Una risata vi resusciterà

Il genio dei grandi comici sta nella capacità di far ridere tutti: il cinquantenne e il dodicenne, il leggero e il profondo, l’attento e il distratto.

Leslie Nielsen, scomparso ieri, era un grande proprio per questo: battute da caserma troppo sfrontate per non essere divertenti e battute geniali mai compiaciute per non essere irresistibili.

Una pallottola spuntata uno e due sono film che hanno una formula semplicissima eppure quasi irripetibile. Non c’è modo di farne un metodo: la miscela che trasforma la battutina in capolavoro ha troppi elementi incontrollabili per ripeterla a piacimento.

Sono film che hanno soprattutto un grande potere: liberano la stessa risata a me e alle mie figlie. Non sono molte le occasioni in cui puoi condividere una risata sguaiata con un figlio adolescente. Non sono molte le occasioni in cui condividi una risata sincera con nessuno, in verità.

Il segreto dei grandi è quello di fare anche orribili schifezze – perché mica tutti si possono permettere la carriera e le manie di un Chaplin – ma senza parlarme troppo in giro. Alcuni film di Nielsen erano puro orrore, troppo brutti perfino per diventare contro-cult. Devi dimenticarli e aspettare la prossima pallottola spuntata.

Stupenda la sua faccia, sempre piatta e priva di espressione. Il segreto principale della risata – lo raccontano tutti i grandi – è proprio questo: restare seri e tranquilli anche nel cuore delle più allucinanti follie.

Ora che ci penso, non è solo del grande Leslie Nielsen che sto parlando: sto parlando di un mito che se n’è andato lo stesso giorno ma in modo molto più teatrale. Troppo. Avesse dovuto farci un film, non avrebbe mai accettato un finale così poco italiano.

Matteo Rinaldi

novembre 30th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti

Bello scrivere

Spesso scrivo in posti che non assomigliano a una scrivania. D’altra parte scrivo con strumenti che non assomigliano a penne, matite, tastiere. Scrivo guidando, camminando, guardando. Scrivo davanti alla televisione, scrivo facendo sport, scrivo parlando con le persone. Scrivo da qualche parte nella testa. Virtualscrivo.

Comincio dando corpo al pezzo. Poi un’anima. Poi un senso. Infine un taglio. Di cosa parlo, perché ne parlo, in che modo ne parlo. Se tutto fila, ricomincio da capo, dall’attacco. Qualche volta dal titolo.

Il più delle volte mi basta per decidere che non lo scriverò. Uscirebbe qualcosa di decente? Sì, ma non quello che speravo. Perciò lo cancello – giuro: rincuorato – e lo dimentico.

Se mi convinco, lo scrivo davvero. Scrivendo, il pezzo cambia forma ma non sostanza. Qualche volta nasce già a posto: bastano tre o quattro riletture, quindici-venti correzioni, una dozzina di aggiustamenti.

Più spesso devo limare. Sbuffare. Litigare. Con me stesso più che con la lingua italiana. Mi incarto sulla lunghezza delle frasi, mi irrito per due irritanti che nella stessa frase, mi agito sui tempi dei verbi.

Arrivo alla firma, trovo la foto, faccio il titolo e salvo.

È quasi finita. Anche il pezzo su Roberto Saviano, che precede questo post, è nato così. Ho fatto solo un piccolo cambiamento, prima del via. Riletto un’ultima volta, ho capito che non mi convinceva ancora. Poi ho capito.

Ho tagliato l’ottanta per cento di quel che avevo scritto. Puff! Pare difficile, invece è bellissimo. Ho pubblicato, decisamente più convinto. Adesso ci siamo.

Matteo Rinaldi

novembre 29th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non spiega si piega | | 5 commenti

Saviano, il valore è nell’errore

Analisi della comunicazione di Roberto Saviano: perché buca lo schermo senza rispettare le regole codificate

Roberto Saviano: odiato o amato, indifferente mai. Per quel che dice o per come lo dice?

Perché Roberto Saviano buca lo schermo portando milioni di spettatori su Rai 3? Bastasse dare notizie spiegandole chiaramente, di trasmissioni come la sua ne farebbero a decine. Ma non è così.

Saviano conquista l’attenzione come sa fare solo un bravo attore. Addirittura meglio, ho pensato quando l’ho visto la prima volta. Ma come può fare meglio di chi eccelle non solo con le parole ma anche e soprattutto con corpo e voce?

Il fatto è che gli attori seguono schemi rigorosi. Lo possiamo fare tutti, imparando le regole e  mettendoci impegno. Saviano invece va fuori dalle regole classiche della comunicazione efficace. Con la voce e ancor più con il corpo.

Con la voce evita accuratamente il tono televisivo per eccellenza, quello autorevole. La sua narrazione è sempre carica di intenzione ed entusiasmo ma nel contempo pacata, mai declamante. Anche nei momenti in cui spiega le realtà più crude, non le enfatizza se non col sorriso. Con il risultato, straordinario, di enfatizzarle davvero.

La differenza con gli altri è evidente: chi parla davanti a una videocamera – e in generale in pubblico – usa istintivamente un tono televisivo: ritmo veloce, alto volume, enfasi, entusiasmo. Il discorso che ne esce è carico di energia e autorevolezza. Evidente quanto costruita.

Saviano pare arrivare da Marte. Sembra parlare a un amico seduto al suo fianco, al bar: ti dico come la penso, ma non voglio convincerti di nulla. Non alza mai la voce. Non ha paura dei silenzi. Anzi, lascia che le pause prendano il sopravvento.

Gli oratori sono terrorizzati dai momenti di vuoto e di silenzio: lui ci naviga, non lascia mai trasparire  l’umano timore di perdere il ritmo del discorso. Si blocca, sorride, aspetta. Si lecca le labbra come se cercasse le parole per spiegare meglio quel che già spiega benissimo.

Ancora più singolare l’uso del corpo. Si muove sempre morbidamente, dinoccolato, spalle basse, mani che cercano aiuto nel’aria. Il suo punto forte è nell’uso della testa, con cui alterna due movimenti stranianti che lanciano segnali opposti: il primo distacco strafottente. Il secondo, un attimo dopo, totale empatia.

Il distacco arriva dal suo continuo alzare la testa, portando il mento in primo piano con un sorriso ironico, alla giovane Celentano. Questo gesto grida sicurezza ostentata e pure un pizzico di strafottenza. I nemici ci leggono distacco e superiorità. Guardare questi tre scatti per credere.

È un movimento istintivo che spesso non ha niente a che vedere con quello che pensiamo. Ma è il movimento che si fa, da ragazzi (spesso anche da adulti) quando si lancia una sfida: “Vieni avanti, non ti temo: al punto che ti mostro la mia parte più vulnerabile, il collo. Attacca se hai il coraggio”. È una sfida che probabilmente Saviano lancia inconsciamente non a noi, ma ai suoi interlocutori. O forse non è niente di tutto questo, chissà.

Quello che invece trasforma il distacco in empatia è un movimento apparentemente simile ma dal significato completamente opposto. Lo facciamo tutti, inconsciamente, quando cerchiamo di comunicare a chi ci sta di fronte che siamo sinceri e ci fidiamo: pieghiamo la testa di lato mostrando il collo. Come nelle foto che seguono.

Questo messaggio è completamente diverso: “Ho talmente fiducia in te che ti mostro la mia parte più vulnerabile, il lato del collo”.

Ecco gli stessi movimenti negli scatti di alcuni attori: la testa piegata di lato (Clooney, Zeta Jones, Carrey) vi lancia segnali positivi; la gola in bella vista (Mouriño, Piotta) negativi.


In queste foto la differenza è evidente. Ma, sappiatelo, non è mai immediata dal vivo. È anche per questo che a volte proviamo antipatia o attrazione per qualcuno senza capire il perché. E soprattutto: senza che lui possa capire perché risulta piacevole o spiacevole.

Ah, il linguaggio del corpo (quello di Saviano e di chiunque ne faccia buon uso) va studiato solo per capirlo, non per cercare di imitarlo. Per usare meglio il proprio corpo, ovvero per frenare i suoi errori e valorizzarne i valori, bisogna innanzitutto capire le ragioni per cui, inconsciamente, lo sfruttiamo poco e male. Uno dei migliori sistemi è fare un bel corso. Indovinate con chi.

Matteo Rinaldi

novembre 25th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 10 commenti

La storia siamo noi

Dal libro “L’ultimo dei barcari” al museo più spettacolare del mio entroterra: quante cose scopri solo a metterci un po’ di voglia.

Nella foto: un burcio carico in navigazione. Niente vento, quel giorno.

Con un salto in libreria sono inciampato sull‘Ultimo dei barcari, libro sulla navigazione fluviale in Veneto scritto da Riccardo Cappellozza con l’aiuto del giornalista Francesco Jori. Da amante di tutto ciò che galleggia, ho assaggiato una pagina a caso: “... la navigazione fluviale era una grande realtà in tutto il nord Italia: migliaia di tonnellate di merci che viaggiavano via acqua, silenziose e pulite. Perché morì? Venne uccisa dalla Fiat: gli Agnelli volevano vendere più camion e tanti saluti a una storia millenaria”.

Comperato, letto, apprezzato. Sapevo poco della navigazione fluviale. Eppure avevo studiato i fiumi vicentini, scoprendo tutto quello che c’è sotto. Ma di quello che c’era sopra non conoscevo niente. Era ora di riempire il vuoto.

Immaginavo barche leggere, lunghe tre o quattro metri, con una portata di duecento chili. Pensavo fosse questa la navigazione fluviale nel Veneto. I barconi li immaginavo solo lungo il Po.

Ho scoperto navi di trenta metri che portavano 80 tonnellate: al confronto, un tir pare un furgoncino. Ho scoperto che dal Bacchiglione al Sile, dai canali alle lagune, dall’Adige ai corsi artificiali, centinaia di barche (da ora in poi col loro vero nome: burci) hanno trasportato tonnellate di sale, pietre, grano, pelli, legna, metallo. Hanno costruito, sfamato, vestito, arricchito il Veneto.

Ho scoperto che c’era un porto dietro ogni insenatura. Che contrà Burci di Vicenza, strada che ho percorso migliaia di volte per portare le ragazze alle elementari, non è dedicata a un Almerico Burci pittore o a uno Zibaldone Burci monsignore. Qui costruivano e riparavano le barche da carico della città.

Ho scoperto che i burci non avevano motore. Fino alla fine degli anni cinquanta li spingevano vele, remi e cavalli. Quando non c’era vento, vai col remo. Quando non bastava a contrastare la corrente, vai con i cavalli, che tiravano la barca dalle sponde. E quando i cavalli non arrivavano, avanti lo stesso: tirava il marinero. Sessanta tonnellate, metro per metro.

A naso la vita del barcaro era dura quanto quella di tutti, all’epoca, ma forse anche di più. Eppure non ce n’è uno che non la ricordi con lacrime e orgoglio. In un’epoca in cui vedere Venezia era un sogno (neanche in viaggio di nozze si arrivava così lontano), loro arrivavano in piazza San Marco dal cuore della città, cioè dall’acqua. A testa alta: neanche i gondolieri, che oggi fermano vaporetti, mototopi e petroliere, potevano ottenere la precedenza da un burcio incazzato. Non a caso gli dipingevano a prua due occhi grandi così: via tuti, parché tanto no me fermo.

Il libro è bellissimo. Riccardo Cappellozza è stato l’ultimo ad abbandonare il mestiere, nei primi anni sessanta. Ma un giorno, guardando il canale Battaglia su cui tante volte aveva navigato, fu colpito da un fatto curioso: cominciava a perdere la memoria. Come si chiamava quel pezzo là, quello che si sistemava a prua quando pioveva? E con cosa proteggevamo quel tipo di legno dall’umidità?

Niente di strano: la perdita della memoria è un classico di cui noi italiani siamo maestri. e noi veneti professori. Ma lui era un testón. Chiese a un paio di vecchi colleghi, ma ne ricavò solo qualche mah e boh: acqua passata, Riccardo! Eh no, s’incazzò. Decise che tutta quella vita non doveva andare perduta.

“Ndove veto?” chiese la moglie la mattina del giorno dopo. “Fóra” rispose lui. Non andava mica al bar. Andava a inventare un museo. Dal principio.

“Se dimenticavo io, chissà gli altri. Cominciai questa sfida nel modo più semplice: un porta a porta da tutti i vecchi barcari che conoscevo. A chiedere pezzi, ricordi, storie. Sapevo che ognuno aveva tenuto qualcosa, magari in cantina: un timone, una vela, un ferro del mestiere”.

Ci vogliono anni, chilometri e bestemmie prima che Riccardo si convinca di avere abbastanza storia tra le mani. “Per ottenere un timone che non volevo mancasse ci ho impiegato otto anni. Otto anni di offerte e preghiere. Ma alla fine, eccolo qua“. Ora può mettere in piedi il suo sogno.

Oggi il museo è a Battaglia Terme. Qui il sito e questo il sito dell’autore: Ma usatelo solo per trovare la strada. Va visto, toccato e annusato, questo mondo raccolto pezzo per pezzo da un uomo solo. E va visto meglio di come l’ho visto io.

L’ho visitato praticamente di sfuggita perché all’ingresso, in biglietteria, c’era un bigliettaio con la faccia da veneto doc, le mani forti e la giacca della domenica: Riccardo Cappellozza. Gli ho stretto la mano, ringraziandolo. Così mi ha raccontato tutto quello che non ha scritto nel libro e perfino qualcosa in più. Poi è arrivata l’ora di chiusura e ho fatto almeno un giro veloce.

C’era un albero enorme che neanche il Maltese Falcon, modernissima nave a vela di dimensioni paurose. Che albero!, ho detto. “Albero? - ha risposto Cappellozza – Ma no, quella era una barra del timone“.

Non ho più detto niente. Ho toccato una decina di pezzi (ce ne sono centinaia) e mi sentivo come quando voi ascoltatate la musica che più amate. Non sentite suoni, sentite armonia. Non sono dei pezzi, sono la storia. La mia. Argani, bozzelli, timoni, vele. E poi plastici dei nostri fiumi coi ponti di barche, perfette ricostruzioni in scala delle chiuse, progetti originali, foto in bianco e nero con facce che sembrano prese da un film di De Sica. Ma a guardarle bene, sono proprio quelle dei nostri nonni e papà.

Già mi veniva da piangere a sfiorare tutta quella roba. Poi Cappellozza mi ha raccontato di un recente convegno internazionale sulla navigazione fluviale. Pensava lo avessero invitato per il museo. Invece i delegati di Svezia, Norvegia e un’altra mezza dozzina di paesi all’avanguardia lo hanno bombardato di domande perché, parole loro, “nessun paese al mondo ha scritto la storia della navigazione fluviale come l’Italia. La racconti anche a noi che vogliamo imparare“.

Insomma, oggi il mondo rilancia il trasporto sui fiumi e viene qua a studiare. E noi? Noi non ci pensiamo nemmeno. Siamo troppo avanti: continuiamo a far vendere camion che nel frattempo abbiamo smesso di costruire.

Un giorno torno da solo, mi chiudo dentro e sto cinque ore ad accarezzare un bozzello che è stato costruito nell’esatto giorno in cui l’artigianato si è definitivamente arreso all’industria. L’autore, probabilmente un ex fabbro trasformato in operaio specializzato, ha realizzato a mano un pezzo in stile perfettamente industriale – squadrato, regolare, asciutto – ma poi, forse per lasciare un ricordo, lo ha istoriato con un ghirigoro degno dello scudo di un cavaliere di ventura. Il suo addio a un mondo. Pensavo che solo nella Lambretta esistessero pezzi così.

Complimenti a Francesco Jori, coautore del libro. Essendo un grande giornalista, si è limitato a mettere ordine nel racconto di Cappellozza, a tagliare il troppo, a semplificare le complicazioni. Così voi salite a bordo e viaggiate leggeri con la corrente a favore, spingete quando occorre, smontate l’albero prima di passare sotto ogni ponte, chiamate a bordo il peota del luogo quando non conoscete le secche.

Ogni tanto vi godete l’alba a Venezia. Se c’è vento, filate come treni per tutta la laguna. Vi sentite gli uomini più felici del mondo e finalmente sapete perché.

Matteo Rinaldi

novembre 22nd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 2 commenti

Il nome della resa

Perché è così difficile capire e ricordare il nome delle persone quando ci si presenta

Il nostro nome è così volatile che varrebbe la pena di scriverlo sulla maglia, pur di farlo ricordare

Una delle cose più difficili nella vita è presentarsi a una nuova conoscenza e fargli ricordare il nostro nome. C’è solo una cosa ancor più difficile: ricordare il suo. Dopo un quarto d’ora di chiacchiere sappiamo cosa fa, cosa pensa, come sorride. Lo abbiamo già fissato così saldamente nella memoria che lo riconosceremmo, per strada e di spalle, a due anni di distanza. Ma il suo nome… Puff! È svanito, evaporato. Il bello è che l’interlocutore ha gli stessi problemi e arranca quanto noi.

Poco importa, dice qualcuno. E sbaglia. Il fatto che il nostro nome sia ricordato ci garantisce più simpatia, più fiducia, perfino più credibilità. Se al bar incrociate una persona e ricordate il suo nome, andate a salutarlo più volentieri.

Ai corsi di comunicazione, proprio per questo, si comincia registrando una presentazione. Per scoprire, con sorpresa, che il nostro benvenuto al mondo è un “Bngiorn, mi chiamo Flvi Rosst e progetto caldaie industriali”.

L’interlocutore ricorderà la nostra voce, l’espressione, forse anche le caldaie. Ma non saprà mai se siamo Flavio, Fulvio o Elvio, Rosato, Rossato o Rossetto.

La soluzione esiste. Possiamo ripetere il nome due o tre volte. Se non lo facciamo è perché temiamo di essere presi per squilibrati. Sbagliando: chi ci ascolta sarebbe solo grato e felice. Meglio ancora: possiamo pronunciarlo bene, lentamente, con una bella pausa e magari con una battuta che aiuti a ricordarlo. Io dico: “Mi chiamo Matteo, come il primo degli evangelisti. Matteo, autore del vangelo più breve e più godibile: Gesù fa miracoli semplicissimi, due pezzi di pane e tutti son contenti. Luca e Giovanni sono stati costretti a fargli spostare montagne ma ormai non si stupiva più nessuno”. Il mio nome arriva.

Se il nome è difficile meglio ancora: un riferimento, un’assonanza si trova sempre. È facile presentarsi bene anche se il tuo nome è Chang Li Hong, Eshten Bjeshkan o Goffredo Branciamore. In trenta secondi smontiamo il nome, troviamo una chiave semplice e ricordabile e proviamo finché non funziona. Mai fallito, nemmeno una volta.

All’ultimo corso è arrivato un ragazzo dalla Sri Lanka. Il suo nome: Gaviwensia Hettegi Vashwi Thekshene. Credo di aver avuto la stessa espressione di fronte al primo cubo di Rubrick.

Matteo Rinaldi

novembre 15th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 8 commenti

Il giusto modo di tenersi a galla

L’alluvione vicentina raccontata da chi l’acqua la conosce davvero

Giorgio Xodo è il papà della mia passione velica. Non lo avessi trovato sulla mia strada – “sulla mia rotta”, correggerebbe lui – avrei abbandonato presto questa infame passione per darmi alla coltivazione delle orchidee.

La mattina della grande alluvione, quando il Bacchiglione ha superato gli argini invadendo la zona di Ponte degli Angeli, lui era là per primo. Un marinaio l’acqua la sente anche se vive a chilometri di distanza. Giorgio aveva caricato in auto la sua barchetta piegabile, l’aveva sistemata (“armata”, puntualizzerebbe) e raggiunto la zona centrale prima di tutti.

In questa foto ha appena parcheggiato (“ormeggiato”, correggerebbe) nell’aiuola di piazza XX Settembre per fare il punto della situazione.

Ero fuori città in quei giorni. Tanto meglio per me. Nelle prime ore di quel mattino, il comandante in capo, altrimenti detto commodoro, aveva remato per il quartiere in lungo e in largo suonando tutti i campanelli per avvisare che l’acqua stava salendo. A fare in fretta, si poteva salvare il salvabile.

Dopo un po’ erano arrivate anche le forze dell’ordine: polizia, polizia locale, carabinieri, vigili del fuoco. Immagino gli agenti che si trovano davanti un uomo impassibile, che rema alla veneta in una barca piegabile. Non solo rema: consiglia. Anzi, ordina. In tono basso e professionale. “Ritengo che se suonaste le sirene la gente sarebbe costretta a svegliarsi, ad aprire le finestre, a scendere le scale. Meglio farlo immediatamente se vogliamo salvare piani terra, negozi e garage”.

Niente da fare. Non siamo più abituati a prendere l’iniziativa, che è poi quello che bisognerebbe fare davanti alle emergenze.

Anche sindaco e assessore sono arrivati molto presto. Il tempo di fermarsi attoniti davanti al nuovo lago cittadino che Giorgio li ha raggiunti a remi: “Ho chiesto loro se volevano salire: li avrei accompagnati nell’epicentro. Ma niente. Mi hanno guardato con due occhi così senza neanche rispondermi. Robe da matti. Sono ripartito a suonare i campanelli”.

Voglio bene al mio commodoro, ma riesco anche a capire il sindaco. Arrivi stravolto, vedi la tua città allagata e ti trovi davanti un comandante di marina, calmissimo, su una mini-barca pieghevole, che chiede (Giorgio parla così): “Ritengo  sarebbe opportuno che voi verifichiate di persona la situazione dal suo punto cruciale. Salite a bordo: vi accompagno”.

L’acqua è salita a una velocità impressionante: da pochi centimetri a un metro e mezzo. I primi ad arrivare sono riusciti a salvare il più possibile.

Poi sono arrivati i fotografi e infine i mezzi speciali. Le foto del comandante in azione (qui sopra) sono finite su tutti i giornali nazionali. “La sopresa più bella – mi ha poi raccontato – l’abbiamo avuta più tardi. Un po’ alla volta sono arrivate decine di persone, per lo più ragazzi, dicendo semplicemente: siamo qui per dare una mano. E l’hanno data! C’è una differenza abissale tra cercare di cavarsela in cinque e in trentacinque. Fantastici”. Ascoltavo questa storia e pensavo: non va poi così male il mondo.

Oggi Vicenza è già la vecchia Vicenza. Asciutta ma soprattutto molto migliore nelle difficoltà che nella normalità. Ho chiesto a Marco come andava: ha avuto il negozio allagato e pulisce da una settimana. È di fianco alla pasticceria Bolzani, dove bevo il caffè tutte le mattine. Avevano appena rifatto tutto l’arredamento e avevo un po’ di timore a entrare.

Come va? De sicuro mejo del Vicensa, che gà ciapà quattro barete” ha risposto ridendo. Anche il caffè di Bolzani era buonissimo.

Matteo Rinaldi

novembre 10th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 12 commenti

Viva la mappa col pomodoro

Anche l’affidabilità dei navigatori satellitari è una questione politica

Quante le strade che un uomo farà, cantava Bob Dylan che non aveva un navigatore. Io ce l’ho ma faccio di testa mia comunque. Sbaglio quasi sempre. Quasi.

Tornando da Montegrotto Terme, direzione casa, il Tom tom mi invita a prendere una strada stretta e lenta per superare la linea ferroviaria Padova-Bologna.

Curioso: c’è una superstrada che a me pare decisamente più comoda e lui non la considera nemmeno. La seguo. Ci vuole coraggio per disubbidire al navigatore.

Infatti se la prende. Per lui sto attraversando campi di grano. Invece la strada è velocissima: scopro che ha sostituito la vecchia, che incrociava la ferrovia e le cedeva il passo davanti alle sbarre abbassate. Ricordo le lunghe attese per un espresso, un merci, un locale.

Oggi le sorvolo guadagnando un buon quarto d’ora in pochi chilometri. Curioso che il navigatore ignori un’opera così importante.

Più avanti, verso Vicenza, mi accorgo che non si è ancora ripreso: prende cantonate a raffica. Mi segnala una gigantesca rotatoria che invece non c’è: è stata evidentemente eliminata, perché la strada è perfettamente diritta. Poi un’altra, ancor più faraonica. Ma neanche questa esiste: l’hanno sostituita con… campi d’erba e di grano.

Singolare però. È la prima volta che vedo una strada cedere il passo alla natura, nel nostro paese. Che sorpresa. Che bellezza.

Che imbecille. Lo capisco alla terza rotatoria fantasma. Il navigatore non mi indica strade del passato ma dal futuro. Sono le nuove rotatorie per l’autostrada Valdastico sud, fortissimamente voluta dalla politica nostrana. I lavori procedono rapidi, ma non quanto vorrebbe farmi credere il navigatore. Per lui è già tutto pronto e percorribile.

Di che mi stupisco? Questa è casa mia. Un posto dove le opere pubbliche statali, anche quando funzionano e servono, pare non esistano nemmeno. Le ferrovie secondarie poi, puah, chi la bada?

Invece le opere sponsorizzate dalla politica del fare (pazienza se pubbliche) brillano già nell’immaginario, nel sogno e negli schermi dei navigatori, anche se ancora sulla carta.

Secondo me non vale. E comunque sono sicuro che in Svizzera e in Nuova Zelanda non fanno così. Neanche in Congo mi sa.

Matteo Rinaldi

novembre 9th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

L’Adriatico è il mio viatico (5)

Si ritorna. Ma per la prima volta nella carriera, il maltempo imperante ci induce ad abbandonare la nave. Ultima puntata!

Un’immagine di navigazione scattata nell’unico giorno di bel tempo. Figuratevi gli altri (foto Stefano)

Curioso raccontare alluvioni in mezzo al mare proprio nel mezzo di un’alluvione in piena terra. Scrivo infatti da Vicenza, assediata in questi giorni dalle acque del Bacchiglione, del Retrone e del Tesina. Più che assediata: conquistata. L’acqua ha invaso strade, garage e case.

Un vantaggio c’è. Mi è più facile ritrovare l’atmosfera di quella domenica mattina, 17 ottobre, ultimo giorno di viaggio. Ci svegliamo ormeggiati nel cuore di Cherso. Da qui intendiamo raggiungere la base di partenza, lasciare la barca, prendere l’auto e tornare a casa.

Mi sveglio in clamoroso anticipo. Perché mai? Perché ho sempre attivo il sesto senso del navigatore occasionale.

Il rumore delle notti in barca è sempre piacevole. C’è lo squash delle onde che sbatacchiano dolcemente sullo scafo. Lo sgniit di qualche cima che si tende. Il ronf dei compagni di viaggio. E poi, la mattina, il rumore del porto che si sveglia: il pot pot dei motori, gli Hei! dei marinai, il cokai dei gabbiani. Niente disturba il tuo sonno.

Ma se il rumore è fiuuuuuuuuuuuu, assieme a wooooooooooosh, con molti zzzow e tanti grieeeeek, allora cambia tutto. Questo è il suono che precede la battaglia.

Fiuuuuuuuuuuuu è il rumore del vento quando schiaffeggia la barca, s’infila nei mille pertugi, fischia e ulula incontrando il primo ostacolo sulla sua strada dopo chilometri di pace. Non è bello se l’ostacolo siete voi.

È un suono che impressiona. Lo stesso che faceva la mamma – se la vostra raccontava bene le storie – quando mimava il soffio del lupo cattivo che spazza le casette dei porcellini. Qui, nella mia favola, mi sento più indifeso dei porcellini.

Wooooooooooosh è il rumore della Bora che ti passa sopra la testa. Chissà perché solo in barca lo senti così forte, il vento. Hai voglia a dirti che in città è uguale. Là ti proteggono muri, mattoni, porte, doppi vetri e soprattutto la solidità di un pavimento. Qui no. È brutto il woooooosh in barca. Non serve neanche scriverlo maiuscolo.

Zzzow non rende come dovrebbe. Sono le frustate, quasi elettriche, che danno cime, anelli, redance e bozzelli, cioè gli elementi metallici sulla coperta. Eppure li abbiamo fissati magistralmente. Ma niente da fare, frustano, sbattono, cigolano, pigolano, ansimano, crocchiano dappertutto. Accompagnano il crescendo della tensione come i piatti di un’orchestra.

Mettiamo fuori il naso. Nello stesso momento, a Venezia, i commissari delle regate previste in giornata stanno facendo la stessa cosa. Ignoriamo che, dopo breve e saggia analisi, decideranno di annullare ogni sfida.

Sappiamo che la situazione in porto non è la stessa che in mare. In mare è sei volte peggio. Solo la temperatura è uguale: un freddo assassino. Ho i pantaloni (prestati) ancora asciutti. Non è poco. Scarpe e calzini sono sempre bagnati, ma non è così grave. Lo raccontano anche i velisti professionisti: se il calzino è di qualità, tiene caldo anche bagnato.

“Vado a fare un giro, a sentire le voci, a vedere il mare” dice Elvio, che ha visto tutti i mari e le tempeste del mondo. Torna con tutti i capelli diritti sulla testa: riunione, bisogna decidere il da farsi.

Le nostre riunioni sono una meraviglia perché ricordano quelle di un noto partito politico: tutti sempre d’accordo col capo. Noi siamo ancora meglio: tutti sempre d’accordo, anche senza un capo.

“Beh, io direi che… Insomma, il tempo è orrendo, quindi…” “Anche secondo me. siamo in vacanza no? Chiudiamo in bellezza”. “Cioè, quindi, in pratica, si tratterebbe di, ovvero…” “Lasciamo la barca e torniamo in pullman. È ormeggiata da dio e al sicuro: paghiamo quel che c’è da pagare e vaffanculo.”

Approvato all’unanimità. Non c’è un voto contrario! Torna a imperare il buonumore. Basta avvertire quelli del charter e poi via. Amici, che bella vacanza! Pronto, ragazzi del charter?

“Fate come volete. Voi siete al comando e dovete decidere. Però vi avviso: in questa stagione zero bus, niente traghetti, nessun mezzo. Autostop su qualche peschereccio, se avete fortuna. Perciò noi vi consigliamo di partire. Ci  fidiamo di voi. Vi mettete in sicurezza, partite con motore a duemila giri e tirate fuori un po’ di fiocco per contrastare onda e sbandamento. Fate sei ore con mare brutto, ma almeno arrivate”.

Comincio a capire perché gli italiani vanno per mare sempre ad agosto, quando si spende un sacco, c’è sempre caos, non trovi mai posto, eccetera. È perché fa caldo, ci sono traghetti e bus, la roba bagnata si asciuga. Non sono così scemi come pensavo.

Hei, ma che ci importa? Siamo in ballo e balliamo. A partire preparati poi, ce la possiamo cavare benissimo. Sistemiamo tutto con una forza tranquilla che se ci vede Mouriño ci porta tutti con lui al Real Madrid. In cinque minuti non c’è uno spillo fuori posto. Non c’è uno stuzzicadenti che possa cadere. Non c’è una cima in disordine. Non c’è uno sguardo a disagio. Unici rumori: gli zip di tasche e cerniere che si chiudono.

Usciamo su un mare deserto e grigio. In fondo, massì, è bello anche così. Il linguaggio con cui comunichiamo tra noi è come sempre folle e irreale, ma allo stesso tempo funzionale e cortese: “Elvio, siediti meglio. In quella posizione leggermente insicura mi metti angoscia: se arriva un’ondata finisci in acqua”. “Non preoccupatevi, mi sento sicuro”. “Elvio, rientra immediatamente altrimenti saremo costretti a prenderti di peso e legarti all’albero maestro. Molto stretto, ti assicuriamo”.

Parliamo veramente così, non è una battuta.

Io sono l’unico che non ha i pantaloni protetti dalla cerata. Né scarpe e guanti asciutti. Lascio timonare gli altri e mi sento inutile per l’ennesima volta: pazienza. Bello vedere la fatica che fanno all’inizio, quando il mare monta sempre di più, metro dopo metro fuori dal porto e dall’insenatura. La barca risponde male a qualsiasi comando e va più o meno dove vuole.

Eppure a nessuno viene in mente di criticare, ordinare, consigliare o prendere il comando. Nessuno si sente più bravo. O magari sì, ma fa finta di niente. Siamo abituati così: si lascia fare. Anzi, si sorride al timoniere anche dopo un errore clamoroso, per dare fiducia.

In questo modo il timoniere ritrova la calma e riesce a dare un senso a quel che fa. Dopo dieci minuti comincia a controllare la barca, ad accompagnare le onde, ad anticiparle, a sentire il vento e perfino a mantenere una rotta precisa.

“Ragazzi, che dite? Stiamo filando a cinque nodi. Tiriamo fuori un po’ di fiocco? Dai, che viaggiamo meglio”.

Basta un fazzoletto di fiocco per trasformare l’andatura in una corsa: la barca si stabilizza, diventa più bella, accelera decisamente. La velocità passa a otto nodi. Quando arriva l’onda al giardinetto (in linguaggio nautico: non proprio in mezzo al sedere ma su una delle due chiappe) il Bavaria si alza di un metro e mezzo e… vola. Letteralmente, vola come un windsurf. Un windsurf di ottomila chili.

Macché sei ore. In meno di quattro ore siamo già al porto. Fiocco e surf ci hanno abbonato quasi metà fatica. Meglio non poteva andare. Quasi non sentiamo più pioggia e bora, che continuano a bastonarci.

Il problema ora è ormeggiare. Ormeggiare significa fare slalom tra barche grosse, pesanti e costose almeno quanto la tua. Anche qui la bora è forte e spinge la barca dove vuole: una toccata alla barca vicina significa danni. Centinaia di euro, se va bene.

“Matteo tocca a te. Sei tu il più bravo”. Bene. Finalmente servirò a qualcosa.

Roar! Rumble! Rooooarr! Mi dò da fare col motore. “Bene ragazzi, ecco, ora per contrastare il vento poggio un po’ e porto la prua a sinistr…”

Svoooosh! La barca vola a destra verso un Sunbeam da trecentomila euro.

Roar! Rumble! Rooooarr! “Calma ragazzi, piccolo errore, un colpetto di motore e mi rimetto in centr…”

Svooooosh! La barca vola dalla parte sinistra verso un Hallberg Rassy da quattrocentomila euro.

Roar! Rumble! Rooooarr! “Calma ragazzi, ho trovato la soluzione: Aiutooooooo!”

Rischiando il tutto per tutto esco da quell’intrico (Roar! Rumble! Rooooarr!) e mi affianco alla banchina (Roar! Rumble! Rooooarr!) per far salire al volo quello del charter. In mezzo minuto (lui non fa Roar!, fa pot pot pot) ormeggia perfettamente. Com’è che mi sentivo prima? Ho già usato per caso la parola inutile?

Adesso è finita davvero. Ormeggiati e rilassati (tutti), ormeggiati, bagnati e inutili (io) scarichiamo le borse e via.

“Elvio, mi dai le chiavi della tua Vindicator of Nagasaki?”

“Certo. Sono qua… Anzi no, sono là. Anzi, le ho messe assieme ai documenti e… I documenti… Oddio, li ho persi! Le chiavi! I documenti! Perso tutto!”

Quando uno va nel panico, va nel panico. Elvio questo fa: va nel panico. “Li ho persi in mare! Sì, mi sono caduti prima! No, me li hanno rubati ieri sera al ristorante! Sono finiti nel wc!” E comincia a svuotare borse, sacche, bottiglie, sacchi a pelo. Cuccette, tavoli, letti, vele, gavoni. Niente.

“Calma ragazzi. Ora ci mettiamo tutti assieme e cominciamo a cercare: dalle borse ai cassetti fino al motore, se necessario. Due uomini per ogni elemento. Forza, in mezz’ora massimo troviamo tutto”

Dopo un’ora e l’analisi comparata di ogni centimetro quadrato (perfino dentro la macchina del caffé, perfino nei cilindri del motore) ci arrendiamo. E adesso? Il problema non sono le chiavi dell’auto. Lei può anche restare qua. Sono i documenti: senza non c’è modo di passare il confine. Elvio deve restare qua.

Quelli del charter, gentilissimi, ci lasciano la barca gratis: Elvio e Domenico possono fermarsi assieme. C’è pure la tivù e hanno cibarie per una settimana.

“Ragazzi, pazienza, torneremo a prendervi. In fondo in Italia bastano venti giorni per avere il duplicato di un documento. E poi siete in pensione, che fretta c’è?”

Io però sono un comunicatore. Cioè, in un certo senso anche uno studioso di atteggiamenti e azioni umane. E le nostre azioni sono banalissime. La risposta è quasi sempre dove dev’essere. Perciò non riesco a visualizzare la borsa dimenticata al ristorante. Tantomeno la borsa che cade, scivola in pozzetto, passa silenziosa davanti a sei paia d’occhi attenti, finisce in acqua… Non riesco proprio.

Dunque faccio un ultimo tentativo, la cosa più semplice e banale. Dove l’avrei persa io una borsetta con documenti e chiavi? Nel posto più cretino del mondo, l’avrei persa. Tipo la tasca esterna della prima sacca disponibile.

Zip, ecco chiavi e documenti. Escono dalla tasca di una borsa svuotata cinque volte da quattro persone diverse. Hei, forse non sono poi il marinaio più inutile del mondo. Bottiglia, risate e ci manca poco che per l’eccitazione non si riparta a guerreggiare con la cacciatorpediniera croata.

Comunque è una vita d’inferno. Onde, ormeggi, mal di mare, piedi bagnati per quattro giorni di fila, marina militare incazzata, insulti, faccia nel wc. Quale sarebbe la cosa più saggia da fare?

Quello che faccio appena torno a casa. Un salto a Decathlon, a Padova: pantaloni della cerata e stivali di gomma, modello “Navigatore occasionale”, 17 e 15 euro. Mi pareva non ci fosse niente di più saggio. (fine)

Matteo Rinaldi

novembre 3rd, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 9 commenti