Te lo dò io il Team building
Ho sperimentato un corso di formazione alternativo in barca a vela. Risultato: un buco nell’acqua. Ma ci riproverò (prima puntata)
Costruire un gruppo in barca: l’immagine ideale è un mix di eroismo, coraggio e sofferenza. La realtà è ben diversa.
A settembre ho tenuto un corso di team building in barca a vela.
Scusatemi per la parola team building: è un orrendo anglicismo che usano i formatori per fare scena. Basterebbe dire “Corso per divertirsi e andare d’accordo tutti assieme, anche nelle difficoltà”. Ma hanno paura che così dicendo dovrebbero abbassare il preventivo.
Avevo in mente un corso che unisse team building e comunicazione. Che uscisse dalla logica classica. Perché sono convinto che una squadra sarebbe più vera, più viva, perfino più vincente se partisse da una comunicazione più vera, viva e quindi vincente. Meno a vela e più in volo, insomma. Con l’umore, le idee, la fantasia.
Non è andata così. Jonas, la società organizzatrice del corso, ha avuto un’occasione da non perdere: “Matteo, fantastico: invece che una barca ti mettiamo a disposizione una nave!”
Vero. Invece della classica vela che va dai dieci ai tredici metri (dai 33 ai 42 piedi in gergo velico) avevamo a disposizione una nave di 24 metri (80 piedi).
In una barca così la maggior parte dei velisti non sale nemmeno una volta nella vita. Grazie tante, costa una follia. Se un 33 piedi costa sessanta mila euro (a nolo: almeno un centinaio di euro al giorno), per un ottanta non bastano tre milioni di euro. Noleggiarlo a prezzi umani è impossibile.
Un’occasione da prendere al volo dunque. C’era però qualcosa che non mi convinceva. Cosa? Mah. Ho fatto buon viso e siamo partiti.
Per me il team building in barca a vela è una cosa sola: mettere le persone ai comandi, fin dal primo istante. Tanto più se non lo hanno mai fatto in vita loro. Spiego il funzionamento a grandi linee e poi resto a disposizione. Non capite qualcosa? Provate. Eventualmente chiedete. Da parte mia non vi dò un ordine che sia uno. Perciò lavorate subito tutti assieme, imparando errore dopo errore, finché la barca non comincia ad andare. Quel che vi dico io, un po’ alla volta, è solo come comunicare molto meglio.
Perché scopriate che potete arrivare al polo nord – ma anche contro uno scoglio – andando sempre d’amore e d’accordo. Che si può comandare una manovra (e qualunque altra cosa) senza fare la brutta imitazione di Casini. Che si può eseguire una manovra senza assomigliare a Fantozzi. La vita così è tutta un’altra cosa.
Questo intendevo provare: a costruire un team che uscisse dalle logiche dell’esercito. Perché la vela viene insegnata militarmente anche nel team building: è figlia della marina militare e ragiona come ragionano i militari. Certo, anche le aziende ragionano spesso così, ma perché mai bisogna continuare a comunicare in questo triste modo?
Insomma, sarebbe stato il primo esperimento di team building con logica filosofica, quasi new age. Avete visto “L’uomo che fissava le capre” con George Clooney? Racconta la fanta-storia di un battaglione di Marines fricchettoni comandati da Jeff Bridges. Pensavo a una cosa del genere. Sono convinto che non solo funziona ma ti cambia i rapporti col lavoro, minimizza problemi, odi e antipatie. Lo fa perfino con la vela, che è molto peggio della peggior azienda.
Nella prossima puntata vi dico com’è andata.
Matteo Rinaldi
ottobre 21st, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 1 Comments

