A Natale sopporto quasi tutto

(m.r.) A Natale sopporto tutto. La pubblicità dei panettoni e quella dei cinepanettoni.

I babbinatale scampanellanti alla porta e i babbinatale rampicanti sui balconi.

Le mail con gli allegati animati e le mail con gli allegati mancanti. Hanno un loro cuore, anche se non sembra.

I regali più tragici e infelici, a partire dal profumo da uomo che da sedici Natali viaggia per il mondo senza trovare un padrone.

Ma gli sms no. Gli sms che recitano “Auguri di cuore a te e a tutta la famiglia”, firmati Pinco Palla e famiglia. Tutti li riceviamo, tutti.

Pinco Palla tenta da decenni di sistemare l’intero mondo conosciuto con un invio automatico a tutta la rubrica telefonica.

Vaffanculo Pinco Palla. Almeno la fatica di mandarli uno alla volta. Un secondo di attenzione ciascuno, Pinco Palla. Un secondo di cura.

dicembre 24th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 12 commenti

Bearzot non l’ho mai visto

Enzo Bearzot l’ho inseguito una volta accompagnando Franco Mognon. Franco era inviato del Corriere dello Sport – Stadio oltre che direttore di Nuova Vicenza.

Accompagnami – disse - andiamo a cercare Bearzot per un’intervista“. Sarà stato il 1984 perché avevo appena fatto la patente. Avrei pagato oro per provare la sua macchina: un terribile cassone inglese, motore 2500 turbo, squadrato e pesante. Non mi fece fare neanche dieci metri. D’altra parte non ebbi il coraggio di domandarglielo.

Partimmo verso Cortina, perché Bearzot aveva una casa, sua o forse in affitto, dove usava nascondersi dal mondo. Non c’erano telefonini e lui non aveva il telefono. Bisognava andare e provare.

“Come troviamo la casa?” domandai. Franco mi fulminò con lo sguardo: “Chiedendo. Che problema c’è?” Aveva un modo di chiedere che ricordava il tono di un generale di corpo d’armata quando ordina l’attacco. Il generale però è più gentile. “Signore. Signore, dico a lei. Cerco la casa di Bearzot. Me la indichi”.

Gliela indicavano. A me i montanari neanche rivolgevano la parola.

La casa appariva vuota e deserta. “Hum, secondo me è dentro, si nasconde – diceva Franco – È fatto così. Bisogna stanarlo”.

Scavalcammo il cancello, la rete, il muretto. Tentammo tutte le porte e le finestre. Riuscimmo a guardare dentro, in qualche modo. Non c’era.

Ha un’altra casa. Mi pare a Lignano” disse Franco.

Altri chilometri, dalle vette al mare. A Lignano stessa storia. In cinque minuti ci indicarono la casa.

Le case del mare sono più facili da forzare: meno difese, meno muretti. Ma niente. Probabilmente ci aveva visti arrivare e si era appiattito sotto un moscone, con la mano sul fornello della pipa per non far uscire il fumo.

Mi pare abbia una zia nel delta del Po” disse Franco.

Non lo trovammo mai. Era un’epoca così. Non so se ho imparato a fare il giornalista. Ma in casi estremi, posso propormi come topo d’appartamento. Chiamare ore pasti.

Matteo Rinaldi

dicembre 22nd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 0 Comments

Taci, il nemico ti ascolta

Credi che ascoltare sia più importante che parlare? Allora ascoltami un momento.

Commentando il post precedente, Diego Illetterati – questo il suo blog su marketing e pubblicità – sostiene che la capacità di ascoltare viene prima della capacità di comunicare. Ovvero che per sapersi spiegare è doveroso saper ascoltare.

È vero. Ma cominciare alla rovescia offre vantaggi maggiori. Chi partecipa a un corso di comunicazione parte già da un ottimo presupposto: è disposto ad ascoltare un perfetto sconosciuto in mezzo a perfetti sconosciuti. Chi non crede nell’ascolto nemmeno si sogna di partecipare a un corso. E neanche di leggere un post.

Per imparare ad ascoltare si può tranquillamente fare il percorso inverso: imparare prima a comunicare.

Credo che la mia esperienza sia interessante. Vengo dal giornalismo, che ha nell’ascolto un punto di forza. Come posso raccontare una storia, un’esperienza, un’idea se non riesco a farmela raccontare bene da chi l’ha vissuta?

Purtroppo l’immagine dell’ascolto che ci dà il giornalismo televisivo è completamente sbagliata. Avete presente il Brunovespa di turno che pone la sua domandina e poi incrocia le mani aspettando la risposta?

Questo non è ascoltare. È un passivo udire, nell’attesa di una pausa, per porre la domanda successiva, o di un errore, per alzare il dito indice e mettere in difficoltà l’interlocutore con una nuova geniale domanda.

Detto che ho usato apposta il peggior esempio possibile (quello di Vespa non è giornalismo, ma una cosa di cui non è bello scrivere il nome), bastano due interviste per capire che questo ascoltare non ti porta da nessuna parte. Per ascoltare davvero devi comunicare.

C’è un giochino semplice che uso in alcuni corsi di comunicazione, quando mi accorgo che le persone sono troppo bloccate. Scelgo due persone da intervistare e le dò in pasto a due gruppi che si improvvisano intervistatori.

Le domande sono difficili. Si va da “Con chi ti piacerebbe far l’amore” a “Per chi voterai alle prossime elezioni”.

Alla fine dell’intervista (cinque minuti di tempo), il primo gruppo ha raccolto tre risposte banalissime: mezza riga ciascuno.

Il secondo è ancora alle prese con la prima domanda. Ha riempito una pagina di appunti, discute e si diverte.

Cos’è successo? Che al primo gruppo ho detto semplicemente: “Ponete le domande e aspettate le risposte. State in ascolto e prendete appunti”. Il risultato è zero o poco più.

Al secondo gruppo ho detto: “Fate la domanda e cominciate voi a dare una risposta. Dite la vostra opinione. Dite la verità: con chi vorreste fare l’amore voi? Per chi votate? Apritevi, raccontate le vostre idee e soprattutto i vostri dubbi”.

Come per magia, l’intervistato non solo parlerà molto più liberamente, ma gli verranno in mente cose che nemmeno immaginava.

Ascoltare in silenzio non serve a niente. Bisogna parlare, spiegare, comunicare per ottenere concetti, idee, comunicazione.

Un’ultima nota. Anche l’ascolto puro e semplice non è fatto solo di orecchie aperte e attenzione. È fatto di voce ma anche di corpo, di braccia, di gambe, di occhi e di sorrisi.

Nella foto del post precedente, Al Pacino ascolta il suo interlocutore mandandogli solo segnali negativi: viso buio, rigidità, gamba incrociata dalla parte opposta rispetto a chi parla.

Quando ascoltiamo in una posizione come quella della foto, il nostro interlocutore farà fatica a comunicare con noi in modo sciolto e aperto. Fateci caso quando qualcuno vi parla. Se il vostro corpo e il vostro viso comunicano così, non state ascoltando davvero.

Matteo Rinaldi

dicembre 20th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 4 commenti

Leggere leggeri

Come funziona la comunicazione tra le persone? Come migliorare le nostre capacità espressive? Letture consigliate. E sconsigliate (1/3)

Lee Strasberg, fondatore dell’Actors Studio, sul set del Padrino assieme ad Al Pacino. Un maestro (Lee) e un mostro (Al) di comunicazione efficace

Questo post è dedicato ai partecipanti dei miei corsi. Quasi sempre, prima dei saluti, mi chiedono qualcosa da leggere per capire qualcosa di più sulla comunicazione. Per cominciare invio loro una dispensa, breve e indolore, e una pagina di esercizi, brevi e indolori. Poi dico: guardate, ascoltate, andate e cercate.

La ricerca non sarà breve e indolore. Le buone letture (e le buone visioni) saranno una conquista ottenuta grazie alla costanza, all’esperienza, alla fortuna. Il fatto è che i libri di comunicazione sono quasi tutti brutti e insulsi: anzi, nel novanta per cento dei  casi si tratta sempre dello stesso libro, riscritto e ritradotto con un brutto titolo a effetto.

Consiglio un metodo tutto mio. Non cerco più libri che pretendono di insegnare la comunicazione. Cerco libri che, spiegando tutt’altro – il cinema, il teatro, la regia, le persone, le storie – insegnano senza volerlo. Sono i migliori. Ma cercarli significa accettare errori e fregature colossali.

Vi elenco gli ultimi. Ecco cosa ho cercato, trovato, letto, amato e odiato nell’arco di questi mesi.

1. Cinema e recitazione, Ferdinando Maddaloni, Liguori editore. Euro 23,50. Pagine 107 + dvd.

Maddaloni è attore, autore, regista e actor’s coach. Scrive bene, chiaro e semplice: spiega e insegna molte cose del cinema, attuale e storico, senza trasformare il piacere delle lettura in sofferenza. Sembra facile ma non lo è: centinaia di autori sono convinti che sia indispensabile scrivere difficile per essere autorevoli.

In cento pagine, agili e piacevoli, Maddaloni ricostruisce la storia della recitazione (cioè della comunicazione efficace) nel cinema italiano con logica e col valore in più di interessanti curiosità: ho scoperto cose che non immaginavo o di cui avevo una visione distorta. Come le espressioni del film muto, spesso esagerate. Pensavo fosse una scelta, invece la ragione è più terra-terra di quel che immaginiamo.

Un lavoro interessante non solo per attori e registi: la capacità di essere reali e a proprio agio nelle situazioni della vita – anche senza una macchina da presa davanti al naso – è essenziale per tutti. Bello anche il dvd. Voto 7.

2. Interpretazione e creatività, Toni Servillo e Gianfranco Capitta, Laterza, euro 10, pagine 130.

L’ho comprato perché Servillo è un attore fenomenale. Capitta non lo conoscevo. Avessi guardato almeno la retrocopertina, avrei scoperto che è un giornalista del Manifesto. Due o tre giornalisti del Manifesto che scrivono in un buon italiano esistono: gli altri purtropposcrivono tutti in intellettualese stretto, una lingua che fa apparire umana e verosimile perfino quella di Bossi e Borghezio.

Le domande di Capitta sono sei volte più lunghe delle risposte di Servillo. Apro e ricopio a caso: “È molto curioso che sia tu, attore napoletano, a dire questo, tu che certo non ti sei formato all’Eden o negli altri grandi teatri popolari di Napoli. Con nonchalance dici di essere arrivato a Eduardo attraverso Moliere, attraverso Marivaux, forse anche attraverso Enzo Moscato, che di Napoli offre una lettura così sulfurea e “rovesciata” rispetto a Eduardo. E questo non certo per snobberia: fa parte di un processo, un cammino che ha messo insieme (…). Prosegue per ore fino al punto di domanda.

Invece di prenderlo a schiaffi, Servillo risponde sullo stesso tono. “(…) Ho sempre sostenuto che il teatro accade, si dà, succede, talvolta anche in maniera involontaria, quando questo grosso sforzo di acutezza del cuore e di energie che si concentrano e si trovano tutte assieme  a un crocevia (quelle del pubblico, quelle del testo e quelle dell’attore) trovano un apice di condivisione (…)”

A pagina sessanta mi sono arreso. Ho ingoiato quelle che restavano: fino a lì mi ero illuso che scherzasse. Ma era serio, dannazione. Voto: buonanotte.

3. Lezioni all’Actors Studio, Lee Strasberg, Audino editore, 20 euro, 238 pagine.

Non è un libro scritto da Strasberg (quello si chiama Il sogno di una passione) ma una raccolta di registrazioni: i dialoghi più interessanti tra l’autore e gli attori del suo Studio. Bellissimo, anzi esaltante se comunicazione o cinema sono una vostra passione.

L’ho sottolineato dall’inizio alla fine, come avrei dovuto fare a scuola con i (pochi) libri che meritavano. Quando Strasberg parla con i suoi personaggi (i nomi non sono indicati, ma è facile immaginarsi Al Pacino e compagnia bella, di fronte a lui) si spiega con una semplicità e una grinta che ne fanno il maestro che è stato.

“Sbagli a ragionare così - dice in un dialogo tra le tante perle del libro – sul palco non puoi essere per un terzo l’attore, per un terzoil critico e per un altro terzo il pubblico. Devi essere attore al novantanove per cento, un pochino critico e pochissimo pubblico. Ma occhio, neanche essere attore al cento per cento va bene: così non sai più cosa stai facendo. Devi lasciare un pezzetto, un pezzetto che ti renda consapevole”. Sostituite palco con vita e capite cos’è per me la comunicazione. Voto: 8.

(Pst: 1/3 vuol dire prima di tre parti).

Matteo Rinaldi

dicembre 16th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti

Vorremmo tutti far corriera

Grazie a Davide Van de Sfroos scopro che non siamo mai troppo soli. Né troppo sognatori

Foto: Davide Van De Sfroos in concerto. Mai visto dal vivo, ma rimedierò.

Questa storia senza capo né coda comincia qualche anno fa. Passo davanti alla stazione delle corriere e qui mi fermo, ipnotizzato. Da quanto non le osservo con un po’ d’attenzione? Saranno vent’anni. Entro a vedere. Studio i nuovi modelli, quasi tutti stranieri. I possenti autoarticolati, con la parte centrale che ruota in curva. Chissà come si sta a fare un viaggio intero là dentro. Come in giostra, magari.

Facile scoprirlo. In quegli anni ho un pomeriggio settimanale tutto per me e le mie figlie. Le vado a prendere alla scuola elementare, alle quattro. Fino a sera il mondo è nostro. “Che si fa di bello papà?” Sì va in corriera, ragazze. “Wow! Dove?” Boh, non importa dove. Ne prendiamo una che va lontano e poi torniamo indietro. Se si fa tardi, mangiamo per strada. Con la scusa dei figli puoi fare qualunque cosa.

Oggi il mondo è cambiato. Il problema non è il mio pomeriggio libero. È  che se mai accettassero di venire con me, passerebbero tutto il tempo a scrivere sms col cellulare. Allora erano emozionate quanto me.

Sarò scemo ma queste cose mi emozionano ancora: fare il biglietto, scegliere la linea, capire gli orari, salire, cercare il posto con la visuale migliore, spiare il guidatore. Il guidatore è un mestiere che da bambino consideravo mitico: meglio del calciatore, meglio dell’astronauta.

Parliamoci chiaro: è facile fare il turista. In corriera, come in treno, viaggio solo occasionalmente. Così è facile vedere la bellezza e ignorare le brutture. Andassi a lavorare tutte le mattine probabilmente l’odierei. Ma magari anche no.

La corriera e le sue persone sono un mondo a parte. Un mondo ristretto: studenti senza patente, lavoratori senza patente, anziani senza patente. Se hanno la patente non hanno l’auto. Insomma, non trovate dottori, modelle, commercialisti. Non trovate negozianti, imprenditori, intellettuali.

Trovate un motore possente e cavernoso: la cilindrata media è dodicimila. Non ditelo agli amanti delle auto grosse: la pretenderebbero anche loro. Il rombo è delicato, la visuale ottima.

Le strade della corriera sono un viaggio complicato. Per fare un tragitto che in auto richiederebbe venti minuti (l’auto segue vene e arterie della circolazione), la corriera impiega un’ora. Viaggiate attraverso i capillari, lungo strade provinciali che ti portano in centri dei quali nemmeno sospettavi l’esistenza.

Ti senti sicuro così in alto. Hai una stazza che non teme nemmeno gli arroganti in fuoristrada. Infatti gli autisti non cedono un centimetro: s’infilano dovunque, lenti ma costanti, obbligando le auto a frenare e rallentare. Sono più grosso io, amico. Se mi dai la precedenza ti ringrazio, se non me la dai la prendo senza ringraziare.

Ogni due fermate sale un vecchio. Si arrampica sui gradini, riprende fiato aggrappato alla biglietteria e si ferma a chiacchierare col guidatore. Entrano donne di colore e donne dell’est, uomini di mezza età che trascinano piedi e orlo dei pantaloni, barbe lunghe, occhi stanchi.

Quelli del guidatore non staccano mai dalla strada e dagli specchietti. Attraverso un gioco di riflessi perfettamente organizzato, tengono d’occhio il mondo esterno e contemporaneamente quello interno. Quando sale una ragazza con mise ottimamente fornita, l’autista la tiene sotto mira, senza muovere la testa, dalla porta di ingresso fino al sedile in fondo. Salta semplicemente con le pupille da uno specchietto all’altro. Esperienza.

Questo bestione è un pezzo semovente di passato. Un passato prossimo già remoto. La corriera è pubblica e come tale superata e arcaica. Sopravvive solo perché ci manca il coraggio di essere fedeli fino in fondo allo stile di vita che abbiamo scelto: l’individualismo, il privato, il mio al posto della condivisione, del pubblico, del nostro. Mi rendo conto che sto viaggiando su un dinosauro di lamiera, estinto da anni senza nemmeno saperlo.

Non sono più risalito, da quella volta. Poi un giorno ascolto un pezzo che si chiama La curiera, di Davide Van De Sfroos, cantautore che scrive e canta in dialetto comasco. Racconta le stesse cose che avevo pensato allora, però meglio. Anzi molto meglio, perché le veste di musica e di allegria. Le semplifica e riempie di vita.

Bello scoprire qualcun altro che vive le corriere come le vivo io. Non solo le corriere: perfino le imprecazioni, come racconta il bellissimo pezzo Poor’ Italia. Mi sento decisamente meno solo e in migliore compagnia.

Buon ascolto, se vi capita. Il dialetto comasco è meno complicato del bergamasco. E poi l’anima, per arrivare al cuore, non ha bisogno di tradurre le parole.

Matteo Rinaldi

dicembre 13th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti

Nudi alla meta

Il miglior risultato dell’ultimo corso di comunicazione efficace (Montegrotto Terme, 3-4-5 dicembre): spogliarci tutti sotto la pioggia

Perché gli attori temono le scene di nudo? La vergogna non c’entra niente: sanno che senza vestiti è molto più difficile essere se stessi come si deve. Ma vale anche il contrario

Non avevo mai avuto il coraggio di farlo. Ma erano mesi che lo pensavo: trasportare un pezzo di corso di comunicazione in acqua.

In un corso di comunicazione sei già obbligato a spogliarti. Lo scopri un po’ alla volta: meno roba porti addosso, meglio ti esprimi. Impari da solo a sfilarti sciarpe, giacche, occhiali, accessori. Molto di quel che indossi ti aiuta a far capire chi sei, ma solo all’inizio. Poi ti limita e nasconde.

Scopri perché tutti i grandi personaggi dello spettacolo – non solo i mimi – rendono molto meglio con una maglia a girocollo. Capisci che i vestiti sono quasi sempre barriere difensive. E dunque inutili, se scopri che la comunicazione è tutt’altro che una guerra.

Allo stesso modo ti spogli delle paure, degli sguardi sfuggenti, della voce troppo bassa, dei toni troppo acuti, dei gesti e dei pensieri sbagliati.

Sono ore piacevoli ma anche faticose. Anche per questo non avevo mai avevo avuto il coraggio di dire: “Bene, ora ci trasferiamo in acqua. Vediamo se riusciamo a valorizzare perfino rughe, gambe storte, chili di troppo. Se riusciamo a farli diventare un valore in più invece che un fastidio”.

Nelle piscine termali è obbligatorio portare la cuffia. Ecco, se riuscite a comunicare slow, cioè sorridenti e rilassati, anche con una cuffia di plastica neroverde in testa, siete sulla strada giusta per diventare ottimi comunicatori.

Noi lo siamo stati. Favoriti, lo ammetto, da un ambiente ideale: la giornata era fredda, buia e piovosa. Il contrasto con acqua calda, luci e vapore era eccezionale. Una volta fuori dall’acqua, metà blocchi erano spariti, sciolti, dimenticati.

Il bello però comincia adesso. Chi pensa di essere migliorato in tre giorni, tra una settimana sarà esattamente come prima. Bisogna lavorare con entusiasmo tutti i giorni e in tutte le occasioni.

Al prossimo corso voglio esagerare: l’esercizio conclusivo imporrà di spiegare la politica italiana a una matrona germanica in ammollo con cuffia a fiori. Senza ovviamente conoscere una sola parola di tedesco. Scommettiamo che si può?

Matteo Rinaldi

dicembre 9th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti

Piange il telefono

Analisi di comunicazione delle celebri telefonate tra gli uomini del Giornale e di Confindustria: i cosiddetti potenti sono più cialtroni di voi.

Scuola di buona comunicazione: imparate a non parlare così e otterrete risultati migliori.

Dedicate tre minuti a una buona causa: tirarvi su il morale. Le telefonate tra il vicedirettore del Giornale, un pezzo grosso di Mediaset e l’addetto stampa della presidente di Confindustria vi dimostrano che uomini capaci di tenere l’Italia col fiato sospeso, aprendo un’inchiesta o chiudendo una fabbrica, parlano peggio di noi. E soprattutto non riescono a comunicare, a convincere e nemmeno a farsi capire dal loro interlocutore.

Il primo dialogo telefonico (lo trovate su internet cercando Porro-Arpisella) è quello tra il vicedirettore del Giornale Nicola Porro e Rinaldo Arpisella, il portavoce di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Un perfetto esempio di comunicazione negativa e inconcludente.

Porro chiama Arpisella perché il suo giornale sta per pubblicare degli articoli che attaccano Emma Marcegaglia. Ha il coltello dalla parte del manico e ci tiene a chiarirlo subito.

Tutti sappiamo che il modo vincente di comportarsi, quando si è più forti, è quello di non far pesare la propria forza. Altrimenti l’interlocutore si arrocca in difesa. Ma Porro non se ne preoccupa affatto: parte in quarta, lancia in resta (il testo è ricavato dalle registrazioni che trovate sul web).

“Adesso ci divertiamo: per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo! (…) Perché è una stronza, perché non ci ha mai filato, perché non ha mai fatto un rapporto con noi (…) Perché quel cretino del tuo addetto stampa manco mi saluta quando mi vede in giro. Ma io l’ho mandato affanculo! Fattelo raccontare da tutti quanti! Sissì vai, proprio affanculo! Gli ho detto: la prossima volta che non mi saluti ti dò un cazzotto! È veramente un cretino. Quindi, se questo è quello che avete seminato nei confronti del Giornale (…)”

Porro parla come un condottiero che carica le sue armate: una comunicazione trionfale, spiritata, perfino sbagliata (l’addetto stampa che non lo saluta non ha niente a che fare con Arpisella). Purtroppo non ha né la simpatia di Brancaleone né la calma tranquilla di “Al mio segnale scatenate l’inferno”.

Il suo non è un dialogo: è uno sfogo. Risultato: Arpisella non cambia nessuna delle opinioni che ha sul Giornale e soprattutto non è spinto a fare nessuna apertura. Al contrario, è obbligato a chiudersi in un angolo e a cercare contromosse.

Che infatti troverà. Chiamando Maurizio Crippa, pezzo grosso di Mediaset.
Riflessione per noi umani: cosa vi ricorda questo comportamento? Facile, i bambini delle elementari. Che davanti al primo problema vanno a rifugiarsi dalla maestra.

Ecco Porro (seconda registrazione) al telefono con Crippa. “Ciao Maurizio, come va? Senti volevo dirti, innanzitutto, quel pezzo di Sallusti stamattina sul Giornale… E poi ricevo un messaggino dal Giornale in cui mi si dice che sta partendo un dossier su Emma!”

Pensate che Crippa, pezzo grosso, sappia prendere in mano la situazione? Sbagliate. Anche lui, che pure non è l’ultimo arrivato, manco prova a stemperare. O almeno a difendere le scelte del Giornale, che fino a prova contraria fa gli interessi suoi: “Ah no. Allora son cazzi. Ma perché un dossier? Quindi una roba brutta. Ah no, devi chiamare subito Confalonieri, adesso”.

Dalla maestra al preside: la soluzione è sempre la più banale e soprattutto “non riguarda più me”.
Arpisella: “Parlare con Confalonieri mi dici”.
Crippa: “Sì subito”
Arpisella: “Ma ho già chiamato due volte e non mi risponde!”
Crippa: “Devi fare questo numero (- – - -) E digli che anche io sono molto preoccupato”.

Magari in questa inchiesta sugli affari del gruppo Marcegaglia non c’è niente che turberebbe l’Italia. Ma noi ragioniamo così: meglio prevenire. Ovvero meglio passare per disonesti, però furbi, piuttosto che lottare per essere onesti e basta.

Nel frattempo la telefonata al preside arriva a destinazione. Quando Arpisella richiama Porro, i ruoli sono invertiti. Ora è lui che parla imitando (inconsciamente) Abatantuono ras del quartiere: “Guarda, sono incazzati con voi! Che se appena vi impalassero! Potessero impalarvi!”

Accidenti, ma dov’è finito il tremore della telefonata precedente? Arpisella è trasformato. Mentre Porro sembra Peppino De Filippo mentre suda scrivendo la lettera dettata da Totò.
Porro: “È proprio brutta questa cosa, d’altronde…
Arpisella: “Sono molto incazzati con voi”.
Porro: “È normale che lo siano”
Arpisella: “Ma anche quello in alto!

Si torna continuamente bambini: quant’è bello far notare che qualcuno, più potente, sta dalla nostra parte.
Porro: “Sì infatti guarda, qua siamo molto preoccupati. (Poi lo scatto d’orgoglio): Ma Rinaldo, se questa signora vuol ingentilire i rapporti con noi li deve saper gestire. Eh!

Mitico il finale. Adesso che la situazione è più equilibrata, Porro recita il buon italiano quando vuole chiudere in bellezza: la mette sul sentimentale. Sui bei tempi trascorsi assieme.
Arpisella: “Posso dirti una cosa molto riservata, Romano? Perché io e te ci conosciamo da vent’anni. Secondo te è una cosa intelligente – dal punto di vista di Feltri dico – farlo chiamare da Confalonieri? Ti sembra intelligente? Io poi mi devo tirare indietro. Ma ti sembra intelligente? Tu non conosci Feltri. Se tu vedi cosa gli sta facendo ora sulla questione di Fini… Si diverte dieci volte di più! Io non lo so Rinaldo, alcune volte io mi chiedo… ma… cioè…”

Il tono di voce si fa acuto, quasi supplicante. Arpisella, ormai perfettamente calato nella parte di chi ha la situazione in pugno, immagina di aver davanti un’autostrada. Forza ragazzi, forse è il momento di spiegarsi, di capirsi, di confrontarsi davvero e alla pari. Macché.

“Fermati un attimo – dice Arpisella – non sai alcune cose non sai… Voi siete relegati in via Giovanni Negri, senza capire che non esiste solo la politica di Fini, Casini, Granata, eccetera. Ci sono sovrastrutture che passano sopra la mia testa, la tua testa. E anche in quella di un tale Feltri! Checché se ne dica, sono sovrastrutture… che ci pisciano in testa, non ci considerano neanche”.

Fantastico. Siamo partiti da Emma, Vittorio, i dossier e arriviamo al grande vecchio che da sempre domina l’Italia, impunito e intoccabile. Davanti al quale tutti devono parlare con deferenza e chinare la testa. Senza mai far nomi, mi raccomando.

Arpisella prende la palla al balzo: finalmente si torna a parlare la stessa lingua! “Ma è quello che ti sto cercando di dire! Stiamo dicendo la stessa cosa! Ma tu non hai capito una cosa! C’è un gioco di sponda: il governo deve andare avanti. È chiaro che è un gioco di sponda concordato!”

Si finisce alla grandissima: dai grandi vecchi ai sani rapporti di eterna amicizia e familiarità.
Porro: “È chiaro, è chiaro, è chiaro! Ma Rinaldo, quello che sto cercando di dirti, per cui siamo amici e ci telefoniamo da anni…”
Arpisella: “Certo! Siamo uomini di mondo. (…) “Ma non riesco a capire perché (Feltri) abbia preso di mira Emma. Perché? Spiegami”.

Quando si torna a parlare la stessa lingua, quella del io so che tu sai che io so, in realtà non si dice più nulla.
Arpisella: “Ma tu non sai che cazzo c’è altro in giro, dai… Secondo me, davvero, scusami sai ma ti parlo da amico… È un ottica corta, cioè… Allora: il cerchio sovrastrutturale va oltre me, va oltre Feltri, va oltre Berlusconi… Va oltre… Ci sono logiche che non riguardano i Fini, i Casini, i Buttiglione. Sono altri, miei cari…”

Si finisce nuotando nella nebbia dei grandi vecchi, dietro i quali si muove forse la Cia, una dozzina di logge massoniche europee, gli extraterrestri.

Ma poco dopo, per la prima volta, anche Porro parla come un essere umano. Cioè una persona che cerca anche di capire. E in questo scatto di realismo, diventa subito simpatico.
Porro: “Non so cosa tu voglia dire. Devo dirti la verità: non capisco”.
Arpisella: “Beh, secondo te chi c’è dietro Fini?
Porro: “Chi c’è? Tu lo sai? Io no!”

È un momento magico di comunicazione: Porro parla a cuore aperto. Lo ascolti e pensi: siamo tutti con te. Lo siamo davvero. Forse avremo una risposta precisa e rivelatrice.
Arpisella: “Ci sono quelli che erano dietro la D’Addario, su!”

Ma allora ditelo che siamo sempre allo stesso punto. Inchiodati al pavimento.
Arpisella: “Comunque: ci vediamo e ne parliamo. Ciao Nicola. Ciao caro”.
Porro: “Ciao ciao”.

Secondo voi questi dialoghi avvengono anche in Nuova Zelanda, in Danimarca, in Giappone? Mi sento come come Porro: non lo so. Ma non ho paura a dirlo. Per favore, per pietà, qualcuno mi aiuti. Quanto mi piacerebbe capire davvero.

Matteo Rinaldi

dicembre 2nd, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti