7 chicche di Soldini

La risposta del velista professionista Giovanni Soldini a sette domande  tipiche del velista dilettante

1. Le barche moderne: eccessive. “Troppo grandi, pesanti e inutili. A partire dai serbatoi dell’acqua e dalle docce. I primi sono sovradimensionati, le seconde inutili. Con l’acqua di mare potete anche lavare i denti: sbianca perfino lo smalto”.

2. Gli accessori: inutili. “Almeno tre quarti di roba che trovi in una barca è eccessivo. A partire dalle bombole del gas. Con una pentola a pressione, mezzo litro di alcol e qualche chilo di pasta faccio un oceano intero avanti e indietro quattro volte di fila”.

3. Le scuole vela: poco fantasiose. ”Quelle italiane partono da un presupposto sbagliato: creare velisti attraverso l’agonismo. I ragazzi invece vorrebbero navigare. Spingiamoli ad andare a zonzo, per mare o per laghi. Mostriamo loro che la sera si può tirare la barca a riva, accendere un fuoco e vai con chitarra e sacco a pelo. Avremmo il triplo di velisti in questo paese”.

4. La navigazione: sotto stress è meglio. ”In barca sei sempre sotto stress. Ma è per questo che ti diverti: sotto stress ragioni, inventi, crei. In una parola, vivi. Non ho mai paura dello stress. Lo sfrutto e me lo godo”.

5. La barca: sentirla con le orecchie. “Occhi aperti, certo. Ma anche orecchie aperte. Ascolto sempre i rumori della barca in navigazione. Da suoni e rumori capisci un sacco di cose, anche per navigare più veloce e più sicuro. Provare per credere”.

6. La paura: un alleato prezioso. “Quando mi chiedono “Non hai mai paura?” rispondo che ne ho un sacco, ogni volta che serve. È la paura che ti fa tornare vivo da ogni navigazione. Rispettarla e superarla vanno di pari passo”.

7. Timone a ruota: solo una moda. “In barche fino a 45 piedi il timone a ruota non serve a niente: non è più preciso, non è più facile, non è più comodo. Anzi complica i movimenti e la manutenzione. Fosse per me, non lo userei mai”.

Pst: l’ultima domanda l’avevo posta io. Grazie a Soldini che conferma un mio pensiero, del tutto istintivo, per il quale ho preso per anni male parole dai velisti seri e tristi.

Matteo Rinaldi

settembre 30th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti

Il segreto del successo: parla tanto, ascolta niente

Come farsi finanziare un giro del mondo a vela o una squadra che domina il mondo. Essere bravi non basta: bisogna comunicare bene obiettivi, sogni, metodi e idee. E ripeterli fino allo sfinimento. Analisi di due comunicattori con cui ho avuto il piacere. (2)

Saper comunicare, motivare e motivarsi è più importante di saper fare. Anche questa storiella lo dimostra. (Lino Banfi correda il post solo per l’ottima comunicazione non verbale) 

Una grossa associazione industriali veneta mi ha chiesto di coinvolgere un famoso allenatore per una giornata di formazione. Lo volevano per spiegare ai nostri imprenditori come si possa, anche in tempo di crisi, convincere investitori, collaboratori e dipendenti a dare il meglio di sé.

Non ero d’accordo sulla persona indicatami: troppo fuori dal giro, ormai. Ma era giusto provare.

Potevo contattare l’allenatore a colpo sicuro con logiche all’italiana: arrivare a Tizio passando per Caio che è amico di Sempronio, fratello di Tizio. Risparmi fatica e complicazioni. Ma preferisco ragionare all’anglosassone: ho scritto una semplice email al famoso allenatore, spiegando brevemente chi sono, cosa mi avevano chiesto e invitandolo a mettersi in contatto.

Qualche giorno più tardi l’allenatore mi ha chiamato al telefono. Ho detto “Pronto?” e non sono più riusciuto ad aggiungere alcunché. È partito una straordinario monologo di ventisette minuti. Senza una pausa che fosse una. Nei suddetti 27’ il famoso allenatore mi ha ringraziato della proposta, si è detto molto lieto di partecipare e ha proseguito con quella che dev’essere la sua lezione standard:

La mia filosofia è questa, questo è quello in cui io credo, questo è il metodo con cui io lo perseguo, io ho queste idee e non le cambio per niente e nessuno, rispetto tutti ma pretendo che tutti rispettino me, come lei certamente ricorda quando il famoso giocatore Von Tummel si lamentò dei miei metodi io gli dissi Carissimo, tu sei esattamente come gli altri e farai esattamente le stesse cose degli altri anzi da oggi prenderai esempio dal mio precedente giocatore Sconosciutelli, non importa se tecnicamente inferiore a te, quello è il sistema con cui giocherai e questo perché io penso, io ritengo, io sostengo e per di più aggiungo che io credo, io faccio, io agisco e per meglio spiegarmi dirò che io ambisco, io preferisco, io inibisco. Quando, nel settembre ’95 il Presidente mi chiese di essere un po’ più malleabile io dissi no, con tutto il rispetto queste sono le mie dimissioni, rinuncio a tutti i soldi e me ne vado domani, e così feci perché credere in se stessi e nelle proprie idee è tutto nella vita, a questo proposito aggiungo che due mesi più tardi…”.

Comunicare è il mio mestiere e non avrei avuto difficoltà a interromperlo. Ma ero affascinato. E anche stupito che una persona così capace ed esperta non avvertisse la necessità di interagire con l’interlocutore, capire, domandare. Mi aspettavo un: “Ma ora dica lei, che cosa pensava? Di cosa avreste bisogno? Quali sono i vostri obiettivi?”

Zero. Giunto al minuto ventisei ha chiuso dicendo: “…, infine parliamo del compenso, per il quale mi affido all’esperienza della società Affaroni e Intrighi di Milano che ha stabilito che il mio cachet per un intervento di questo genere è di dodicimila euro più iva, non mi proponga nessun altra offerta perché non la prenderò nemmeno in considerazione”.

Ho ringraziato di cuore e chiamato l’associazione. Spiegando che se erano disposti a spendere quella cifra per due ore di lezione col famoso allenatore, avrebbero dovuto cancellarmi dalla loro rubrica.

Più tardi ho fatto un ragionamento che si chiama pensare positivo. “Ehi, mi sono goduto ventisette minuti di lezione personalizzata e senza nemmeno un minuto di pausa caffè. Facendo due conti, il famoso allenatore mi ha regalato 2.700 euro esatti”.

Mi è tornato il buonumore.

Matteo Rinaldi

settembre 26th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti

Il velista che conquista

Come farsi finanziare un giro del mondo a vela? O una squadra di calcio che domina il mondo? Essere bravi non basta. Bisogna comunicare bene: obiettivi, sogni, metodi, idee. Analisi di due comunicattori che ho recentemente visto all’opera: un celebre velista e un celebre allenatore. (1)

Ho visto all’opera Giovanni Soldini, il più famoso velista italiano. Volevo capire come comunica un uomo capace di:

a) farsi finanziare giri del mondo (costo: qualche milione di euro);

b) motivarsi nei momenti peggiori (ad esempio nel cuore di una tempesta in mezzo al mare);

c) convincere uno staff (dagli artigiani in cantiere agli ingegneri specializzati) a fare una barca esattamente come la vuole lui.

Essere il più famoso velista italiano nel nostro paese non è proprio un complimento: gli italiani, col mare più grande e ricco d’Europa, non amano navigare e meno ancora veleggiare. Se chiedi il nome di tre grandi navigatori italiani, quasi tutti rispondono Colombo, Soldini e… Magellano.

È curioso che Giovanni (nato e vissuto a Milano, non in una città di mare) lo conoscano tutti: forse più delle vittorie lo ha reso famoso il salvataggio della francese Isabelle Autissier in mezzo all’oceano. O forse colpisce quella sua faccia un po’ così (la canterebbe benissimo Paolo Conte) che è poi quella che ti aspetti da un  velista solitario quarantaseienne: occhi stretti e spiritati, barba lunga, numerose e profonde rughe attorno agli occhi chiari.

Ma dietro, nascosta, c’è una verve polemica e tignosa che hanno solo i marinai nati lontano dal mare.

Ho visto il milanese oceanico ospite del Treviso Sailing Club. Lo avevano chiamato per raccontare un po’ di avventure, rispondere a qualche domanda e tirare su il morale ai velisti della zona. Gli sono riuscite bene tutte e tre, in modo particolare la terza. Perché ti scalda il cuore con un metodo semplicissimo: si prende in giro – e con lui tutto il mondo della vela – al punto che non ti resta che riderci su.

La prima cosa da sapere è questa: Giovanni Soldini è italianissimo. Talmente italiano da apparire ormai un perfetto straniero. Il fatto è che la sua italianità è roba d’epoca: ha ironia e autoironia a quintali (noi l’abbiamo cancellata, delegandola ai comicetti da Zelig); non è capace di fingere (neanche noi, ma non ce ne accorgiamo); non si atteggia (qui abbiamo da imparare).

Per farvi capire: pur essendo un grande velista, un vincente e un esperto, non si dipinge né velista, né vincente né esperto.

Per tradurre in italiano le sensazioni che sto scrivendo, dirò che Soldini è arrivato ondeggiando alla sala conferenze, ha guardato con occhi torvi il pubblico, si è seduto, scomposto e sbilenco (magari sta così anche in barca) e ha cominciato a parlare strascicando le parole e ad alto volume.

“La barca è un piccolo mondo. Anzi, è tutto il nostro mondo, quando navighiamo. Quindi conviene conoscerla bene. Lì dentro ho imparato tutto: com’è costruita, come funziona, cosa le serve e cosa serve a me. Ho imparato anche cose che mi parevano impossibili. Non dico riparare una falla o il timone: quello è semplice. Ho imparato a farmi il letto. Mia mamma in tanti anni c’era mica mai riuscita. Har haaar haaaaar!”

Credetemi, non ha la risata di Gambadilegno (quella è bassa e profonda, la sua è acuta e nervosa), però la disegno così perché rende: una bella risata originale, trainante e sdrammatizzante.

“Il fatto è che in barca ti succede sempre qualcosa. Perché la barca è imperfetta e incasinata, ma soprattutto immersa in un ambiente ostile e complesso, il mare. Perciò a che serve essere negativi? Credo che a salvarmi, a farmi vincere e divertire sia stato e sarà sempre l’atteggiamento positivo. Trovatelo dentro di voi e un po’ alla volta lo vedrete crescere anche intorno”.

Questo è basilare per se stessi. Ma gli altri? Quelli a cui bisogna chiedere aiuto, fiducia, soldi? “Non aspettatevi che gli altri capiscano quello che siete in grado di fare. Guardate me: per far capire agli italiani che sapevo andare in barca e avrei potuto perfino partecipare a un giro del mondo… ho dovuto vincere un giro del mondo. Fino ad allora non mi filava nessuno. Har haaar haaaar!”.

Ero perplesso di fronte alla sua risata, alle battute, al suo tono di voce acuto e cantilenante, al corpo dinoccolato, all’arte di mandare in vacca quasi tutti i concetti. Tanto più che so quant’è invece maniacale e perfezionista nel lavoro. Sappiate che segue la costruzione delle sue barche dal primo bullone all’ultimo listello di legno: vive letteramente in cantiere, dorme nello scafo in costruzione, segue ogni cosa. Quando la barca è pronta la conosce più della sua faccia, la mattina davanti alla specchio.

Ero perplesso eppure gli riconosco una grande forza: quella di credere nelle sue idee. E di aver imparato a difenderle. Non solo da chi non è d’accordo ma dai veri nemici: gli indifferenti.

“Saper andare in barca è il meno. Se davvero vuoi fare qualcosa, devi capire come la vuoi, la tua barca. Dal primo all’ultimo pezzo. Per questo le mie barche sono come figli. Ma un figlio lo fai in due, per una barca devi convincere molte persone a tirar fuori molto denaro. Per questo sono anni che racconto agli sponsor che investire nella vela conviene. E il bello è che… ci cascano ancora. Har haaar haaaar!

A me è piaciuta una frase, perfetta per spiegare il mondo della vela ma anche per il mondo in generale: “La difficoltà non è mica quella di arrivare al traguardo. La difficoltà vera è arrivare alla partenza”. Qua niente risata. Ma gli regalo volentieri il sorriso che ho fatto io.

Matteo Rinaldi

settembre 13th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 2 commenti