La caserma maledetta (2)

Seconda e ultima puntata, in cui tutto finisce per il meglio. E si scopre che anche vincere le elezioni non è difficile: bastano una bella faccia tosta e uno squilibrato totale

Una camerata negli anni Trenta: rispetto ad allora gli italiani sono decisamente meno fotogenici.

L’Ardimentosa era una caserma gigantesca. Sbarcati dal camion, ci spinsero in quello che a me pareva un hangar. Era la nostra camerata, immensa perché avrebbe ospitato i trecento militari chiamati a difendere la democrazia in tutto il territorio provinciale.

Eravamo i primi. Il nostro quartetto si rifugiò in due brande doppie, nell’angolo più buio e lontano. Incurante dei chilometri quadrati disponibili, il resto del camion (Parà d’alta quota, Artificieri kamikaze, Fucilieri artigliati, eccetera) si piazzò attorno a noi. Più che attorno: a cerchio. A tenaglia.

Osservavano le nostre cose con curiosità: gli zaini, che rispetto ai loro parevano nuovi (mai usati prima di allora). Gli elmetti, che rispetto ai loro parevano nuovi (mai usati: avevano ancora il cellophane protettivo). I fucili, che rispetto ai loro parevano d’antiquariato. Parevano è un modo di dire: sul calcio del mio c’era l’incisione originale di un soldato della IV armata americana che liberò Pistoia.

Essere i primi non era consolante: significava che gli altri sarebbero giunti da territori sempre più lontani e inesplorati. Montagne confinanti con l’impero russo. Basi sotterranee. Lagune dell’entroterra. Penitenziari insulari.

Mezz’ora dopo la porta si spalancò. Entrarono rumorosamente venti Paludari sterminatori, il corpo speciale che aveva base nelle distese del Rovigotto e raccoglieva gli elementi scartati dai Lagunari della Serenissima.

Guidati da un istinto animale, si disposero attorno alle nostre brande e cominciarono a fissarci. Alcuni sguardi ricordavano il dottor Mengele. Altri Rocco Siffredi. Non sapevo chi temere di più.

“Da dove arrivate?” chiesi amabilmente a un paludaro che si era preparato la branda, infilato sotto le lenzuola e tolto gli scarponi infangati, esattamente in quest’ordine. Non mi rispose: si era addormentato praticamente all’istante. Capii: questi non vedevano un vero letto da almeno otto mesi. Gesù.

“Scusate, da dove venite?” domandai al compagno che si stava infilando in branda allo stesso modo. “Cossa te ne ciava? Gavì altro da preocuparve, stasera. Prepareve, imboscati de merda”. Eravamo perduti, era lampante.

Uscimmo dalla camerata in tutta fretta per andare a mangiare. Evitammo accuratamente la mensa: come minimo saremmo finiti nel pentolone della minestra. Avevamo due ore di libera uscita. Ci rifugiammo in una pizzeria distante e periferica. Come passare indenni la nottata? Ragionammo sulle possibilità. Farci investire, tutti assieme, da un’auto di passaggio? Hum… forse saremmo finiti all’ospedale civile. E se invece ci avessero portati all’ospedale militare? Era come buttarsi dalla padella alla brace. Mumble…

Mi guardai attorno. Che bella squadra eravamo: quattro Scritturali da scrivania. Vediamoli uno per uno. Con me c’era Mino, un milanese abilissimo nel farsi i cazzi suoi. Se qualcuno mi avesse accoltellato non avrebbe mosso un dito per aiutarmi. Ma c’era di peggio.

Il terzo era Lele, un veneto furbo: lui, pur di salvare la pellaccia, avrebbe dato man forte all’accoltellatore.

Pedron, il quarto, era un umanoide dal profondo Veneto: statura inferiore alla media, peso superiore, intelligenza lasciamo perdere. L’avevano messo in ufficio perché temevano che con un fucile in mano si sarebbe sparato addosso, come Charlot. Con una penna in mano avrebbe fatto meno danni, pensavano.

Pensavano. All’Ufficio Leva, dove lavoravamo, gli facemmo credere che tutti i nomi che finivano per “a” erano femminili. Tutti quelli in “e” e “o” maschili. Migliaia di Andrea, in quegli anni, evitarono il militare per merito nostro. In compenso centinaia di povere Adele, Clio, Violante ricevettero la lettera di chiamata.

Pensare era una fatica insostenibile per Pedron. Poteva riuscirci tre minuti, non di più. Provò a ragionare su qualcosa ma cominciò subito a giragli la testa: figurarsi, non aveva nemmeno capito il problema.

“Vado ai sevvizi a davci acua all’oselo”, disse. Era il solo uomo al mondo che riusciva a sbagliare l’ortografia anche nel parlato.

Il fatto è che non riusciva a fare niente in modo razionale, a cominciare dai movimenti. Per raggiungere il bagno, che era diritto davanti a noi, fece due svolte, tre smorfie, due bestemmie, quattro risate squilibrate.

“Inventiamoci una storia” disse Lele, che ogni tanto aveva colpi di puro genio. Una storia? Che storia?

“Una storia su di lui. Lo usiamo come diversivo. Non vedete come si muove, come parla? Sembra totalmente squilibrato, no? Bene, facciamolo apparire completamente pazzo e pericoloso.”

Lo sembrava davvero un po’ squilibrato. Anzi lo era. Ma pericoloso… Si vedeva a chilometri che non avrebbe fatto male a una mosca. Fisicamente era la trasposizione umana dell’orsacchiotto che tutti abbiamo avuto da bambini. La stessa cattiveria. In più, quell’incredibile erre moscia. Neanche Vincent Price sarebbe credibile con la erre moscia.

“Non abbiamo alternative. Voi state al gioco. Ovviamente lui non deve sapere niente: più è naturale più è credibile. Pedron dev’essere se stesso e basta”.

Era una tale assurdità che poteva funzionare. Che altro si poteva fare? Affrontarli con i nostri Garand? Scritturali da scrivania. In fondo cosa potevamo perdere, oltre alla vita e alla verginità?

“Pedro, vammi a comprare un pacchetto di sigarette” ordinò Lele poco prima di rientrare in caserma.

“Cazzo, mi dai sempve ovdini! Non ci vado se non mi chiedi almeno pev piaceve”.

“Vai subito o ti torturo. Ti torturo col solletico. Corri, vai!”

“Ecco, vedete che ho ragione? È andato senza fiatare e… Io non ho mai fumato in vita mia”.

La camerata era piena adesso. Erano arrivati tutti. Distinsi le mostrine biancoverdi degli Stupratori anticarro, quelle grigiorosse degli Obici inquinanti e quelle gialloblu degli Avvelenatori invisibili. Roba da cominciare a tremare. Ma non c’era tempo: Michele puntò deciso verso il centro dello stanzone, buttò via ogni remora e si lanciò.

“Attenzione tutti! Due minuti per ascoltarci e capire, altrimenti sono problemi vostri. Non ci sono giustificazioni, chiaro?”

La decisione è un’arma mica male. Se riesci a portarla avanti, però. Glom.

“Tra due minuti rientra uno dei nostri. Occhio. Lo riconoscete subito. Ha fatto due anni di manicomio criminale. Siccome l’esercito è una gabbia di pazzi, l’hanno fatto partire lo stesso. Pareva tutto normale ma due mesi fa, senza nessuna ragione, ha preso uno per il collo con la mano destra e con la sinistra l’ha quasi accecato. Il poveraccio, uno spinotto di Andria del settimo scaglione, gli aveva fatto una battuta sul manicomio. Senza cattiveria, gli aveva chiesto un autografo dandogli una matita”.

“Lui gliel’ha piantata in un occhio. Poi l’ha staccata e gli ha fatto l’autografo, con la dedica. Al manicomio criminale aveva buttato un medico giù per la finestra. Ma la cosa peggiore è che non dà segni di preavviso. Lo fa e basta. Ma non ha nessuna cattiveria, non se ne rende nemmeno conto”.

“Noi lo conosciamo bene e lo teniamo d’occhio. Vi garantiamo che non succederà nulla. Voi però tranquilli e soprattutto fate finta di niente. Non fategli capire che sapete! Comunque stanotte dormite con un occhio aperto, non si sa mai”.

Neanche a farlo apposta Pedron entrò un istante dopo. Per arrivare in fondo alla camerata c’erano cinquanta metri in linea retta. Li percorse a zig zag, con curve e angolature che avevano logica solo per lui. “Povca tvoia! Non mi ai gnanca deto che sigavette fumi! O cvompato le Mavbovo! Ti vanno bene le Mavbovo?”

“Grazie Pedro, sei molto gentile – disse Lele – Ma mi raccomando, sii gentile anche con i ragazzi qua intorno”.

“Beh vagazzi, come va? C’è un pvoblema gvosso in effeti, se ne pavlava pvopvio pvima. Ma lo visolvevemo, povca puttana! A pvoposito… Non vicovdo qual’eva il pvoblema che pavlavamo pvima al bav… Qual’eva il pvoblema?

Le facce attovno evano mascheve e… Pardon, le facce attorno erano maschere. A guardarlo filtrato dalla nostra descrizione, Pedron pareva davvero uno squilibrato totale. Aveva anche l’incredibile capacità di usare uno sproposito di parole con la erre.

Se qualche Bersagliere sbudellatore aveva ancora dubbi, Pedron li sciolse. Probabilmente si sentiva osservato, non capiva perché ma gli piaceva. Perciò fece l’opposto di quel che fanno le persone normali: diventò protagonista assoluto.

Si avvicinò a un tizio grosso, brutto e cattivo che aveva addirittura due mostrine diverse in un colpo solo: a sinistra Deturpatore di cadaveri, a destra Sciacallo radioattivo. Un metro e novantacinque di animale, che solo a pensare di sfiorarlo ti avrebbe deturpato senza neanche renderti cadavere.

Pedro gli sorrise prendendogli il naso tra pollice e indice. Scuotendolo dolcemente gli chiese: “Hei vagazzo, pevché ai due mostvine diffeventi? Ti fanno fave il militave vaddopiato?” Poi, giuro, si voltò verso gli altri e disse: “Chi mi da una matita? Devo fave una mappa della camevata altvimenti mi pevdo quando vado ai sevvizi nel cuove della notte. Magavi pev evvove finisco sopva la vostva bvanda. Hav hav hav!

Non erano le cazzate dette da noi, a funzionare. Era la sua naturalezza, che rivista sotto questa luce pareva la lucida follia di un Hannibal Lecter di provincia.

Nessuno gli diede la matita. Ma nessuno fiatò per tutta la sera e per l’intera notte. Lui non capì niente di niente. Io dormii la più bella notte della mia vita. Nei due giorni seguenti, difendemmo con successo le elezioni e la democrazia. Poi finimmo il militare e ci perdemmo di vista.

È che avevo altro per la testa, altrimenti avrei fondato un partito anch’io. Non avrei avuto il minimo dubbio sul ministro della Difesa.

Caporale Matteo Rinaldi, IV ska ’87

marzo 30th, 2011 - Posted in Chi non ride si rode, Chi non spiega si piega | | 0 Comments

La caserma maledetta

Un romanzo di violenza e paura in due puntate: come salvammo il cu… il cuore durante una pericolosa missione di guerra

Una storia vera che inizia in un camion come questo: ancora più stretti, se possibile.

C’era una volta uno spregiudicato venditore che motivava i suoi agenti con queste parole: “Il vostro lavoro è convincere gli italiani: ricordate sempre che l’italiano medio ragiona come un bambino di seconda media. E non è nemmeno tra i primi della classe“.

Brutto tipo, il venditore. Mi pare si sia lanciato in politica. Ma anche gli italiani non scherzano: creduloni innati. Anche gli svizzeri, gli ugandesi, i venusiani lo sono: è tipico degli animali sociali seguire l’onda. Ma noi siamo più portati. Sappiatelo: anche senza le capacità dello spregiudicato venditore, qualche vantaggio possiamo ricavarlo anche noi.

Ero nell’esercito a finire i miei dodici mesi di leva quando arrivò la notizia: quattro preziosi posti premio per una missione spettacolare, le guardie armate ai seggi elettorali.

Avevo sempre sognato di difendere la democrazia: quella mattina, nel cortile della caserma, feci un passo avanti assieme a tre amici. O forse furono gli altri 196 a fare un passo indietro: fatto sta che fummo promossi protettori delle elezioni amministrative 1988. C’erano i socialisti in giro allora: mica facile garantire la democrazia. Beh, in effetti anche oggi… Zut, non perdiamoci in ciance. Abbiamo solo un quarto d’ora per preparare lo zaino e partire.

Mimetica, sacco a pelo, fucile, baionetta. Non serviva altro: i proiettili li avremmo ricevuti sul posto. Meglio così: quelli del nostro distretto erano inservibili. Il mio carissimo M. li aveva svuotati tutti, guardia dopo guardia, per rubare la polvere da sparo. Difesi la caserma per sei mesi (paventavano un attacco terroristico delle brigate rosse ogni due settimane) senza sapere che non avrei potuto sparare neanche un colpo.

Quando lo scoprii non mi scomposi: bisognava essere deficienti per immaginare che avrebbero cercato di rubare fucili già vecchi nel 1952.

Calavano le prime ombre della sera quando salimmo su un camion col telone, uguale a quello con cui portano Brad Pitt ammanettato e incappucciato su Bastardi senza gloria. Mi guardai intorno e mi sentii tale e quale a Brad: rischiavo più di lui.

Le divise attorno a me puzzavano di caserma vera e di nonnismo alla massima potenza. Le facce parevano orrende e i fucili veri, automatici, oliati e cattivi. Gli scarponi risuolati almeno tre volte. Questi erano soldati sul serio. Dai discorsi che intuivamo, tra buche e scossoni, capimmo che al distretto ci avevano presi in giro: i soldati non erano volontari in gita premio ma i peggiori elementi delle peggiori caserme. Li mandavano in punizione, per levarseli di torno. Cristo, solo io potevo cascarci.

I ceffi ci annusarono e capirono subito. Noi li scarponi li usavamo una volta alla settimana, solo per far riposare le scarpette lucide della divisa elegante. Mai fatto un campo, una marcia, un a tu per tu con fango, gelo, pioggia. Noi si faceva l’esercito in ufficio: timbri, cancelletto, pratiche da riordinare. Una noia che non vi dico. Ma forse non era il caso di spiegarlo a quelli.

Ci studiammo a vicenda nella penombra del camion. Era buio ma le mostrine brillavano a sprazzi, illuminate dai fanali. Indicavano il ruolo svolto da ognuno. Mostrina oro-nero con banda grigia del tizio alla mia destra: “Parà d’alta quota“. Ostrega. Mostrina rosso sangue con inserti color rame del tizio a sinistra: “Artificiere kamikaze“. Sacramento. Oro-nero con banda blu, di fronte: “Parà da bassa quota“.

Gosh! Bassa quota. “Da dove vi lanciate?” chiesi per fare amicizia. “Cinquanta metri” grugnì. “Dev’esser dura far aprire in così breve spazio il paracadute!” dissi. “Quale paracadute?” sputò. Imbecille, quando imparerai a tacere?

Via via che gli occhi si abituavano al buio, distinsi tutte le mostrine della trentina di soldati con cui sobbalzavo. Vidi un “Artigliere pesante“, due “Sminatori d’assalto“, tre “Fucilieri artigliati“, un “Accoltellatore impietoso“.

Sperai che non distinguessero le nostre: una ridicola bandierina fuxia e rosa che significava “Scritturale da scrivania“. Scritturale da scrivania, incrociamo le dita.

Qualcuno distinse, purtroppo. Lo capii dalle risate che fluttuavano nel silenzio. Un paio di ceffi cominciarono a carezzare le punte delle baionette. Altri due si diedero un’inquietante sistemata alla protuberanza nel cavallo della mimetica. “Stanotte ci divertiamo, signorine“. Non lo disse nessuno, ma si capì.

La meta era vicina: una gigantesca e triste caserma dove avremmo trascorso la notte prima di essere spediti, in coppie, a difendere scuole elementari e uffici comunali. Eravamo perduti? Fine della prima puntata.

Caporale Matteo Rinaldi, IV ska ’87

marzo 28th, 2011 - Posted in Chi non ride si rode, Chi non spiega si piega | | 1 Comments

Non suono più, me ne vado

Lo incontro ogni volta che cammini per Padova. Freddo o caldo che sia, ha preso possesso di qualche metro quadrato di marciapiede nell’asse pedonale del centro storico.

Lo riconosci da lontano. Ha un modo di muoversi molto jazzistico, apparentemente scoordinato. La faccia è, nello stesso tempo, seriosa e compiaciuta.

Suona e sembra pensareSuono bene, signori. Anzi da dio. Ma se non lo capite pazienza: mi diverto comunque”.

Io veramente lo capisco. Già a venti metri di distanza, con le prime note, sento quella sensazione che nei libri d’amore chiamano “farfalle nello stomaco”.

Non sono farfalle: è una specie di vuoto, la stessa vertigine che senti quando decolli con l’aereo, ti tuffi in acqua, ti trovi davanti a qualcosa che non sai spiegare, ti spaventa e ti piace.

Il suo segreto non è la mano sinistra: milioni di chitarristi, con la sinistra, fanno cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Così incredibili che sono venute a noia.

Il segreto è la mano destra, che fa le parti di basso e percussioni saltellando dalla cassa al manico ai capotasti, laddove la mano destra non sarebbe nemmeno ammessa. Ma la bellezza, da sempre, è rompere le regole dopo aver imparato ad amarle.

Vedere un chitarrista talentuoso fa sempre venir voglia di buttar via la chitarra, perché rende evidente la disparità tra la sua classe e la nostra pochezza. Vedere Valter Tessaris ti invoglia a prenderla e lasciarti andare.

In ogni caso è un ottimo motivo per andare a camminare a Padova: buon ascolto su youtube.

Matteo Rinaldi

marzo 24th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti

Scendo in controcampo

Il cinema insegna: per dare senso a un dialogo è meglio parlare uno alla volta, evitare i faccia a faccia, dare tempo al tempo. Rispondere anche due mesi dopo, ma chiari, sorridenti e rilassati

Tra le tante cose che il cinema insegna alla vita (perché nel cinema proiettiamo quello che vorremmo fosse la nostra vita), il controcampo è tra le più curiose.

Se ci fate caso scoprirete che in tutti i faccia a faccia sullo schermo gli attori non guardano mai davanti a sé. Uno guarda leggermente a sinistra; l’altro sempre e solo dal lato opposto. E viceversa. Eppure il dialogo appare sempre diretto, impeccabile, risolutivo.

Questa scelta si è resa indispensabile fin dai primi film: se l’attore parlasse guardando in macchina, cioè davanti a sé, noi spettatori avremmo l’impressione che voglia dialogare con noi. Esattamente come faceva il grande Oliver Hardy quando ammiccava allo spettatore dopo l’ennesima gaffe di Stanlio.

Sappiate allora che i migliori dialoghi del cinema sono stati filmati sempre in questo modo, sempre in giornate diverse e quasi sempre senza che i due attori fossero entrambi presenti.

Un controcampo come quello della foto, con entrambi gli attori presenti, è una rarità che solo un maniaco come Kubrick poteva permettersi. Girare tutti i primi piani di un attore in un colpo solo e i controcampi in un’altra occasione, anche a mesi di distanza, è molto più comodo e costa meno.

Chissà quante volte De Niro ha dialogato da solo in carriera, parlando d’amore, di odio, di sangue, di politica. La sua bravura stava proprio in questo: nella capacità di parlare a padrini, poliziotti, amori e kamikaze con gli occhi fissi nel vuoto a sinistra della telecamera.

Chissà quante volte, a settimane di distanza, padrini, poliziotti, amori e kamikaze gli hanno risposto a tono, fissando a loro volta il vuoto sulla destra.

Un effetto fasullo eppure perfetto per dare alla scena il realismo che serve. Guardando la foto di testa, scattata durante le riprese di Shining, si capisce bene come funziona: la videocamera di Stanley Kubrik è sulla destra di Nicholson pronta a fissarlo nei frequentissimi primi piani. Nel suo controcampo – ovvero i primi piani dell’altro attore – la videocamera sarà piazzata sul fronte opposto e alla sinistra di Nicholson. Ma Nicholson non ci sarà: avrà già finito le sue scene, sarà in ferie o a girare il prossimo film.

Guardando il film apprezziamo il dialogo e il suo realismo cento volte più dei nostri. Ma si può sempre migliorare. La morale del controcampo dice che non serve fronteggiare la telecamera: meglio di spalla che di petto. Non serve neppure discutere a botta calda: o parliamo o ascoltiamo. Vado oltre: meglio se a volte la controparte non c’è. Meno stress, almeno nelle scene troppo cariche.

Poi montiamo il risultato e vediamo chi ha ragione. Probabilmente tutti e due.

Matteo Rinaldi

marzo 22nd, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti

Sei solo un farfallone

Perché amo l’andatura a farfalla: tanto bella quanto inutile

Una barca che naviga con le vele a farfalla è uno spettacolo. L’enorme superficie velica, rigorosamente bianca, pare voglia abbracciare il mare intero, il mondo, l’immensità.

Ovviamente è molto difficile. Per mantenere la randa (la vela a sinistra nella foto) e il fiocco (la vela a destra) in quella posizione, dovete carezzare il timone con la stessa cura di un trapezista sul filo. Un grado di spostamento a sinistra e il fiocco vi crolla addosso, sbatacchiando e protestando. Un grado a destra e la randa parte a 400 chilometri l’ora, spazzando le vostre teste con il boma e fracassandosi dall’altro lato.

Nella foto qui sopra c’è un trucco: si intravede un tangone (asta in lega leggera) che sostiene il fiocco impedendogli di sbatacchiare e protestare. Vergogna! La vera farfalla si fa senza aiuti, con mano morbida, un occhio al windex, un occhio alla bussola e respirando leggeri, a bocca semiaperta.

Quando gli istruttori (che amano la loro barca più della moglie) vi ordinano “Andatura a farfalla!”, vuol dire che si fidano di voi: siete diventati velisti. Scarsi, cialtroni, incapaci, dilettanti, ma velisti.

La verità è che navigare a farfalla non è solo difficile: è insensato. Bisogna avere il vento perfettamente alle spalle e tenere una rotta precisissima. C’è un possibilità esatta su 360 che sia quella che vi serve. Inoltre è del tutto inutile: non si capisce la ragione, ma navigare con il doppio di velatura non vi fa aumentare la velocità di mezzo nodo.

Non serve a niente, è difficile, è rischioso. Neanche a farlo apposta, mi riesce benissimo.

Matteo Rinaldi

marzo 18th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

Biagio allucinante

Con sei mesi d’anticipo sulla data del concerto, il protagonista di questo post ha invaso i cartelloni pubblicitari della mia città.

È un suo diritto: chissà che gli incassi velocizzino la lenta sistemazione di marciapiedi e attraversamenti pedonali.

Quello che mi irrita è il manifesto in sé. La comunicazione vera e propria.

Anzitutto il titolo: Biagio In Arena. Biagio chi? Nemmeno Mussolini e Berlusconi (due a caso) si sono mai sognati di pubblicizzarsi così: “Benito alla fiera campionaria“; “Silvio in piazza“. Il cognome ci vuole. Neanche i Beatles, dannazione, hanno mai suonato come Paul & George & John.

C’è di peggio. Che vuol dire “Biagio In Arena“? A parte l’orrenda “i” maiuscola, è evidente che ci si esibisce all’Arena, si recita all’Arena, si canta all’Arena. Non in Arena.

Che fai Biagio, la grammatica ad personam?

Quale Arena poi. Dove sta scritto che mezza Italia capirà al volo che si tratta proprio dell’Arena di Verona?

Ok, sembra che io abbia il dente avvelenato con Biagio Inarena. Mica vero! Mi è simpatico. Però accidenti, da che mondo e mondo non ci si presenta al pubblico con gli occhiali da sole. In una foto notturna, tra l’altro. Vede, signor Inarena, in un manifesto le note non le possiamo sentire: faccia almeno vedere i suoi caldi occhi d’artista, no? O fa più figo così, più poeta maledetto?

Comunque grazie, Biagio. Grazie per le strisce pedonali davanti a casa mia. Ce n’era davvero un gran bisogno.

Matteo Rinaldi

marzo 14th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 9 commenti

Vedo solo quel che credo

Giocare di fantasia davanti a foto sconosciute

Il sito dell’Hallberg Rassy, cantiere svedese tra i più amati al mondo, dedica una pagina alle foto inviate dai loro clienti.

Alcune sono più belle delle foto ufficiali. Questa per esempio. Quante cose, dentro questo scatto. Anzi, facciamo un gioco: quali sono le tre più importanti che trovate qua dentro?

Valgono anche robe tecniche, alla Mistro: “La leva del motore è tutta avanti, perciò hanno l’elica bloccata per favorire l’andatura sotto vela”. Valgono anche battutacce, sempre alla Mistro: “Il boma Selden non vale una cicca rispetto all’Harken”.

Io vedo e amo l’assoluta assenza del tempo, in tutte le sue forme. Non c’è il tempo delle stagioni perché potrebbe essere estate come inverno. Non c’è il tempo dell’orologio perché potrebbe essere l’alba come un pomeriggio del profondo nord. Non c’è nemmeno il tempo della protagonista, quindicenne o cinquantenne, chi lo sa. E soprattutto non c’è un tempo da rincorrere.

Poi vedo una quantità di niente, fatto di non-panorami, non-bellezze, non-limpidezza, non-visioni. Un niente in cui la tazza del caffè – di ferro – è tutto quel che serve per restare aggrappati alla realtà.

Vedo le dita della mano allargate non per caso: facciamo proprio così quando vogliamo scaldarci stringendo una tazzina.

Infine vedo l’arte di riassettare alla bell’e meglio. La vela arrotolata malamente attorno al boma; la cima di scotta legata con settantadue nodi disordinati. Magari la sera precedente tirava un vento da paura e contava solo fermarsi, fissare la barca, buttarsi di sotto, infilarsi nel sacco a pelo.

Se la vede Mistro una vela raccolta in questo modo, ti spiega (52 minuti!) dove hai sbagliato, dall’angolo di penna a quello di bugna. Se vede il legaccio della cima di scotta, resta interdetto (un minuto) e poi si butta in mare. Piuttosto che proseguire così torna cavalcando un delfino.

Matteo Rinaldi

marzo 9th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 8 commenti

Ahimè gli occhi

Migliorare la comunicazione, le capacità espressive, la consapevolezza: letture consigliate e sconsigliate (4)

Nella foto, una delle espressioni più difficili da interpretare: la rilassatezza. Non tanto in scena, quanto nella vita.

Non si impara di solo Strasberg & c. Per farsi una cultura sulla comunicazione bisogna anche percorrere strade nuove, sentieri sconosciuti e banalissime provinciali. Tra le strade nuove consiglio il secondo libro: tra i più semplici ed efficaci.

7. I linguaggi del corpo. Come si comunica senza paroleSamy Molcho, Red edizioni. Euro 10. Pagine 268.

Samy Molcho è un grande mimo israeliano che da anni insegna comunicazione in mezzo mondo. “Sguardi, espressioni del viso, movimenti delle mani, posizioni delle gambe - spiega - sono mezzi di comunicazione spesso più efficaci delle parole stesse. Trasmettono informazioni sull’atteggiamento interiore, sullo stato d’animo, sui sentimenti e le intenzioni di chi sta di fronte“.

Il suo libro è un manuale pratico che suggerisce come utilizzare la lingua del corpo in tutte le sue sottili potenzialità. Peccato che non dica niente di nuovo – o quasi niente – se solo vi siete presi la briga di guardare con un po’ di attenzione le persone: quando parlano, quando ascoltano, quando sono felici, arrabbiate o stanche la potenza della loro comunicazione fisica è evidentissima.

In 250 pagine, Molcho mi ha dato solo la conferma di quel che ho capito da me in anni di comunicazione – come giornalista, come pubblicitario e infine come formatore. Ma se vi serve un libro per l’abc, testi e immagini sono chiarissime.

8100 esercizi per prepararvi alla carriera di attoreJona Howl, Il Castello. Euro 19,50. Pagine 128.

Il libro migliore che ho letto in questi mesi. Non c’è la profondità dei grandi maestri (vedi puntate precedenti) ma c’è un vantaggio assoluto: la semplicità. Jona Howl ha preparato dozzine di giovani attori al teatro, al cinema e alla tivù. E lo ha fatto con un metodo semplicissimo, che è poi la soluzione migliore per chi non ha l’ambizione di diventare attore ma vorrebbe comunicare un po’ meglio con il resto del mondo.

Con la scusa di preparare i giovani attori per il classico provino, l’autore ci insegna a prepararci per tutti i provini non ufficiali che abbiamo nella vita: appuntamenti, colloqui, presentazioni, spiegazioni… Scopriamo che il segreto è conoscere le regole e poi… imparare a giocarci, almeno un pochino, anche nelle situazioni più serie.

Scoprite anche come nasce il magnifico sguardo che hanno Nicole Kidmam e Jodie Foster nei film. Potete riuscirci anche voi: basta un quarto d’ora di esercizio al giorno.

Matteo Rinaldi

marzo 7th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments

Amici ehi

Sul canale Fox Retro di Sky ho visto alcune puntate di Happy Days con l’audio originale. Volevo scoprire lo “Ehi!” di Fonzie in lingua madre. Ho scoperto di peggio.

Ho scoperto che c’erano le risate registrate. Già allora! A ogni Ehi! del nostro, invece del magnifico silenzio rispettoso di Richie, di Potsie, di Ralph, di noi tutti, seguiva la classica risata isterica, feroce, atroce di cui oggi nemmeno ci accorgiamo.

Ringrazio i dirigenti della vecchia Rai: pensavano che le risate registrate fossero stupide e fuorvianti: decisero di cancellarle a priori da tutti i telefilm.

Qualcuno, anni dopo, le riportò nelle nostre televisioni, facendole diventare abitudine. Non ricordo proprio chi.

L’ehi! di Fonzie e i silenzi che seguivano, cadendo nel vuoto, erano spazi bianchi. Ma erano pieni, non vuoti.

Erano roba tua. Roba intima, personale: momenti in cui dovevi decidere, da solo, se la battuta meritava o meno, se ti dava qualcosa, se c’era dietro qualcosa, uno sforzo, un cuore, un’idea.

Gli stupidi e i cinici sentivano solo il vuoto da riempire. E lo riempivano di ah, ah, ih, uh! Ma non c’era niente da riempire.

Era roba di cui andar fieri. A noi che l’abbiamo vissuta, mai nessuno potrà portarla via.

Matteo Rinaldi

marzo 4th, 2011 - Posted in Chi non ride si rode | | 2 commenti

Spogliarsi lungo un corso d’Aqua

Dall’11 al 13 marzo tengo ad Abano il corso di comunicazione “Io sono meglio di me”. Ancora quattro posti liberi.

Gentilissimi lettori di questo blog: visto che vi piace leggere cose interessanti, piacevoli e divertenti, perché non venite a sentirle dal vivo?

Di più: perché non venite a mettervi in gioco e a viverle, con la faccia, il corpo, la voce?

Dalla serata di venerdì 11 marzo (va bene anche arrivare sabato mattina) fino all’ora di pranzo di domenica 13, l’ottimo Hotel Aqua di Abano Terme – questo il sito – ci ospita per il corso di comunicazione “Io sono meglio di me”. Due notti (una per chi arriva sabato), colazioni, pranzi, cene e piscine sono comprese nel prezzo.

Jonas, l’associazione che organizza, (il sito) mi ha confermato a oggi nove partecipanti. Fino a dodici c’è posto: non uno di più.

Vi consiglio questo mio corso con una sola buona ragione: imparate a comunicare meglio divertendovi.

È noto che attraverso il gioco s’impara prima e meglio. Ma far giocare noi gli adulti non è semplice. Ai miei corsi Jonas la media di età è attorno ai trentacinque anni (dai venticinque ai sessanta fin’ora). Quando siamo giovani è difficile accettare che una buona idea valga poco se non è supportata da una buona comunicazione.

Bene, il metodo migliore è questo: impariamo dagli attori giocando a fare un po’ noi stessi, un po’ gli attori e soprattutto i doppiatori. In questo modo, liberando la voce, non solo scoprite qualità insospettabili nella vostra espressività ma liberate anche il vostro corpo e la vostra energia, spogliandovi dalle abitudini sbagliate in cui vi siete inconsciamente rinchiusi.

Sappiate che con questo sistema il disagio e la vergogna se ne stanno a casa loro. Avrete invece il piacere di parlare, di sorridere, di far sentire la vostra voce e lasciare al vostro corpo la libertà di esprimersi meglio. Ci registriamo all’inizio e alla fine: quando vi riascoltate sentite la differenza. E quando vi riguardate la vedete, forte e chiara.

Molti pensano che un corso di comunicazione significhi “imparare a recitare”, interpretando una persona costruita, diversa da quello che siamo. Naaah! Vi stimolo a fare esattamente l’opposto: a valorizzare il vostro io, una volta per tutte.

Vi prometto che mai e poi mai vi sentirete falsi, né durante né dopo. Al contrario: vi sentirete molto più voi stessi di quanto siete ora.

L’hotel Aqua è molto bello, come spero lascino capire le foto. Camere da passarci le giornate, oltre che le notti. Si mangia bene e tutti assieme. Bello e funzionale il salone del corso. E soprattutto: belle le persone che partecipano. Ho sempre avuto la sensazione di stare assieme a gente che ragiona sulle mie stesse frequenze d’onda.

Chiamate Jonas: 0444.303.001. Non dimenticate di portare abiti molto comodi e un paio di costumi da bagno.

Matteo Rinaldi

marzo 2nd, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 4 commenti