Respira, inspira, ispira.
Come nasce un bel libro? A volte la scintilla è un colpo di genio non richiesto
Passato il trimestre delle letture specialistiche sui segreti della comunicazione (quanto basta per fare indigestione) mi do al trimestre delle letture in libertà.
Ne scopro, di bellezze. Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (Roy Lewis, Adelphi editore, 8 euro) racconta gli albori dell’umanità in chiave scientifico-umoristica: ridere e commuoversi è da sempre uno dei migliori sistemi per capire.
Lewis racconta la nascita dell’Homo Sapiens immaginando che la scintilla evolutiva abbia preso vita all’interno di una famiglia Laqualunque del Pleistocene. Una famiglia impegnata a fuggire dai leoni, catturare ranocchie e inseguire i primi grandi sogni dell’umanità.
Da buon giornalista anglosassone lo scrittore Lewis non nasconde la verità e riconosce a noi italiani i meriti che abbiamo: spiega infatti che l’uomo non è diventato moderno imparando a usare il fuoco, come si crede erroneamente da centinaia d’anni. Lo è diventato imparando a essere… democristiano: l‘Homo si trasforma in Sapiens non appena si accorge che è meglio evolversi in un opportunista egoista e spaventato però formalmente ragionevole e accomodante.
Detta così sembra una boutade ma gli scienziati concordano: l’uomo diventa sapiens quando capisce che Andreotti è più efficace di Thor.
A spingermi a leggere il libro è stata però la brevissima prefazione, scritta da un amico dell’autore. Racconta come Lewis ebbe l’idea: “In Africa come corrispondente dell’Economist, chiese un giorno al famoso antropologo Louis Leakey di spiegargli il significato delle pitture preistoriche trovate in alcune caverne. Leakey glielo danzò”.
Glielo danzò. Puro genio.
Matteo Rinaldi
aprile 27th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
Tuo nonno in carriola
Elogio di un umile strumento che ha fatto la storia: quanti anni di cultura ed esperienza dietro le sue forme sgraziate
Dovevo fare un lavoro pesante: trasportare ai cassonetti una caterva di rifiuti: assi, mattoni, vecchi pannelli di legno, sterpaglia e terriccio.
Ho cominciato con le assi. È facile trasportare un asse di legno. Non se è marcio: le sgresende ti penetrano nella pelle. Dopo il primo viaggio a/r avevo già perso la funzionalità dell’indice e dell’anulare, come Fantozzi.
Ho provato coi pannelli. Un metro per un metro. Come lo prendi un pannello così? Troppo largo per metterlo sottobraccio. Troppo pesante per sollevarlo con la punta delle dita. Ne ho caricato uno in testa e ho raggiunto il cassonetto, ondeggiando come un ubriaco. A ogni folata di vento, la velapannello mi sollevava da terra spingendomi in mezzo alla strada.
Sono passato al terriccio. Questo era facile. L’ho messo dentro due sacchetti della spesa e sono partito. Dopo venti metri un sacchetto si è squarciato. Ho fatto quel che fanno i personaggi del cartoni animati: Acc, Dann, malediz, ####, !!!!, tutto in mezzo alla strada. Poi, considerato che vado per i 46, mi sono dato un contegno.
La cosa più leggera: la sterpaglia. Come si trasporta la sterpaglia? In un sacchetto. Ma non riuscite nemmeno a infilare i primi rami che il sacchetto si buca, strappa, lacera. Il ramo che avevate convinto a entrare piegandolo su se stesso si libera con uno swiss! frustandovi l’orecchio. Gridate ACC, DANN, MALEDIZ, ∫√©¶@, ####, !!!!. Tanto siete ancora a casa, nessuno vi vede.
Sono uscito per riprendere il senno. Ho visto una vecchia carriola appoggiata a un muro. Vecchia, sporca, arrugginita. Con la ruota mezza sgonfia. Avete mai fatto caso a una carriola? Pare un oggetto insulso, fuori tempo e fuori logica.
Però tentare non nuoce. L’ho presa in mano un po’ schifato (anche da nuova è sempre sporca, la carriola). L’ho tastata (non testata: quella è un’altra cosa). L’ho spinta, tirata rovesciata. Mah.
Cigolando – tutte le carriole fanno sgnit! sgnit! gnit! altrimenti non son buone – l’ho portata davanti al materiale da trasportare. Terra e sterpaglie han trovato posto nel cassone senza neanche bucarmi un occhio. Sopra, i mattoni. Sopra, assi e pannelli. Tutto in un colpo solo.
Avevo quaranta chili di roba. Ma la carriola, mirabilia, è fatta apposta: date un colpetto al manubrio e si bilancia perfettamente. Un colpetto di reni e partite. C’è una discesa davanti a casa: temevo di prendere velocità rovesciandomi contro la Mercedes del vicino.
Ho capito che la ruota è scientificamente sgonfia proprio per quello. Un sistema autofrenante che neanche in Ferrari. Per arrivare al cassonetto bisognava schivare traffico, buche, avvallamenti. Facilissimo: monoruota e bilanciamento ti permettono evoluzioni che neanche una moto da trial.
Al cassonetto scopri a cosa serve il rinforzo in ferro sistemato davanti. Non è un paraurti né un abbellimento. È un collega di lavoro: ti ci appoggi dovunque, lo usi per far leva, ti giri e sollevi senza fatica e senza rovesciare un solo pezzo. Scarichi tutto con una mano sola. Capisci perché i muratori fumano sempre (Alfa, Stop, MS blu) mentre usano la carriola: come occuperebbero altrimenti la mano libera?
Ormai ero in trance agonistica. Ho provato ad affrontare un’impalcatura, inerpicandomi lungo un asse di legno con la carriola a far da battistrada. Ho capito che la carriola è anche irrovesciabile: le due zampe d’appoggio paiono fatte apposta per incastrarsi sull’asse, in caso di emergenza.
Ho ancora molta strada da fare. La vanga. La cazzuola. E poi un giorno, chissà, la malta perfino.
Matteo Rinaldi
aprile 20th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti
Vivo sulle nuvole
A cosa serve un blog? A imparare a fidarsi dell’inquietante mondo virtuale
Il nuovo Google-computer che ho visto in anteprima. Ho partecipato come “relatore inconsapevole” all’evento organizzato a Thiene da Miriade spa: una tavola rotonda sul futuro del cloud, le “nuvole” che permettono di lavorare senza più hardware né software
Mi hanno invitato come relatore ma non avevo capito di cosa. Ho ricevuto l’invito via mail in una settimana sovraccarica di impegni: l’ho letto in velocità senza capirci niente. Già le prime parole (“Il seminario verterà su temi chiave del mondo cloud“) mi avevano messo in crisi.
Ho accettato perché dietro ai paroloni era scritta bene. C’era un’anima. Niente a che vedere con quelle terrificanti email commerciali scritte in automatico e senza cuore.
Perciò sono andato, praticamente alla cieca. Se solo avessi guardato bene il sito dell’azienda organizzatrice (si chiama Miriade, sede a Thiene) ci avrei capito di più. Ma non avevo tempo.
Così la mattina del 14 aprile mi sono trovato nella sala del convegno, tra uno staff di esperti informatici (li riconosci al primo colpo: look grigio-nero, scarpe con le fibbie, linguaggio tecnico, gestualità compatta) manager futuristi (li riconosci al primo colpo: look grigio-nero, scarpe con le fibbie, linguaggio aulico, gestualità ampia e soprattutto accentazione stretta milanese: ondate di evénti, estrémo, intérno, espérto).
A dirla tutta anch’io ero grigio-nero. Per fortuna non ho scarpe con le fibbie. Stavo per chiedere a un relatore tecnico cosa vuol dire cloud. C’era il rischio che alla tavola rotonda mi chiedessero a bruciapelo: “Lei, come esperto di comunicazione via blog, che ne pensa delle potenzialità cloud?”
Fortuna che prima di me ha preso la parola un Google-man, cioè un giovanotto dello staff Google-Italy (ha una carica tipo commercial & developer & strategical manager: look grigio-nero, scarpe con le fibbie, linguaggio tecnico ma anche umano, accento romano ripulito, gestualità media) che mostrava il nuovo google-pc e spiegava la google-philosophy.
Non sapevo nemmeno cosa fosse, il google-pc. Ma l’ho capito subito: è un portatile leggero, gommoso e compatto che si accende in dieci nanosecondi e non contiene praticamente niente: solo il collegamento internet. Perché tutto quello che serve, secondo la google-philosophy, lo trovate via web: i vostri programmi, i vostri materiali, l’archivio, la posta, le foto…
In pratica mi stava spiegando il cloud: una nuvola virtuale nella quale trovi tutto quello che serve senza bisogno di riempire l’ufficio e il computer di macchinari, programmi, extension & confusion.
La moderatrice della tavola rotonda, Karemi Furlani, mi ha anticipato la domanda cui avrei dovuto rispondere di lì a poco: “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione propongono in poco tempo cose sempre nuove. Parlando di imprese e mondo aziendale, la comunicazione oggi (blog specializzati, formazione…) aiuta l’imprenditore ad abbandonare i vecchi schemi? E in che misura ci riesce?”
Ci ho messo un quarto d’ora solo a capirla, la domanda. Ma se fai comunicazione non puoi mica rispondere “Eeeeh?” E nemmeno farti una domanda da solo, come insegnava Marzullo.
Mi sono guardato attorno. Alle tavole rotonde tutti rispondono così: a braccio, seduti, tempo medio 15 minuti, voce aulica e professionale. Mi sono preparato una risposta da 5 minuti esatti, in piedi, voce up/slow alternata, gesti semplici e ampi. Più o meno suonava così.
“Ci sono tre ottimi ragioni per cui non vale la pena di aprire un blog a sostegno della propria attività, qualunque essa sia: formazione, industria pesante, panificio, import-export, studio legale o cantiere navale. 1) Non ci ricavate niente. 2) Fate una fatica immane. 3) Non trovate un solo buon esempio a cui ispirarvi.
Non ci ricavate niente perché nel nostro paese internet è ancora visto come una congrega di maniaci, disperati e inaffidabili. Certo, la colpa è di molti maniaci, disperati e inaffidabili ma la situazione non cambierà da un giorno all’altro. 2) Fate una fatica immane perché raccontare il proprio lavoro, i sogni, le sfide e i risultati è difficile anche agli amici, figurarsi a perfetti sconosciuti che devono basarsi principalmente sulla vostra creatività e ortografia. 3) Non trovate un solo buon esempio perché in Italia nessun vostro concorrente ha un blog dove andare a scopiazzare idee, cercare spunti, scartare gli errori. Se avete bisogno di copiare, capire, imparare, nessuno vi dà niente.
Per fortuna ci sono anche tre ottime ragioni per aprire il blog che sosterrà la vostra società di formazione, industria pesante, panificio, import-export, studio legale o cantiere navale. 1) Non ci ricavate niente. 2) Fate una fatica immane. 3) Non trovate un solo buon esempio a cui ispirarvi.
Non ci ricavate niente perciò abbandonate ogni remora: fatelo per puro e semplice piacere, così come fate le cose più belle della vostra vita. Spogliatevi dei preconcetti, dei “deve funzionare”, “chi mi leggerà”, “cosa penserà”. Riempitelo di quel che vi piace come più vi piace. Metteteci dentro soprattutto voi stessi. Sarete più apprezzati e credibili di quanto possiate immaginare. 2) Fate una fatica immane perciò sarete costretti a superare voi stessi, a tirar fuori il meglio, a dare il duecento per cento. E raggiungerete obiettivi che non avreste mai raggiunto in altra maniera. Magari completamente diversi da quelli che avevate immaginato. 3) Non trovate un solo buon esempio quindi rallegratevi: il buon esempio diventerete voi. Qualunque cosa farete e scriverete sarà una novità, avrà un senso e un cuore. E senza la possibilità di copiare, capire, imparare dagli altri… sarete costretti a fare finalmente tutto da soli”.
Ecco: a riscriverla ora, mi sono convinto perfino io.
Matteo Rinaldi
aprile 18th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 8 commenti
Poveri ma imbelli
Il fallimento della politica è colpa nostra, non loro. Perché sogniamo un’alternativa che non sappiamo nemmeno immaginare
Sabina Guzzanti che perde migliaia di euro investiti con una finanziaria truffatrice è una notizia. Bellissima per chi la ritiene un’invasata rompicoglioni. Pessima per tutti gli altri.
Pessima solo a freddo, però. Vorrei trasformarla, a caldo, in una bella notizia. Magari mi aiuta a capire qual è l’idea che ho del mondo, dell’Italia, del futuro. Se è davvero così diversa da chi governa il mio paese.
Qualche giorno fa (31 marzo) Sabina è intervistata a caldo da Fabrizio Roncone del Corriere della Sera. Pubblico solo alcuni spezzoni dell’articolo, perché su questi mi interessa ragionare. L’intervista completa è questa, sul Corriere.it.
Sabina: «No, dico: come s’è permesso di chiamarmi sul cellulare? Eh? Lei non deve…».
Roncone: “Mi spiace se…”
Sabina: «Non me ne frega niente se le dispiace, capitooo? Ho un ufficio stampa, chiami il mio ufficio stampa!».
Roncone: “Se mi lasciasse spiegare… Allora c’è questa storia della truffa e…”
Sabina: «E voi, sui giornali, la state raccontando male, malissimo… Uff! Mi ascolti bene: la notizia è che io sono stata truffata. Punto e basta. Invece, per assurdo, qui sta passando il concetto che io debba giustificarmi di aver fatto qualche investimento… Pazzesco, non trova?».
Roncone: “Senta: non sarà che a lei sembrano pazzesche e seccanti le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata di aver cercato guadagno facile con i trucchi della finanza…”
Sabina: «Ma lo sa bene anche lei, lo sa bene che sui blog scrivono quelli più ossessionati…».
Roncone: “Non offenda quelli che scrivono sui blog”.
Sabina: «Io non li offendo, ma è esattamente così. Si sono gasati, poverini, hanno letto certi articoli e si sono messi a pontificare, a dirmi quello che avrei dovuto fare e non fare, con i miei soldi».
Roncone: “Lei li ha anche definiti «svitatelli», «persone poco strutturate», «esaltati che non hanno capito una cippa».
Sabina: «Senta: uno è arrivato a scrivere che i miei soldi avrei dovuto investirli aprendo un bar… Io? La barista? No, dico: si rende conto di qual è il livello della polemica? E però la colpa è vostra, che sui giornali avete parlato solo di me e di Massimo Ranieri. Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri? È giornalismo, questo?».
Roncone: “Signora Guzzanti, è molto gentile a fornirci una lezione di giornalismo: ma non negherà che dovendo scegliere tra una sua foto e quella di uno sconosciuto, forse è più utilizzabile la sua…”
Sabina: «Ehm… sì sì, certo… ha ragione. Però gli articoli sono stati scorretti! Alcuni, anzi, particolarmente scorretti».
Roncone: “Ripensandoci: questi truffatori che l’hanno…”
Sabina: «No, aspetti, piano con le parole: c’è un’inchiesta, in corso. Ci sono alcune denunce. Aspettiamo».
Roncone: “Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro?”
Sabina: «E chi lo dice?».
Roncone: “L’ho letto.”
Sabrina: «È una cifra che non confermo». (…)
A stupirmi in tutto questo sono tre cose. 1) La lingua che parla Sabina Guzzanti. 2) Il suo disprezzo sinistroso. 3) L’assenza di consapevolezza su cosa fanno i suoi soldi.
1. La lingua della Guzzanti. Con la lingua ci vive e ci lavora: non posso credere che usi le parole a caso. Eppure parla la stessa identica lingua delle migliaia di sfigati – questi sì sfigati – che popolano il mondo delle persone serie e che lei sa abilmente satireggiare.
“È una cifra che non confermo” dice. Eh? Me le uniche risposte possibili sono sì o no. Sono vent’anni che prende in giro i “non confermo” con cui politici e militari nascondono le loro malefatte e mi risponde allo stesso identico modo?
“Perché non avete pubblicato anche le foto degli altri? È giornalismo, questo?”. Eeeeh? Non ci credo, Sabina. Vent’anni che ti accusano di parlar male solo di B. (“Perché non prendi in giro anche gli altri? È satira questa?”) e tu rispondi con la stessa deficienza? Non ci credo. Per fortuna non ci credi nemmeno tu: appena il giornalista ti smonta questa risposta, ti scusi a ammetti l’errore.
“Ho un ufficio stampa, chiami il mio ufficio stampa!” Argh! No comment. Una risposta che neanche la Marini. Neanche uno del grande fratello. Neanche Gasparri, accidenti.
2. Il disprezzo sinistroso.“Lo sa bene che sui blog scrivono quelli più ossessionati” dice Sabina. Per favore no. Sui blog scrivono anche i più ossessionati, che purtroppo sono molti. Così come ci sono molti ossessionati in politica (anzi, di più), nel giornalismo (anzi, di più), nella satira, nel giardinaggio. Ma disprezzare chi ti segue sul blog e si prende la briga di scriverti (la scrittura non è facile per chi non ce l’ha nel sangue) è demenziale. Fossi un tuo ammiratore, non ti scriverei più nemmeno sotto tortura.
3. L’assenza di consapevolezza. “Uno è arrivato a scrivere che avrei dovuto investirli aprendo un bar… Io barista? No, dico: si rende conto di qual è il livello della polemica?” Me ne rendo conto, purtroppo. Siamo arrivati al punto in cui una persona con una bella testa pensante di sinistra considera più ragionevole investire migliaia di euro a scatola chiusa che a scatola aperta. Certo, la finanziaria in questione potrebbe fare utili costruendo ospedali in Darfur. Ma da che mondo è mondo, di solito le finanziarie arricchiscono con sistemi meno nobili.
Quello che mi aspetterei da Sabina e dalle teste di sinistra in generale non è l’apertura del Satyricon Bar (che comunque non è una brutta idea) ma almeno la consapevolezza di essere quello che pretendiamo di essere. Lancio un’idea:
a) La finiamo di inseguire il guadagno e ci poniamo dei limiti precisi: cinquantamila euro l’anno va bene? Fate una controproposta. Oppure, in alternativa, la smettiamo di vergognarci se ne guadagniamo moltissimi (o molti, o pochi) però ci impegniamo a investirli/spenderli bene, in cose che facciamo inorgoglire e non vergognare. Fate un po’ voi.
Mi sa che o torniamo davvero ad aprire un bar (o un circolo teatrale, o una fattoria, o un fruttivendolo) o va a finire che di alternativo ai berluscloni possiamo solo proporre l’orgoglio di rispettare le regole e le tasse, considerare le donne come esseri pensanti e fermarsi davanti alle zebre.
Ma regole, zebre e donne le rispettano anche milioni di votanti a destra. Spesso più di noi. Obiettivamente non basta più.
Matteo Rinaldi
aprile 13th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti
Montalbano contro gli invasori alieni
Un grido d’aiuto agli appassionati del commissario Montalbano: chi è riuscito a trovare un senso nelle quattro puntate dell’ultima serie?
Montalbano alle prese col pesce spada a’sammurigghu. I cattivi lo capiranno, prima o poi: con lui non serve la violenza, per distrarlo dall’indagine basta un piatto qualsiasi della tradizione siciliana.
Ho atteso con piacere le nuove puntate del commissario Montalbano, forse l’ultima cosa decente che l’Adorato Divoratore ha lasciato fare alla Rai.
Ho visto la prima, “Il campo del vasaio”. Tremavo all’idea di veder recitare Gambasecca Rodriguez Belen, guest star imposta secondo le logiche che fanno dell’Italia quel che oggi è. Invece Belen è stata l’unica bella sorpresa. Non sa recitare ma se ne rende conto: fa solo il minimo indispensabile e diventa guardabile e soprattutto ascoltabile. Sette più.
Un quattro a tutto il resto. Se nella prima puntata si esagera, dalla seconda in poi si arriva alla fantascienza, con situazioni assurde e degne di una parodia. Livia, la fidanzata del nostro, riesce a non mostrarsi nemmeno una volta in quattro avventure: recita solo per telefono. Era impegnata a fare altro? Non aveva voglia? L’avranno pagata come attrice o come voce fuori campo?
Un quattro anche a Catarella, l’agente macchietta. Oltre a cadere, inciampare, sbattere, rotolare in quattordici inquadrature su quattordici, storpia ormai anche i nomi più semplici. Capisco Leoflaminio Musumazzacca. Ma se in commissariato si presentasse Paolo Rossi calciatore, Catarè riuscirebbe a introdurlo con “Il signor polli grossi di un cacciatore“. Che ovviamente “Vuole parlare solu cu vossia, pessonalmente di pessona“.
Un quattro alle dis-avventure di Mimì e Fazio, i due vice del nostro. Sono attori bravissimi e forse per questo gli sceneggiatori fanno di tutto per rendere loro la vita impossibile. In quattro puntate li fanno rapire, drogare, sparare, torturare, impazzire, sdoppiare. E innamorare. Giammai di donne vere o eventualmente uomini: di mafiose perverse, di assassine psicopatiche e pocopratiche, di bambole gonfiabili.
Nella prossima serie, non c’è dubbio, saranno rapiti dagli Ufo. Tremo all’idea di Catarella che passa la telefonata del Dottor Puffo che vuol pallare cu vossia, pessonalmente di pessona.
Un quattro ai duetti col medico legale, che tra scassamento di cabbasisi, corna e occhiate stravolte battono in sole quattro puntate il record di Totò e Peppino in dodici lungometraggi.
Ma quattro soprattutto alle trame: decine di intrighi, colpi di scena, assurdità belle e buone. Non bastano malati di mente, assassini bisestili, moribondi sadici che lasciano segni in codice sanscrito. C’è perfino un ragazzone antipatico e spocchioso che si propone come collaboratore di Montalbano perché ha letto tutte le avventure di Sherlock Holmes. E lui accetta!
Ora, se conoscete un solo poliziotto reale, saprete che siamo ben oltre la fantascienza. Avreste maggiori possibilità di successo andando da Mouriño dicendo: “Ehi vecchio, ti affianco io in panchina: ho qualche buona idea per te”
Invece di deriderlo, schiaffeggiarlo, arrestarlo, sputazzarlo, metterlo nella stessa cella di Salvatore O’Scannacristiani, Montalbano lo nomina suo consulente personale. E non lo insulta neanche una volta, nemmeno per sbaglio.
Accortosi che è un terribile serial killer, il nostro dovrebbe come minimo dare le dimissioni assieme a sceneggiatori, produttori, autori e allo stesso Camilleri. E invece no, avanti verso l’infinito e oltre.
Infine un quattro a me, che lo guardo volentieri anche se non ho capito una sola storia: chi era l’assassino, perché uccideva, come l’hanno scoperto, perché l’hanno scoperto. Se ci avete capito qualcosa, scrivete a messia, di pessona pessonalmente. Baciamo le mani.
Matteo Rinaldi
aprile 11th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 7 commenti
Tea trai via
Una delle tragedie più ridicole della contemporaneità: scegliere un’auto nuova. Impossibile resistere all’orrore di certi venditori
Kevin Spacey e Danny De Vito nel film The big Kahuna, che racconta la difficoltà dell’arte di vendere. Purtroppo l’arte di comperare è ancora più complessa: mai fatto un giro per le concessionarie?
“Diexemia. E pò tea trai via”.
“Eh!? Come? Ma…”
“No no no, gnanca na paro’a: te go dito diexemia chiometri e po’ tea trai via”.
“Ma me l’hai appena riparata! Milleduecento euro per rifare la testa. Come fai a dirmi che tra diecimila chilometri la butto via? Li faccio in due mesi, diecimila chilometri.
“Gninte, gninte, gninte disscusion. Dixmia chiom’tri e tea-trai-via”.
Non sono mai riuscito a ragionare coi meccanici. Questo poi si agita perché parlo in italiano: per ripicca stringe ancora di più il dialetto, non lo capisco più. L’unica cosa chiara è che devo trarla via.
No che non la trao via. Non voglio spendere per un orrendo agglomerato di ferro che consuma carburante preistorico. È evidente che le case automobilistiche hanno decine di modelli, pronti da anni, che vanno a idrogeno, a corrente elettrica, a energia solare, a barbabietole. Anche a benzina volendo, ma consumando meno di un Ciao. Lo sanno tutti che non ne producono solo perché siamo schiavi di orrendi petrolieri ghignanti.
(Da buon italiano sono complottista fino al midollo: la colpa è sempre degli altri. Tutti i potenti ce l’hanno con noi.)
La cosa peggiore del cambiare auto – la mia ha undici anni e mi sembra ieri – non è spendere una cifra astronomica per una bruttura semovente. Non è nemmeno sopportare i consigli dei conoscenti (mi consigliano quasi tutti l’Audi: equivale a consigliare l’astinenza a Fonzie).
La cosa peggiore è sopportare i venditori.
Ho ancora nella testa i ricordi di undici anni fa. Quel Fiat che mi disse: “Con quest’auto è come se avesse un assegno in mano.” Tremo ancora. Quell’Opel che mi disse: “No, non le faccio neanche una lira di sconto. Ma, meraviglia: le regalo i tappetini!”. Giuro, era serio. Quel Vw che mi disse: “Quest’auto costa di più però… sapesse come si cucca”.
Ma ricordo tutte le stupidaggini che dicevano, come si muovevano, la loro incapacità di trattare, di motivare, di spiegare. Gente abituata per troppi anni a vendere senza fatica. Sapevo poco di comunicazione ma era giù evidente la cialtroneria del settore.
Oggi è peggio. Perché alcuni fenomeni di bravura ci sono, altro che no. Ma resistono decine di imperterriti cialtroni. L’altro giorno ho avuto la pessima idea di fermarmi a una concessionaria Volkswagen. Avevo letto che un modello di Polo fa trentasei chilometri con un litro di gasolio. La Polo è un’auto triste, fighetta, precisina. Mi ricorda quelle tipe impettite che camminano a testa alta e chiappe strette. E costa troppo. Ma proviamo.
Sono entrato in una concessionaria a caso. Ho sfoderato tutta l’arte della buona comunicazione. Avrei dovuto sfoderare un coltello a serramanico: il tizio che si è preso cura (eufemismo) di me ha tenuto perennemente una mano in tasca mentre mi illustrava l’auto con l’entusiasmo di un tapiro e una sequela di frasi fatte. “Il motore è solo un milledue però va come un milleotto”. Zero spiegazioni, prendere o lasciare. “Dura talmente tanto che mi dispiace: durassero meno, venderemmo di più!”. Forse qui dovevo ridere. “Il modello suo non ce l’ho. Vada a guardarsi quello là in fondo: è più o meno uguale”. Più o meno uguale?
Ma è sul finale che sono crollato. Ho detto: “Ma come li motiviamo questi quattromila euro in più rispetto a una giapponese di pari caratteristiche?”. Lui ha risposto, papale papale: “Ma questa è una Volkswagen!”.
Ho strabuzzato gli occhi. Stavo per lasciarmi andare: “Senta testadicazzo, ragioni, usi il cervello. È facile ragionare, sa? Mi dica: “Questa macchina fa trenta chilometri con un litro: quindici più delle altre. Lei quanti chilometri fa in un anno? Ventimila? Bene, facendo due conti vediamo che in soli X anni avrà ammortizzato la differenza. E poi risparmierà ogni anno centinaia di euro senza nemmeno accorgersene”. Ha capito quel che dovrebbe dirmi, pezzo di imbecille? ”.
Ma non sarebbe stato giusto. E poi sono diventato una carogna inaudita. Così gli ho stretto vigorosamente la mano e ho cinguettato: “Grazie. Lei è stato veramente gentile e convincente”. Sono sicuro che mi ha creduto. Continuerà a vendere così, felice e contento.
Resisti Multipla. Tieni duro per Dio.
Matteo Rinaldi
aprile 8th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Obama 2012, la politica slow-food
La comunicazione del presidente Usa per le elezioni 2012: atteggiamenti e voci slow che nessun politico in Italia ha mai avuto il coraggio di usare
The president Obama ha lanciato in questi giorni la sua campagna per le elezioni del 2012. Il primo video prodotto dal suo staff è una breve raccolta di interviste a gente qualunque. Proprio perché è il primo, vale la pena di guardarlo. Per capire come comunicano gli americani rispetto a noi. E magari per imparare qualcosa. Eccolo su youtube.
Il video è dominato dalla semplicità. Una semplicità fin troppo esagerata per non essere costruita a tavolino, dalle facce alle ambientazioni.
Anzitutto gli intervistati: comincia un uomo di mezza età del North Carolina (che fa capire di non amare Obama ma dice di fidarsi di lui), poi una donna del Nevada dai tratti leggermente asiatici o forse indiani nativi. Poi una donna del Colorado che da noi identificheremmo come radical chic: chissà laggiù. Quindi un ragazzone di New York e infine una donna di colore del Michigan.
Non c’è l’ombra di una faccia da grande fratello o da pubblicità. Eppure i volti sono tutti azzeccati perché con ognuno trovi un’affinità. A guardare meglio la donna del Nevada, apparentemente comunissima, scopri che nove maschi su dieci ci passerebbero volentieri almeno un fine settimana, sopportando anche tre lunghi discorsi su Obama.
E poi le ambientazioni: apparentemente insignificanti e comuni, ti parlano invece sottovoce ma molto chiaro: l’inverno sta passando e la primavera fa capolino; certo, la neve-crisi è ancora lì, ma il vento spazza le nubi e fa sventolare un’immancabile bandiera; la nostra è un’America che cambia sempre ma non si snatura mai.
Alcuni particolari non li noti neppure ma ti entrano dentro: mentre la donna del Nevada spiega la sua, sul tavolo della cucina campeggia solo frutta sana e colorata, che non inquina e non fa ingrassare. Zitto zitto, alle sue spalle un maschio taglia la verdura per il pranzo. Lascia che a parlare sia la donna e affetta i pomodori. Ve lo immaginate in un nostro video?
Assieme a tutto questo vi colpiscono gli sguardi: non ve ne accorgete neppure, ma gli occhi sono sempre intensi, vivi, caldi (saranno attori? Potrebbero essere davvero normali cittadini, scelti con attenzione).
Infine la cosa più importante. Ma di questa non ve ne accorgete neanche sotto tortura: a la forza principale del video – e in fondo di gran parte della comunicazione di Obama – sono le voci.
Sono le voci a fare la differenza in tutta la sua comunicazione: a parte la ragazza di colore, che parla con un tono un po’ troppo autorevole – ma almeno caldo ed emozionato – tutti gli altri si esprimono con una voce e una comunicazione molto slow, calma e rilassata.
È la voce di chi non ha niente da insegnare, non ha niente da imporre e non vuole convincere nessuno. È la voce di chi ci tiene semplicemente a spiegarsi, a condividere le proprie ragioni. Senza urlare e senza pretendere. È la voce che mai riterreste corretta in politica. E invece.
Obama ci ha vinto un’elezione, con queste voci. Tenta oggi di vincerne una seconda. Qui, in Italia, continuiamo a far politica (movimento di Beppe Grillo compreso) con voci auliche e teatrali rimaste ferme agli anni del Futurismo.
Matteo Rinaldi
aprile 5th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments
Troppa avanguardia
Mamma dammi la benza / non posso farne più senza / non resta che la violenza / per romper la sorveglianza.
Lo cantavano i Gaznevada al tempo delle Fiat 127. Ovviamente non li filava nessuno.
Neanche io a dire il vero, ma avevo solo tredici anni. Però questa canzone sulla benza (che giocava sull’assonanza benzina-benzedrina), l’ho scoperta e apprezzata solo pochi anno dopo, per la sua carica e la sua ironia. È bella anche adesso. La trovate in un paio di versioni anche su youtube.
Le persone un po’ alla volta ci arrivano. Quasi sempre troppo tardi, ma ci arrivano. Perciò, trent’anni dopo, qualcuno l’ha recuperata inventandosi un marchio e uno slogan.
Senza neanche pagare i diritti d’autore.
Matteo Rinaldi
aprile 1st, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti







