Il segreto di Tarantino
La ragione del successo del regista più amato del momento
La chiave di Quentin è la ripetizione, film dopo film, della S.O.C.M.I.: scena ospite con morale incorporata
Penso che Quentin Tarantino sia il Sergio Leone nei nostri anni. Più americano e furbo di Sergio: le tonnellate di citazioni che rovescia in ogni film dimostrano, oltre alla passione maniacale, una paraculaggine che Leone avrebbe considerato eccessiva.
Come Leone però, Tarantino ha il pregio di restare fedele ai suoi sogni e principi: non gli importa niente di diventare il nuovo Kubrick e continua allegramente a girare senza aulicità.
Ma questo non spiega lo straordinario successo dei suoi film. Mandare in solluchero i cinefili non basta: bisogna arrivare a tutti. Emozionarli. Come trova la chiave per conquistare un pubblico che parte dal fine esteta e arriva allo spettatore di bocca buona?
Credo che Tarantino arrivi ovunque perché non pretende di farlo. Non punta a essere nazionalpopolare. Ma nemmeno troppo in alto. Insomma, non cerca il pubblico di pancia ma neanche lo teme. Non cerca il pubblico di testa ma lo coccola volentieri.
Il segreto, dunque. Dopo molte visioni ci sono arrivato. Il cuore dei film di Tarantino è l’episodio che racconta, in modo quasi indipendente dal resto del film, una breve storia compiuta. Chiamiamolo episodio, storia o scena ma il concetto non cambia. Resta indipendente dal film perché ha un suo inizio e una fine precisa, tanto da stare in piedi da sola (e da permettere al film di stare in piedi anche senza). Ma ha soprattutto una morale, questa sì semplice e costante. Eccola: se credete in un obiettivo, perseguitelo col massimo impegno. Alla fine lo raggiungerete.
Fateci caso. La “scena ospite con morale incorporata” è il cuore del suo primo grande successo, Le iene. Racconta per flashback il successo dell’agente di polizia Mr Orange (Tim Roth), capace di infiltrarsi nella banda dei criminali grazie a una storia imparata alla perfezione . “Per fare questo lavoro – gli spiega il collega esperto – devi essere un attore. Ma non un attore scarso, perché gli attori scarsi fanno una brutta fine. Devi essere come Marlon Brando, cazzo. Devi imparare una parte e studiare, provare, riprovare finché la storia che racconti non sarà una storia che è realmente successa a te”.
La costruzione dell’episodio è impeccabile: Tim Roth prova la parte a casa sua, male e pigramente. Poi all’aperto, sempre meglio e sempre più convinto. Infine la vive raccontandola ai criminali. La vive con entusiasmo, gestualità, leggerezza. Anche noi, dall’altre parte dello schermo, la vediamo come se fosse successa davvero.
Provando e riprovando insomma, convince la banda a farlo partecipare al colpo. E noi facciamo il tifo per lui, come per chiunque persegua con successo un obiettivo. Va a finire che ci portiamo a casa questo episodio, sottotraccia ma forse molto più forte di ogni altra cosa, dall’orecchio mozzato alla colonna sonora, dai tremila fuck alle sparatorie.
Lo stesso episodio caratterizza Pulp Fiction. Qui in modo ancora più marginale, sotto forma di storia narrata. È il racconto che il capitano Koons (Christopher Walken), reduce dal Vietnam, racconta a Bruce Willis ragazzino consegnandogli l’orologio del padre. L’orologio, racconta Walken, è stato conservato per lui – prima dal padre, morto durante la prigionia, e poi dal capitano – infilato nel sedere per cinque anni di prigionia, tutti i giorni, pur di farlo arrivare al figlio. Una storia contemporaneamente pulp e romantica, che si chiude con la consegna dell’orologio nelle mani del bambino.
Alla fine dell’episodio, la storia dei gangster torna a essere protagonista tra ritmo, azione e colori. Ma il messaggio è arrivato. Credici sempre, contro tutto e tutti, ce la farai.
Stessa scena anche in Kill Bill 2 (secondo me la più bella: avrebbe commosso anche Sergio Leone) e in Inglorious Basterds. Quando? Scopritelo voi, col cuore. Altrimenti aspettate il prossimo libro su Tarantino: “Poetica ed ergonomica quentica nelle trasparenze del metacinema tarantista”. Poi me lo raccontate. Ah, qui vi serve più pazienza del capitano Koons.
Matteo Rinaldi
febbraio 23rd, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti


on febbraio 29th, 2012 at 4:17 PM
Per Kill Bill mi arrendo subito. Per quanto riguarda i Basterds, mi butto: è la scena in cui il colonnello Landa riesce a farsi confessare dal contadino francese il nascondiglio della famiglia di Shosanna?
on marzo 2nd, 2012 at 2:33 PM
Grazie del commento. La scena S.o.c.m.i. di Kill Bill 1 è doppia: 1. l’incontro di Uma con Hattori Hanzo che le costruisce (lentamente e pazientemente) la spada su misura; 2. in misura minore, la rieducazione dei piedi di Uma, per anni bloccati, dopo la fuga dell’ospedale.
La scena Socmi di Kill Bill 2 è troppo facile e bella per bruciarla così alla leggera. Perderesti la visione: riguarda cullando!