Paolini duro non rompe il muro
Lo spettacolo Ausmerzen di Marco Paolini: un gran lavoro sfruttato male
Marco Paolini in scena: bravissimo quando gioca sui paradossi, molto meno quando vuole superare se stesso.
Marco Paolini in televisione va visto a prescindere. Quasi sempre va rivisto e poi rivisto ancora. Troppe sono le cose che dice – e quelle che non dice, sottintende, accenna appena – perché basti una sola visione. Per apprezzarlo devo fare come con le canzoni: la prima volta per capire la storia, la seconda per entrarci dentro, la terza per cominciare a viverla davvero.
Però va anche criticato, quando merita. Soprattutto se non lo fa nessuno: come succede troppo spesso con le icone, Paolini potrebbe sputare sul palco e non avremmo difficoltà a trovarci l’intelligente provocazione.
Aldo Grasso, sul Corsera, è stato l’unico a provarci. Il giorno dopo lo spettacolo “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute” (La7, 26 gennaio), titola: “Per seguire Paolini serve devozione“. Però nel pezzo non si spiega e anzi lo giustifica: “Le sue orazioni civili presuppongono una condivisione rituale, un’immersione devota, spesso in contrasto con i canoni televisivi”.
Mica vero. Il problema non è il contrasto con i canoni televisivi. Anzi, il contrasto con i canoni televisivi è un valore in più. Come il fatto di pretendere che non ci sia una sola interruzione pubblicitaria: puro genio. Chi prima di lui ha avuto la forza, la follia, il coraggio di pretendere dalla tivù commerciale di negare la sua ragion d’essere, la pubblicità?
Il problema vero è questo suo modo di recitare - o di raccontare, se preferite – in contrasto non con la tivù ma con se stesso e con la logica di uno spettacolo. Che lo si chiami trasmissione televisiva, spettacolo teatrale od orazione civile, la logica non cambia. È mancato quello che da sempre è alla base dei suoi spettacoli: il rispetto per la storia e per lo spettatore.
Il rispetto per lo spettatore e per la sua intelligenza non si dimostra solo trattando temi forti e impegnati. Ci vuole un grande sforzo in più: la capacità di trattarli senza enfasi e teatralità. Enfasi e teatralità hanno lo stesso effetto degli applausi registrati nelle sit com: questo è il momento di ridere, signori; questo invece, come si evince dal mio viso e dalla mia voce, è il momento di piangere.
I grandi maestri di recitazione lo spiegano benissimo con una battuta: “Quando sei davvero arrabbiato o felice, non hai nessun bisogno di dirlo: rabbia o felicità sono già evidenti da tutto quello che fai”.
Secondo me Ausmerzen è stato costruito con una teatralità che ha avuto l’effetto di svilire tutto: il lavoro, la storia, l’attore e lo spettatore. Le tragedie sono già orribili e atroci. Metterci l’accento le fa diventare meno vere e meno atroci.
Paolini conquistò la tivù italiana – e centinaia di teatri – recitando il suo Vajont senza mai mettere enfasi sul dolore e sull’orrore. Al contrario, anticipava le parti più terribili con battute che strappavano risate – di cuore, non solo di nervi – e sorrisi. La tragedia non perdeva un solo grammo. Il piacere di seguirla, di capire, di viverla ne guadagnava.
Dal vivo ho avuto la fortuna di vedere Parlamento Chimico, che Paolini portò per qualche tempo in teatro (e poi cancellò dai suoi tour per ragioni sconosciute). Raccontava la tragedia della città industriale di Porto Marghera: uno sviluppo economico che provocò morte e dolore per decenni, nell’indifferenza di tutti.
Ricordo che Paolini salì sul palco, ignorò gli applausi, non salutò nemmeno. Cominciò a guardare il pubblico – uno a uno – con occhi durissimi. Due, tre, cinque, dieci minuti di niente: se ne stava lì a guardarci male in un silenzio pesante e teso.
Ebbi l’impressione che qualcuno si sarebbe alzato dalla poltrona per prenderlo a sberle. Invece nessuno fiatò. Dopo un quarto d’ora di silenzio, Paolini cominciò a raccontare in un’atmosfera di ghiaccio. Ma poi, senza preavviso, buttò dentro un paio di battute. La tensione svanì. L’attenzione e l’emozione raddoppiarono. Potevi sentirle sulle dita. Ancora ci sono dentro a quella storia. È come se me la raccontasse ancora, a dieci anni di distanza.
Succedeva una cosa molto semplice, in quei lunghi minuti iniziali di muso duro. Il suo atteggiamento diceva: “Voglio il massimo rispetto e la massima attenzione per questa storia“. Ma poi, la battuta, aggiungeva: “Però sono felice di essere qui a raccontarvela. E so benissimo che una risata non farà perdere un solo grammo alla tragedia”.
Forse in televisione tutto questo non funzionerebbe. Di certo non funziona quella cappa di piombo che ha coperto lo spettacolo dal primo all’ultimo minuto. Paolini che racconta una tragedia con la faccia di cemento lavora contro se stesso: è come se avesse bisogno di sottolineare quel che già dice. È come se avesse paura di farci perdere l’attenzione. Ma quando mai?
E poi impoverisce la scena, tentando di arricchirla, con una ragazza vestita da nazista che rilegge, in tedesco, i testi più tedeschi del racconto. A me venivano in mente i filmacci di guerra di serie B, con i crucchi che fanno Schnell, Rauss, Feuer, Achtung. Una parodia, non un valore in più.
Infine l’audio: mi è parso che le voci avessero un effetto tremolo che sembrava messo apposta per aggiungere emozione posticcia all’emozione vera. Risultato: emozione addio.
Matteo Rinaldi
gennaio 31st, 2011 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non spiega si piega | | 7 commenti
Garda che spettacolo
La mia Italia non è poi così tremenda finché mi regala queste soddisfazioni. Scopro che le sponde del lago di Garda, almeno nel tratto che va da Peschiera a Bardolino, sono interamente percorribili a piedi (e da poco anche in bici).
Pensavo che le villone affacciate sul lungolago – quasi sempre bellissime se vecchie, bruttissime se moderne – si fossero appropriate del loro ingresso privato all’acqua.
Invece no. Non c’è un solo metro privatizzato. E non ditemi che è logico perché lo impone la legge: la legge imporrebbe anche di lasciare libera la battigia dei nostri mari. Invece abbiamo decine e decine di chilometri chiusi e difesi da cani, cancellate e guardie armate.
Ma ancora più bello è stato scoprire quest’albero, nel bel mezzo di una scalinata antica che parte a pochi metri dalla sponda. E chiedermi, nella mia furiosa ignoranza in materia di giardinaggio e di edilizia: la pianta è nata dopo la scalinata? O hanno avuto la fantasia di modellare i gradoni attorno all’albero, invece di abbatterlo?
Se è buona la seconda, compro una spilletta tricolore e vado a festeggiare i 150 anni dell’Unità. Mi bastano e avanzano queste cose per sentirmi parte di qualcosa di vero.
Matteo Rinaldi
gennaio 28th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
Futuro remoto
Le moto, più ancora delle auto, hanno fatto passi da gigante: la nostra tecnologia oggi è fantascienza vera e propria, dice l’uomo spiegando a quaranta ragazzotti le meraviglie della Honduzzi Ducamaha.
Tra le luci della fiera – una delle più grandi d’Italia – le moto sembrano davvero il futuro. Carenature maieutiche, materiali prosodici, led, spred, G-Force, X-Max, Pro-tech. È talmente tanta la futuribilità che ogni marca decora le proprie avveniristiche opere di mobilità sostenibile con impercettibili tocchi retrò. Quelli che i giornali di settore chiamano delicati e spiritosi richiami a un glorioso passato.
Forse il futuro non è stupido come lo immagino. Ma per convincermi davvero vado a vedere il cuore. Oltre le carenature plastiche e le intelaiature mistiche, cerco quel che sta dentro al motore. Si chiama pistone. È lui il vero nucleo della tecnologia, il motore della ricerca, l’anima di queste moto avveniristiche, innovative, eurosostenibili, globofuturibili.
Eccolo, il pistone ultramoderno. Lo presentano tra le novità assolute. È l’atomo, nudo e perfetto, da cui tutto prende vita.
Però qualcosa non mi torna. Più lo guardo e meno mi convince. Già, ma cosa?
Quando arrivo a casa vado in garage. Da qualche parte devo avere un vecchissimo pistone. L’ho tenuto perché apparteneva alla Lambretta del 1966 che mi ha portato in Sicilia. Lo fotografo.

Ha quarantacinque anni. Il passato remoto della mobilità mondiale. Cerco la differenza tra questo dinosauro e la fantascienza. Non la trovo. Ma è certamente colpa mia: voi avrete già individuato l’abisso che separa il futuro dal passato, il magnifico dal vetusto, l’evoluzione dall’anticaglia.
È bello far parte di una civiltà che punta coraggiosamente al progresso e al futuro.
Matteo Rinaldi
gennaio 26th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
Che espressività del cactus
Scriveva Luigi Pirandello nel 1929: “Il mio amico Nikolay Jevrejenoff (commediografo) arriva a dire e dimostrare in un suo libro che tutto il mondo è teatro. E che non solo tutti gli uomini recitano nella parte che si sono assegnati nella vita e che gli altri hanno loro assegnata, ma che anche tutti gli animali recitano, e anche le piante, e insomma tutta la natura“.
Concordo da tempo con l’autore di “Uno, nessuno, centomila“. Infatti il segreto della buona comunicazione con gli altri (figli, colleghi, clienti, amici…) non è recitare una parte, non è fingere di essere qualcun altro. È proprio il contrario: rendersi conto che si recita comunque, a prescindere. Una volta che lo accettiamo, possiamo imparare a recitare meglio. Quindi essere davvero noi stessi.
Mica sempre. Qualche volta e a fatica. Ma un po’ alla volta s’impara.
Matteo Rinaldi
gennaio 25th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Non siamo mica al cinema
Migliorare la comunicazione, le capacità espressive, la consapevolezza: letture consigliate (2)
Il linguaggio dell’ultimo film di Checco Zalone ”Che bella giornata” è più semplice del precedente “Cado dalle nubi”. Una scelta che ha dato i suoi frutti.
Recensione ragionata sui libri di comunicazione che ho letto in quest’ultimo periodo. Seconda puntata. Qui la prima.
4.Il linguaggio cinematografico, Fabio Rossi, Aracne editore. Euro 35. Pagine 727.
Settecento pagine che non pesano mai. Fabio Rossi racconta il cinema partendo dalle sue parole e voci. Una bella differenza rispetto all’approccio tradizionale, quasi sempre centrato sull’immagine. Comincia raccontando il linguaggio del muto, passa ai primi dialoghi sonori, spiega l’evoluzione di una lingua che diventa, fino agli anni settanta, la vera scuola di italiano per l’intero paese.
Una storia della lingua italiana: ecco cos’è il libro. Fabio Rossi analizza anche l’uso dei dialetti e delle tante lingue create dal cinema: dall‘italiese di Alberto Sordi al doppiaggese. Proprio il doppiaggese, criticatissimo fin dagli esordi, diventa un po’ alla volta la vera lingua italiana a cui tutti inconsciamente aspirano.
Peccato che Rossi si fermi al cinema: sarebbe bello spiegare la caduta del doppiaggese di fronte alla nuova lingua nazionale, l’italiano televisivo. Capire la caduta sarebbe un buon modo per tornare in piedi.
Il libro è arricchito da molte curiosità. Scopriamo ad esempio che il cinema sonoro non è arrivato tardi per difficoltà tecniche – mai esistite – ma per la paura di cambiare che da sempre accompagna le novità. Pareva che il muto fosse un’arte e che il sonoro l’avrebbe involgarita.
Scopriamo che l’arte del doppiaggio, questa sì tipicamente italiana, non è nata per questione di gusto. Il fatto è che i sottotitoli, apprezzati in tutto il mondo, non potevano funzionare nei nostri cinema perché… siamo stati un popolo quasi analfabeta fino all’altro ieri.
Se pensate che il progresso avanzi sempre per linea retta, sentite questa. Nei primi anni trenta centinaia di film americani raggiungevano l’Italia e i paesi europei in edizione personalizzata. Doppiare e sottotitolare era complesso perciò le case produttrici scelsero di rigirare tutte le scene parlate. Se gli attori protagonisti non accettavano, entravano in scena comparse nostrane vestite con gli stessi abiti. Al pubblico non dispiaceva.
Il celebre film Muraglie, con Stanlio e Ollio, venne rigirato così. Per fortuna i due attori si prestarono a rigirare le scene anche in italiano. Nacque allora il celebre stupìdo: un errore di pronuncia del grande Stan, non una scelta comica.
Sul valore della buona comunicazione parlata il libro parla chiaro: il giovane cinema italiano ha avuto il coraggio di cambiare strada rispetto alla letteratura. Registi e sceneggiatori si convinsero che il linguaggio del film pretendeva soprattutto semplicità: gli spettatori in sala non avevano (né hanno oggi) tempo e modo di concentrarsi per capire parole e costruzioni difficili.
Ovviamente non tutti hanno dato lo stesso significato alla parola semplicità: qualcuno l’ha trasformata in banalità. Altri, per fortuna, l’hanno trasformata in quello che dev’essere: un punto di arrivo molto più complesso del parlare e dello scrivere difficile.
La morale è che la lingua parlata ha poco a che fare con il linguaggio dei libri o dei giornali. Nei film – come nella vita – vorremmo una lingua semplice ma nello stesso tempo ricca, convincente ma leggera, senza radici locali eppure fresca e viva.
Ecco perché la lingua del cinema – parole, discorsi, gesti, sguardi, espressioni – sono un riferimento anche nella vita quotidiana. Ecco perché confrontarsi con il buon cinema è un valore in più quando si lavora sulla comunicazione.
Matteo Rinaldi
gennaio 24th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non spiega si piega | | 6 commenti
Fammi ridere
Un sito demenziale che guardo con affetto e rispetto. Spero piaccia anche a voi
Una notizia del nuovo sito Trascendentale. Fantasie che riescono in un’impresa epica: sorpassare le follie della realtà.
Non mi ricordo nemmeno come si chiama l’autore. Forse non l’ho mai saputo. Eppure l’ho conosciuto, quasi dieci anni fa. Scrivevo sul mio blog satirico pennarossa.it e lui aveva lo stesso hobby, su un sito di nome trascendentale.org.
Purtroppo i blog non esistevano ancora: ci voleva più tempo a mettere i pezzi on line, con programmi complicatissimi, che a scriverli.
Forse per risparmiare fatica un giorno mi scrisse: “Tra pochi giorni cominciano i mondiali di calcio: facciamo uno speciale satirico assieme?” Era il 2002 e l’Italia di Trapattoni partiva per Seul, per giocare uno dei peggiori mondiali della storia.
Accettai. Scrissi qualche pezzo (conservato nell’archivio di Pennarossa) e poi tanti saluti.
Qualche tempo dopo lui chiuse il sito. Quando mi chiamarono a dirigere Vicenza Abc dovetti chiuderlo anch’io. Più sentito, da allora.
L’ho ritrovato dal nulla poco tempo fa. Ha riaperto il sito ed è invecchiato. Ma è invecchiato bene. Scrive con una nuova chiave umoristica che mi piace molto: fa la parodia delle notizie dei vecchi quotidiani della sera, quelli che puntavano sull’ante-gossip pruriginoso e sulla fantarealtà anni cinquanta. Lo fa sulla nostra realtà, sulle nostre paure, sui nostri e suoi miti.
Notizie brevi e assurde, così false da riuscire nell’impresa – oggi davvero epica – di far sembrare verosimili perfino le follie della nostra politica.
Se ho voglia di ridere faccio una capatina a colpo sicuro. I titoli delle notizie sono strepitosi: non hanno alcuna pretesa alta e per questo, come capita solo alle cose scritte bene, riescono a essere alti davvero.
Bellissimi anche i (rari) testi: un linguaggio che fa la parodia ai biechi linguaggi del giornalismo d’accatto.
Lui chissà come si chiama, quanti anni ha, cosa fa, perché lo fa. Ma lo abbraccio stretto.
Ecco il sito: buon divertimento.
Matteo Rinaldi
gennaio 21st, 2011 - Posted in Chi non ride si rode | | 2 commenti
No limits
Perché sono convinto che le nostre difficoltà siano quasi sempre autoimposizioni.
La protagonista del post: matta come un cavallo. Però off limits
Quest post è un augurio. A trovare il coraggio per superare i nostri limiti. Mai così solidi come li immaginiamo.
È la storia di una ragazzina americana che sogna di fare la cantautrice. Forse non sa cosa bisogna fare per guadagnare un palco più esteso della propria camera da letto.
Prima cosa: bisogna scrivere canzoni con uno strumento adatto. Una chitarra o un pianoforte, di norma. Da escludere il corno o l’arpa.
Seconda cosa: bisogna cantarle con una voce piacevole. Una voce capace di avvinghiarsi alle note in modo semplice e pulito.
Terza e ultima: bisogna trovare il coraggio per presentarsi al pubblico.
Il mondo è pieno di strepitosi musicanti che riescono benissimo nelle prime due fasi ma crollano alla tre. Il coraggio di mettersi in gioco in pubblico, cioè di far tesoro delle tante delusioni e concentrarsi sulle poche soddisfazioni, è merce rarissima.
La ragazzina in oggetto parte sfavorita. Non suona la chitarra e non ama il piano. L’hanno obbligata a imparare l’arpa. Uno degli strumenti più infelici del mondo. Senza un’orchestra non esisti nemmeno.
Almeno ha una bella voce? Sì, a patto che vi piacciano quelle che camminano sul filo tra l’intonazione e la stonatura. E a patto che vi piacciano calde come un frigo abbandonato sulla banchina polare. La sua è acutissima, capace di far saltare non solo i cristalli Swarovski ma anche i vetri antiproiettile della Papamobile.
La verità è che non serve la chitarra e nemmeno la voce sensuale. È il coraggio che conta, la faccia tosta, la voglia di esprimere quello che si ha dentro a squarciagola. E a squarciaorecchie, se necessario.
Per me il risultato è bellissimo. Una musica che al primo ascolto ti lascia perplesso. Al secondo stranito. Al terzo ridi. Dal quarto in poi cominci a sentire qualcosa che si muove, nella testa e nello stomaco.
Io sono già oltre. Ormai ascolto anche tre pezzi di fila. Quattro non ho mai provato.
Il mondo è tuo, Joanna. Anzi, una piccola parte del mondo. Ma è quella che piace molto anche a me.
Joanna Newsom suona “81″ su youtube
Matteo Rinaldi
gennaio 19th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Ci vuole orecchio
(m.r.) Sul valore di iTunes, iPod e Mp3 non si discute. Ma ammetto di aver sbagliato su una cosa: la qualità.
La qualità sonora dell’Mp3 è inferiore al cd e al vinile. Lo ammetto dopo aver sostenuto il contrario, per anni, litigando con agguerriti e numerosi appassionati di musica. Mi ricredo e dò loro ragione.
Ne ho avuto la prova qualche giorno fa: ho comprato il cd di un autore che pure ho scoperto e amato con iTunes.
Quello che esce dal cd, anche in un impianto semplice come quello della mia auto (autoradio Sony, casse di serie della Fiat) è un’altra cosa. Più calore, pienezza, vita.
Mi tengo iTunes con tutti i suoi vantaggi. Ma ammetto la superiorità della concorrenza.
Magari è colpa del cd. Che dà molto e di conseguenza pretende molto da chi ascolta: Five leaves left, Nick Drake, 1969.
gennaio 18th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti
Un’altra tivù è possibile. Ma che resti tra noi
Il successo silenzioso di Boris, la serie italiana più innovativa e originale
Una scena di Boris: lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi, ottimo) costretto con la violenza ad assecondare il perfido Mariano Giusti (Corrado Guzzanti)
Converrebbe guardarla pochissimo la televisione. Soprattutto a chi, come me, passa tutte le sere ad occupare militarmente il divano. Ma se non avete stimoli o modo di passare le serate altrove, almeno godetevela.
Uno dei sistemi migliori è lo sceneggiato Boris, in onda a rotazione sui canali Sky. È una serie, anzi fuoriserie italiana, come la definiscono gli autori, che racconta la quotidianità di una scassatissima troupe alle prese con una scassatissima soap chiamata “Gli occhi del cuore”.
La soap è l’unica cosa perfettamente in linea con la tivù italiana di questi decenni. Tutto il resto è follia: attori, autori, storie, recitazione.
Il suo segreto è semplicissimo: l’intera squadra si diverte. Lo sforzo principale degli attori spesso è non mettersi a ridere. Ma soprattutto: noti in loro la soddisfazione nel recitare finalmente qualcosa scritta con un po’ di cuore, non solo di mestiere. Dalla nostra parte dello schermo te ne accorgi. E ti diverti quanto loro.
Il protagonista principale è Francesco Pannofino. Non lo conoscete ma l’avete sentito mille volte: è uno dei migliori doppiatori italiani, profonda e calda voce di George Clooney e altre star. Qui è René Ferretti, regista della soap. Esattamente l’opposto di un sex symbol: rotondo, sbracato, sempre sopra le righe. Con la voce che ha potrebbe recitare semplicemente parlando: invece esagera e si mette in gioco con una gestualità da attore del cinema muto. L’effetto è garantito.
Caterina Guzzanti è Arianna, l’assistente alla regia. E qui comincia la confusione, perché Caterina s’ispira alla vera assistente alla regia di Boris, di nome Arianna. E così il capo elettricista (la bravissima Iena Paolo Calabresi), lo scenografo e tutta la troupe.
Quel che ne esce forse non se l’aspettavano nemmeno gli autori. Gli attori di Boris sono così ridicoli mentre recitano gli Occhi del Cuore che diventano perfettamente verosimili quando recitano Boris. Cominciate a confondere cinema e realtà, tanto più che che ogni tanto compare in scena la troupe vera: la vera Arianna, i veri elettricisti, i veri assistenti. E voi non capite più nulla (io almeno non capisco più nulla) e mai ho avuto così forte la sensazione che non solo il cinema ma anche la la vita sia in realtà una meravigliosa e ridicola follia.
Probabilmente è proprio questa la forza di Boris: raccontando una doppia storia, mostra una storia ancora diversa: gli attori di Occhi del cuore (Pietro Sermonti, Carolina Crescentini, Eugenia Costantini, Angelica Leo, qui bravissimi ma spesso cani quando recitano nelle vere soap) giocano a fare i cani a testa alta. E recitano quindi in maniera realistica – e quindi bellissima – quando sono fuori dal finto set e dentro quello vero.
Scusate, mi gira la testa. Non bastasse, attorno a Boris ruotano attori sconosciuti che interpretano personaggi veri (il giornalista di Repubblica Dipollina, il regista Sorrentino) e veri attori bravissimi (Roberto Herlitzka, Nastro d’Argento e David di Donatello per il suo Aldo Moro nel film Buongiorno, notte) che interpretano personaggi cani. E il grande Corrado Guzzanti, semplicemente strepitoso nel ruolo di un attore pazzo, violento e maniaco.
In una mirabile puntata, l’attore Herlitzka mette in crisi il set perché recita in modo semplice e naturale, facendo apparire orrendi gli attori protagonisti. Il regista lo implora di recitare “alla cazzo di cane”, di “buttarla via”. Herlitzka rifiuta: parte un giro di telefonate da cui vincerà chi ha la raccomandazione più potente (quasi nessuno, tra attori, autori e maestranze del cinema, lavora senza la poderosa raccomandazione di un politico o di un potente). Alla fine Herlitzka reciterà finalmente malissimo accontentando tutti.
La scena è mirabile perché voi capite d’incanto che cosa significa recitare bene (e quindi: comunicare bene, essere espressivi, essere reali): conoscere le regole e poi liberarsene. Non enfatizzare mai. “Buttarla via” come urla il regista ogni cinque minuti. Ma per buttarla via bisogna prima tenerla stretta, sapere cos’è e com’è fatta. Vale anche per la comunicazione nella vita. Anzi, vale per tutte le cose che contano davvero, nella vita.
Pst: le prime puntate sono tutte su internet: godibilissime anche sul piccolissimo schermo. Dalla sigla di Elio e le Storie Tese ai virtuosismi di regia e scenografia.
Matteo Rinaldi
gennaio 17th, 2011 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai, Chi non spiega si piega | | 1 Comments
L’importante è sentire
iTunes compie 10 anni: finalmente ho imparato a usarlo
Lavoro con macchine Apple fin dai primi Classic: scoprii la rivoluzione iTunes all’indomani del lancio. A dire il vero non ci capii niente. Come tutte le vere rivoluzioni, non fu subito comprensibile. Lo divenne solo qualche mese dopo, con l’arrivo del primo iPod: una minuscola discoteca che ti metteva a portata di tasca un mondo intero.
Penso di aver imparato solo col tempo. Ho cominciato con dodici pezzi e li ricordo ancora. C’era l’introduzione blues del vecchio telefilm Sulle strade della California e il pezzo chiave dell’Impero del sole di Spielberg. C’erano poche canzoni del tempo che fu, da Wuthering heights di Kate Bush alla ballata di Fantozzi.
Con quelle prime ricerche, su Napster e gli antenati della condivisione, non miravo ad accaparrarmi la discografia mondiale. Tantomeno le novità. Puntavo semplicemente a quel che non avrei trovato in nessun altro modo: sigle di antichi sceneggiati, brani dell’infanzia e dell’adolescenza, canzoni fuori produzione da decenni.
In dieci anni sono arrivato a quattromila pezzi. Lentamente, senza strafare. Ho cominciato con la musica della mia vita, quella che più amo. Un pezzo alla volta, una capolavoro personale dopo l’altro. Per un paio d’anni ho sfruttato iTunes solo così: un ottantina di pezzi e niente di più.
Ma non andava. Non poteva durare. Troppo pochi, direte. No, troppo troppi.
Se il tuo iTunes contiene solo i pezzi più belli, quelli che ami di più, come fai a usarlo mentre lavori, mentre chiacchieri, mentre scrivi? Come fai ad ascoltare un tuo capolavoro dopo l’altro mentre fai cose che pretendono una parte importante della tua attenzione?
Non puoi. Infatti mi fermavo continuamente ad ascoltare. Quarti d’ora con le dita a mezz’aria, sospese sulla tastiera, gli occhi verso l’alto, incapace di proseguire.
Allora ho capito. Troppa bellezza non si può. Serviva una soluzione.
Era semplice. Bastava fare come i cocktail. Mischiare, allungare, diluire. Da allora faccio così per costruire il mio iTunes e di conseguenza il mio iPod: un sesto di capolavori, due sesti di roba buona, un sesto di musica da scoprire, intercambiabile, e due sesti di musica difficile, tipo la classica, il jazz, le colonne sonore.
Così ho imparato a fare tutto – guidare, lavorare, vivere – con iTunes che mi lancia tutto ciò che vuole. Nel tempo di questo pezzo: i bassi assassini di Tom Waits seguiti dalle mazzate di grancassa della geniale disco funk di Fatboy Slim seguito da un sano Battiato d’annata seguito da un Van De Sfroos in dialetto comasco seguito proprio ora dal violino elettrico di Laurie Anderson.
Poi possono arrivare Mozart, Neil Young, Laura Veirs o Anna Oxa. Al massimo mi fermo un paio di minuti, poi riprendo. Se anche arriva la Valsugana o un introvabile bootleg di Iggy Pop (non mi manca niente, dopo dieci anni) canticchio a bassa voce o a squarciagola, ma non perdo il ritmo di quel che sto facendo.
Mai rimpianto l’epoca dei dischi. Tantomeno dei Cd. La logica di iTunes, dell’iPod e degli Mp3 mi sembra perfetta. I regali che ti fa la casualità sono memorabili. Nemmeno il dj più geniale o squilibrato sarebbe capace di tanto.
Matteo Rinaldi
gennaio 12th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti








