L’iPad nasce a Ivrea

Facce da Vespa e Lambretta, non da Audi e Suv: è il gruppo di ricercatori Olivetti che negli anni sessanta precedette Steve Jobs e Bill Gates.

L’estate è un periodo terribile per la televisione. Ma qualche perla nascosta ti salva un’intera settimana. “Quando Olivetti inventò il pc” è un documentario in onda in questi giorni sul canale History di Sky. Racconta la nascita del Mac book (o dell’I-Pad, è lo stesso) così come lo conosciamo oggi: il computer portatile che personalizziamo in base al nostro lavoro e alle nostre passioni.

A inventare il personal computer fu l’Olivetti di Ivrea: questo lo sanno tutti. Meno noti sono il come e il perché. L’Olivetti faceva macchine da scrivere: correvano gli anni sessanta e il mercato andava bene. Ma il boss, Adriano Olivetti, aveva creatività. Sapeva che gli americani lavoravano su questi nuovi computer, che allora chiamavano calcolatori, e ammirava le loro macchine sempre più grandi e grosse ( do you remember Hal 9000?) che ingigantivano sempre di più per acquisire potenza.

Ogni nuovo modello triplicava il precedente: stanze intere di macchine gigantesche per risolvere operazioni sempre più complesse. Anche perché i clienti di allora non avevano pazienza: la Nasa, il governo, l’esercito chiedevano risposte, non attese.

Alla Olivetti non c’era il governo né la Nasa. Così il titolare incarica quattro ragazzotti promettenti – il più giovane aveva sedici anni! – di studiare un elaboratore-calcolatore. Però lo vuole molto piccolo. Forse non aveva in mente un portatile. Forse aveva pochi fondi e poco spazio.

I giovanotti cominciano benissimo: la prima cosa che fanno è cambiare nome alla macchina. Da calcolatore a calcolatrice, al femminile. Sembrava più bello.

Nel giro di pochi mesi – nell’ottobre 1965 per la precisione  – costruiscono una macchina che si chiama Olivetti 101. Qualcuno, con acuto sense of humor, aveva letto George Orwell, mi sa. È grigia, sgraziata, senza schermo e con una minuscola tastiera. Ma nello spazio di una scatola da scarpe fa le stesse cose dei grandi computer IBM. Nelle prime campagne pubblicitarie, qualche visionario creativo scrive: “Potete anche portarla con voi in ogni stanza della casa e in giro per la città“.

Ne vendono migliaia - mi pare 40mila, nel giro di pochi anni! – anticipano i floppy disk e i programmi. Eppure l’Olivetti va in crisi. Mandano in salvataggio il governo e la Fiat. Ok, mancava solo Gambadilegno per chiudere il cerchio. Infatti i soccorritori tagliano immediatamente il settore computer con questa ferrea motivazione: “Se non lo fa nessuno in tutto il mondo, questo cristo di elaboratore così piccolo, significa che non serve a niente!

Se nessuno fa una cosa vuol dire che la cosa è sbagliata, insomma. Così chiudono il settore. Pochi anni dopo arrivano Bill Gates e Steve Jobs: fanno la stessa cosa – le loro macchine hanno praticamente lo stesso cuore della 101 – ma il mondo risponde loro diversamente. Qualcun altro aveva spalancato la strada.

Gli ex ragazzotti intervistati – uno è morto, gli altri hanno tutti più di settant’anni – sembrano ragazzini troppo cresciuti, mentre raccontano davanti alla telecamera. Gli occhi brillano come quelli di Gandalf. È questa l’eterna giovinezza?

Noto una cosa. La cosa che ancora li stupisce, a distanza di decenni, è la ragione con cui li criticavano: “Se nessun altro lo fa, significa che non ha senso farlo”.

Matteo Rinaldi

luglio 13th, 2011 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 2 commenti