Com’è bella la passerella
La cosa più inquietante della nautica italiana sono i marina. Si tratta dei porti turistici per le barche da diporto, dove trovare posto è un’impresa e un costo. Qui paghi come se prendessi possesso di un albergo a cinque stelle, e invece l’albergo te lo porti dietro tu. Paghi come se ti accogliessero con gentilezza, competenza e simpatia, mentre invece ti guardano con disprezzo e ti lanciano consigli confusi, spesso sbagliati e sempre nei dialetti più stretti della galassia.
Paghi come se ti presentassero dei bagni con vasche idromassaggio e wc in separata sede. Spesso invece sono dei prefabbricati da cantiere moldavo, con doccia incorporata nel wc. Che in più si intasa e spesso ha… l’acqua calda a gettone. L’acqua calda a gettone pagando non meno di cento euro per notte.
Paghi come se ti facessero accomodare in un barcheggio ampio e comodo. Infatti non si chiama barcheggio e nemmeno parcheggio, ma posto barca perché ha la caratteristica di ospitare la barca solo a patto di farsi posto da soli, magari ormeggiando di sbieco, piegati da un lato per occupare meno spazio e destinati a sbattere tutta la notte contro le barche vicine.
Ma soprattutto, paghi per avere una una passerella in titanio, solida e sicura. Invece ti danno una tavola in legno che hanno messo fuori legge anche nei cantieri abusivi della Mafia. Sono così strette, malmesse e scivolose che le fanno degli artigiani incattiviti e specializzati solo per i marina.
La vedi e capisci cosa ha frenato lo sviluppo della nautica italiana: se la barca ondeggia cadi appena ci metti il piede sopra (un metro e mezzo di volo tra ferraglia, molo, catene arrugginite e acqua lurida). Se la barca non ondeggia, la passerella ti accoglierà con il celebre effetto rastrello: colpo di frusta verso l’alto e danni incalcolabili per tutti.
Comincio a capire perché i grandi navigatori oceanici non si fermano mai in porto.
Matteo Rinaldi
novembre 14th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
La ballata della barca esagerata
Analisi del 50 piedi con cui ho viaggiato lo scorso maggio nel golfo di Napoli. Risultato: d’ora in poi solo barche più piccole
Un 50 piedi è obiettivamente enorme. Ma la sua enormità sfugge alla logica. È semplicemente figlia di quest’epoca esagerata e sovradimensionata, che dalle auto alle televisioni pensa sempre più in grande senza lo straccio di un pensiero vero. D’accordo, Antonio in cucina era comodo come a casa sua. Ma il mobile centrale suonava indispensabile come il cambio a sei marce sulle automobili.
Le cabine di poppa erano profonde, ma non quanto la caverna del Minotauro. E l’aria claustrofobica era la stessa di una canadese da campeggio. L’armadio era molto capiente: finalmente possiamo portare a bordo anche la sacca delle mazze da golf.
I bagni erano ben cinque. Ma a moltiplicare le brutture non si guadagna niente. Vi accomodavate a fare pipì con la stessa gioia con cui entravate in classe il lunedì mattina (due ore di Tedesco, non Religione).

La zona pranzo poteva essere più grande ma da qualche parte bisognava pur farci stare la stireria, il servizio da dodici per la fonduta e l’acquario d’acqua dolce. Comunque il tavolo era sufficientemente grande per trasformarsi in zattera di salvataggio in caso di scuffia. Il nostro Domenico, prudentemente, era sempre pronto a prendere il largo al primo accenno di sbandamento.
Il pozzetto non era male. In caso di emergenza ci sarebbe voluto un megafono da curva ultras per farsi sentire da tutti. Ma aveva i suoi lati positivi: l’espresso all’italiana, che di solito scotta le labbra distratte dell’equipaggio, faceva in tempo a diventare ice-coffee nel percorso cucina-timoneria.
Morale. La dimensione perfetta della mia barca ideale oscilla tra i 36 e i 42 piedi. Sempre a noleggio e solo fuori stagione.
Matteo Rinaldi
novembre 7th, 2011 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Vediamo che aria tira
(m.r.) Al distributore autostradale di metano, sulla A14 dalle parti di Rovigo, ho visto il più lungo camion con rimorchio della mia carriera di distratto osservatore. La foto è pessima ma dimostra che tra motrice e rimorchio ci sono oltre quindici metri. Il carico va ben oltre.
Il metano è lento, al distributore. Qui si usa chiacchierare senza fretta. La questione era evidente: cosa trasporta questo supercamion? Cosa si nasconde in quel che sembra un gigantesco bacello da L’invasione degli ultracorpi?
I metanisti (grandiosi raccontapalle sui presunti bassi consumi delle loro auto) hanno sparato teorie stratosferiche che andavano dal missile termonucleare padano al rivoluzionario scafo velico che porterà in Italia la prossima Coppa America.
Dopo un quarto d’ora di attenta osservazione ho avuto il colpo di genio: l’ho chiesto, di nascosto, all’addetto del distributore.
Non è una barca a vela ipertecnologica. Ma tutto sommato ci va molto vicino. Buon vento agli abili solutori.
novembre 4th, 2011 - Posted in Chi non legge non regge | | 9 commenti
Te lo dò io il Team building (2)
Del perché le nuove idee faticano a prendere forma. Ma guai a mollare (Seconda puntata)
La vela è armonia, eleganza, amore e amicizia. O no?
La mia idea di formazione in barca a vela è molto semplice. Appena saliti a bordo il comando passa al gruppo (ipotizziamo Cino, Dino, Lino, Mino, Nino e Pino, in diretta da una canzone di Elio e le Storie Tese). Pazienza se nessuno sa cosa fare: Cino prende il timone e comanda; Dino prende la randa ed esegue; Lino e Mino si occupano delle scotte del fiocco. Nino e Pino osservano quel che succede e soprattutto l’atteggiamento dei compagni.
Dopo un quarto d’ora si cambiano tutti i ruoli. Io spiego quel che andrebbe fatto, in modo semplice e iper-tranquillo. Un po’ alla volta l’equipaggio deve decidere il da farsi per far andare la barca sempre più agile e veloce. Tutti devono proporre, inventare, spiegare, stimolare, riconoscendo e rispettando i ruoli.
A che serve tutto questo? Beh, nella formazione classica l’obiettivo è imparare a gestire il proprio ruolo per trasferire l’esperienza in azienda. Chi sta al timone gioca a fare il leader e come tale deve comportarsi; ma anche gli altri, dal randista agli uomini alle scotte, sono protagonisti assoluti con le loro scelte e col loro atteggiamento.
I ruoli precisi della barca impongono a ciascuno di prendersi una responsabilità: dare ed eseguire un ordine, prendere in mano la situazione, correggere errori, risolvere problemi. La barca è un’azienda senza tempi morti: se qualcosa non funziona, errori e responsabilità sono immediati ed evidenti.
Ok, il metodo funziona. Ma non è una ragione sufficiente per riproporlo sempre allo stesso modo.
Non mi convince la logica secondo cui il leader deve comportarsi sempre da leader e i gregari sempre da gregari. Certo, è più facile raggiungere risultati e creare un gruppo. Ma è quasi impossibile raggiungere risultati straordinari e creare un gruppo straordinario.
In anni di navigazione filosofica con il mio equipaggio, ho scoperto che la barca viaggia meglio, altrettanto veloce ma col doppio di armonia ed entusiasmo se a spingerla, oltre al vento, c’è un atteggiamento meno schematico e militaresco.
Proviamo a evitare di dare ordini? Non ci crederete ma funziona. E vi dico un segreto: evitate anche di dare consigli, che sono peggio degli ordini. Lasciate a terra qualunque atteggiamento che non sia gentile e positivo. Si, lo so che in questo modo rischiamo di centrare uno scoglio. Ma magari anche no.
Questo volevo fare. Perché funziona, funziona proprio bene. E mentre funziona si riesce a sperimentare, capire, imparare il valore della buona comunicazione verbale, non verbale e paraverbale. Che è molto meglio di quella paramilitare. Ma non è andata così.
Una barca ha sempre uno skipper. Una nave di 25 metri ha uno skipper che non ha nessuna intenzione di cedere il suo giocattolo milionario a un gruppo di perfetti sconosciuti. L’ho capito quando ho chiesto di prendere in mano il timone. Cinque volte l’ho chiesto: la prima non ha sentito la voce (strano, ci lavoro con la voce), le seconda non ha capito le parole (strano, ci lavoro con le parole), la terza c’era una cosa importante da fare, la quarta ha sentito una chiamata alla radio.
Quando finalmente l’ho preso in mano, ho cominciato mentalmente a contare: “Se arrivo a venti pago pegno e pago da bere. Uno, due, tre quattro…” Silenzio. “… Cinque, sei, sette, otto…”
Lo skipper: “Nooo! Stai sbagliando! Poggi troppo! Non vedi che il fiocco perde? Orza! Nonononono! Ma come la porti? Non vedi che rallenta? Non senti che…”
Ho detto “Accidenti, riprendi il timone per favore, mi è venuto in mente che devo fare assolutamente una telefonata in Lettonia”. Ma gli avrei volentieri scaricato un sinistro sul naso. Lo avessi fatto con tutti gli skipper che non sono riusciti a stare zitti per venti secondi, mi sarei spellato le dita che neanche Monzon.
In realtà sono un pacifico che neanche immaginate. Mai fatto a botte in vita mia. Per questo mi faccio ancora convincere ad andare in barca con gli skipper.
Morale: nessuno ha potuto sfiorare il timone in due giorni di navigazione. Al massimo le scotte del fiocco per le virate. Ma non settanta-ottanta virate, come sarebbe doveroso fare per giocare, imparare e divertirsi: tre virate, tre di numero in due giorni. Perché le barche di 25 metri non sono fatte per virare ma solo per viaggiare diritte. Non per divertirsi ma solo per godersi la vita attorno al tavolo del salotto e sulle gigapanche del pozzetto.
La ritrosia dello skipper un senso ce l’aveva, a dire il vero. L’ho capito il secondo giorno, quando durante una virata semplicissima è arrivato uno sbuffo di vento non previsto. Era una folatina che in una barca normale neanche ti spettina. Qui l’enormità della vela ha fatto sì che una delle scotte, liberata per virare, prendesse letteralmente il volo come la frusta di un domatore di Moira Orfei. Una frusta da trenta chili però, che in un decimo di secondo ha spazzato il pozzetto sfiorando un paio di persone. Se avesse centrato qualcuno, credetemi, avrebbe regalato al poveretto lo stesso profilo che Michael Madsen, nel film “Le iene”, fa al poliziotto col suo rasoio.
Morale della storia. La formazione a vela si fa su barche sotto i dodici metri. E d’ora in poi lo skipper lo scelgo io.
Matteo Rinaldi
novembre 2nd, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega, Chi non vela è un vile | | 1 Comments







