Guarda che luna

Sapevate che uno dei grandi musicisti meno interpretati al mondo è, paradossamente, proprio uno tra i più amati?

Parlo di Nick Drake, mito di chiunque ami la musica acustica e il suo strumento per eccellenza, la chitarra. Il cantautore inglese, morto giovanissimo, si distingueva per una voce fuori dal comune e uno stile unico nel comporre e nel suonare la chitarra, che accordava e adoperava con logiche tutte sue. A me è bastato un solo ascolto per sentire brividi lungo la schiena.

Sulle sue canzoni si sono cimentati in pochi. Una ragione c’è: i risultati sono sempre inferiori all’originale. Troppo inferiori perché le vanitose stelle del mondo musicale corrano il rischio.

Tra i pochi c’è Beck, che ha il vantaggio di interpretare Nick Drake ragionando semplicemente: Nick è inimitabile, quindi inutile imitarlo. Ma è anche impossibile da reinterpretare: inutile provarci. Perciò suona Pink Moon (uno dei capolavori di Drake) discostandosene il meno possibile: la rallenta un po’, non aggiunge quasi niente. Gli riesce benissimo.

E poi c’è questo tizio. Pare suoni una Taylor acustica formato ridotto: ne aveva una simile anche Drake. Ha un microfono e un Mac. Ha inciso una prima chitarra e una seconda per riempire i vuoti. Ha registrato una prima voce, che imita Nick, e una seconda più in linea con le sue corde.

Le immagini sono raccattate tra i suoi filmati amatoriali. Robaccia con qualche chicca, come la linea ferroviaria Mandas-Arbatax, la più bella d’Italia, che conta più curve di una strada di montagna.

Se lo ascolta a occhi chiusi magari Nick fa pure un sorriso.

La luna rosa raccontata nella canzone è, secondo tutti gli appassionati, una metafora della morte. Possibile. Ma sono convinto che Nick amasse ironizzare su tutto, morte compresa.

Matteo Rinaldi

(Pst: cliccare sulla foto)

giugno 21st, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti

Voglio il meglio (di voi)

10 luglio 2011: una domenica in villa, sui colli Berici, per divertirsi e imparare qualcosa di più sulla comunicazione. La promessa: tornate a casa positivi (non alle sostanze allucinogene) ossigenati (non sui capelli) e arricchiti (non nelle tasche). Ma neanche impoveriti: tutto a soli 100 euro, pranzo compreso.

Jim Carrey: comunicazione efficacissima con uno stile evidente e due nascosti

Premessa: obiettivo difficile, metodo facile. Sapevate che i modi di comunicare in modo efficace sono essenzialmente tre? Ognuno di noi ha un suo stile che quasi sempre corrisponde a uno di loro. I modi di comunicare sembrano moltissimi: c’è chi appare pacato, chi autorevole, chi dolce, chi simpatico, chi sicuro, chi timido…

I grandi comunicatori invece (a partire dagli attori) semplificano tutto questo in tre stili fondamentali per esprimersi sempre al meglio.

Impariamo anche noi a riconoscerli e usarli nel modo migliore: a cominciare dal proprio stile – innato o costruito che sia – per arrivare agli altri due, che abbiamo “nascosto” per timidezza, pigrizia o convinzioni sbagliate. È indispensabile per essere riconosciuti come persone più vere, consapevoli, convincenti.

Riassumendo:

1. Scopriamo assieme i tre stili fondamentali della comunicazione attraverso la nostra espressività e con l’aiuto di filmati ed esperienze di attori, personalità dello spettacolo, maestri di comunicazione.

2. Impariamo a riconoscere il nostro stile innato, a valorizzarlo, a usarlo in modo più conscio e naturale.

3. Impariamo a capire e usare anche gli altri stili, in modo semplice e automatico.

Inoltre impariamo a capire meglio ogni nostro interlocutore attraverso la sua comunicazione. E a superare le difficoltà che spesso causano insuccessi, incomprensioni, insoddisfazioni.

A chi è dedicato. A chi vuole migliorare la capacità di comunicare bene: capire gli altri e farsi sempre capire nel lavoro e nella vita di tutti i giorni.

La giornata in cinque righe

• I tre stili base della nostra comunicazione.

• Impariamo a riconoscere e sfruttare meglio il nostro stile.

• Pranzo

• Impariamo a valorizzare la nostra comunicazione con gli altri due stili.

! Gioco “sala doppiaggio” per valorizzare la comunicazione attraverso la voce.

Tutto chiaro? Chiamatemi. Qualche dubbio? Chiamatemi: 347.601.91.87.

Matteo Rinaldi

 

giugno 17th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments

Timona ti, mona (5)

Ultime ore sul Golfo di Napoli: ammainiamo le vele, issiamo le ugole

Nelle miglia del ritorno l’assenza di vento è un classico. Per non annoiarsi, si mangia. Dalle nove di mattina a mezzogiorno.

Sbarcati a Napoli che si fa? Si mangia di nuovo. Apertivo da Gambrinus, locale storico del centro. Poi due passi: quanto basta per incrociare gli ultimi comizi per l’elezione del sindaco. Un tale, che per fortuna non vincerà, arringa la folla da una Ferrari decappottabile gialla scortata da due minigonnate spargidepliant.

Pranzo alla celebre pizzeria Brandi dove nacque la Margherita. Un musicista di strada entra nel locale e sciorina tutti i classici napoletani del repertorio.

Antonio, che ama e conosce la cultura veneta come pochi al mondo, comincia a tremare. Temo stia per esplodere: salterà sul tavolo intonando Quando saremo fora de la Valsugana? Aggredirà i camerieri al ritmo di Me compare Giacometo?

Infatti esplode ma… di gioia. Canta in napoletano meglio di Merola. E tra una strofa e l’altra spiega testi, storie, curiosità.

È il turno dell’immancabile Surdato innamorato. Non mi era mai piaciuta. Era la più amata tra le trincee della Grande guerra -racconta Antonio - La cantavano i napoletani; la ascoltavano e ripetevano i fanti da tutta la penisola; la replicavano a distanza i colleghi francesi, austriaci e tedeschi.

La sera, nelle trincee, quando echeggiavano queste canzoni d’amore non volavano proiettili ma applausi.

Cambio idea sulla canzone (dal vivo è bellissima) e mi godo il nostro Antonio che la canta a squarciagola. Sa anche tutte le parole. Alla fine dell’esibizione, il musicista napoletano lo assumerà come guaglione canterino.

Torneremo a casa senza un valido navigante. Ma ci consoliamo: abbiamo arricchito Napoli di un’altra voce meravigliosa. (fine)

Matteo Rinaldi

Pst: raccontare storie per iscritto ha un vantaggio per il lettore: può immaginare facce, posti, situazioni così come le preferisce. A meno che non arrivi la fregatura (cliccare sulla foto).

 

giugno 9th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Timona ti, mona (4)

Terzo giorno sul Tirreno napoletano: come divertirsi in nove senza ricorrere all’arma bianca

Finalmente arriva il vento. E la piattaforma petrolifera, incurante del suo tonnellaggio, si piega al vento e ai nostri desideri: corre che è una meraviglia.

Il traghetto è una bestia senza pietà: affonda qualunque cosa ostacoli la sua rotta. Perciò alle sette precise abbandoniamo il nostro ormeggio illegale, nonché suo molo riservato.

Addio Amalfi. Non possiamo nemmeno portarci un Limoncello a casa, per ricordo: lo sequestrerebbero in aeroporto.

Partire presto ha i suoi vantaggi. Per esempio si comincia a mangiare tre ore prima. Neanche gli hobbit del Signore degli anelli si nutrivano con questa frequenza: colazione alle sei, seconda colazione alle otto, spuntino alle undici. A mezzogiorno saremmo già macellabili secondo gli standard Simmenthal. Fortuna che i cuochi di bordo, Antonio e Marco, ogni tanto si incantano davanti alla bellezza della costa.

Puntiamo Procida concedendoci ampie soste turistiche (bevendo poi per rinfrescarci) e bagni fuori ordinanza (mangiando poi per riscaldarci). Va tutto benissimo. Peccato solo che il vento non ci abbia ancora dato soddisfazione e…

Neanche il tempo di pensarlo che comincia a soffiare, forte e regolare. Il mare invece è piatto come un biliardo. Bene, vediamo se riusciamo a muovere davvero la piattaforma.

Si muove eccome. Ma soprattutto si muove l’equipaggio: c’è più movimento attorno al timone che in una pista da ballo. Nessuno sa quanto durerà il vento, perciò regna sovrana la cortesia: ”Luciano prego, tocca a te, prego”. “Grazie Sandro: lo tengo per qualche minuto poi cedo volentieri il piacere a Matteo”. “È il mio turno? Bene, sono le nove e trentasette. Alle quarantacinque è tuo, Antonio”. “Ma no, fatti almeno un altro quarto d’ora. Forza, tre belle virate e poi voglio qui Marco”.

Ecco, il titolo di questo viaggio nasce proprio da qui: “Timona ti, mona” sta per “Timona tu, vecchio mio”. L’apoteosi dell’equipaggio filosofico.

Ma siamo scemi? Indubbiamente sì. Ma l’importante è essere scemi tutti assieme.

Gianni è l’unico novellino dell’equipaggio filosofico. Infatti si fa rapire dall’ossessione del timone. Lo stringe per un quarto d’ora. Mezz’ora. Quaranta minuti.

Bepi, stai andando sottocoperta? Portaci per favore il coltellaccio da carne. Lo so che in tavola c’è pesce: ma se Gianni non molla la presa entro tre minuti gli seghiamo entrambe le braccine”. Invece riponiamo il coltellaccio e lo lasciamo fare l’ammiraglio Nelson per altri venti minuti.

Raggiungiamo i nove nodi dopo quattrocento regolazioni di fino, una più inutile dell’altra. Un’esplosione di Cazza! (cortesemente), Lascherei! (se siete d’accordo), (Che ne dite se) agiamo sul carrello!, Poggio di un paio di gradi! (perciò voi mi regolereste la randa come sapete egregiamente fare?).

Come sono lontani i tempi delle prime uscite, quando mi stizzivo per le decisioni non concordate, rimuginavo sui pochi minuti passati al timone e soprattutto mi sentivo sempre fuori posto.

Oggi ne passo molto meno di tempo al timone. Eppure mi diverto il triplo. Mi sento protagonista senza bisogno di essere prim’attore.

Condivido ogni gesto, ogni decisione, anche quando non sono d’accordo. Ma non riesco nemmeno a essere in disaccordo. Condivido ogni soddisfazione, ogni sciocchezza, ogni successo, ogni errore. Forse questa cosa si chiama sentirsi al proprio posto. Un altro vivere.

Arriviamo a Procida ed entriamo nel magnifico porticciolo di Chiaiolella: nascosto, tranquillo, ricavato sul cratere di un antico vulcano. Ospita barche dal valore miliardario.

Ci indicano un ormeggio incastonato tra due motoryachts che ringhiano. “Matteo, fai tu” mi esorta Luciano. La fiducia del gruppo mi commuove. Infatti ormeggio impeccabile e preciso che sembro quasi un marinaio vero. La barca avrebbe anche l’elica di prua ma giuro che la sfioro quasi solo col pensiero.

L’ingresso di Marina Chiaiolella, a Procida. Marco osserva con riverenza l’antico vulcano.

A Procida cerchiamo un locale per l’ultima cena partenopea. Troviamo una regale bettola dove i cuochi sfornano ogni meraviglia, purché locale. La pasta viene cucinata con tempi di cottura a scelta del cliente. Servono spaghetti al dente 100%molto al dentequasi al dente; poco al dente. Non ne sbagliano una. I camerieri volano tra i tavoli con un sorriso troppo bello per essere fasullo.

Lo stato impietoso dei servizi pubblici del marina è sotto lo standard nazionale. Mi chiedo cosa si intaserà qui: il bagno o la doccia? Che sciocco: s’intasano, nell’ordine, water, lavandino e doccia. Ma insomma, tutto s’aggiusta, come si dice dalle nostre parti. In fondo, uuuuuh, che pproblema ciéeee? (fine della quarta puntata)

Matteo Rinaldi

giugno 6th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti

Timona ti, mona (3)

Terza puntata del viaggio nel Golfo di Napoli. Dove la Repubblica marinara veneta rende omaggio alla consorella amalfitana. Che ricambia col limoncello.

Notte ad Amalfi. Sandro si impone un turno di guardia notturno per proteggere la barca (il porto non è sorvegliato). Tre minuti dopo si addormenterà.

Lasciamo Capri con la rituale foto davanti ai faraglioni. In questo luogo, dove Paolo Villaggio girò una celebre scena del suo Secondo tragico Fantozzi, si considera doveroso uno scatto tristissimo in cui far convivere faraglioni, barca in movimento, mare, cielo e una smorfia trista: il sorriso del velista turista.

Verrebbe voglia di protestare. Mai noi siamo l’Equipaggio filosofico, nomignolo che indica la capacità quasi ascetica di convivere in una barca senza mai dire no. Perciò lascio fare, posare, scattare: in fondo la giornata è bellissima. E poi ho problemi più pressanti: devo assolutamente buttarmi in acqua. Pazienza se ci saranno trentadue gradi sotto zero; se il mare sarà invaso da meduse sapiens; se dopo tre bracciate non avrò nemmeno la forza di galleggiare.

Più ti allontani dall’isola miliardaria, più la costiera Amalfitana ti rappacifica. Bella e brulla, da stare a guardare senza parole. Sostiamo a Positano e qui mi butto.

Per me entrare in acqua è l’azione che trasforma il viaggio, qualunque esso sia, in un viaggio vero. L’acqua non è solo un’immersione fisica nel territorio. È il ritorno alla dimensione più arcaica che abbiamo e di cui abbiamo memoria: il nostro passato remoto di pesci.

Basta poesia, perdio: l’acqua è nebulosa che pare quella della mia Jesolo. Non vedo oltre il naso. Metto gli occhialini e faccio almeno una scaramantica analisi allo scafo. Lo faccio ogni volta ma obiettivamente non ci capisco niente.

La sola cosa per cui vale la pena studiare l’opera viva (la parte immersa dello scafo), è l’incontro con l’amico timone. Così posso indicare con precisione ai miei compagni il punto esatto in cui è perfettamente al centro: un’informazione indispensabile per regolare la ruota e correre più veloci.

Ehi ragazzi… ehi! Macché, stanno facendo la terza colazione. Anzi, vado anch’io. Non vorrei perdermi il caffè napoletano aromatizzato con tartine imburrate olive e alici.

Raggiungiamo Amalfi. Groan, come hanno fatto a inventarsi Repubblica marinara in questo buco di posto? Perché Amalfi è bellissima ma davvero minuscola: Chioggia è una metropoli, al confronto. Solo noi potevamo inventarci repubbliche dove il mondo vede al massimo un quartiere. La storia d’Italia è davvero un grande mistero galleggiante.

Ci sarebbe un bel porticino turistico ma il fondale è troppo basso per noi. “Potete occupare il molo del traghetto – ci consigliano – basta che domattina presto ve ne andiate. Intanto assaggiate il nostro limoncello”. Non chiediamo di meglio.

Tour amalfitano: la città è una Capri senza l’eleganza e la spocchia di Capri (ma con più limoncello). C’è un’aria da grande famiglia, tipica dei posti dove tutti si conoscono. Sgranocchiando granita al limoncello notiamo che i medici lasciano le ricette appese alle porte lungo la strada. Così la gente si serve quando vuole.

Un passante si stupisce del nostro stupore e offrendoci un bicchiere di limoncello spiega: “Guardate che qua c’è tutta brava gente. Nessuno porta via niente. I problemi arrivano da fuori: sono quelli di Nocera Inferiore che vengono a combinare guai”. Ognuno ha il suo sud a cui aggrapparsi.

Diavolo, c’è pure un comizio politico per l’elezione del sindaco. Un candidato amplificato promette nell’ordine: 1. più strade; 2. più natura; 3. più aziende; 4. più turismo; 5. più movimento; 6. meno traffico; 7. più limoncello. Mi pare che alcuni punti si scontrino tra loro ma dev’essere l’effetto del limoncello: volano applausi e musica popolare. Poi finalmente il silenzio.

Ci portiamo in barca una bottiglia del liquore locale. Qualcuno propone una navigazione notturna verso le Eolie con turni di due ore per coppia e ritorno in mattinata.

A mezza bottiglia cambiamo faccia (principio di ubriachezza) e idea (principio di saggezza). Andiamo a letto. Altro non ricordo. Magari le immagini hanno più memoria di me.

Matteo Rinaldi

L’equipaggio filosofico mentre organizza la navigazione notturna. Il limoncello è solo a metà ma le facce sono già oltre il limite della decenza. (fine terza puntata)

giugno 2nd, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 0 Comments