Ho visto sparire l’argenteria
Non ho mai ascoltato un brano jazz per più di quaranta secondi senza la tentazione di uccidere tutti i musicisti. Ma si invecchia per qualcosa.
Mi hanno invitato al Panic Jazz Club di Marostica. Ho accettato nonostante la mia indole e un orario d’inizio da bisca clandestina. A quelle ore di solito dormo. Si invecchia per qualcosa.
Il nostro tavolino era davanti ai musicisti. Mi sono accomodato pronto a guardarli malissimo. Eventualmente anche a fare smorfie e boccacce.
Il leader, un americano di colore (Sherman Irby), si è presentato dal fondo della sala con un sassofono minuscolo. Non sapevo che ne esistessero di così piccoli. Era la prospettiva che mi fregava: via via che s’avvicinavano, capivo che il sax era regolare. Quello fuori misura era Sherman. Gigantesco. Ho deciso di evitare smorfie e boccacce. Si invecchia per qualcosa.
Il jazz è una musica strana. Ognuno sembra andare per conto suo. Ma soprattutto, c’è questa scommessa sempre in ballo tra loro: chi produce meno note paga da bere per tutti a fine serata.
Devono essere molto tirchi e molto assetati: ottantaquattromila note al minuto. A testa. Un’iperbole iperrealista. C’erano più note in un solo pezzo che diti medi in dieci anni di comizi bossiani.
Il tastierista suonava godendo senza ritegno. Con la faccia e con il corpo, nessuna parte esclusa. A guardarlo ti passava qualunque malumore. Sarebbe passato anche a Bossi nonostante l’amputazione forzata delle dita medie.
Il bassista suonava immusonendo senza ritegno. La faccia di uno che deve gridare “Viva il governo Monti” in mezzo ai taxisti di piazza Plebiscito.
Mi divertivo. Mi piaceva. Capivo niente, ma mi piaceva.
A fine serata avevo sentito più note che in quasi mezzo secolo di vita. Ma ero riuscito, senza sforzo, a captare la bellezza di ogni strumento e pure quella dell’insieme.
Perché non c’ero mai riuscito? Credo per colpa dei trecento esperti che in vent’anni mi hanno descritto il jazz come una musica difficile, di spessore e tecnica raffinata, di grande levatura, inavvicinabile per i più. Siccome faccio parte dei più, mi hanno dato indirettamente del musicane.
Ma recentemente ho scoperto questa vecchia canzone di Paolo Conte: Sotto le stelle del jazz.
Non racconta niente di spessore, raffinatezza e levatura. Tutt’altro. “Certi capivano il jazz / l’argenteria spariva / ladri di stelle e di jazz / così eravamo noi / troppe cravatte sbagliate / sotto le stelle del jazz / è stato un sogno fortissimo / Le donne odiavano il jazz / e non si capisce il motivo / Duemila enigmi nel jazz / e non si capisce il motivo / nel tempo fatto di attimi / e settimane enigmistiche”
Bastava spiegarmelo così, con le cravatte sbagliate e l’argenteria, e ci sarei arrivato vent’anni prima. Il segreto, credo, è sempre quello: prendersi un po’ in giro.
Cliccando sulla foto di Paolo Conte, il pezzo live da youtube. (m.r.)
gennaio 30th, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti
Eeeh?
A.a.a. formatore di comunicazione con esperienza, già copy writer pubblicitario con esperienza, offresi gratuitamente per realizzare campagne più efficaci.
Disponibile anche a pagare di persona pur di non vedere più messaggi così insulsi, vuoti e irritanti, assicura che tra “Meno tasse per tutti” e “Ti presento i miei” c’è perfino una terza via, necessariamente più dignitosa e percorribile.
Matteo Rinaldi
gennaio 27th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Musicisti da marciapiede
In questo periodo Vicenza è piena di chitarristi. Uno suona sotto alla Basilica: niente amplificatore, Francesco Guccini di repertorio, tecnica 5 e mezzo, voce 5 e mezzo, impegno 8. L’impegno vale più di tutto, però resisto quattro strofe poi scappo via.
In Corso Palladio c’è una fricchettona. Pare svedese o norvegese, ma magari è di Barletta. Canta a squarciagola e suona a squarciachitarra. Le dò 8 perché è radiosa nel suo sorriso incurante ma scappo alla seconda strofa.
Altri vanno e vengono. Un chitarrista che pare peruviano, ma magari è di Gorizia. Canta e suona pulito e preciso ma senza sentimento. Un altro ha una fender elettrica e un ampli da stadio. Sta sempre accordando, come se il suono non lo convincesse appieno. Ci impiegava meno tempo Herbert von Karajan, noto perfezionista, a preparare la sua orchestra di 101 elementi.
L’altro giorno ne ho visto un altro da lontano. Ho sentito il suono. Sei secondi di suono. Meraviglioso. Inimitabile. Anche da lontano. Mi sono avvicinato: era Valter Tessaris, di cui ho già parlato in un vecchio post. L’ho salutato, felice di sentirlo nella mia città. Aveva un piccolo ma potente ampli, un paio di effetti da rockstar e una bicicletta da acrobazie con cui li porta al traino.
Mi ha svelato l’arcano: “A Padova non puoi più suonare amplificato. A Vicenza basta una licenza. Dunque eccomi qua. Suono anche in giro per locali e a qualche festa“.
Sono rimasto ad ascoltarlo osservando le persone. Nove decimi nemmeno si accorgevano di cosa esce dalla chitarra acustica e dalle mani di questo tipo. Qualcuno, più sensibile, si fermava a distanza ad osservare. Uno su trenta (chitarrista o musicista, senza dubbio) inchiodava la morosa sul posto, sgranava gli occhi ed entrava praticamente in trance. Il più simpatico ha tirato fuori dalla tasca non gli spiccioli ma cinque euro tondi dicendo “Quando una roba merita, merita“.
Prima volta che conosco uno che mette cinque euro come me. Ma lui ha fatto di più: ha chiesto un brano. Cristo. Pensavo non fosse possibile. Anzi, ha chiesto la strasentita e strapetulante Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Volevo fuggire ma ho avuto l’illuminazione: se uno è davvero bravo, con la testa e con il cuore prima che con la tecnica, riesce a rendere ascoltabile anche il brano più abusato del mondo. Riuscirà a renderlo personale senza volerlo rendere per forza originale?
C’è riuscito eccome. È piaciuto perfino a me. Allora mi sono buttato anch’io: gli ho chiesto di improvvisare qualcosa in stile Nick Drake. “L’ho sentito – ha detto lui – ma molto tempo fa. Non ho presente, non ricordo nemmeno un pezzo. Comunque ci provo“.
“Usava accordature aperte” ho suggerito per aiutarlo. Va detto che ci sono circa seicento tipi di accordature aperte.
Mi ha guardato pensieroso e ha riaccordato la chitarra: otto secondi ci ha messo. Poi ha dato una pennata e ho sentito l’anima di Nick che sospirava con un sorriso. Ha improvvisato cinque minuti di Drake che non sembravano nessun pezzo di Drake ma in un certo modo li contenevano tutti.
Se vivi a Vicenza in questo momento non vale la pena di fare scambio nemmeno con New York.
Matteo Rinaldi
gennaio 23rd, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 1 Comments
Patrizia e la canzone fondamentale
Ad agosto ho comperato l’ultima opera di Patrizia Laquidara. La cantante e autrice catanes-vicentina è considerata da anni una delle più belle voci nazionali e come tale beatamente ignorata. Il cd si chiama Il canto dell’Anguana e mette in musica filastrocche popolari dell’Alto Vicentino.
I testi avrebbero fatto la felicità di Luigi Meneghello. La voce di Patrizia fa la mia. Il brano più bello, curiosamente, non ha niente a che fare con il Vicentino: è il Canto dei battipali, canzone che intonavano gli operai veneziani quando piantavano le briccole, i pali di legno che da centinaia d’anni sostengono la città.
Immagino le ore di fatica. Ore, giorni, mesi, anni, decenni. Sopra questi pali, milioni, poggiano tutt’ora i più bei edifici in pietra d’Istria del mondo. Sostengono le più belle visioni del pianeta. Supportano milioni di passi quotidiani, in lento e democratico incedere da ogni terra.
A questo penso, ogni volta che l’ascolto. Perché da sopra non lo sai, non lo immagini nemmeno, la semplicità e la fatica che stanno sotto. Se la canzone fosse stata cantata per ogni palo piantato, anche una volta soltanto, altro che O sole mio, altro che Yesterday: sarebbe la più cantata del mondo.
Ps: un tempo si cantava lavorando non solo per far passare il tempo o per darsi il ritmo, come molti pensano. Si cantava per aprire i polmoni, rifiatare, sentire meno la fatica.
Qui Patrizia e i bravissimi Hotel Rif piantano un nuovo palo su youtube.
Matteo Rinaldi
gennaio 19th, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti
Una tragica fatalità
Estratto live da una lezione pratica di navigazione per patente comando unità da diporto. Voce dell’istruttore.
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio ala carta nautica. Varda davanti intanto! Un ocio al’acqua. Varda a sinistra nel fratempo. Un ociata anca al mar: dal color de l’acqua te capissi el fonda’e. Varda el gipiese, ogni tanto. E do oci alla costa. Ansi: almanco oto oci alla costa. Sempre. Mai, mai, mai massa vixin ala costa. Mai sacranon! Un’ociada al’ecoscandajo. Mai dismentegarte.”
“Varda anca a dritta però! Un ocio ala strumentaxion. E varda anca in alto, che non se sa mai. Un’altra ociada all’ecoscandajo, intanto. Sempre. E varda anca in basso. Quanti oci te xe rimasti? No importa, un ocio anca indrìo“.
Lungo respiro, cinque secondi di pausa. Poi ricomincia daccapo:
“Sta sempre ‘tento, sacranon! Mai distrarte. Un ocio alla carta nautica. Varda davanti intanto!…” (senza sosta, per mesi, mesi e mesi).
Bisogna assolutamente che uno se la vada a cercare.
Matteo Rinaldi
gennaio 16th, 2012 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Gom’orra senza apostrofo
Vi riporto un pezzo di Alessandro Gnocchi tratto da Giornale. L’autore prende per i fondelli Saviano, con stile e con valide ragioni. A me Saviano piace moltissimo, sia quando parla (vedi post al riguardo) sia quando scrive. Il che non mi impedisce di apprezzare le critiche, anche feroci. Questa per me è buona comunicazione. O se preferite, buon giornalismo. (m.r.)
Alessandro Gnocchi scrive decisamente meglio di come veste
Se lo stesso errore di grammatica lo avrebbe fatto un giornalista, il direttore lo licenziava dopo averlo sgridato forte. Se invece lo avrebbe fatto uno studente in un tema, la professoressa ci dava cinque dopo averlo sgridato forte. Invece l’errore l’ha fatto lo scrittore Roberto Saviano, e la sua immagine, secondo illustri commentatori quali Beppe Severgnini del Corriere della Sera, ne è uscita fortemente migliorata.
I fatti. Saviano, adepto del social network Twitter, posta un cinguettio in un italiano lievemente discutibile: «Khadz Kamalov, un giornalista coraggioso, è stato ucciso. 70 giornalisti uccisi in Russia. Qual’è il peso specifico della libertà di parola»?
Alla domanda non sappiamo rispondere, essendo ignoranti sui massimi sistemi, in compenso il peso specifico di quell’accento tra «Qual» ed «è» è sufficiente (o sufficente?) per essere bocciati alla maturità. Tutto qui. Niente di speciale. Chi non fà errori di ortografia per distrazione, per sonnolenza, perché i tasti del pc sono vicini, troppo vicini, scagli il primo iPad.
Bastava farci sopra una risata, senza troppi patè d’animo. Invece Saviano, icona del bello scrivere secondo molti ma non tutti (Antonio Socci ha documentato lo stile trasandato della prosa savianesca), ha voluto rincarare la dose. Non ha detto come un grandissimo uomo del XX secolo: «Se sbaglierò, mi corigerete». Di essere correggiuto dai suoi followers, o fedeli, o fan, l’autore di Gomorra non ne ha voluto sapere. E ha replicato con dubbia modestia, di certo un po’ scherzando ma comunque paragonandosi a un Premio Nobel e a un geniale autsaider delle patrie lettere: «Ho deciso continuerò a scrivere qual’è con l’apostrofo come Pirandello e Landolfi».
Giusto. Le convenzioni borghesi come la grammatica non vanno smontate dall’interno ma attaccate frontalmente. Se poi, oltre a Pirandello e Landolfi, c’è l’avallo (o avvallo, non mi ricordo mai) di un pezzo grosso come Severgnini, davvero non c’è problema. «L’ha corretto, ma non deve vergognarsi – scrive Severgnini – Tutti sbagliamo, e su Twitter non esistono correttori automatici. Non solo: quell’apostrofo è la prova che Saviano, i tweet, se li scrive da solo». Che autenticità meravigliosa, in quello sfondone. Anche Gianni Riotta ha tentato una difesa d’ufficio sul web, tomi di grammatica alla mano, ma era una evidente gentilezza verso un amico.
Ora urge riunione di redazione in via Solferino per decidere la linea. Pochi giorni fa, un’altro autorevole editorialista del Corriere, Gian Antonio Stella, aveva redarguito l’onorevole Michaela Biancofiore, chiedendosi chi l’avesse promossa alle elementari, visto che la deputata Pdl inciampa su accenti e apostrofi («senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità degli elettori…»).
Ecco la risposta: l’onorevole Biancofiore è stata promossa dallo stesso maestro che ha promosso lo scrittore Saviano.
Alessandro Gnocchi
gennaio 12th, 2012 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti
De Sanctis a Lie to me
Polemiche sul web per le immagini del portiere del Napoli contrariato dopo un gol della sua squadra. Combine andata buca o comunicazione non verbale mal interpretata?
Così De Sanctis dopo il gol della sua squadra: espressione contrariata o liberatoria?
“Il video sta facendo il giro della rete” scrivono i giornali stamattina. “In tempi di sospetti sul mondo del calcio, molti esigono spiegazioni. La partita è Napoli-Lecce dello scorso 3 dicembre. Mancano sette minuti alla fine e il Napoli segna il gol del 4 a 1. La telecamera di Sky riprende la reazione del numero 1 napoletano, Morgan De Sanctis. Che non esulta ma scuote la testa. Lui replica: “Una reazione istintiva, avevamo appena rischiato di subirlo“. A voi cosa sembra? Questo il video dal sito di Repubblica.
Secondo me - che la comunicazione non verbale studio e insegno - De Sanctis reagisce come un portiere che vede la sua squadra segnare dopo aver sbagliato molto e dunque rischiato. È come se commentasse: “Io avrei segnato mezz’ora fa!” La reazione di chi vede sfumare una combine – di questo lo accusano – è completamente diversa. Chi si sente tradito comunica rabbia e delusione. Con tutt’altri gesti inconsci.
Il viso di De Sanctis esprime liberazione da una situazione fastidiosa: l’espressività è cadente, quasi sfinita, contrariata per l’attesa troppo lunga. Se il gol lo avesse preso in contropiede (scusate il gioco di parole), avrebbe espresso tensione e rigidità: occhi più penetranti, labbra strette, pelle tirata.
Anche il suo corpo mi dice la stessa cosa: De Sanctis allarga appena le braccia. Ci intuisco un “Finalmente, ci voleva tanto?“. Tutt’altri movimenti avrebbero sottolineato un “No! Non doveva andare così!”
Poi torna indietro, verso la porta, con passi stanchi e braccia quasi penzoloni. Finalmente è fatta, mi dicono. Tant’è che chiede “Quanto manca?” al compagno dietro alla porta. Quando invece subiamo una delusione, irrigidiamo le spalle e le portiamo in avanti. Allo stesso modo irrigidiamo le braccia, le mani e i movimenti. Diventiamo quasi meccanici.
Così la vedo io. Scommetto che Tim Roth di Lie to me la vedrebbe allo stesso modo.
Matteo Rinaldi
gennaio 10th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Baricco mi ci ficco
Lo scrittore inserisce Fantozzi tra i suoi capolavori della letteratura. Applaudo e condivido
Alessandro Baricco: bravo a scrivere, intrattenere, provocare. Insomma, comunicare.
“Non è il caso di esagerare, ma se c’è una cosa che si chiama letteratura italiana questo libro ne fa parte. Scrivere libri che fanno molto ridere è possibile ma non necessariamente porta a fare letteratura. La cosa riuscì a Paolo Villaggio, a cavallo tra gli anni 70 e 80, e adesso è bello riconoscerlo, con il giusto entusiasmo. (Appartiene alla) spina dorsale della letteratura umoristica italiana. Se un bambino mi arrivasse con Fantozzi in mano e mi chiedesse «Cosa racconta?», io saprei la risposta. La tristezza, direi. (…) Non credo che ci sia qualcuno, dotato di un minimo di sensibilità, capace di arrivare alla fine senza le lacrime agli occhi. Di che tipo, questo è difficile dirlo”.
Alessandro Baricco inserisce Fantozzi di Paolo Villaggio tra (i suoi) capolavori della letteratura italiana nello speciale settimanale di Repubblica. Non mi stupisco che i lettori di Repubblica commentino il fatto nel modo più classico: totale silenzio. Succede a tutti noi quando non capiamo qualcosa: non potendo ordinarla tra i buoni né tra i cattivi, fingiamo che non esista.
10 e lode a Baricco. Il dieci per il magnifico Novecento (sugli altri libri si può discutere, non su questo), la lode per il giudizio su Fantozzi: condivido pienamente, ben sapendo quanto sia difficile convincere il mondo che:
- l’umorismo è molto più utile del seriottismo;
- far ridere è tre volte più difficile che qualunque altra cosa: far pensare, fare arrabbiare, far innamorare, far sospirare, irritare, rattristare, scandalizzare. Eccetera.
Questo riconoscimento arriva quasi cinquant’anni dopo la nascita di Fantozzi, che (lo ricordo ai giovani) nacque come racconto breve nei primi anni sessanta, senza immaginare che sarebbe poi diventato televisione e infine cinema. Mezzo secolo di attesa, dunque.
Mi consolo: nel 2050 pubblicherò post mortem i miei racconti velici, calcistici e musicofili. Vedi mai che Baricco sia ancora in giro.
Matteo Rinaldi
gennaio 9th, 2012 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Comunicome?
(m.r.) L’attore greco Polos (V secolo A.C.) si vantava del fatto che quando parlava in scena non era distinguibile da quando parlava nella vita. Pensate a dov’erano arrivati 2500 anni fa. Eppure, da allora, ci sono due scuole: a chi piace, a chi no. Chi vuole naturalezza, chi predilige l’enfasi.
gennaio 6th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments






