Marco Paolini attore cane a Lusiana

Analisi della comunicazione di Marco Paolini nello spettacolo “Uomini e cani” tratto dai racconti di Jack London.

“I cani sono quasi sempre dei grandi attori. D’altra parte molti attori sono spesso dei cani” scherza Paolini tra un racconto e l’altro del suo “Uomini e cani”, spettacolo all’aperto sui monti dell’Altopiano di Asiago.

Vedere Paolini è sempre un piacere. No, non è vero: è più di un piacere. È una grande scuola di comunicazione, un corso rapido per imparare qualcosa sui valori della narrazione e dell’espressività. Sulla capacità di saper emozionare e di sapersi emozionare. Non solo per chi vuole recitare: per chi punta semplicemente a essere più chiaro, convincente e reale nella vita di tutti i giorni.

Ho riassunto i tre vantaggi principali della sua comunicazione. Non sono gli unici e forse nemmeno i principali. Ma sono i più difficili da notare, anche in uno spettacolo di due ore. Quelli che danno il valore in più, che trasformano il bravo in fuoriclasse. Gli altri, a partire dalla cura estrema ai testi per arrivare alla forza narrativa sono immediatamente riconoscibili. Meno questi che seguono.

1. Le pause: lunghe, pulite, senza enfasi.Jack London aveva capito che un ottimo sistema per guadagnarsi da vivere era inventare lunghe storie avventurose per affascinare le vecchie tardone. Queste ci cascavano, pagavano, stavano ore ad ascoltarlo. … … … … … … … … Proprio quello che ho fatto oggi con voi.

Paolini usa le pause per creare attesa. Già questo è difficile. Ma le usa anche per dare a chi ascolta il tempo di elaborare un concetto. Altre volte, chissà, per ritrovare il filo del discorso. Ma non le teme mai. Perché, sappiatelo, le pause non pesano mai. Anzi: l’attenzione triplica. Due sole volte (in due ore!) si è incespicato con “Heeeeem…. hummm…”. In questo caso l’effetto era opposto. Leggero smarrimento: Che succede, ha perso il filo, come mai non sa cosa dire?

Quasi tutti temiamo questo effetto. Perciò crediamo che ogni pausa vada in questa direzione. Sbagliamo. Le pause volontarie sono un valore, danno profondità a quel che diciamo prima e soprattutto dopo. Ovviamente a patto di non enfatizzarle – come fanno spesso i politici – altrimenti perdono tutto il loro valore.

2. Gli sbalzi di volume. Da sussurrato a fortissimo. Paolini varia molto la potenza della voce. Sono variazioni decise: dal volume che si usa in un dialogo tra amici al sussurro con cui si parlotta intimamente. E poi, ogni tanto, alla potenza di un allenatore che sprona i giocatori.

Che ci crediate o meno, non se ne accorge nessuno. È proprio così. Il valore sta nella differenza con la vita quotidiana: siamo talmente abituati a parlare in modo piatto (alto, basso o medio volume non fa differenza) che i cambi ci affascinano pur passando quasi inosservati. Eppure tutti lo facciamo raramente, convinti che ci prenderebbero per pazzi.

Provateci invece. Anche senza arrivare agli sbalzi di Paolini, giocare col volume è fondamentale per conquistare l’attenzione di chi ascolta e accompagnarlo nelle fasi più intime o enfatiche del discorso.

3. La “buona pedanteria”. Dare più di quel che ci si aspetta. Dopo un’ora e mezza di spettacolo e due lunghi racconti mi guardo intorno. Il sole se ne va dietro un costone di roccia. La temperatura passa in un attimo da estiva a tardo-autunnale. Quasi tutti cominciano a vestirsi e raccogliere zaini e coperte. Paolini pare fare lo stesso. “È stato un ottimo spettacolo – penso – come sempre, dal vivo”.

Invece Marco spiega che sta aspettando le prime ombre della sera. Come Nick Carter? Peggio: “Voglio che tutti sentiate freddo. Anche le prime file. Perché quest’ultimo racconto parla proprio di questo: un uomo e un cane che lottano contro la morte per congelamento. Se non sentite un po’ freddo non viene bene”.

Comincia l’ultimo racconto davanti a tremila infreddoliti. Non sappiamo se essere contenti per il regalo extra o un po’ delusi perché sognavamo di sgranchirci le gambe e tornare alle auto. Giuro che avrebbe potuto chiudere lì: nessuno avrebbe fiatato.

Ma vedete, la grandezza è questa. Annoiarne dieci per affascinarne cento. Mi accorgo che lo stimo il doppio durante quest’ultimo racconto in cui lotta contro la stanchezza, il freddo e perfino contro di noi, che siamo satolli e vorremmo andare via.

Vince lui. Perché alla fine, sacranon, mi commuovo. Mi commuovo non solo per il racconto ma per la sua buona pedanteria, che è un valore fantastico. Penso che devo impararla anch’io, almeno ogni tanto. Ma che per farla funzionare devo crederci e supportarla con cuore e tecnica, altrimenti non ti applaudono mica: ti impiccano, proprio come il personaggio del suo secondo racconto.

A ogni modo: con questo post penso di aver preso la strada giusta. Non per la forca, spero. Che ne dite?

Matteo Rinaldi

agosto 30th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti