Timona ti, mona (2)

Seconda puntata nel golfo di Napoli tra Abramovich, Bono e visioni celesti

Navigazione blanda nelle prime miglia tra Napoli e Capri. E soprattutto: non riesco a convincere nessuno a togliere gli occhiali da sole.

Primo giorno, Napoli-Capri. Ora capisco perché il mio equipaggio ci teneva a partire dal cuore della città: temeva di non riuscire a fare la spesa. Se ne occupano Antonio (cuoco ufficiale) e me (lavapiatti ufficiale). Gli altri prendono possesso della piattaforma petrolifera (in linguaggio velico: Beneteau Cyclades 50.4) per farsi spiegare l’uso dei centosessanta misteri tra strumenti di bordo, tranelli e trabocchetti.

Troviamo un minuscolo Alimentari di due metri per tre. Minuscolo da fuori: dentro ci sono trentasei metri cubi di cibo e tre persone che affettano, spremono, pesano, spiegano, scherzano, consigliano. Tutto contemporaneamente.

Sembra una commedia di Eduardo ma è decisamente più divertente. Usciamo sovraccarichi di cibarie, ricette, consigli e sorrisi.

Partenza. In barca scopro che la piattaforma è costruita con una filosofia fantastica: meno roba c’è, meno roba si rompe. E infatti non c’è niente! Tre pulsanti in tutto. Poche scotte. Manovre a prova di stupido. In cinque minuti impari a portarla.

Dopo tre ore di navigazione a vela, con Napoli già lontana, ci chiamano quelli del charter: “Ci siamo dimenticati di dirvi che il motore ha un piccolo problema: se salite sopra i duemilacinqueciento giri… so’ ddispiacieri”.

Groan, la marineria veneta non ha paura dei motori. Però per sicurezza lo proviamo: mettiamo in moto pronti al peggio. Invece già a duemila giri va che è una meraviglia: veloce, silenzioso, consuma pochissimo.

La mente umana è strana: se hai un motore efficiente, ti passa la voglia di usarlo. E infatti proseguiamo a vela. Anche se il vento è debole e roteante: troppo poco per muovere bene una piattaforma petrolifera carica di mozzarelle animali (e umane).

Eppur si muove: entreremo a Capri come Ulisse, silenziosi e ferini. O più probabilmente come Onassis, rumorosi e bovini.

I taxi di Capri: sono normali utilitarie con pianale allungato e una terza fila di sedili. Ma è legale? “Uuuuuh, ma che pproblema cièee?”

Di norma è impossibile, costoso e umiliante trovar posto qui. Impossibile perché non c’è mai un buco libero. Costoso perché ormeggiare una notte ha il prezzo di una settimana al Grand Hotel. Umiliante perché spesso ti mandano via dopo aver visto la barca: troppo piccola e brutta per i loro standard.

Ma fuori stagione è un’altra cosa. Ce la caviamo con 200 euro per una notte (un furto, ma diviso per 9 è una sciocchezza) e ci sistemiamo comodi comodi tra la barca di Abramovic e quella di Bono.

Chiediamo al capitano della Joshua Tree quanto fanno pagare a loro (all’ammiraglio della Figli della rivoluzione d’Ottobre chiedetelo voi). “Duemilacinquecento euro a notte, perché?

Glom, niente. La sera, quando rientriamo dal giro turistico, scopriamo che queste cattedrali galleggianti illuminano l’acqua attorno allo scafo con un centinaio di fari azzurri sottomarini. L’effetto è bellissimo: fa impallidire le piscine che frequentava l’agente Bond.

Poi capisco: quel che sembra un gioco di luce è in realtà un metodo elegante per tenere sotto controllo l’area attorno allo scafo. Neanche James potrebbe salire di nascosto durante la notte.

La passeggiata caprese è quel che ti aspetti. Il trenino teleferico che ti porta in quota; la visione dall’alto dello spettacolo dei faraglioni; il mare e le luci di Napoli; il ritorno lungo i sentieri scavati nella roccia. Si capisce perché qua potrebbero permettersi di mandare via anche Abramovich senza fare una piega.

I minibus di Capri: minuscoli, ne occupiamo uno intero solo col nostro equipaggio. L’autista: “Vi porto a fare un giro”. Grazie, ma è legale? “Uuuuuh, ma che pproblema cièee?”

Gli americani riuscirono a venirci a sbafo solo dopo lo sbarco alleato, millantando una base operativa strategica proprio nella villa migliore. Quando la guerra finì, tornarono in Texas piangendo di cuore.

Posti così belli non esistono da nessun altra parte al mondo. E questa bellezza, incredibile, resiste perfino in mano a noi italiani. (fine della seconda puntata)

Matteo Rinaldi

maggio 30th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments

Timona ti, mona

Esclusivo: i velisti più avventurosi del web nella loro ultima avventura. A puntate.

Nella foto Ansa-Franzina, il segreto per sopravvivere felicemente in nove nella stessa barca: comunicazione rilassata, espressività neutra, piccoli cerchi di attenzione con mani e corpo. Ma soprattutto: capelli grigi. Tanti capelli grigi.

Come si racconta un giro velico in cui va tutto bene? Nessuna fregata militare ci insegue. Nessuna fregatura civile ci deruba. Nessuna draglia, nessuno scoglio, nessun abbaglio, sbaglio, sbadiglio.

Forse non sono neppure partito. Eppure ho scattato perfino una ventina di foto, per testimoniare. In bianco e nero, perché tutto mi pareva così chiaro e preciso, dai contorni ai dintorni, che anche il colore disturbava la pulizia.

Se questo è un giro ideale, va raccontato dall’inizio. Eventualmente per non replicarlo più.

Nasce una sera di novembre, attorno a un tavolo della Lega Navale vicentina. Il segreto per organizzare al meglio è semplice: se l’incontro è fissato per le nove, bisogna arrivare alle otto e stabilire tutto da soli o al massimo in due.

È quello che fanno Luciano e Bepi. Decidono tutto sfogliando una vecchia carta e un portolano: date, percorsi, soste. In volo fino Napoli, poi in barca verso Capri, Amalfi, Positano, Procida e ritorno.

E la democrazia? La democrazia dopo. Cosa credete sia la democrazia? Decidere tutti assieme? Ma quando mai. Saremmo ancora lì a discutere tra chi sognava le Baleari in flottiglia a maggio e chi suggeriva l’Asinara a giugno in notturna. La democrazia è stabilire le grandi linee in pochi. All’interno di queste si discute tutti. Ma un preciso punto di partenza e d’arrivo ci vuole. Ci ho messo 45 anni a capirlo; meglio tardi che mai.

Arrivo alla nove precise e prendo atto. In fondo ammiro chi si prende la briga di decidere e organizzare. Metto la caparra, abbraccio tutti e me ne vado. Bepi e Luciano (onori ma soprattutto oneri) compreranno i biglietti aerei al prezzo migliore, 60 euro andata e ritorno, si informeranno su tutto, terranno i contatti e raduneranno navigatori adatti dai venti agli ottant’anni.

Me ne vado giusto in tempo per incrociare Cesare. È arrivato carico di grandi idee ma in leggero ritardo. Ahi. Quando scopre che tutto è già deciso, prova a obiettare: ha trovato una barca gratis lunga sessanta metri, marinaie amazzoni massaggiatrici, un porto coperto d’oro, l’ospitalità del sultano del Brunei e…

Non riesce neppure a farsi ascoltare.Abbiamo già deciso – lo stroncano – Ma a parte data, destinazione e rotte puoi cambiare quel che vuoi”.

Se ne va a muso deluso e telefono rovente: chiama il suo equipaggio combattivo con cui organizza (polemicamente) una 96 ore non stop nel medio Adriatico. Si nutriranno di sole gallette e acqua piovana. Più avuto notizie, da allora. Ma è certo che le nostre rotte si incroceranno ancora.

Nei mesi successivi avrò il compito di trovare una barca. Saremo in nove: servirà dunque una specie di nave. La più grande mai noleggiata dal mio gruppo. Trovo uno strepitoso Comet 50 (15 metri) che pare un missile lunare: lungo, strettissimo, costruito per correre. Ha un timone gigantesco, due pozzetti minuscoli, cuccette singole a castello e una storia di regate vinte in tutti gli oceani. Costa pochissimo.

Il Comet 50: corsaiolo, cattivo, invelato.

I senior dell’equipaggio mi stoppano. Preferiscono un Cyclades 50 perché ci permetterà di partire da un porto comodissimo, nel cuore di Napoli. Più che una barca a vela, dalle foto pare una piattaforma petrolifera: ha quattro cabine e quattro bagni più una cabina marinaio con wc e lavandino. Cinque bagni in una barca a vela dovrebbero essere proibiti per legge. Ogni bagno ha almeno due prese a mare: fanno dieci buchi in più nello scafo, dieci pericoli, dieci potenziali affondamenti. Ma non c’è verso di protestare.

Il Cyclades 50: una balera romagnola galleggiante.

L’ultima chicca, prima della partenza, è la soluzione a uno dei più grandi problemi dei viaggi in gruppo: chi paga la cauzione? Per un 50 piedi sono 2000 euro da consegnare al charter prima della partenza. Basta per poco per vederli sparire. Ma dopo anni di navigazione in gruppo si risolve ogni cosa: consegneremo al charter un blocchetto di nove assegni da 222,22 euro. Andasse anche a fuoco lo scafo, torneremo a casa senza essere costretti alla carità.

Così passano i mesi, passa l’inverno, passa mezza primavera. L’unica preoccupazione è non ammalarsi di varicella il giorno prima. Ma se anche fosse, basta far finta di niente. A costo di infettare tutti, zitti zitti si parte lo stesso. Lo facevano anche gli antichi marinai. (Fine della prima puntata)

Matteo Rinaldi

maggio 24th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 11 commenti

Un corso a perdifiato

Concluso alla grande il corso “Al mio segnale scatenate l’inferno”: già in programma nuove edizioni

L’immagine simbolo del film “I soliti sospetti”. Ogni posa lancia segnali precisi. Meglio riconoscerli tutti, quantomeno per disinnescarli: sono gli stessi che indossiamo inconsciamente tutti i giorni.

Una giornata dedicata all’uso più efficace della voce, tenuta da Ciro Imparato, inventore del metodo Four Voice Colors. Una giornata per capire e controllare la propria fisicità (cioè espressività), tenuta dall’actor coach Massimo Alì. E l’ultima giornata a far da collante, dedicata alla parola, tenuta da me. Ecco in sintesi i tre giorni del corso “Al mio segnale scatenate l’inferno“, organizzato con Fòrema Padova tra aprile e maggio.

Risultato: ottimo, a sentire tutti i commenti e più ancora a valutare l’espressività dei partecipanti. Che dalla prima alla terza lezione hanno provato a cambiare il  modo di parlare, di muoversi, di spiegarsi. Insomma, a tirar fuori con più efficacia quello che sono. Ma attenzione, il difficile viene ora: continuare, tutti i giorni. Altrimenti nel giro di poco tempo si torna al punto di partenza.

Per me la soddisfazione è doppia: è un progetto che ho portato avanti fin dall’idea di base (partire dalle esperienze del cinema) senza una prova tangibile o una garanzia di successo. Non potevo che metterci la mia fiducia e credibilità. Ma sono soddisfatto perché altri enti, a distanza di nemmeno una settimana, mi hanno già chiesto di replicare l’evento. Così come i partecipanti, che ci hanno proposto di studiare una seconda edizione.

Intanto il Mattino di Padova ci ha dedicato, prima su carta e poi sul web, questo servizio firmato da Barbara Codogni, che ha assistito alla prima lezione.

A giorni sarà on line anche una piattaforma web, condivisa tra partecipanti e docenti, per scambiare materiale, video, audio ed esercizi che diano continuità al corso. Le fiamme dell’inferno vanno alimentate.

Matteo Rinaldi

maggio 18th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments

Sono oriente d’accidente

“La sera, dopo lo strudel, discussione sulla vita, sul fare e sull’essere. Decido che non sono un giornalista, faccio il giornalista. È diverso. È un lavoro che non cambierei con nessun altro, ma non mi investe come una missione. Sono, invece, un viaggiatore. E fare il giornalista mi piace proprio perché mi consente di essere viaggiatore. Sono certo che un articolo viaggiato è mille volte meglio di uno stanziale. Se sto fermo, non ho idee. Se parto, i pensieri arrivano e le cose ricadono. Per questo ho sempre un taccuino in tasca. Per questo quando viaggio cerco di scrivere, e quando scrivo cerco di viaggiare. Ormai la miscela non è scomponibile”.
Paolo Rumiz, È oriente, Universale Economica Feltrinelli

Anch’io penso di non essere qualcosa. Al massimo faccio. Ma a volte mi manca anche il qualcosa. Scrivo ma non sono scrittore né giornalista né copywriter. Un po’ di tutto, forse. Parlo, spiego, racconto, condivido. Ma non sono insegnante né docente, né formatore né niente. Forse dilettante. Ricercante. Mah.

Il libro comunque è bellissimo. Come l’oriente. Che Rumiz racconta riassumendo anni e anni di viaggi, brevi e lunghi, pericolosi e spensierati, in compagnia ora di soldati, ora di emigranti, ora di un figlio. Quell’oriente che a noi, occidentali acquisiti, fa paura. Perché non sappiamo bene cos’è, anche se lo viviamo nell’aria e lo sentiamo nella pelle.

Matteo Rinaldi

maggio 17th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments

Sparisci, sgorbio

(m.r.) Sto traslocando il blog. Da un gestore virtuale, oscuro e lontano a un gestore che posso toccare con mano, con sede fisica a due passi dal Brenta in territorio patavino.

Le inquietanti operazioni di trasferimento hanno bruciato in corsa alcuni articoli, definitivamente perduti nello spazio. Uno, che avevo appena pubblicato, tornerà, seppur malridotto e ferito. Tre post pronti all’uso (dannaz!) paiono invece spariti per sempre nella quarta dimensione dell’interspazio.

Riprenderò corpo appena sarò reale. Grazie!

maggio 17th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments

Al mio segnale scatenate l’inverso

Un esercizio di comunicazione: se avete letto il post precedente, provate con questo. Dice le stesse cose ma in modo diverso. Quale vi colpisce di più?

Quello che segue è il testo di una email spedita a Massimo Alì  qualche giorno fa. Dovevo inviargli il briefing per la sua giornata di corso. Ritmo, tono, colore sono completamente diversi dal post precedente. E l’effetto?

Caro Massimo,

ti mando tutto quel che serve per la tua lezione di venerdì.

I corsisti sono 15. Persone molto simpatiche e disponibili, con ruoli che vanno da “presidente del gruppo edili della provincia” a “responsabile comunicazione” ad “amministratore delegato”.

Persone che hanno scelto di fare il corso perché sentono l’esigenza di comunicare meglio. Nessuno, a quanto mi hanno detto, ha esperienze di recitazione o altro degne di questo nome. A ogni modo è una classe molto motivata ed equilibrata.

La prima lezione, la scorsa settimana, è stata aperta da me. Li ho filmati tutti mentre si presentavano.

È un esercizio che faccio fare sempre perché, paradossalmente, è molto difficile: ”Buongiorno, mi chiamo nome e cognome, lavoro all’azienda X e sono qui perché sento la necessità di migliorare la mia comunicazione. Spero di raggiungere buoni risultati. Grazie e buongiorno“.

Come sai meglio di me, pochissimi riescono a farlo bene: quasi nessuno rispetta un minimo di pause, quasi nessuno uso efficacemente la voce, quasi tutti si mangiano il nome, muovono il corpo in modo scoordinato.

Ecco, l’obiettivo sarebbe questo: alla fine della mia lezione, l’ultima, vorrei filmarli di nuovo e dimostrare loro che hanno fatto qualche passo avanti. In modo che siano in grado, in qualunque situazione, di essere più calmi, consapevoli, sicuri di sé, convincenti e rilassati.

Poi ha preso la sala Ciro Imparato, che ha insegnato (molto bene, mi hanno detto: io son dovuto scappare) il Four voice colors, l’uso dei quattro colori della voce. Ha fatto fare loro molti esercizi, molti giochi, e ovviamente li ha registrati prima e dopo la lezione.

I corsisti si sono detti tutti molto soddisfatti.

Ora tocca a te. A me, nei giorni in cui abbiamo lavorato assieme a Firenze, sono piaciute molto alcune cose, che infatti ripropongo anch’io, sempre con successo, nei miei corsi:

- il trainining di riscaldamento che fanno gli attori per sciogliere le tensioni e la rigidità mentale;

- l’esercizio della storia da improvvisare e portare avanti a sbalzi, con parole chiave e massima attenzione agli altri.

Ma come sai, la cosa che più mi piace di te quando spieghi è il modo in cui ti muovi. Probabilmente è la miglior cosa che insegni: peccato che le persone difficilmente se ne rendono conto. Anzi, fossi in te lo direi chiaramente: guardatemi e copiatemi.

Dedicherei anche un po’ di tempo a spiegare i principali segreti degli attori nella comunicazione: potresti per esempio sceglierne cinque: 1) l’espressione facciale sempre priva di tensioni muscolari; 2) i movimenti sempre coordinati e ridotti al minimo; 3) il gioco degli occhi; eccetera. Farei far loro lo stesso esercizio, magari su un testo semplicissimo.

Ma come ti ho detto, sono solo idee. Hai la massima libertà d’azione, accidenti!

L’obiettivo è aiutare tutti a raggiungere una nuova consapevolezza. Con la voce, con il corpo e con la parola. Ovviamente, dopo le vostre due lezioni per me sarà molto più facile farli lavorare sulla parola.

Importante: io purtroppo non ci sarò. Sono fuori regione in quei giorni. Il tuo riferimento è Giada, che ti accoglierà in albergo. Ecco il suo numero.

L’orario di inizio è fissato alle 9 precise. C’è quindi la necessità che tu sia puntuale. Se preferisci arrivare la sera prima, puoi prendere alloggio allo stesso albergo dove di svolge il corso. Sento io se possono coprire le spese.

L’albergo è molto comodo da raggiungere: a cinque minuti dall’uscita Padova est. Questo il sito con tutti i dati.

La sala ha un tavolo disposto a U, un angolo bar, il proiettore e lo schermo.

Ma anche una quindicina di metri quadrati liberi per fare movimenti ed eventualmente piazzare la macchina da presa. C’è forse poca luce, ma una bella terrazza ampia circonda tutta la sala.

Attendo un tuo riscontro.

Un abbraccio,
Matteo

PS: la tua amica attrice ha recitato una parte bellissima, in Boris, il film: fa l’efficacissima parodia di Margherita Buy. E della demenzialità del cinema italiano in generale.

Come minimo devi andare a vedere il film tre volte e cospargerti il capo di cenere, prima di chiederle scusa.
Matteo

maggio 6th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments

Al mio segnale scatenate l’inferno

“Al mio segnale scatenate l’inferno. Ma anche il paradiso. E raccogliete i risultati” è il titolo del nuovo corso di comunicazione che ho lanciato a Padova in queste settimane

Sono riuscito in un’impresa epica: organizzare per Unindustria Padova uno stage di comunicazione, rivolto a manager e responsabili d’azienda, ispirato al cinema e al doppiaggio.

Se un attore riesce a essere credibile facendo il latin lover oggi e il serial killer domani, perché non ispirarsi ai suoi metodi per imparare a essere, in modo più consapevole ed efficace, semplicemente se stessi?

Ho scelto come titolo “Al mio segnale scatenate l’inferno” perché mi sembrava la sintesi più azzeccata. E anche una bella promessa, forte e chiara.

Sono partito da una logica precisa: valorizzare i tre protagonisti principali della comunicazione. Ogni volta che parliamo per convincere (clienti, collaboratori, amici, figli, superiori, l’agente che ci contesta un’infrazione…) dobbiamo destreggiarci tra un trio di grandi amici/nemici: 1) le parole che usiamo; 2) la voce con cui coloriamo il messaggio; 3) il corpo con cui lo animiamo. L’idea che abbiamo sull’importanza dei tre protagonisti è questa: parole 70%; voce 25%; corpo 5%.

La realtà è diversa, purtroppo o per fortuna. Le parole valgono solo il 7%; la voce il 38% e il corpo il 55%. In parole povere (mai come in questo caso) o impariamo a usare tutto noi stessi, dalla testa ai piedi, o non arriviamo a niente.

Che non significa muoversi come Jim Carrey. Anzi, spesso è proprio il contrario: basta uno sguardo, un gesto apparentemente insignificante, per cambiare completamente il significato di quel che cerchiamo di dire.

Partendo da qui ho organizzato il corso coinvolgendo due specialisti della voce e dell’espressività fisica: Ciro Imparato e Massimo Alì. Ciro è l’inventore di Four Voice Colors, il metodo che in modo semplice e pratico dà a chiunque gli strumenti per usare in modo più efficace la voce.

La divisione in quattro colori di questo metodo è un colpo di genio perché sintetizza l’esperienza del doppiaggio italiano (forse il migliore al mondo) e la psicologia; nel giro di poche ore si diventa padroni della tecnica base e si può già cominciare a parlare in modo più caldo, efficace e coinvolgente con tutti.

Massimo Alì è un actor coach specializzato nel training degli attori. Con le stesse tecniche dei professionisti insegna a chi non è del mestiere a coordinare i movimenti, usando l’espressività e la gestualità come punti di forza e non di disturbo.

La parte meno appariscente, quella dedicata alle parole, l’ho riservata per me che con le parole ci vivo. Ma mi sono riservato la giornata conclusiva perché, avendo lavorato con entrambi i coach, spingerò i corsisti a far collimare le tre fasi: voce, corpo e parola.

Anche per questo le tre giornate sono state fissate a una settimana di distanza dall’altra: il tempo minimo per cominciare a metabolizzare. L’obiettivo è che i sedici partecipanti chiudano questa esperienza con capacità e consapevolezze nettamente migliori.

Il corso è partito venerdì 29 aprile con la lezione di Ciro Imparato. Prosegue venerdì 6 maggio con Massimo Alì e si concluderà venerdì 13 con la mia.

Ai partecipanti il compito di fare poi ottima pubblicità. Non sarà difficile: basterà loro muoversi come Al Pacino, parlare come Ferruccio Amendola e dar vita alle parole come Roberto Benigni.

Matteo Rinaldi

Pst: niente avrei potuto fare senza la fiducia e la collaborazione di Forema Padova, l’ente che organizza la formazione per l’associazione industriali cittadina. In un mondo che ha soprattutto paura di rischiare, Marco Pegoraro e i suoi collaboratori hanno creduto nel progetto e mettendomi a disposizione esperienza, idee e le persone giuste, a partire dalla bravissima Giada Marafon. Chapeau!

maggio 4th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti

Perché Magellano non andava di bolina

Una ricostruzione della nave di Ferdinando Magellano. Le vele permettevano di navigare solo spinti dal vento

Me lo domando da quando vado a vela. Perché i marinai ci hanno messo così tanto a capire come navigare oltre il traverso, cioè controvento?

La prima cosa che s’impara, a vela, è proprio la navigazione di bolina, risalendo il vento che ti schiaffeggia le guance. Con questa andatura – assieme alle portanti, quando il vento ti spinge alle spalle – non c’è direzione che ti sia preclusa.

Ma alla faccia delle nostre moderne barchette, la navigazione controvento è stata impensabile per migliaia di anni. Da Colombo a Magellano a Cook, i grandi navigatori hanno raggiunto le loro mete navigando solo con venti favorevoli. A volte attendendo settimane, perfino mesi, la spinta giusta.

Eppure è così semplice. Basta una deriva sotto lo scafo per contrastare lo scarroccio e una bella vela tesa capace di farsi risucchiare. Perché abbiamo dovuto attendere gli ultimi secoli per riuscirci? Non me l’ha saputo spiegare nessuno.

Le motivazioni bofonchiate negli anni: “Colpa della pesantezza degli scafi”. “Un problema dovuto alla loro forma”. “Nessuno aveva capito come usare la deriva”. “Alberi inadatti”. “Posizione sbagliata delle vele“.

Possibile che i nostri avi si siano arresi davanti a problemi di questo genere?

In libreria ho trovato la risposta. Il libro s’intitola “Vele, motore della storia“. L’autore è Paolo dell’Oro, un appassionato classe 1935 già autore di una bella opera sul punto nave. Dell’Oro scrive in modo semplice e leggero, quindi tre volte meglio di come fanno di solito i marinai.

Sentite come presenta un capitolo: “Questa parte non è necessaria per la lettura del libro stesso. Coloro che non si sentissero attratti da correnti d’aria, vortici, pressioni, depressioni e soprattutto da vettori di velocità e di forza, possono tranquillamente considerare il capitolo al pari di un testo geroglifico e passare al capitolo 3″.

Come si fa, con una premessa così, a non leggere tutto da cima a fondo?

Ah. No che non ve lo dico perché non riuscivano a navigare controvento. Troppo comodo. E non lo sa neanche il grande Mistro di Velablog.com. Inutile chiedere a lui. Ragionate. Spazio alla fantasia. Oppure alla libreria.

Matteo Rinaldi

maggio 2nd, 2011 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 4 commenti