L’Adriatico è il mio viatico (4)
Le previsioni del nonno istriano battono gli scienziati del meteomar: oggi si naviga davvero. Riparando guasti innominabili senza batter ciglio. Quarta puntata!
I regatanti adottano spessa questa posizione: molto scenica ma del tutto inutile all’atto pratico
Sabato mattina non piove ma il porticciolo di Diosadove è freddo e umido, coperto da un cielo nero e battuto dal vento forte. La situazione abbatterebbe il morale a chiunque. Figurarsi a me.
Elemosino un paio di pantaloni asciutti (me li presta Stefano, che ha tre taglie di meno) e per abituarmi me ne vado a passeggio. Da solo. Devo ricostruirmi una vita e la dignità.
È facile ricostruirsi una vita. Più difficile la dignità, quando i pantaloni mi costringono a respirare in falsetto. Ma conosco un metodo zen: camminare parlando da solo, gesticolando, cantando e declamando poesie. La cosa difficile è accettare che le persone ti giudichino uno squilibrato. Perché tu sai bene di esserlo, ma farlo sapere a tutti dispiace.
Pazienza. Cominciamo. L’albero a cui tendevi, la pargoletta mano… No, meglio lasciar perdere l’albero: quello del Bavaria potrebbe aversene a male e cadermi in testa. Ma sedendo e mirando, interminati spazi, di là da quella, vò comparando… Ma quali spazi? È tutto grigio e tenebroso, qui attorno.
Comunque il metodo funziona. Cantavano e declamavano perfino i rematori delle galere, per sopportar quella vita. Buttar fuori la voce rilassa. Torno a bordo che quasi non odio più nessuno. Addio porto di Diosadove, vediamo che giornata ci aspetta.
L’orrore, ci aspetta. Appena fuori dal porticciolo, Luciano esce in pozzetto con gli stessi occhi del gufo di Harry Potter: “Imbarchiamo acqua! Abbiamo la barca piena d’acquaaaaa!”
Corriamo a vedere. La giuntura di un tubo del bagno si è spaccata in due e sputa fuori litri e litri d’acqua a piede libero.
A me queste cose mi bloccano. Ci fosse da sistemare un congiuntivo mi ci metterei anche d’impegno. Ma una giuntura. Non so neanche cosa sia.
“Aiuto! Soccorso! Palacinka! Prima le donne e i bambini!” “Calmi! Ragioniamo. L’acqua è dolce, quindi arriva dai serbatoi, mica dal mare. Quindi non possiamo affondare, giusto? È un peso che già portavamo a bordo!” “Giusto. Però prepariamoci a camminare su venti centimetri d’acqua fino a domani. E poi bisogna alzare tutto e…”
C’è di peggio, dannazione. E lo sappiamo bene. Abbiamo tutti studiato per la patente: nei libri sacri è scritto che una delle cose più pericolose in barca è l’acqua che corre libera in sentina, cioè sotto il pavimento. Diventa un peso incontrollabile che si sposta da una parte all’altra a tutta velocità. Capita pure di rovesciarsi, in mare. Capita perfino…
“Ecco fatto ragazzi, sistemato tutto. Issiamo le vele?”
Eh? Cosa? Sono Stefano e Bepi, che escono in pozzetto strofinandosi le mani: “Tutto a posto. È bastato realizzare una giuntura d’emergenza, collegarla a questo brazzuglio qua, intimarla nel predispero e vonzenare l’ispiuzzo. Una sciocchezza”.
Mi sento inutile un po’ troppo spesso, ultimamente. Già, che cosa avrei fatto io? Scritto una lettera d’addio con tutti i congiuntivi al posto giusto? E chissà cosa mi aspetta ancora.
Una meraviglia, mi aspetta. Appena issate le vele, il cielo si spalanca. Avete presente quei cieli meravigliosi del dopo temporale? Proprio lui! Esce un sole favoloso. Il mare perde il color grigio topo e diventa blu favola. Le onde grandi e lunghe spariscono: resta un mare di ochette (in linguaggio marinaresco: le onde basse che, a causa del vento teso, fanno creste di schiuma) e un panorama a perdita d’occhio: acqua, cielo, isole verde natura e rocce fiammeggianti.
Oggi non si naviga. Oggi si vola. Cinque, sei, sette nodi. Arrivano folate che ti abbattono a destra e a sinistra. Ma col sole che problema c’è? Il rumore dell’acqua che gorgoglia sullo scafo è musica. Setto, otto, nove nodi. Yeeeeeeeeh, che bello tornare bambini.
In mare ci siamo solo noi e un paio di barche da corsa, che si allenano con la stessa nostra gaiezza. Hanno vele in dacron (non so cosa vuol dire ma fa scena) e sono molto professionali. Ci raggiungono solo dopo un lungo inseguimento e ci salutano da gran signori. Perderà pure i tubi, però il Bavaria tiene botta.
Riusciamo perfino a goderci quelle ore da velisti maniaci che fanno rabbrividire (a ragione) i non velisti. “Che dite se proviamo a lascare un filo di carrello per ottimizzare il segnavento interno? Ecco, fantastico, abbiamo guadagnato un ottavo di nodo” “Bravo, magnifico: io ora proverei a proteare il caricabasso inalando l’angolo di congiuntura di penna. Siiii, miglioriamo di un dodicesimo di nodo!!” “Secondo voi a quanto andiamo adesso?” “In base al rumore del mare, al vento, alla piega, al gorgoglio dell’acqua… hum… cinque nodi e tre decimi!” “Cinque e due, bravissimo!”
Avete idea di quanto deficiente e nello stesso tempo bello possa essere tutto questo?
Sostiamo al porticciolo di Eccociqua, dove un paio di famiglie teutoniche fanno la loro intelligente vacanza nordica fuori stagione. Nessuno però osa entrare in acqua nel raggio di chilometri. Quasi nessuno: mi butto io.
I nordici mi osservano con grande rispetto. In effetti la temperatura esterna è da giubbotto. Ma l’acqua – segreto! – segna almeno cinque gradi in più. Esattamente l’opposto che in primavera. Ve lo dice uno che se ne intende.
Bello fare il bagno a metà ottobre. Che bello ripulirsi di stanchezza, malori e malumori. Che bello risalire dalla scalett… CRACK! Si è rotta anche la scaletta? Ma è possibile, una barca tedesca di due anni? Non si smette mai d’imparare in mare.
Arriviamo veleggiando nel cuore di Cherso, laddove per ormeggiare d’estate bisogna prendere posto alle cinque di mattina, fare a sportellate con sedici motoscafi e scendere a terra con il libretto d’assegni tra i denti.
Ormeggiamo nel punto più bello, con acqua e corrente gratis. Un giro in paese per scoprire, con emozione, che buona parte degli over sessanta parla ancora l’italiano mentre discorre al bar.
Lasciamo scegliere il ristorante a Domenico: gli ex sindacalisti sanno mangiare bene. Ma forse non pagavano di tasca loro: Domenico dimentica di contrattare in anticipo e ci massacrano con cinquanta euro a testa. Ma insomma pazienza! La cena li valeva ed è la prima volta che paghiamo davvero. Domani si torna e più niente può accadere. Ma… Siamo proprio sicuri?
Matteo Rinaldi
ottobre 30th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
L’Adriatico è il mio viatico (3)
Terza puntata del viaggio istriano. Si arriva da qualche parte, dio sa dove e soprattutto come. Intanto la vela mi insegna posizioni che mai avrei creduto possibili
La pubblicità yoga con un nudo femminile che ha fatto polemica proprio in questi giorni. La vela vi dimostra che in tutto questo non c’è davvero nulla di scandaloso
Sono bagnato come un pulcino bagnato, freddo come un baccalà freddo, inutile come una zanzara inutile. Ma soprattutto sono al mio posto come un elefante in una cristalleria. Ora ricordo che altro ho dimenticato a casa: il cervello! La Xamamina va presa due giorni prima di partire, non la mattina stessa. Non dopo l’amaro istriano. Non con le scarpe da ginnastica piene d’acqua.
Hei, ma di che mi preoccupo? Il mal di mare capita perfino ai navigatori veri. Io poi non ho mai superato la fase due, quella del colorito verdognolo, degli occhi gialli da Esorcista e degli istinti distruttivi. Mai vomitato, nemmeno una volta. Mai perso l’aplomb. Mal che vada mi butto in cabina. Da sempre la posizione distesa è la migliore per bloccare il mal di mare.
“Matteo, mi andresti a prendere un pacchetto di crackers là sotto?” “Purtroppo no, caro Beppe. Anzi, non chiedermelo più. Se lo rifarai, mi vedrò costretto a ucciderti con le mie mani e pascermi delle tue carni più delicate senza eccezione alcuna”.
Comunque è colpa mia. Potevo prendere il timone. Se fai qualcosa di importante, il mal di mare non ti viene. Potrei prenderlo anche adesso. In fondo si tratterebbe solo di tagliare le dita a Stefano. Deve averle saldate col Super Attak, perché è un’ora che non molla la presa. Hum… Il suo sangue caldo e colante sarebbe eccellente per scaldarmi un po’ le mani…
Niente da fare, sono in fase calante senza ritorno. Ormai prendo secchiate d’acqua senza nemmeno un lamento. Il mare di prua e la Bora continuano a sbatterci sopra e sotto l’acqua, a destra e a sinistra. Devo distendermi al più presto. Ma in pozzetto siamo in sei, non c’è proprio posto. “Ragazzi addio, vado sotto. Se avete bisogno chiamate pure: tanto non rispondo”.
Coraggio ora. Questi sono i trenta secondi peggiori: bisogna entrare in quella caverna orrenda e puzzolente senza ammazzarsi per le scale (cinque secondi), raggiungere il bagno (tre secondi), spogliarsi (dieci secondi? E se ne servissero quaranta? Guarda, non farmici neanche pensare), entrare nella cabina di prua (tre secondi), stendersi dentro il sacco a pelo (dieci secondi).
Se arrivi lì sei salvo. Devi solo aggrapparti con le unghie alle paratie ed entrare a far parte dei tremila SBAM! che mancano al primo porto. La cabina di prua è la migliore, quando tutto va bene. Ma col mare mosso di prua è come il cestello della lavatrice. Tremila SBAM! che ti alzeranno come un fachiro e abbatterranno come un fagiano. Se arrivi lì sei salvo. Se arrivi.
Via! Scendo la scaletta, resto in piedi, schivo pentole, borse, bottiglie, entro in bagno, comincio a spogliarmi. SBAM! THUD! KA-POW! BOOM! Avete mai provato a slacciare un laccio intriso d’acqua salata con le dita ghiacciate e in queste condizioni? Beh, non provateci. BENG! CRASH! THUD! Stavolta vomito, lo sento! La zip, dannazione, si è bloccata! Strappo tutto! I bottoni, maledizione! SBAM! THUD! KA-POW!
In qualche modo ce l’ho fatta. Mi ritrovo con una chiappa sul wc (giuro che non poteva esserci posto migliore), la faccia dentro il lavandino (idem), un braccio attorcigliato al tubo doccia, l’altro in uno scarico a mare. Mi lascio andare. Ora sembro… sembro la falla della Bp. Anzi, più falle della Bp, tutte in contemporanea. Ma a me Obama non potrebbe rimproverare nulla: in stato di trance ripulisco tutto, con la doccia e in tempo reale. Dopo il wc autopulente ho inventato il wc pulente contemporaneamente.
E non si sta poi così male. Certo, bisogna sopportare Thud! e Sbam! in mezzo metro quadrato di spazio e soprattutto bisogna resistere all’orrore di una faccia mostruosa che mi guarda da vicino con curiosità. Ma è la mia, allo specchio, non ci posso credere.
Sapete, nei primi giri a vela, durante questi momenti, pensavo: “Mai più. Questa è l’ultima volta. Da domani mi iscrivo a un circolo di bridge”. Oggi neanche ci provo. Ho imparato a non prendermi più in giro. Tanto so che nonostante tutto sarò di nuovo a bordo, domani. Sarò di nuovo felice, domani. Questo penso, mentre la marea BP continua la sua orrenda missione. Riconosco la fase cinque del mal di mare, quella che precede la fase sei, detta anche “morte apparente”: non hai più niente da vomitare eppure vomiti lo stesso. Haargh! Guuurgle! Incredibili i suoni che può fare un corpo umano.
Ma sai che in fondo (Thud!, facciata sul lavandino) in questa posizione (Sbeng!, chiappata sul wc) non si sta poi così male? (Pam! Schienata sulla paratia) C’è tutto quel che serve qui (Boom!, testata sullo specchio), compresa la sacrosanta intimità.
Mi guardo: ho addosso il berretto di lana, un calzino senza scarpa, l’altra scarpa senza calzino, una manica della maglietta, l’orologio. Niente altro. Quasi quasi resto qui. Perché nessuno mi ha detto che il bagno è più comodo della cuccetta?
ARKASBLENGAPOW! Hei, che succede? Mi sa che hanno virato questi pazzi, e la marina croata ci ha sparato davvero. Oppure abbiamo centrato un iceberg, come Di Caprio. Lui era ammanettato ma almeno aveva le mutande, dannazione. No, abbiamo solo preso due onde incrociate. Ho fatto un carpiato ungherese all’indietro e mi sono squartato un braccio che ora sprizza sangue a volontà. Però. È caldo! Slap. E non è neanche salato. Slurp.
Ma dove sono? Dunque, facciamo ordine: mi pare di avere un piede nella doccia, le chiappe sul lavandino e la faccia… Dove ho messo la faccia? Ah, è nel wc, lo dicevo io. Basterebbe tirare l’acqua per uscire vivi da qua. Lo fa anche Daryl Hannah sul secondo Kill Bill. Ma nelle barche non si può tirare l’acqua: c’è una pompetta tipo bicicletta che fa sgnit sgnit sgnit e pesca acqua di mare, sparandotela in testa e poi… Tanto lo so che domani sarò di nuovo felice.
Alla fine ritrovo le giuste posizioni, mi ri-faccio una doccia sbammando e thuddando, mi asciugo e raggiungo il sacco a pelo. Mi schiaffo dentro e m’addormento tra mille BOM! e SBANG!. Dove andiamo? Che succede fuori? Ma chi se ne frega! È incredibile come ti fidi ciecamente degli altri quando non puoi più fidarti di te stesso.
Mi sveglio all’ormeggio del porto di diosadove che è già buio pesto. Sono felice perché ho ancora un cambio d’abito caldo e asciutto. L’ho messo in alto, vicino a un oblò fisso. Solo uno scemo l’avrebbe messo di fianco a un oblò apribile: per quanto ermetico, col mare grosso qualche goccia può sempre entrare.
Prendo le roba asciutta. È bromba, fradicia, più bagnata di quella bagnata. Stefano, che è uno pratico, viene a vedere, capisce e spiega. Ogni BOM! preso incrinava le giunture lasciando passare una minuscola goccia. Diciottomila BOM!, anche su una barca tedesca di neanche due anni, fanno una doccia.
Pazienza. Non si smette mai di imparare, in barca. Asciugherò tutto al sole, domani. Le previsioni come sono? “Ah, sono bastarde: brutto tempo domani, brutto tempo domenica”.
Un anziano del luogo passa a salutarci mentre scendiamo dal Bavaria. Dio, che bello mettere i piedi sulla parte emersa del continente. “Ciao marinari. Su con morale. Domani bellissima giornata. Domani sole e mare piacevole”. Io mi fido dei vecchi marinai istriani.
Andiamo a mangiare: pesce e vino a volontà per venti euro a testa, purché alle nove si abbandoni il locale: “Vado a letto presto” spiega la cuoca. Si figuri io: non sogno altro. Spendiamo poco e mangiamo bene, dicono. Io non riesco a mettere in bocca niente. Ma sono bravo: riesco a evitare perfino l’amaro. Domani vi faccio vedere, bastardi. Fine della terza puntata.
Matteo Rinaldi
ottobre 27th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 10 commenti
L’Adriatico è il mio viatico (2)
Seconda puntata di acqua e di fuoco nel mare dell’Istria: contro i cannoni della marina croata, contro il mare rabbioso, contro falle nello scafo e farfalle nello stomaco
Mare di prua su una grande nave. In una piccola barca l’acqua è l’ultimo dei vostri problemi: sono gli SBAM! e i THUD! che vi mandano al tappeto
Venerdì mattina si parte davvero. Direzione nord ovest dunque, riparati dalle montagne istriane, col mare di poppa che ti spinge in avanti e il buonumore che impera. “In effetti dicono meraviglie delle isole Brioni. Fuori stagione poi! Mi hanno raccontato di una spigola allo zafferano…”
Fuori stagione è davvero un’altra vita. Pensate: non c’è una barca nel raggio di chilometri. Non una vela, non un motore, non un traghetto, non un pescatore. Mai vista una cosa del genere.
Eppure il mare non è così brutto. Il cielo è grigio e grigia è la Bora che tra poco ci lasceremo dietro le montagne. Grigia è l’acqua che ci spinge con le sue onde. Grigia è la cacciatorpediniera che spara cannonate là davanti. Grigia è… Eh? Cosa ci fa nelle nostre vacanze una cacciatorpediniera?
“Comandanti, c’è una ragione se in mare ci siamo solo noi. Non ve l’ho detto perché non mi pareva importante, ma uno del charter ha farfugliato qualcosa, prima che uscissimo. Credevo di aver capito male ma parlava di un’esercitazione della marina croata proprio qua davanti. Ma non c’è problema: basta girarle al largo almeno sei miglia”.
Almeno sei miglia? Ecco noi, a occhio e croce… calcolando a naso il punto stimato… traguardando la nave sul candeliere… Hum, più che sei miglia saranno trecento metri, forse duecentocin…”.
KA-POW! TA-PUM! Non avevo mai sentito i colpi di una cacciatorpediniera. Ho fatto l’esercito in fanteria, dove al massimo sparavi col Garand ma i proiettili avevano lo stesso entusiasmo di Biagio Antonacci: la polvere da sparo risaliva agli anni cinquanta. Questo è un esercito giovane e deve avere polvere fresca. Pare di essere al cinema, dentro un film di guerra americano.
“Avanti sacranon, non possono mica spararci addosso, no? E poi abbiamo Frattini che ci difende! Nel caso pretenderemo una vibrante protesta del nostro ministero degli Esteri e…”
La cacciatorpediniera mica si muove. Il cannone sì. Pare che la punta ci annusi anche se non siamo ancora a duecento metri. Ecco, non succede niente, avete visto? C’è Frattini che ci prot… Roarrr! Sbucano dal nulla due motovedette incazzate (come si vede che sono incazzate? Non lo so, ma giuro che si vedeva) e puntano a tutta velocità verso di noi con sirene, luci e un altoparlante che urla parole sconosciute. Neanche un “dobro” dicono, ne sono sicuro. Neanche un “palacinka”. Vorrà pur dire qualcosa.
“Marineria veneta, alle armi! Duri i banchi! Fuori tutto ciò che può colpire: i coltelli della cucina, il Victorinox, il tangone! E poi cosa possono farci? Sappiamo bene che in caso di mare mosso la capitaneria non si fida ad abbordare le navi per i controlli: troppo rischioso”. Infatti non vogliono abbordarci. Proseguono semplicemente a tutta velocità contro di noi. A tutta velocità contro di noi. Noi: dodici metri di vetroresina. Loro: venticinque di acciaio corazzato.
“Pronti alla viraaa? Si viraaaaah!” Per fortuna abbiamo fatto tutti la stessa scuola: otto decimi di secondo e abbiamo già il muso verso nord est, verso la Bora, verso le onde. Le corazze d’acciaio rallentano ma non tornano indietro: ci scortano a distanza con gran sfoggio di fari, sirene e mitraglie, caso mai ci venisse voglia di cambiare idea.
Con quest’andatura il mare è tutta un’altra cosa. E dire che lo affrontiamo per bene, ovvero al mascone (per i non iniziati: non con la prua, che si pianterebbe dentro l’onda come un topo nel formaggio, ma con la guancia della barca). Ma l’Adriatico se ne frega del nostro impegno: ogni onda alza la prua della barca (oh!) che resta sospesa per alcuni istanti (wow) e poi piomba giù (hargh).
Boom! Booom! Dannazione! Sparano ancora contro di noi e… No, aspetta, questi non sono colpi di cannone: sono le botte che prende la nostra prua ogni volta che cade dal cielo. “Ok, ragazzi, c’è poco da lamen(Boom!)tarsi, bisogna proseguire a quest’anda(Booom!)tura per almeno qualche mi(Boom!)glio e poi virare di nuovo. Portate paz(Boom!)ienza, non è poi un gran problema. E poi i tedeschi fanno barche robu(Boom!)stissimeeee…”
Rustle! Crash! Thud! Rumble! All’armi, che succede ora? Abbiamo solo due occhi, e dovendoli dividere tra onde sul muso e militari alle chiappe, possiamo solo immaginare quello che sta succedendo: sono borse, caffettiere, scarpe, barattoli, porte, telefoni, pentole, binocoli, portelli, strumenti e stipetti che volano da una parte all’altra, sottocoperta.
Lo so che è colpa nostra. Lo so che avremmo dovuto mettere tutto in sicurezza, tutto in ordine, tutto ben fissato e protetto. Ma non era prevista quest’andatura maledetta. Pazie(Crash!)nza prodi mari(Thud!)nai, mez(Ka-pow!)z’ora al ma(Rumble!)ssimo e po(Sbeng!)i si vi(Pow!)raaaa!.
Però c’è un altro problema. Lo scopro personalmente, offrendomi di andare a sbloccare una scotta incastrata da qualche parte davanti all’albero. Le onde non sono solo brutte, antipatiche e rumorose. Le onde… SPLAAAASH! Hei, chi mi ha dato una tremenda cuscinata? Macché cuscinata, era una secchiata d’acqua, fredda e salata. Ci rido su. È il bello del mare, questo.
Torno in pozzetto (ora capisco perché si chiama così) completamente bagnato. Penso alla mia sacca da viaggio: buttando le cose a caso, come ho fatto ieri, capita di buttare una bella cerata antipioggia, un paio di stivali antipioggia, caldi ricambi antifreddo. Ma capita anche di non averli mai comprati, cerata e stivali. Comunque via, ho le mutande ancora asciutt…
“Occhio, ondaaaaa!” SPLAAAAASH! Ecco, lo dicevo io. Resisti, tra poco si vira.
E si vira, finalmente. Bagnato, infreddolito, tremolante ma ancora sorridente, mi preparo a una bella virata a dritta. “Pronti alla vira?” urla il timoniere. “Pronti!” replichiamo. “Bene, si vir…”
ROAARRR! Groooarrrr! Non ci siamo mossi nemmeno di un grado che le acciaierie croate hanno riarmato i mitragliatori e si lanciano come squali verso di noi. “Vira annullata, come non detto! Ragazzi, propongo di proseguire così fino a Cherso. In fondo è dove volevamo andare, no?”
E così sia, allora. In fondo non va così male. “Sedicimilaquattrocentootto!” urla Stefano, che timo(Bom!)nando fa di conto. “Sedicimila cosa? Di che cavo(Bom!)lo stai parlando?” “Sedicimilaquattrocentosei (Boom!) Pardon, sedicimilaquattrocentocinque. Sono le mazzate che (Bom!) prenderemo da qua fino a Cherso. Ma è un calcolo indicati(Boom!)vo, non vi preoccupate“.
Non mi preoccupo dei Boom! infatti. Né mi preoccupo più dell’acqua di sotto e di sopra, di fuori e di dentro. Né mi preoccupa la marina croata. Mi preoccupo per me. Mi sta tornando il male di mare. Fine della seconda puntata.
Matteo Rinaldi
ottobre 25th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
L’Adriatico è il mio viatico
Tre giorni a vela nel mare orientale di Venezia. Ma sappiatelo: non c’è niente da ridere (Prima puntata)
Anche lo Zanichelli mi conforta: la rima del titolo ha un senso. Viatico significa sostegno morale ma anche Comunione somministrata ai moribondi. Definizione azzeccata, in caso di Bora. Nella foto, gli effetti del vento a Trieste.
La veleggiata autunnale è da sempre la migliore. Sarà perché finisce la stagione, sarà l’aria tersa, saranno le località finalmente deserte e le persone serene. Sarà che il resto degli italiani si ostina a mettersi in fila solo ad agosto. Valli a capire gli italiani.
Noi no. Noi siamo gente che sa stare al mondo. Stavolta ce la prendiamo fin troppo comoda e organizziamo il via a metà ottobre. Inoltre tocca a me trovare la barca e procurare le vettovaglie per tutti. Trovare la barca significa perdere ore e ore tra mail, prenotazioni, scelta del modello e del porto di partenza, tira e molla col charter per tirare sul prezzo.
Eppure va tutto bene. Per il mio equipaggio – siamo in sei – trovo al primo colpo un Bavaria 39 del 2008 (per i non esperti: solida barca teutonica con tre cabine e due bagni lunga quasi come un camion, comoda, indistruttibile e facile da portare). La trovo a un ottimo prezzo e in un porto molto bello e arricchito di personale in gamba. Così in gamba che non mi chiede neppure i soldi in anticipo. Incredibile.
La mattina della partenza ho un appuntamento a Padova: faccio tardi, arrivo a Vicenza col fiato sul collo e devo ancora fare cambusa (in italiano: la spesa) e prepararmi la borsa. Riempio quattro sacchetti al discount in sette minuti esatti, dimentico priorità assolute come sale e zucchero, mi suonano alla porta mentre cerco ancora la sacca da viaggio.
Oh, beh. La riempio con un po‘ di roba alla rinfusa e sono già in strada. Qui mi aspettano due membri dell’equipaggio: Elvio, simpaticissimo marinaio motorista classe 1932 e il suo coetaneo Domenico, già celebre sindacalista Fiat a Torino negli anni del boom. Per la serie: come sentirsi giovani, anzi giovanissimi, anche a 45 anni.
Siccome la mia Multipla ha un cilindro a rischio, Elvio mette a disposizione la sua auto purché guidi io. Bene! Che auto potrà mai avere un uomo che compie 79 anni? Probabilmente una Panda o una Duna. Magari una Lancia Aurelia. Invece mi trovo al volante di una Honda 2400 Vindicator of Nagasaki: motore a fasatura gregoriana, settecento pulsanti e sensori in giapponese stretto e un incredibile cambio Empire of the Sun a sei rapporti accorciati.
Via via che si parte, siamo già in ritardo. Sì ma, come si usa un cambio a sei rapporti? Inutile domandare: due secondi dopo il via (da zero a cento in otto millesimi), Domenico si è già addormentato sul sedile posteriore mentre Elvio è partito con il racconto delle sue trentasei circumnavigazioni attorno al mondo.
“Era il 51 e a Hong Kong, dopo una rissa con un equipaggio thailandese, corsi a rifugiarmi in una giunca – metti la quinta – laddove una bellissima ragazza di nome Hanoi, ma forse mi sbaglio, forse ero ad Hanoi, era il 52 e la ragazza si chiamava Hong Kong – metti la sesta – perché devi sapere che allora noi italiani dovunque andassimo eravamo sempre benvoluti – metti la quarta – e bastava un sorriso per farsi aprire tutte le porte, comunque sia quel giorno io…”
A San Stino di Livenza ho già i calli alle mani: settecento cambi di marcia che neanche Niki Lauda. E siamo solo nel mar della Cina nel 53. Mi gira la testa e mi fanno male gli occhi. Pensa positivo, dannazione, pensa positivo.
Già, penso positivo. Il mio equipaggio è una mezza novità. Nuovi sono Domenico (Ronf) ed Elvio: “Il pistone si ruppe all’incirca nel cuore del triangolo delle Bermuda. Era il 54 e dovemmo – metti la sesta - cambiarlo con mare forza otto, terrorizzati perché proprio in quegli anni – metti la quinta – lo ricorderai perfino tu, in quegli anni il Triangolo delle Bermuda era l’incubo dei marinai. O forse faccio confusione, ero nel 69, proprio dentro capisci, e su quel triangolo sotto il bermuda mi ci sarei perso per mesi. Tra l’altro il pistone, almeno il mio, andava – metti la sesta - che era un piacere…” ).
Nuovo è anche Stefano, appena più giovane di me ma figlio della mia stessa scuola velica: sarà quasi impossibile litigarci. Fidatissimi sono i miei cari Luciano e Beppe, con i quali sfiderei ogni mare senza paura.
Eccoci a Pomer, finalmente. Il tempo di svegliare Domenico, imbavagliare Elvio e siamo davanti al bellissimo mare istriano. Strano però. Lo ricordavo orizzontale, liscio, blu. Invece è verticale, zigrinato e grigio topo. “Partiamo subito – tagliamo corto – una bella navigazione notturna verso Cherso e che la vacanza abbia inizio”.
Quelli del charter scuotono la testa. “Partire ora? Fate quello che volete ma noi sconsigliamo. Bora molto forte, tempo troppo brutto. Inoltre se andate a nord est fate battaglia, non vacanza: vento e onde giusto su naso. Meglio partite domattina verso parte opposta, direzione Brioni. Il vento lo soffrite, ma almeno evitate mare grosso”.
Bah, perché domattina? Niente è più bello della navigazione notturna. E che sarà poi la Bora? Ne discuto con Luciano guardando il mare. “Penso che potremmo partire subito”, dico. “Anche io lo credo” dice. “Non c’è propr ragion per rimandar” aggiung. “Davver, non ved il motiv” conferm. “E poi di ntt il mr è bllssm” sttln. “S, stpnd, mrvgls” nnsc.
Hei, cosa ci succede? Ah, già: la Bora a trenta nodi è praticamente una raffica di ghiaccio volante e salato che ti s’incolla sul viso. Senza che ce ne accorgessimo ci ha già saldato ermeticamente le labbra superiori alle inferiori.
“Prtm domttn”, cncld. “Bnssm, dmttn”, cnfrm.
Ma sono solo le otto di sera. Che facciamo nel frattempo? Facile, la solita vita del velista in porto: si va a mangiare. Undici euro a testa per una supercena di pesce condita da vini, aromi e amari. Hips, si vive una volta sola!
“Sì mangiò così a Rio de la Plata, durante i disordini del 64: il cuoco era argentino. O forse si mangiò da Dio la pajata perché il cuoco era di Frosinone. Di certo il presidente Saragat ammoniva…”
Di una cosa sono già sicuro. Che questa cena la pagherò, dio se la pagherò. (fine della prima puntata)
Matteo Rinaldi
ottobre 21st, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 9 commenti
Il tifo è una brutta malattia
Camminando verso il centro m’imbatto nei tifosi che escono dallo stadio Menti.
Lancio la sfida: “Vince chi capisce il risultato in base alle facce e agli atteggiamenti”. Sono un formatore di comunicazione, un appassionato di comunicazione, uno studioso di comunicazione e un comunicatore: mi piace vincere facile.
Passano i primi: muso duro e bareta fracà. Ma non significa nulla. Mai farsi trarre in inganno dai primi volti. Passa un altro gruppo. Questi sono tifosi storici: li riconosci perché hanno il cuscinetto sottobraccio. Trent’anni che li vedo, trent’anni con lo stesso cuscino. Per il vicentino cresciuto negli anni sessanta, spendere cinque euro per un cuscinetto nuovo è inconcepibile. Dio li preservi a lungo.
Comunque sono seriosi anche loro. Ma forse hanno litigato con la moglie. Il calcio al sabato pomeriggio ha rovinato cinquantenari equilibri familiari.
Altro gruppo: giovani stavolta. Non aprono bocca. Diavolo, i pochi ragazzi che vanno ancora allo stadio dovrebbero commentare le azioni per ore. Dunque: pareggio o sconfitta, mi sa.
Segue un trio sui quaranta. Devono aver preso freddo in gradinata e tentano di scaldarsi criticando le scelte tattiche. Mani in tasca, pugni stretti, spalle strette, labbra strette. Perso due a uno, mi sa. Al limite uno zero a zero.
Avanza una coppia per mano e con gli occhi nel vuoto. Lui scuote la testa e fa “Ah!”, come i soldati della Wehrmacht davanti a Berlino in fumo. Perso due a zero, dannazione. Sovrastati dall’inizio alla fine. Contestazione dura. Crisi profonda.
Poi vedo uno che conosco. È già triste di suo, ma oggi è a pezzi. Ciabatta verso un bar col naso che sfiora il pavimento. Quasi mi spiace chiedere Cosa ha fatto il Vicensa?
“Vinto - borbotta – vinto uno a zero. Alta classifica. Ma il gioco… Puah! Il gioco… Zero assoluto. Bah!“. E se ne va, seguito da una processione di infelici.
Sono un comunicatore sì, ma da retrocessione. O forse sono solo smemorato. Infatti mi viene in mente Bruno Giorgi e le cinque righe che avrei dovuto aggiungere, per ricordarlo meglio, qualche giorno fa. Eravamo fuori dallo spogliatoio, un bel giorno di maggio, con tanti di quei punti in classifica da farci indigestione. Raccontava al collega Alberto Franco la nostra terra, che ormai conosceva bene.
“Quando sono venuto a Padova, per vincere il campionato, mi bastarono poche settimane per capire che dovevo semplicemente costruire una difesa d’acciaio. Il resto l’avrebbe fatto il pubblico dell’Appiani con il suo tifo. E così vincemmo alla grande. Passato al Vicenza, neanche trenta chilometri di distanza, capii subito che con quel sistema non avrei combinato niente. Qui c’era poco da fare: qui non basta vincere. Qui bisogna dare spettacolo.”
A volte mi piace un sacco essere vicentino.
Matteo Rinaldi
ottobre 14th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 0 Comments
Tra noi non c’è partita
Ecco come ho rischiato di fare a spallate con Danilo Gallinari e Julio Cesar
Danilo Gallinari, 2 metri e otto centimetri per 102 chili. Gioca a New York, ma domenica era a Milano. Per sfidare me
Ora di pranzo, sono a tavola. Le mie figlie ascoltano la radio. Il dj lancia un gioco: “Ora chiamo quattro cifre: se il vostro numero di telefono le contiene, mandate subito un sms e vincete! Pronti? Le cifre sono…”
Mumble. Ho ben altri pensieri. Che fare oggi che è domenica? Calcio sul divano fino a notte fonda? Speriamo giochino il Chievo o il Bari, che mi fa impazzire. Mumble.
Una figlia digita e invia. Il dj squittisce: “Wow! Quanti sms! Ma solo uno è arrivato prima degli altri! Sentiamo chi èeeeee!
Il cellulare squilla. Le mie figlie si guardano: occhi sbarrati, lineamenti di cemento. Uno swiss! e un secondo dopo sono scomparse in camera. Rimane il cellulare, che squilla sul tavolo. Non dovrò mica rispondere io. Umpf. Pronto?
“Pronto, qui Radio Deejay. Ha-ung, avete vinto il premio. Due biglietti per la partita Armani Milano - New York Knicks”.
“Znort, grazie, siete gentilissimi ma non importa. Regalateli pure a qualcun altro”.
“Ah vabbè. Però non riattacchi: dobbiamo mandarla in diretta. Dica che è felicissimo e che non mancherà di certo”.
Mumble, quale sarà il modo migliore per uccidere una figlia minorenne senza lasciare tracce? Ma ecco la diretta. Mi passano un conduttore: Albertino? Linus? Michelazzo?
“WOW YEAH! ECCO IL VINCITOREEEE! COOOOMPLIMENTI! VELOCISSIMO, BRAVO DAVVEEEEERO! FELICE DI ESSERE CON NOI ALLA PARTITISSSSSSIMA?”
“È FAAAANTASTICO! GRAZIE RAGAZZI, NON MANCHERÒ, CASCASSE IL MONDOOOOO! YEAH!”
Staccano la diretta: “Sei ancora lì? Allora vabbé, rinunci. Ci dispiace…” “Ma no, ha-ung, nessun problema, ciao”.
Pareva finita così. Macché. Il giorno dopo mi richiamano. “Hei, non esiste che non vieni. Scherzi? C’è gente che cerca i biglietti da mesi. E poi organizza la NBA americana, loro ci tengono”.
Ho detto no, dannazione. Domenica prossima c’è il Bari, in diretta sul divano. Mi manca solo di discutere con la lega di basket americana. Addio. Spegnete subito quel telef… Driiiin. Cristo!
“Hello? Mr Rinaldi? I’m John Twistle, Ceo NBA! We want you! You are the winner! We need you!“ Per farla breve mi offrono biglietti, viaggio, hotel. La NBA americana non concepisce che qualcuno rifiuti di vedere gratis una loro squadra di punta.
Appuntamento sabato pomeriggio a Milano, piazza Duomo. Hanno montato un piccolo campo da basket, con tanto di tribune. Mi hanno detto di passare qui a ritirare i biglietti per la partita. Poi ho la notte pagata in un albergo de luxe e la partitissima il giorno dopo. “Mr Rinaldi, welcome! Come here, venite qua! Dovete solo fare un piccola piccola partita riservata ai winners!”
Lo sapevo che c’era la fregatura. John mi spiega che per uscire vivo da lì devo sfidare, in coppia con mia moglie, quei due tizi là in fondo a calcio e a basket. Beh, niente di grave: uno è alto normale ma l’altro è un tappetto, minuscolo davvero. Poi si avvicinano. Il tappetto mi pare di conoscerlo. Lo conosco: è Julio Cesar, il monumentale portiere dell’Inter. Sembrava basso perché l’altro è Danilo Gallinari. L’unico italiano che gioca a basket negli States.
Mumble, quale sarà il modo migliore per uccidere John della NBA senza lasciare tracce?
Vorrei scappare, sparire, eclissarmi. Chiedere aiuto, pietà, asilo. Ma poi ci ripenso. L’idea di entrare in takle su Julio Cesar (che è peraltro uno dei calciatori più simpatici e positivi che io abbia mai visto) mi carica. Ho giocato negli Amatori Settecà, io. Ho visto cose che voi professionisti non potete neppure immaginarvi.
E poi, mal che vada, arringo la folla: Milano, al mio segnale scatenate l’inferno! Sono un comunicatore, io.
Comincio a scaldarmi. Non gioco da una vita, ma il tackle è una di quelle cose che non disimpari mai. E appena mi capita la palla tra i piedi, basta una sola volta, tiro un sinistro che a costo di sradicarmi i legamenti…
“Hei, sorry, but… cosa stai facendo?” mi chiede John.
“Training autogen and riscaldament, yankee. We have won four mondials, we…”
“Ma nooou, cosa hai capito? Vi sfidate con la Playstation!”
Ma allora ditelo che siamo qui a prenderci in giro.
Matteo Rinaldi
ottobre 5th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 14 commenti
Bruno dei nostri
Bruno Giorgi è morto qualche giorno fa. Aveva 69 anni, un male incurabile e una storia singolare. È stato un bravo allenatore di calcio che a un certo punto ha mollato tutto per rincorrere uno scudetto in famiglia. A volte è più facile vincere tre campionati di fila che strappare un pari nelle partite personali.
Mi rendo conto ora che quando l’ho conosciuto, a metà degli anni ottanta, aveva la mia età oggi, 45 anni. Nel ricordo mi appare dieci volte più maturo di come mi vedo io. Ma chissà. Aveva i capelli brizzolati e un bellissimo sorriso che usava col contagocce. Agli uomini di quell’epoca sorridere pareva un’esagerazione.
I giornali hanno scritto che leggeva Pavese, che era un uomo d’altri tempi, che se la prendeva coi giocatori che non capivano la fortuna di guadagnare bene giocando a calcio. Tutto vero.
Nessuno ha scritto che piaceva un sacco alle donne. Le vedevo, le signore allo stadio: fingevano di guardare i calciatori in allenamento ma in realtà studiavano lui. Guarda che occhi, somiglia a Paul Newman, dicevano. Lo so perché avevo vent’anni e di calcio capivo quanto oggi, cioè niente: perciò guardavo più volentieri il pubblico che il gioco.
Le interviste, in settimana, non si facevano in sala stampa – non esisteva nemmeno, la sala stampa – ma nel minuscolo spogliatoio dell’arbitro. Qui Giorgi e il suo vice, Ernesto Galli, si cambiavano dopo gli allenamenti. Ai cronisti era concesso entrare, chiacchierare e raccogliere notizie. Erano davvero altri tempi: ve lo vedete oggi Mouriño che chiacchiera con i cronisti nudo sotto la doccia?
Aveva un fisico impeccabile. Da muratore, magro, nervoso, senza un filo di grasso. Rispondeva alle domande con un italiano ricercato, spesso punteggiato di paroloni (“Domenica ritengo sia giusto proporre un’alternanza tra i ruoli, nella fascia destra”), tipico di chi non ha studiato ma si è fatto comunque una cultura e crede che parlare difficile arricchisca il discorso.
Ma aveva una bella voce, bassa e calma, che non declamava mai. Stendeva le parole e le valorizzava con pause e silenzi. Non erano di maniera: li usava per pensare.
Noi cronistelli prendevamo appunti sul bloc notes Pigna. Dieci secondi di appunti: poi la doccia, l’umidità, lo spazio ristretto e l’assenza di finestre creavano una nebbia furiosa che riempiva lo stanzino. La biro slittava sulla carta, l’inchiostro si spandeva, il rumore dell’acqua nelle tubature centenarie dello stadio Menti sovrastava ogni parola.
Pazienza, tanto le interviste me le inventavo. A lui bastava il senso. Anzi, bastava scrivere: “Il mister getta acqua sul fuoco: Il campionato è ancora lungo e noi lottiamo per la salvezza. Solo quando raggiungeremo i trentasei punti potremo eventualmente pensare in grande“.
Era scaramantico. Guai a fargli una battuta che avrebbe potuto portar sfortuna. Ti fulminava con gli occhi blu. Dovevi stare attento perché era capace di farti fare trenta giro di campo, come ai giocatori dopo le sconfitte.
Era quadrato. Guai a mettere la punta del piede sulla riga del campo, anche in allenamento. “Qui no, per favore. Questo è il nostro posto di lavoro” mi disse una volta, senza un sorriso.
Quando la società vendette Baggio, lui non fece una piega: Però, aggiunse, Mascheroni me lo lasciate. Glielo lasciarono. Che goduria. Giocammo il più bel campionato del decennio, il momento più esaltante tra il Real Vicenza di Paolo Rossi e il grande Vicenza di Francesco Guidolin.
Quando se ne andava qualche protagonista di questo strano mondo, Gianni Brera chiudeva i pezzi sempre allo stesso modo: “Che la terra ti sia lieve“.
Lo sarà di certo. La alleggeriranno i sorrisi di chi ha vissuto quegli anni, quel calcio, quei sogni. Non erano né migliori né peggiori di questi. Siamo noi, maledizione, che dobbiamo lottare ogni giorno di più contro lo stupido scudo del cinismo e del disincanto.
Matteo Rinaldi
ottobre 1st, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti





