Scatti d’ira

Su centinaia di foto che pubblicizzano le barche a vela, pochissime mi piacciono davvero. Sbaglio io?

Capisco il problema dei produttori di barche a vela. Il loro compito è difficile: convincere ogni anno qualche decina di pazzi a investire centinaia di migliaia di euro per un giocattolo che vale quanto un appartamento in centro città.

Non capisco la soluzione: riempire i pozzetti di belle donne entusiaste è ridicolo. Non ne ho mai vista una, in tanti anni. Belle donne sì, entusiaste mai. Rilassate men che meno.

Quelle che vedete ritratte in queste foto sono false e insultano l’umanità, non solo femminile: pretendere che un’essere dotato di intelligenza scelga una barca a vela per stendersi e prendere il sole è come immaginare che uno scelga un film di Tarantino per dormicchiare sulla poltrona.

Non bastasse, oltre alle bellezze in posa (sono sempre in posa, nelle foto veliche: mai una che si inciampi, che sputi, che si innervosisca perché non riesce a fare un nodo) c’è sempre una mare meraviglioso – piatto, ventoso, blu e deserto: una roba che neanche una vacanza ogni dieci.

Il cielo infine: uno scoppio di azzurro esagerato e immutabile. Quando ha disegnato il paradiso terrestre, perfino Michelangelo ha avuto un sussulto di realismo inserendo qualche nuvola grigia. E lo pagava il papa, mica il p.r. della Beneteau.

Poi vedo le foto con cui l’Hallberg Rassy accompagna le descrizioni di alcune sue barche, nel sito del cantiere.

In questi mari, in queste facce, in questi berretti e giubbotti c’è la vela che piace a me. Nei silenzi e nei sorrisi. Che non si vedono, i sorrisi, perché sono tutti dentro, nascosti. Fuori non ne hai bisogno. Fuori non c’è niente da mostrare, dimostrare, spiegare.

C’è solo buio, spazio, tempo. Solo un filo di luce calda che arriva dal fondo. Pare scaldi più del sole. Non ne serve di più.

Matteo Rinaldi

febbraio 28th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Divertirsi alla tedesca

C’era una volta la creatività italiana: i tedeschi ci surclassano anche nelle campagne pubblicitarie

Lo spot pubblicitario “Sorry” che chiude il post precedente è firmato Springer & Jacoby, a mio parere una delle migliori agenzie di pubblicità. Pur essendo tedesca, ha una creatività e un sense of humor che noi abbiamo dimenticato.

Un salto sul sito S&J regala sempre sorprese. Ogni campagna strappa almeno un sorriso, spesso un oh! di ammirazione, quasi sempre la sensazione di aver vissuto, nello spazio di trenta secondi, una storia compiuta.

Oggi scopro che la Springer & Jacoby ha fatto bancarotta. E il sito ha chiuso, maledizione.

Bando agli scoramenti. Ho scovato sul web tre vecchie perle firmate S&J per la Mercedes. Le regalo a chi non ha avuto il piacere.

La prima è poco più di uno scherzo. Bello però. Delicato e divertente. Come raccontare i valori di un’auto senza neanche mostrare l’auto.

La seconda è quasi uno schetch. Come valorizzare l’auto… lasciandola immobile in garage. Tanto di cappello.

Quella che segue è una freddura, ma efficace. Sceneggiatura, recitazione, sguardi e movenze sono impeccabili. Mancano solo Tognazzi e Gassman che sbucano da dietro una porta.

Infine uno spot pirata. Pirata perché non non è firmato S&J, non pubblicizza Mercedes e non è nemmeno particolarmente creativo. Però le facce e soprattutto la musica bastano e avanzano per farmi amare lo spot, la macchina, la storia.

Non so se il brano lo conoscete: mi pare sia di Biagio Antonacci, mi pare.

Matteo Rinaldi

febbraio 25th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti

Molto sense e poco humor

Perché in Italia gli spot pubblicitari sono tre volte più stupidi che all’estero? Dove abbiamo sbagliato?

In un incazzoso post del suo nervoso blog (occhio, è molto livoroso), Arcureo criticava gli ultimi spot pubblicitari della Mercedes Benz. In questi capolavori di creatività agiscono personaggi che appaiono dei perfetti imbecilli, soffrono problemi imbecilli e trovano di conseguenza soluzioni perfettamente imbecilli: un’automobile per diventare persone migliori.

Fatevi forza e guardate: in questo spot, un imb. comprende finalmente di aver convissuto vent’anni con l’orrore del jet-set metropolitano. Ravveduto, scappa con un fuoristrada Mercedes a cercare qualcosa di indefinito: probabilmente gli orrori del jet-set montano.

È roba talmente brutta, offensiva e squallida che batte buona parte dei programmi televisivi, dalle Vespate ai giochi a premi nazionali. Ma probabilmente funziona perché la Mercedes, per pubblicizzare un modello completamente diverso, ricalca lo stesso spot.

Stavolta però il manager – che ha mollato tutto e vive nei boschi, spaccando legna e carezzandosi una lunga barba filosofica – trova la soluzione per equilibrare la vecchia vita e la nuova armonia: tah-dah!, altro non è che la visione di una Mercedes.

Lo spot è semplicemente umiliante. Lo spettatore a cui è rivolto (io, giusto per fare nomi) è ritenuto non solo capace di sopportare tutto questo ma perfino di apprezzarlo, di trovare affinità, di desiderare una Mercedes grazie a queste storie.

Ma la cosa peggiore è scoprire che simili spot vengono realizzati solo per il nostro mercato: in Germania, Inghilterra e moltissimi altri paesi, la Mercedes pubblicizza le stesse auto con campagne completamente diverse: ironiche, creative e intelligenti. A volte così belle che farei debiti in eterno, per comprare una Mercedes.

Perché, perché, perché Mattew Reynold e Matthias Reinhard sono trattati da persone civili, con sense of humor, rispetto e intelligenza, mentre Matteo Rinaldi è trattato come un povero scemo?

Matteo Rinaldi

febbraio 21st, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 11 commenti

Il Magnifico Correttore

In riferimento al post precedente, ecco un valido suggerimento per chi vuol bene alla lingua italiana e s’impegna a scriverla in modo vivo e corretto.

Incredibile ma vero: l’Accademia della Crusca è una persona sola. E siccome ho il piacere di conoscerla, ve la presento: si chiama Fausto Raso, grande maestro dell’italiano scritto, oggi attivo anche con un blog tutto suo. Fausto sa tutto sullo scrivere bene. Una miniera d’uomo.

Quando dico tutto intendo proprio tutto, perfino cose su cui litigano da anni i vocabolari: ad esempio la grafia corretta di guardaccia, guardaboschi e guardiamarina. Perché solo l’ultimo ha la i? Ecco, Fausto vi spiega anche le ragioni di ogni cosa.

Nel suo blog (faustoraso.blogspot) trovate di che divertirvi (o di che odiare Fausto Raso, il sottoscritto che ve l’ha consigliato e soprattutto la lingua italiana). Ma vi consiglio caldamente il suo libretto – agilissimo – che trovate in libreria: ”Giornalismo. Errori e orrori“, sottotitolo “Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con bella prefazione di Curzio Maltese.

Non solo scoprite che l’italiano vi pianta davvero in Nasso e non in asso. Ma che potete scrivere il plurale di due, tre, quattro, cinque, sette e otto (“Mio figlio ha una pagella piena di setti e otti”, potete declamare agli amici. E a chi vi deride appioppate un paio di trei e quattri).

Ma soprattutto imparate a evitare decine di stupidi errori, spesso impercettibili, che rovinano la qualità della vostra scrittura. E scoprite curiosità infinite, come il fatto che i numeri composti vanno accentati (ventitré, cinquantatré, ottantatré). A questa non ci sarei arrivato mai: giù il cappello, maestro.

Una curiosità. Fausto l’ho conosciuto più di dieci anni fa per e-mail. Mi aveva scritto complimentandosi per il mio italiano (una specie di medaglia virtuale, che mi tengo stretta e cara) e regalandomi un paio di consigli. Ho scoperto che di mestiere faceva il correttore di bozze al Corriere dello Sport – Stadio.

Anch’io ho fatto il correttore, tanti anni fa, per arrotondare il magro stipendio delle prime collaborazioni giornalistiche. Un lavoro che ti insegna soprattutto come non devi scrivere. Dovevo trattenermi per non mettere le mani su quasi tutti i pezzi e riscrivere interi capoversi.

Ma per uno come lui dev’essere stata una sofferenza ben maggiore: non c’è dubbio che avrebbe potuto correggere tutti i centocinquanta giornalisti della testata, a partire dal direttore.

Speriamo sia gentile con questo post. Per sicurezza lo rileggo: sedici volte, che non si sa mai.

Matteo Rinaldi

febbraio 16th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 8 commenti

Tradotta e abbandonata

La lingua italiana scritta è una brutta bestia: si rischia di non imbroccarne una neanche per sbaglio

(m.r.) Ho scattato queste foto in un grande magazzino di importazioni orientali. Secondo voi i testi li ha scritti un essere umano o una macchina? Secondo me un traduttore automatico.

Di certo non ne ha fatta una giusta. La nostra è una lingua tremenda, da mettere nero su bianco.

Non ho saputo uscire senza che un poco la mi girava testa.

febbraio 14th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 10 commenti

Le rotte dei morti viventi

Ho ripescato queste vecchie foto. Le pubblico come monito: chi è attratto dalla vela, sappia cosa rischia.

Agosto 2008: guardo le vele sull’acqua del lago di Fimon. Veleggio già da qualche anno, per fortuna: resisto alla tentazione di saltare su una barca anch’io. 

“Perché non prendi una barca? – mi incitano dal pontile della Lega navale – è una giornata perfetta!” Prendo sì una barca. A remi, però. Lo so benissimo come va a finire a vela. Come minimo il vento cala di colpo e mi pianta in mezzo al lago. Per sei ore! Oppure rinforza e devo fare i salti mortali per non roves… Neanche finisco la frase: un poveraccio, a bordo di una deriva, calcola male una folata assassina e cappotta.

Ora, tutti sanno che una volta in acqua bisogna mantenere la calma. Ma è un sogno. Ci sono venti gradi sotto zero, in acqua. E piante carnivore subacquee. E pesci siluro di due metri che puntano su tutto quello che somiglia, anche vagamente, a un pesce più piccolo. Adorano quelli attorno ai dieci centimetri. Znort!

Cominciate a dibattervi, cercando di raddrizzare lo scafo con tutta la forza che avete. Eppure sapete – ve l’hanno insegnato! – che il metodo è uno soltanto: 1. aggrapparsi alla pinna di deriva (sì, quella roba lì sporchissima e oleosa dove si aggrappa correttamente il ragazzo nella foto); 2. restare tranquilli.

Non serve far nulla: lentamente il vostro peso raddrizzerà lo scafo. Lentamente. Non potete combattere con centinaia chili d’acqua che schiacciano dieci metri quadri di vela. Lo sapete bene, eppure la sola cosa che riuscite a fare è spingere, sbuffando come ossessi, dibattendovi, bevendo acqua e diventando paonazzi.

I vostri problemi non sono finiti. Dovete infatti resistere alla vergogna. Tutti, da riva, vi guardano (foto) senza capire nulla, ma con l’espressione con cui si osserva un alieno, un disperato, un poveraccio. I terrestri non sanno che una deriva si rovescia abitualmente. Non sanno niente di mari, laghi e fiumi: potete dir loro che l’acqua è profonda novecento metri: ci credono. Oppure solo un metro, ma con le sabbie mobili di Zagor: ci credono, più contenti ancora.

Fortuna che nessuno vi aiuta. Perché se capita sono guai. Tempo fa un tizio apprensivo ha visto una barca rovesciarsi: ha chiamato il 113 e il 118. Sono arrivati carabinieri, polizia, vigili del fuoco, finanzieri. Una figura tremenda per quei poveri velisti inesperti: quasi li denunciavano per procurato allarme.

In compenso, in troppi vi aiutano dall’acqua. Nella foto qui sopra, arriva un canoista che dà al tizio consigli da canoista: sgrumma il pitorfolo! Fidenza l’erquotene! Sgarruppa l’intermedio! Fuori dal quadro ci sono un altro paio di velisti che urlano a loro volta: Tendi l’auregolo! Slaccia il poderobbio! Candora l’autospillo!

Perché io non lo aiuto? Perché sto scattando foto, sono un cronista. La mia missione è testimoniare. E poi nessuno vuole aiuto: il velista maschio italiano è come l’automobilista maschio: accettando si sentirebbe poco virile. Comunque gli ho dato una grossa mano anch’io: Presponi il carabottino! Augemma l’interludio! Intingi il capotasto!

Alla fine il poveraccio ce l’ha fatta. A raddrizzare la barca, intendo. Salirci è un’altra cosa, com’è evidente dalla foto. Non bastano braccia d’acciaio: appena cercate di tirarvi su, la barca si rovescia di nuovo, ovviamente sopra di voi. Ma per fortuna arrivano gli altri, a tirarvi su: Collima l’aurospera! Allittera le bargucce! Rinterza la prosodia!

Matteo Rinaldi

febbraio 11th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti

Suona tu sei hai coraggio

(m.r.) Alberto Graziani è artista, scrittore, autore, giornalista, fumettista e altre dodici qualità che danno molti pensieri e pochi stipendi. Troppe perché decidesse di seguirne una sola. Così ha fatto un po’ tutto, dall’autore per Cuore allo scrittore per Mondadori. Oggi non so: lo vedo raramente anche se volentieri. È sempre alto, bello, magro. Non pare invecchiare, né dentro né fuori. Ce n’è abbastanza per odiarlo.

Invece lo pubblicizzo. Questo è il suo sito. Conoscendo un po’ Alberto, potrebbe durare dieci anni ma anche chiudere domani. Potrebbe diventare un portale ma anche un blog. Potrebbe presentare fotografie – come fa ora – ma anche motori sottomarini.

Più di tutto ammiro un’opera che non saprei definire: arte concettuale, provocazione protoculturale, teppismo condominiale? Vorrei sapere come ha fatto. E dove posso andare a vedere e suonare.

Si chiama “Is anybody in?” e mi piace più di un quadro di Andy Warhol. Per quello che mi dice e quello che mi accende: buona scampanellata anche a voi.

febbraio 9th, 2011 - Posted in Chi non ride si rode | | 2 commenti

Se la finissimo di recitare

Migliorare la comunicazione, le capacità espressive, la consapevolezza: letture consigliate (terza puntata)

Altre due ottime proposte per chi vuole capire le formule – difficili e nello stesso tempo affascinanti - che regolano l’attrazione tra esseri umani. Nella foto, il grande maestro di recitazione Sanford Meisner.

5. Sulla recitazioneSanford Meisner, Audino editore. Euro 19, pagine 192.

Sandy Meisner non è famoso quanto Lee Strasberg, il fondatore dell’Actor Studio. Però è stimato e studiato allo stesso modo da migliaia di attori, autori e appassionati. Nei suoi libri non mancano critiche e attacchi al metodo del collega. Ma penso siano provocazioni ad arte, alla Coppi e Bartali: scintille per accrescere l’attenzione.

In realtà Meisner (1905-1997) insegna e spiega con la stessa filosofia di Strasberg. A leggerlo scoprite che non è neppure indispensabile capire ciò che insegna. L’importante è il modo, la cura che ci mette, la ripetitività ossessiva, perfino gli scatti d’ira. Come quando, nel bel mezzo di una scena, se ne esce urlando a un attore: “Smetti di recitare. Non lo sopportooo!”.

Possiamo anche limitarci a cogliere le perle di un maestro che – sappiatelo – riusciva a insegnare quasi privo di voce e di corde vocali. Ma non smetteva. Credeva in quel che faceva.

Uno dei più bei esercizi cui costringeva gli attori (lo userò anch’io) si chiama non-interpretare. Ore e ore a parlare in modo totalmente neutro, rilassato, chiaro e inespressivo. Vietato dare qualsiasi interpretazione. Perché – spiegava – la diamo comunque, in modo automatico e sbagliato. Hei, ma non è esattamente quel che ci succede anche nella vita? Quindi, concludeva, l’unico modo per correggerla è ripartire da zero.

Perfino bussare alla porta per lui era un ottimo esercizio: “Bussate in maniera tale che ci siano analogie con la vita” diceva. Provate. Ha perfettamente ragione. Non suonerete più un campanello senza metterci, consapevolmente, più analogia con la vita.

6. L’attore e il bersaglioDeclan Donnellan, Audino editore. Euro 18. Pagine 160.

Il primo momento di teatro di cui godiamo è quando la mamma gioca ad apparire e scomparire. Dopo un po’ il bambino impara a essere lui l’attore. Dal nascondino al mangiare, camminare, parlare, ogni nostra attività si sviluppa attraverso l’imitazione, la rappresentazione, l’applauso“.

Donnellan non ha vie di mezzo per chiarire cos’è per lui la recitazione: è la vita. Il suo linguaggio è a volte difficile, a volte noioso, ma a perdersi tra le righe, ritagliando quel che serve nella quotidianità, c’è da compilare un Manuale di buona comunicazione.

“Sapere che le vostre parole non sapranno spiegare davvero quello che sentite è una distanza liberatrice” scrive. Come fai a dargli torto? “Le parole possono fare cose meravigliose solo quando ci accorgiamo che non possono fare niente“, aggiunge. Se ci avete provato, converrete che ha ragione da vendere.

Oltre alle consolazioni (“Viviamo chiudendo in prigioni i pensieri di cui abbiamo paura e vergogna. Ma poi guardiamo i film, leggiamo libri, ascoltiamo storie per sentirli finalmente venire fuori“) suggerisce una serie di piccoli esercizi, di consigli e intuizioni per aspirare a una comunicazione migliore, giorno per giorno.

Che ne dite di questa? “Non si può recitare un’emozione: quando le persone mostrano un’emozione, in realtà ciò che vediamo è il modo in cui cercano di controllarla. Per questo, invece di recitare un’emozione, possiamo recitare l’impedimento che abbiamo a causa di questa”. Lui la scrive più complicata, ma l’ho adattata in italiano comprensibile. Provateci, adesso.

Matteo Rinaldi

febbraio 7th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments

Eccola briccola

Ho trascorso gennaio senza vela. Così mi tuffo nel passato.

La laguna è dolcissima anche col freddo. Basta non andarla a disturbare (Le briccole sono quei trittici di pali che segnano i canali navigabili)

Gennaio è finito e non ho fatto nemmeno una veleggiata. Peccato perché è un mese bellissimo: la laguna di Venezia è uno spettacolo, non c’è anima viva, ormeggi come se fossi a casa tua.

Perché non sono riuscito a navigare? In fondo bastava trovare una giornata non troppo grigia. E senza pioggia. E senza nebbia. In effetti già questo è difficile. Ma serviva anche un filo di vento e questo è molto difficile. Poi avrei dovuto trovare almeno un amico disposto a prendere freddo. Questo è impossibile.

Ah, mi sarebbe servita anche una barca. Da quando il Vela club Venezia ha chiuso, addio ai suoi magnifici ed economici First 21.7. Oggi anche trovare un barchin a nolo è un problema.

L’ultima uscita a gennaio, un paio d’anni fa, l’ho fatta assieme al commodoro Giorgio, grand’uff e capitan di lung cors. Una fortuna pazzesca: c’erano quasi tutte le combinazioni, almeno all’avvio. Un buon Firstino, un bel cielo, un mare tranquillo, una bava di vento. Magnifico. Sì, c’erano anche trentasei gradi sotto zero, ma che c’entra? Dopo mezz’ora avevo perso solo la funzionalità dei quattro arti principali. Il resto del corpo lo sentivo ancora.

Poi il vento è calato, senza preavviso. Ci siamo trovati in mezzo alla laguna, tra isole e isolotti, ad annusare il silenzio e osservare pesci e gabbiani.

Accendere il motore pareva brutto. Il commodoro poi non lo sopporta: “A vela, con la calma, si arriva dappertutto“. È vero: rincorrendo gli spostamenti d’aria, abbiamo navigato. Duecentosei metri. In tre ore. Nel frattempo mi si è ghiacciato anche il quinto arto. Perduto per sempre da allora.

Questo e altro per la vela. Ancora tre ore e abbiamo raggiunto Murano. D’estate, ormeggiare è inimmaginabile: ti tengono a distanza con cartelli offensivi, cani addestrati, cannoni armati. E soprattutto: con le più malefiche imprecazioni che siano mai state inventate.

Sulla banchina non c’era nessuno. Però c’erano sedici segnali di divieto e dodici simboli di Alt! che andavano dal teschio pirata alle radiazioni di Chernobyl. Io non mi fidavo. “Hum, Giorgio, vorrai mica parchegg… haem, ormeggiare proprio qui, davanti alla piazza principale?”

“Ma figurati. Non c’è problema d’inverno” ha detto. Aveva ragione. Abbiamo bevuto un caffè. Credo fosse caffè, perché nel frattempo mi si erano congelate lingua, orecchie, gomiti e ginocchia.

Tornando alla barca abbiamo scoperto che sei mototopi, due vaporetti, un mototaxi e quattro vongolari ci avevano ormeggiato davanti, di fianco, dietro, sopra e sotto, inscatolandoci ad aeternum. Tutti ci guardavano senza dire niente. Malissimo, pareva a me.

Ho finto di essere un turista danese: “Pardon, hvilken vej til København?” (Scusate, qual è la direzione esatta per Copenhagen?) ma il comandante è andato subito al sodo, scambiando con loro un gelido sguardo-dialogico marinaro: “Ah!, Oh!, Mh?, Uh!

Loro ci hanno fatto uscire con un Ah spostando le barche di un Mh. Dal che ho capito quel che aveva detto loro il commodoro: Ah = buongiorno!; Oh = potete spostarvi?; Mh! = ci basta un metro a prua; Uh! = buona giornata e arrivederci.

Siamo tornati a motore, con la temperatura che crollava. Ho perso anche la funzionalità del naso, del pancreas, di una chiappa e dell’intera spina dorsale. Il rumore del motore era così piatto e insulso che ho finalmente capito dove vengono a ispirarsi gli autori della Pausini.

Unica nota positiva: a viaggiare con il Grande Commodoro ero così rilassato che neanche timonare nel gelo mi faceva impressione. Senza rendermene conto mi sono perfino distratto un istante (avevo perso la funzionalità del cervello). Tre secondi, non di più.

Ho capito perché in barca non puoi distrarti. Ho alzato gli occhi giusto in tempo per vedere una solidissima briccola che ingrandiva sempre di più davanti alla mia piccola prua.

Ho dato una botta al timone per evitare l’impatto inevitabile. Bravo! Bravo cosa? Lo sapete come sterzano le barche? Non fanno come le macchine, che girano tutte insieme, dove volete voi, cominciando dal muso! No, cari. Le barche girano col culo. Si sposta la parte dietro, la poppa, e si sposta dalla parte sbagliata, restando poi in linea con la vostra vecchia rotta per almeno dieci metri.

SBAAAADAGRTABAAAAaNK! Siii, proprio come il Titanic nel film. Uguale. Ma non c’era altro da fare: meglio sbattere di fiancata che di prua. Che botta, però.

Nessuno è finito in acqua. Io perché mi tenevo al timone. Il commodoro perché è progettato appositamente: stava guardando dio sa cosa (dunque, a ripensarci, è colpa sua: il più alto in grado deve sempre mantenere il controllo della nave) ma è riuscito ad aggrapparsi alle sartie impiegando tutti e cinque gli arti disponibili: superiori, inferiori e mezzani.

L’ultimo pezzo l’abbiamo fatto nel silenzio. Un po’ perché mi vergognavo, un po’ perché cercavo di decifrare i rumori. L’importante era non sentire quello sciabordio (sgurgl, squish, sgurgl) che indica “stiamo imbarcando acqua e affondando“.

È andato tutto bene. Raggiunto il porto ho centrato l’ormeggio solo perché gli occhi ruotano liberamente nelle cavità oculari. Non avevo altro di mobile. A partire dal collo, rigido come la virtù di Rocco Siffredi.

Si capisce perché lui non è mai andato a vela. Si capisce perché a gennaio non ci sono più andato neanch’io.

Matteo Rinaldi

febbraio 4th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Ma quanti anni hai

Il più efficace metodo anti-aging: né lifting né botulino.

Che significa invecchiare? Non sono sicuro di saperlo. Cerco di farmi un’idea giorno per giorno. I capelli bianchi e le rughe sembrano un segnale preciso e dunque una risposta. Ma non è così.

Conosco persone con tutti i capelli bianchi e rughe che nessun lifting potrebbe coprire. Eppure non sono vecchie.

Ho provato a studiarle. Mi sono convinto che le mantengono giovani soprattutto tre cose: lo stupore, l’entusiasmo, la dolcezza.

La capacità di stupirsi è la prima: per un racconto, per un incontro, per una visione, per un’idea.

L’entusiasmo è la seconda: ne mettono in almeno tre cose su cinque, soprattutto quelle che sognano e non faranno mai.

L’ultima è la dolcezza: indispensabile. Senza, sei un’anticaglia che imita un sedicenne. Perché la dolcezza non si può millantare. E poi è uno dei pochi vantaggi che ci aspettiamo dall’età.

Basta che manchi un solo elemento e la vecchiaia avanza. Stupore ed entusiasmo senza dolcezza non servono a niente. E  nemmeno le altre combinazioni a due.

Quindi la formula perfetta è questa: smetterla con l’incapacità di stupirsi. Quante volte! Davanti a un film, a un racconto degli under 14, a una proposta. Smetterla di frenare gli entusiasmi. Per un’idea, per una passeggiata, per una partita. Smetterla con l’atteggiamento autorevole che hanno tutti gli ex-giovani e provarci con la dolcezza. Perché è proprio quel che ci aspettiamo dagli ex-giovani.

Quando non riesco ricorro alle mie droghe artificiali: gli esempi. Non intellettuali, asceti, filosofi e pensatori: mi ispiro con cantanti, comici e attori.

Questo funziona benissimo: Art Garfunkel settantenne che canta Bridge over troubled water. Ha le rughe, la fronte ampia come un piazzale, la voce che non ci arriva più. Ma che magia quelle rughe, quella fronte, quella voce che non ci arriva più.

Non scambio questo Garfunkel con quello ventenne per nessuna ragione. E nemmeno Sharon Stone con la Stone ventenne, che ci crediate o no.

Matteo Rinaldi

febbraio 2nd, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 9 commenti