regolamento non ebbe pietà di loro e li squalificò entrambi.
Che belle le Olimpiadi, pensò Eric Moussambari riguadagnando l’uscita, ho vinto senza neanche bagnarmi. «Scusi, ma che fa?», lo bloccò un giudice. «Me ne vado». «Deve gareggiare lo stesso: dobbiamo prenderle il tempo». «Ma sono rimasto solo». «Ebbene, gareggi da solo».
Sono strani, questi australiani, borbottò Eric, mentre risaliva sulla pedana. Piegò leggermente le ginocchia per bilanciarsi e poi si buttò in acqua con una panciata clamorosa. Per lunghi attimi non riemerse più nulla. Finalmente venne a galla un sedere, ricoperto da un antico costumino speedo. Della testa non si ebbero notizie che alla sesta bracciata, la prima che Eric riuscì a compiere senza bere una damigiana di cloro. Il suo stile era molto libero, praticamente anarchico. Il gomito si sollevava fino al soffitto prima di ricadere in acqua con rumore di valanga. Il tempo a metà gara risultò interessante: 50 metri in 40 secondi. Se avesse fatto il morto col materassino ci avrebbe messo di meno.
La seconda vasca fu più crudele. Eric imbarcava acqua come un canotto sgonfio. Le braccia facevano cic-ciac sulla superficie, ma il corpo restava immobile, neanche la piscina fosse in salita.
All’improvviso le sue gambe sparirono negli abissi. Forse Eric stava cercando di metterle a terra, così almeno avrebbe potuto camminare sul fondo. La mossa si rivelò sbagliata e gli costò una bevuta supplementare: zampillava dal naso come una balena. Cercò la riva con gli occhi, invece trovò il cronometro: un minuto e 45 secondi. Stava marciando sui ritmi del record del mondo di Van den Hoogenband. Il record dei 200, però: se l’olandese fosse stato in vasca, lo avrebbe già doppiato. Eric si guardò intorno: era indubbiamente solo. Rinfrancato, puntò verso la costa con rinnovata energia. Un’altra scarica di bracciate gli permise di toccare terra. Aveva vinto.
Uscì dall’acqua con un’espressione orgogliosa sul volto. Il pubblico, commosso, gli regalò un’ovazione che lui contraccambiò con un inchino. Tempo finale: 1 minuto e 52 secondi. Entrò nella storia.
• Medaglia d’argento CRISTOPHE POGNON (Benin).
Stimato maestro di tennis (chissà gli allievi). Il suo colpo migliore era il diritto, per caso anche l’unico che conoscesse: lo vibrava impugnando la racchetta come una scopa. Quando gli tiravano sul rovescio, cercava di girare intorno alla pallina per prenderla dall’altro versante.
Sbagliò due volte la coordinazione e si colpì gli intestini, ululando in beninese stretto. L’avversario del primo turno era il brasiliano Gustavo Kuerten, uno dei primi tennisti del mondo: per perdere avrebbe dovuto giocare con le mani e forse anche i piedi dietro la schiena. Ad assistere al match c’era il pubblico delle piccole occasioni: dodici spettatori, contando i giudici di linea che si portavano spesso il fazzoletto alla bocca per non sghignazzare.
Il servizio di Pognon era in realtà commovente. Sollevava il piedino, alzava la palla e poi cercava di schiacciarla come fosse una mosca. Una volta se la sparò sul piede. Kuerten gli regalò due games svuotando appositamente i propri colpi al di là delle righe. Finì 6-1, 6-1.
Pognon scese a rete per la prima volta in tutto l’incontro e invece di stringere la mano all’avversario gli tese un bloc notes per l’autografo.
• Medaglia d’oro Viorel BABAU (Romania)
Il sogno di Viorel Babau, cavallerizzo, specialità «concorso completo», era partecipare alle Olimpiadi. Fallì per un niente la qualificazione a Barcellona 92.
Pazienza, disse Babau, andrò ad Atlanta 96. Nel 96 arrivò all’ultima gara di ammissione che gli bastava un decimo posto, ma il suo cavallo si inciampò sul penultimo ostacolo e si ruppe una gamba.
Pazienza, disse Babau, andrò a Sydney 2000. Nel 2000 si presentò all’ultima eliminatoria avendo accumulato talmente tanti punti che stavolta gli sarebbe stato sufficiente arrivare ventesimo. La gara si svolgeva in Germania e Babau, per non gravare sui costi della federazione, carico’ il cavallo su un furgoncino che agganciò alla sua scassatissima Mercedes. Al confine gli agenti di frontiera fermarono un uomo sospetto che girava su un macchinone sbrindellato, tirandosi dietro un cavallo. Lo misero in guardina per accertamenti. Una notte sola. Ma era la notte che precedeva la gara e quando lo liberarono con tante scuse era troppo tardi.
Pazienza, disse Babau, vorrà dire che andrò alle Olimpiadi da dirigente: mi farò tesserare come accompagnatore. Ai primi di settembre gli atleti rumeni arrivarono al Villaggio Olimpico e scoprirono che per una questione di errate prenotazioni avrebbero dovuto dormire in sei dentro camerette da due. Furibondi, decisero di vendicarsi sul primo dirigente rumeno che fosse giunto a Sydney. Un paio di giorni dopo, l’emozionatissimo Babau varcò le porte del Villaggio, dirigendosi con passo leggero verso la zona dei rumeni.
“Salve, ragazzi, sono arrivato!”, gridò spalancando la porta. Gli furono addosso in sette. Non lo riconobbero, per via della giacca da dirigente, e lo riempirono di botte.
Pazienza, sono alle Olimpiadi, disse Babau, mentre lo medicavano e una lacrima imprevista gli solcava il viso.
settembre 28th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 2 commenti
E vai al cine vacci tu
Sono d’accordo almeno una volta con questo ignobile governo: tagliare i contributi al cinema italiano. Forse l’unico modo per stimolarlo e rilanciarlo davvero
Per recitare nel novantacinque per cento dei film italiani contemporanei è obbligatorio indossare questa espressione. Margherita Buy, nella foto, è particolarmente brava
Ho visto un’ottantina di nuovi film, da giugno a settembre. Tutti su Sky, perché Mediaset ha smesso da anni di investire sulle tivù (quelle che possiede legalmente, quelle che possiede illegalmente e quelle che possiede distruttivamente).
Una trentina erano italiani: i peggiori. Il fatto non sarebbe così grave, almeno fino ai titoli di coda. Qui vi spiegano che li abbiamo pagati noi. Perché il contributo statale non è un piccolo aiuto necessario per sostenere e valorizzare le opere, come ripetono artisti e maestranze. No, la cifra in molti casi copre l’intera spesa del film, dai registi agli sceneggiatori, dagli attrezzisti ai teatri di posa, dagli attori alla pubblicità. In pratica cancella il rischio che dovrebbe essere il sale di qualsiasi impresa commerciale.
Con questo sistema, anche se il film va male tutti guadagnano bene. Se poi va bene, tutti guadagnano di più. Sarebbe doveroso ottenere almeno il piacere puro di uno spettacolo.
Macché. Vi cito le trame degli ultimi tre film che ho visto:
1. Lei s’innamora di lui senza mai trovare il coraggio di dirglielo o almeno farglielo capire. Anzi quando gli parla ha la stessa espressività di Belfagor. In compenso lo segue per tutta Italia, cambiando casa assieme a lui (come farà a trovarla sempre esattamente di fronte?). Per lui cambia lavoro, cambia vita, cambia sogni. L’unica cosa che non cambia è la faccia da Belfagor. Troverà almeno il coraggio di digli “Hei, ti amooooo!”? No. Fine del film.
2. Lei ha avuto un figlio prematuro. Si macera nell’attesa del giorno X indicatole dal primario ospedaliero che ha promesso chiarezza: a) non vivrà; b) vivrà sano; c) vivrà malato. Ma neanche il giorno X-1 il medico sorride. Deve pazientare, macerarsi, soffrire. Arriva il giorno x: vivrà e sarà sana. Ma che antipatica la burocrazia degli ospedali.
3. Lui è entrato nella malavita pugliese. Quasi per caso, giusto per accorgersi che non esiste neppure la malavita pugliese. Quasi quasi me ne invento una, pensa, tipo quella campana ma più buonista. Infatti non uccide mai nessuno anche se ne fa più di Bertoldo: tonnellate di droga, ricettazione, rapine, minacce. Ma morti mai. I suoi sgherri eventualmente. Lo prendono e gli danno l’ergastolo, accidenti. Potevo mica fare il ragioniere?
Voglio una storia, cristo. Voglio idee, per sopravvivere. C’era più cinema, più vita, più speranza, più rabbia, più tutto in una sola scena di Ugo Tognazzi che in un’estate di film italiani su Sky.
Matteo Rinaldi
settembre 24th, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 4 commenti
Quoque tu, cuoco mio
(m.r.) Nel 2009 ho scritto un pezzo per pubblicizzare Simone Rugiati, giovane artista toscano dei fornelli. Capisco niente di cucina, ma sui canali Sky Simone intrattiene migliaia di appassionati trasformando grigie ricette in colorati spettacoli d’intrattenimento. Ecco la recensione: carta canta.
Da allora Simone ha raddoppiato la presenza televisiva. Però sempre con la stessa bravura e passione. Anzi, è addirittura migliorato. Bene.
Poi è passato nel canale ammiraglia di Sky, conquistando un pubblico dieci volte superiore. Bene!
È diventato titolare o attrazione di catering e ristoranti di grido, dalla Sardegna che gode alla Milano che arricchisce. Bene!
Oggi scopro che ha partecipato all’ultima edizione dell’Isola dei famosi.
Giuro che non faccio più recensioni a nessuno.
settembre 22nd, 2010 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 2 commenti
Mulino sbianco
Facciamo una giostra assieme? chiede mia figlia. Siamo alla Fiera del Soco di Grisignano, celebre per le sue bancarelle e per una densità umana superiore a quella del Carnevale di Venezia. Neppure i giapponesi in metropolitana arrivano a tanto.
È domenica mattina, l’unico momento in cui ci si muove sulle proprie gambe e non trasportati dalla marea. Una giostra assieme. Accetto solo in spregio al mio lato più musone e reazionario. Scegli tu, dico, ma niente roba da giovinastri.
C’è solo roba da giovinastri. Giostre vibranti, volanti e rotanti; multiluci, multicolori e monomusicali: Lady Gaga, Lady Gaga e Lady Gaga. Ma almeno senza i video di Lady Gaga.
Una sola è deserta e immobile. Alta, stretta, austera, color grigio acciaio. Pare un mulino a vento incrociato con una pala eolica. Ha una sola lunga pala e due sedili su ogni punta.
La conosco, dice mia figlia, è una moderna ruota panoramica: gira piano piano e dall’alto ci si gode il paesaggio.
Mi piacciono le ruote panoramiche. Alla cassa però mi tiro indietro: costa uno sproposito. Il bigliettaio, un giovinastro, mi guarda con disprezzo quando mi vede retrocedere. Il padre, capelli grigi e occhi saggi, mi viene incontro e contratta. L’accordo, a cercarlo, si trova sempre.
Mi accomodo sul sedile. Si chiude come quello di Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti. Curioso.
L’uomo ritira tutto quello che ho in tasca e lo consegna al personale di terra. Controlla se ho le scarpe ben allacciate. Gosh.
Il giovinastro alla cassa mi guarda ghignando e mette in moto. La pala parte piano e nel silenzio. Ora mi godo il panoram… Il mio sedile ruota di 180 gradi. Sono a testa in giù. Come ci si gode il panorama da così? Ma ho problemi più urgenti: la pala raddoppia la velocità. La triplica. La decuplica.
Alterno porzioni di cielo azzurro e di pavimento d’acciaio. Il primo è meraviglioso. Il secondo, a trenta centimetri dal naso, no.
Sotto al mulino si raduna una folla attenta. Anche a testa in giù mantengo la mia classe di comunicatore: sorrido, sciolto e rilassato, facendo ok col pollice. Tanto si sta già fermando. Sono passati ben due minuti ma sono ancora vivo. Distinguo il sotto e il sopra. Distinguo pure destra e sinistra. Si ferma.
Guardo il giovinastro. Che ti credevi, bello? Anche lui sorride, mentre preme un bottone in cui riesco a intravedere la scritta Superpotenza.
La pala parte di nuovo. Ma stavolta all’indietro e al doppio della velocità. E stavolta parte a razzo anche il sedile: ruota come una centrifuga. Vorrei dirvi se gira in senso orario o antiorario: per quanto mi sforzi, credetemi, non riesco proprio a capirlo.
Non cambio espressione. Quando si ferma, stavolta per davvero, dopo due minuti di decompressione obbligatoria il sedile si apre. Scendo con lo stesso sorriso. Tanto mi ricordo benissimo come si fa: mi ricordo perfino da che parte è il pavimento. La folla si dirada. Vedo papà che scuotono la testa trascinando via ragazzi e ragazzine tradite. Nessuno sale.
Si avvicina un tizio atletico con figlia imbronciata. “Io faccio free climbing e paracadutismo - mi dice – ma giuro che in quella cosa lì non salgo neanche se mi pagano. Ma tu… Come hai fatto?”
“Beh io… Io vado a vela” spiego. Ci crediate o no, era la risposta perfetta.
Matteo Rinaldi
settembre 20th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Mi propongo per una risposta affermativa
Il documentario “Occupiamo l’Emilia” del mio caro Davide ha trovato un editore. Come promesso lo festeggio. A modo mio
Davide in posa plastica, fotografato dal collega Ilario, oggi emigrato in Canada (vedi pezzo)
Il viaggio nella Lega che conquista l’Emilia l’ho brevemente anticipato qualche post fa. Non ho però raccontato Davide Lombardi, uno dei tre autori. Lo faccio perché merita: è una bella storia italiana.
Di sicuro non comincia all’italiana. Nel 2003, quando mi chiamano a dirigere Vicenza Abc, piccolo ma combattivo settimanale cittadino, non trovo nessuno disposto a lavorare con me. A frenare i già scarsi entusiasmi è la situazione. Sotto la vecchia gestione il giornale, partito alla grande con migliaia di copie vendute nei primi numeri, era crollato nel giro di un paio d’anni a poche decine di copie. Assieme ai lettori erano spariti gli inserzionisti pubblicitari, la concessionaria di pubblicità e quasi tutti i soldi.
Gli editori però non mollano. Trovano me. Non è fiducia: è disperazione. Presento loro un progetto e m’impegno a trovare una squadra nel giro di un mese. Pare facile.
Giorni e settimane di ricerche: nessuno. Eppure conosco decine di cronisti a spasso. “Non ci fidiamo del giornale né degli editori”, mi dicono. E ripetono la tiritera di ogni giornalista realista e noioso: 1. un lettore perso non si riconquista più; 2. i soldi, le pagine e le persone non sono sufficienti; 3. gli editori sono inaffidabili. Tutto vero, o forse tutte balle: è di me che non si fidano.
Però ho un vantaggio. Non sono italiano. Voglio dire: lo sono nell’anima, non negli atteggiamenti. So per esempio che migliaia di colleghi, quando dirigono un giornale (ma anche una paninoteca o un aeroporto) si circondano anzitutto di parenti di primo grado (mogli, figli, zii, cugini) e poi, nell’ordine, di colleghi raccomandati, di colleghi amici, di colleghi servili e – se resta spazio – di un paio di colleghi che ci sanno fare davvero.
A me invece viene in mente Davide. L’ho visto una sola volta, un paio d’anni prima. Per vivere, dirige un centro di recupero psichico o qualcosa del genere (poi capite perché non ve lo so spiegare). Ma per non morire tiene un ottimo blog, anche se nei primi anni duemila la parola è pressoché sconosciuta. Ha fondato uno dei primi siti di satira critica d’Italia, granbaol.org. Ci siamo incontrati a Treviso dopo uno scambio di mail, grazie al mio sito di satira popolare, pennarossa.it.
“Ritengo che se fossimo in grado di creare un amalgama tra le nostre due competenze, nell’ottica di intrecciare quella che mi pare una spinta creativa e propulsiva capace di modellarsi su reali trait d’union esistenziali, potremmo immaginare un percorso in grado di svilupparsi non solo in ambito internettiano ma…”
Davide parla così, dannazione. Quel giorno scopro che non è solo vestito come un intellettuale di sinistra, ma parla come un intellettuale di sinistra. Eppure non è un intellettuale di sinistra. Per cominciare: è senza il becco d’un quattrino. Ma soprattutto: non dà alcuna importanza al quattrino. Che è facile se ne hai, meno se non ne hai.
Quel giorno mi nomina settantacinque autori che non ho mai sentito, sessanta film che ignoro, quarantasei progetti che non capisco e fuma novanta sigarette che non sopporto. Poi arriva sera, addio, chi s’è visto s’è visto.
È l’uomo giusto. Lo chiamo, gli spiego (brevemente e benissimo) la grande idea e la piccola proposta economica. Mi risponde che non vede razionali motivi che lo spingano a porre verun ostacolo a quella che gli appare come una non del tutto insoddisfacente ragione per diniegare, sebbene la distanza chilometrica e/o ferroviaria tra il comune pedemontano di Vittorio Veneto in cui risiede e la città del Palladio da me prospettata non renda percorribile un andirivieni logistico quotidiano. Accetta!
Il terzo uomo è Ilario, un giovane di belle speranze che ha fatto uno stage all’agenzia di pubblicità dove lavoravo. Ilario ha studiato per diventare grafico, lavora con i grafici e vorrebbe fare il grafico. Però l’ho visto scrivere, un giorno: dieci righe, non di più. Ma tanto mi era bastato. Per me era tagliato. “Tu sei un giornalista dentro – gli telefono – vieni a fare il giornalista“. “Ok, poi mi spieghi come si fa”, risponde.
Quando presento la redazione agli editori, sbiancano. Ma non hanno alternative. Inventiamo una storia per convincere i soci e finalmente partiamo.
Ilario sarà una macchina da guerra. Scriverà di malavoglia qualunque cosa ma soprattutto impaginerà e sistemerà testi e foto con entusiasmo. Merito suo se il giornale sarà a tratti il più elegante mini-giornale (otto pagine!) che la storia ricordi. Scioccato dall’avventura, fuggirà poi in Canada, dove vive tuttora, anglosassone e felice.
Davide si dimostrerà immediatamente quel che era da sempre: un giornalista vero. Ma soprattutto: un giornalista adorato da soci e lettori di sinistra. Se doveva domandare al sindaco: “Perché questo ritardo nei lavori?” scriveva: “Può tentare di dare una risposta plausibile e non necessariamente politica a quel che appare un immotivato e finanche insostenibile sfilacciamento della tempistica pur ampiamente prevista e approvata per le rituali attività di coibentazione e riqualificazione della pavimentazione del quartiere Barche?”
Gli editori andavano in brodo di giuggiole. Per vendicarmi, rifilavo a Davide i pezzi più tremendi che un giornale di provincia di centrosinistra deve ritualmente affrontare: per esempio l’intervista al vescovo, indispensabile almeno una volta all’anno per – linguaggio Davide – evidenziare e razionalizzare la rispettosa comunanza che da sempre caratterizza i rapporti tra il mondo laico progressista e il mondo religioso. In linguaggio più terreno: fare un pompino ai cattolici.
Davide partiva, andava a trovare sua eminenza, faceva domande precise e puntuali (mai saputo, io, fare una domanda precisa e puntuale) e tornava con dodici cartelle di intervista.
Io e Ilario lo punivamo duramente titolando il pezzo “Un tè con il vescovo” e pubblicando la foto della strana coppia assieme mentre disquisiva di lavoro, giovani, città, fede e politica.
Ma sapeva ovviamente essere un vero duro: cattivissimo con i potenti e con tutte le ingiustizie, di ogni colore. Un pomeriggio entriamo a mangiare un kebab in un locale gestito da due energumeni mediorientali. Lui osserva una carta geografica casereccia appesa al muro. “Che è questa carta?” domanda agli energumeni. “È la Palestina!” dicono loro a muso duro. “Sì belli, ma Israele dov’è? Lo avete cancellato? Rimettetelo cazzo, non esiste che togliete Israele. Capito?”. Mi vedevo già rollare attorno allo spiedo del kebab.
Nel secondo anno di vita qualcuno si accorse che il giornale, pur essendo poca cosa, teneva botta degnamente. Tirammo fuori un po’ di inchieste su scandali locali a cui la stampa cittadina arrivò due anni più tardi o preferì non arrivare mai. Così qualche giornalista bravo accettò di lavorare con noi. Un paio di volte ci chiamò pure Gianantonio Stella per chiederci materiale tratto dalle nostre inchieste. Era una soddisfazione che valeva tre volte lo stipendio. Ma le interviste al vescovo e i pezzi intellettualoidi furono sempre e solo esclusiva di Davide.
Due anni lavorammo insieme. Il giornale era tutto in una stanza, stretta e buia, che chiamavamo La cripta perché, guarda caso, era proprio una cripta. Due anni senza uno screzio. La cosa mi incuriosiva perché sapevo che Davide, benché amico del vescovo, era un peperino inquieto che avrebbe litigato anche con Ghandi, dopo un quarto d’ora di convivenza.
Il giornale chiuse, da un giorno all’altro, dopo due anni esatti. “Io vado in Canada“, salutò Ilario. “Io cambio mestiere” salutai io. “Personalmente sostengo che sarebbe doveroso tentare di proseguire questa attività, valutando però anzitutto l’affidabilità dell’apparato redazionale e pubblicitario dell’editrice e non ultimo la libertà che mi sarebbe concessa per narrare la realtà locale che sarei chiamato a raccontare” disse Davide.
Non smettemmo più di sentirci. Ma anno dopo anno, Davide diventava sempre più complicato. Un giorno mi telefonò per spiegarmi un nuovo progetto. Quaranta minuti di spiegazione, zero assoluto di comprensione. Due anni dopo capii che aveva inventato un nuovo modo di fare pubblicità per il web che poi riuscì perfino a vendere bene. Oggi quella sua idea è stata comprata da una società di Seattle. Chissà come si dice “giacché ritengo che nella misura in cui” in americano.
Qualche mese fa se ne esce con Occupiamo l’Emilia, che quasi non credevo fosse roba sua: interviste secche, montaggio velocissimo, neanche una parola complessa.
Dicono che lavorando assieme le persone si scambino, volenti o nolenti, qualche caratteristica pregnante. Non saprei dire. Chissà se ha preso qualcosa lui. O se sono io che ho acquisito una peculiarità atta a contraddistinguere il prezioso rapporto instaurato con la sua ricca e complessa figura umana nel tentativo di razionalizzare le convergenze parallele sotto alle volte umide del tabernacolo laddove si vergavano concetti per cercare un’alternativa al dominio politico di un’alleanza che si era infiltrata nei gangli del potere socio economico locale.
Matteo Rinaldi
settembre 15th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 16 commenti
Scusi, per la Svizzera?
(m.r.) Lo so che gli svizzeri sono saggi e benestanti soprattutto grazie ai triliardi portati da evasori e mafiosi di tutto il mondo.
Però la Svizzera è un posto dove chi supera i limiti di velocità viene multato in base al reddito e paga anche diecimila euro.
Dove i settori giovanili delle piccole squadre di calcio investono più delle grandi in Italia.
Dove le persone vanno a fare la spesa in bicicletta – viste io, coi miei occhi! - anche quando nevica.
Dove la parola pubblico è detta con amore, non con disprezzo.
Dove i manager che rubano vanno in galera.
Dove le grandi aziende, Swissair compresa, falliscono come le piccole e nessuno si sogna di scaricarle sui cittadini.
Dove, lo scopro in questi giorni, si vedono in giro facce come questa per il passaggio di un treno d’epoca. Penso che noi abbiamo davvero qualcosa che non va.
settembre 14th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti
Il più bel titolo di Michele Serra
Non è satirico né sintetico: eppure il titolo (e il racconto) di Michele Serra che ho più amato è: Appoggiavo il cappotto sopra un mucchio di altri cappotti. Un mondo in quattro parole
Un celeberrimo e indimenticabile titolo di Michele Serra ai tempi d’oro di Cuore. Ma qui si parla di tutt’altro
Una vita fa, sul mio vecchio Pennarossa.it, scrissi un pezzo di affettuoso rancore contro Michele Serra che, orfano di Cuore, filosofeggiava sulle pagine centrali di Repubblica. Il pezzo è questo e a rileggerlo ha il suo senso: in quel periodo Michele scriveva pomposo e per niente coinvolgente.
Serra si vendicò alla grande. Non personalmente: dubito che mi abbia mai letto. Si vendicò pubblicando un libro che tengo tra i miei più cari. Si chiama Cerimonie e raccoglie una decina di racconti legati da un comune denominatore appena accennato: ogni storia racconta una delle tante cerimonie, laiche o religiose, che scandiscono la nostra esistenza. La morte di una persona cara, il racconto di un incidente d’auto, i riti della politica.
Quel giorno, in libreria, sfogliai rapidamente il libro e m’imbattei su questo titolo: Appoggiavo il cappotto sopra un mucchio di altri cappotti. Sgranai gli occhi. Decisi che non avevo mai visto un titolo così perfetto, trasparente, risolutivo. Il sunto impeccabile di tutta la storia che Michele andava a raccontare. Perché tutto avevo capito da quel titolo, senza aver letto una sola riga. E tutto avete capito anche voi.
Eppure non avevo esperienza della cerimonia in questione. Perché io ho dieci anni meno di Serra e il cappotto sul mucchio di altri cappotti non l’ho appoggiato mai. Sono figlio di un’Italia completamente diversa. Ma grazie al titolo ci ero entrato, fino al collo, in quell’Italia sua.
Comprai, lessi, godetti. Oggi, a distanza di anni, quel racconto mi prende per mano, mi emoziona. E non importa se parole, costruzione, linguaggio sono volutamente difficili. C’è troppo cuore dentro, troppa cura, troppa classe.
Non so quante volte ho riletto questa storia. Tante perché la so a memoria. Ma la rileggo ancora. Tutte le volte che ho bisogno di voler bene alla scrittura e alla mia lingua. Tutte le volte che mi pare di essere bravo e voglio calare le arie. Tutte le volte che mi pare di essere giù e voglio alzare le aspettative. Tutte le volte che voglio emozione.
Finalmente ho trovato la prima metà del racconto anche sul web: eccolo, solo per voi. Trovate un blog che vi fa un regalo come questo.
E la seconda metà? In libreria. Ma se non trovate il libro, ditelo: ve la riscrivo e spedisco. Prometto.
Matteo Rinaldi
settembre 13th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti
Occupiamo l’Emilia con due lire
Il documentario sull’avanzata della Lega nel cuore rosso d’Italia ha conquistato le prime pagine dei giornali italiani. Con pochi soldi ma tante idee
Gli autori di “Occupiamo l’Emilia” all’opera a Pontida: Paolo Tomassone, Davide Lombardi e Stefano Aurighi. In questi giorni sembrano i giornalisti dello scandalo Watergate: tutti li vogliono
Scrivo questo post perché sono furiosamente invidioso di chi ha successo senza ragione. Ma sono felice come un bambino quando le soddisfazioni arrivano a chi merita.
Il trio in questione è modenese. In pochi mesi e con pochi euro – ma macinando chilometri e idee – ha inventato il documentario “Occupiamo l’Emilia” (qui il trailer) che racconta l’avanzata della Lega Nord nella terra che fino a ieri era la roccaforte della sinistra.
Lo racconta con un po’ di ironia ma senza puzza sotto il naso. Che è poi il sistema opposto a quello che si usa di solito quando si parla di Lega: poca ironia e troppa puzza sotto il naso.
Sono andato a trovare Davide perché è mio amico ed ero curioso di farmi raccontare questa sua idea. Ho passato una bella giornata modenese in compagnia degli autori e di persone che, come me, volevano capire meglio l’anima di questo documentario.
Uno era Giuseppe Civati, giovane dirigente del Pd lombardo. Questo il suo blog, interessante per capire che Giuseppe lavora senza spocchia e con tutto l’entusiasmo che serve. Era a Modena per capire perché l’Italia va sempre meno a sinistra. E magari se c’è il modo di invertire la tendenza. Simpatico, ironico e positivo, Giuseppe ha resistito pure all’attentato di una cameriera che fingendo d’inciampare gli ha rovesciato addosso un litro di aperitivo con le olive. È un periodo tremendo per la sinistra.
Passeggiando per Modena ho conosciuto anche un po’ di questi nuovi leghisti di cui parla il documentario. Che, pensate, non sono mostri assatanati contro gli immigrati, spinti dal mito di arricchire e chiusi a ogni forma di modernità. Forse sono fortunato e incontro solo quelli giusti, ma questi discutevano di raccolta differenziata, non di differenze razziali. Uno di loro elabora motori, che è poi quello che ti aspetti nella terra della Ferrari. Però elettrici, per biciclette, a prezzi concorrenziali.
Nel film (che curiosamente è già un successo pur non essendo ancora pronto: una storia assolutamente italiana) Davide e soci raccontano la Lega in Emilia evidenziandone anche le contraddizioni profonde. Ma lasciando trasparire anche quelle, altrettanto profonde, della sinistra. Che non solo parla da sinistra senza agire da sinistra; non ha più nemmeno le idee chiare su come si possa agire da sinistra.
Non volevo fare l’intellettuale con questo post: volevo solo parlare di Davide, che è un giornalista fenomenale e merita almeno una sonora presa in giro, oggi che lo intervistano politici e sociologi. Solo rimandata al prossimo post.
Pst: per capire cos’è Occupiamo l’Emilia, ecco il blog del documentario: occupiamolemilia.blogspot.
Matteo Rinaldi
settembre 6th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti
Cialtroni alla riscossa (reprise)
La prova che a volte la realtà batte la fantasia
(m.r.) Poche righe per dimostrare che nel pezzo precedente c’è un po di fantasia, ma meno di quel che sembra.
Lo provano questi video su youtube, tratti da una bella trasmissione Bbc che racconta la genesi di quel disco, Transformer di Lou Reed.
Diviso in cinque parti, – qui sopra la prima – il programma spiega canzoni e retroscena attraverso interviste ai protagonisti, per noi sottotitolate in italiano da un appassionato.
Ma la meraviglia è un’altra. Una sorpresa che arriva quando meno te l’aspetti: si entra nel cuore di due canzoni attraverso i nastri master originali, quelli in cui strumenti e voci venivano incise una a una. Canzoni che sento da vent’anni, immutabili e intoccabili, vengono smontate strumento per strumento: giù il volume delle basi, via basso e chitarre, via tutto fino a lasciare le voci in sottofondo, da sole, nel silenzio.
La stessa sensazione che proverei trovandomi alla scrivania di George Orwell mentre corregge 1984. Eccolo che scrive “… Siete voi i morti“, poi cambia con “I morti siete voi“, infine sceglie “Voi siete i morti“. La stessa.
Riesco perfino a non pensare che la Rai potrebbe regalarmi le stesse emozioni. Trasformare la nostra musica in sogno, invece delle condanne in assoluzioni.
settembre 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments







