Umore nero, chiama sei uno zero
Il potere immenso della voce nella trasmissione radio più divertente di questi anni: Seicentodieci. O Sei uno zero, come preferite
Un esempio della comicità di Sei uno zero: radio Madjana.
Dovete sopportare pubblicità a tonnellate, tg e canzoni, Anas, Aci, Aiscad e autostrade per l’Italia. Ma va bene così, perché Sei uno zero (Radio Due, ore 17, estate esclusa) ha bisogno di pause e tempi morti. E poi ogni tanto, al volante, bisogna concentrarsi sulla strada.
Il terzetto che guida la trasmissione è una macchina di cialtro-creatività. Due autori comici, Lillo e Greg, già visti nella tivù dandiniana degli anni Novanta e Alex Braga a rinforzo. A turno Paola Minaccioni, Alex Frosi, Virginia Raffaele (divina).
Tutti hanno voci strepitose: bassa e profonda Greg, bassa e incazzata Lillo, forte e radiofonica Alex. Virgina Raffaele è fuori concorso: con la voce fa cose che non potreste nemmeno immaginare.
Il resto lo fanno i testi. Spot pubblicitari, interviste, personaggi, avvenimenti: tutto fittizio e paradossale. Talmente paradossale da essere divertente. Più che paradossale: demenziale proprio. Come la grande autrice di testi Metal (“Mi nutrirò con le tue viscere inondandomi del tuo sangue“) che è in realtà una pensionata che scrive coccolando il suo gatto e scaldando il minestrone; come la celebre psicologa infantile che, nelle interviste, fa i capricci come un bambino di cinque anni; come il nuovo primario ospedaliero che faceva l’arrotino e parla esattamente come…
Ma che ve lo dico a fare? Aprite le orecchie, non serve altro. Dopo cinque anni ho scoperto che le puntate si possono scaricare anche gratis, via i-pod, mondate da canzoni e pubblicità.
Questo è solo un assaggio. Purtroppo non riesco a trovare la psicologa infantile. Trovatela voi: vi sarò grato (mi sarete grati) per sempre.
Matteo Rinaldi
James Bond (Lillo) alle prese con uno zelante Greg impiegato comunale
L’intervista all’arrotino che ha cambiato lavoro
Un paio di minuti all’ascolto di “Radio coatta classica”
giugno 23rd, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 4 commenti
Talebanizzazioni: il ministro Alfano
La sinistra ha stufato pure nella satira. Perciò sorpassiamoli a destra: impariamo a farla col loro stile.

È vero: il ministro minestrina Alfano non ha fatto niente di apprezzabile per meritare l’onore della talebanizzazione. E come potrebbe una mezza calzetta simile? Lo sanno anche i sassi che tutto gli passa sopra l’incurante pelata, a partire dai lodi che portano immeritatamente il suo nome.
Eppure non è giusto fargliela passare liscia per così poco. L’avete vista la faccia di questo poveretto? Siate onesti: non ci siete mai riusciti. L’unico occidentale in grado di farlo sarebbe il colonnello Kurz. Nessun altro potrebbe posare gli occhi sopra i miserandi lineamenti di questo poveretto senza essere colto da malore.
Fate lo sforzo, almeno in quest’occasione. Delle mille brutture che caratterizzano la razza italica, egli ne assomma a iosa: a cominciare dalla squallida pelata da geometra, con capelli sparuti sopra le orecchie e palla da biliardo sopra la fronte. E poi gli occhi bovini, autenticamente privi di un barlume d’intelligenza, accostati a una dentatura equina e sproporzionata.
Non bastasse, egli unisce a una statura di stampo vichingo un paio di spalle strette e ricurve per le quali gli unici appendiabiti funzionali si recuperano nei fondi di magazzino dei vetusti negozi 0-12 Benetton.
Infine, fingiamo di non soffermarci sui giganteschi lobi delle orecchie, degni dei saldi autunnali di un bordello omosessuale turco.
Come sono cambiati i tempi in cui, sulla stessa poltrona, sedevano banditi matricolati ma chiaramente individuabili e disprezzabili come Cesare Previti e Clemente Mastella. Pendagli da forca certo, ma almeno profondamente onesti nel loro squallore.
Questo Alfano è stato costruito appositamente per non essere odiato: troppo inguardabile, inascoltabile, impalpabile, invisibile. Incapace perfino – rispetto ai pari grado dei prospicienti ministeri – di essere adoprato per mediocri fellatio che non rizzerebbero un virile membro neppure sotto la minaccia mortale dei nostri kalashnikov.
(Matteo Rinaldi)
gennaio 26th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Vestito per uccidere
Una parodia delicata di Umberto Bossi, scritta per l’inserto satirico del Fatto quotidiano. Ma soprattutto per vedere se sono ancora capace di scriverle, le parodie (così ai tempi di Pennarossa). Voi che dite?

Bossi: “Tenetevi la Padania ma datemi la pensione”
“La Lega ce l’ha duro! Vi facciamo un culo così! Senza Lega non si vince! Coi maiali davanti alle moscheee!”
Ecco fatto, anche per oggi. Adesso basta per dio. Vi chiedo favore. Non fate me gridare, che io senza voce.
Non dite che voi non capire. Io non riesce parlare da anni. Non riesce spiegare, capire, pensare. Pensare neanche prima, a dire vero. Provate voi dopo quello che successo. Brutta la vecchiaia. Brutta la malattia. Eppure io qua, sempre qua: palchi, parlamento, uffici stampa, televisioni. Due palle. Aiuto.
Da una vita capo di un partito così sfigato che ha terrore trovare uno da mettere posto mio. No Borghezio, no parlo di te: sparisci. Aiuto. Vorrei tanto andare pensione. Vorrei anche giocare con nipoti. Ma con figlio che a cinquanta anni fa ancora esame maturità, sto perdendo speranze. No Borghezio, no parlo di te. Ah, scusa. No ricordavo che nemmeno tu passato maturità.
Trenta anni che io grida terun, africani, zingari, Lega ha duro. Ne ho coglioni pieni. Possibile che con milioni di voti non un solo imbecille capace prendere mio posto? Eppure io non pretende uno che sa parlare o fare ragionamento. Un sorriso magari. Stare in piedi da solo, almeno.
Io mi rivolge voi, amici di partito. Non ce la fare più. E vi prego. Smettete mandarmi in camera donnine nude, per farmi fare infarto e imbalsamarmi finché faccia tiene ancora.
E soprattutto: smettete mandarmi in camera Borghezio vestito, per farmi fare infarto con faccia stravolta che piace tanto a nostro popolo.
Se non sono morto fino oggi, io no muore più. Intanto voi provate ragionare: se uno imbecille come me è riuscito a tenere partito in piedi per venti anni, ce la può fare anche altro imbecille. Basta uno qualsiasi. Dico davvero: uno quals… Borghezio cazzo, tu no, sparisci!
(Matteo Rinaldi)
gennaio 20th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 1 Comments
Il talebano che è in me
Un testo satirico dopo un vita: me lo chiede il nuovo inserto del Fatto Quotidiano, prossimamente in edicola

Il fumettista, musicista e autore Stefano Disegni, nella foto qui sopra, (Do you remember i golden years di Cuore?) mi ha chiesto qualche pezzo per un nuovo inserto satirico che dovrebbe uscire in allegato al quotidiano Il fatto quotidiano (niente versione on line, per il momento: così lo presenta Wikipedia).
Per il numero zero, quello che serve per chiarirsi le idee, ho inviato alla redazione alcune rubriche: la prima si chiama Talebanizzazioni, un’ipercritica di qualunque cosa purché pesantemente esagerata (Così la facevo sul mio vecchio pennarossa.it.) La seconda è la classica parodia.
Facciamo ordine, però. Partiamo dalla talebanizzazione, per cui ho proposto il titolo: “Talebanizzazioni, proibire è potere” oppure “Il ratto quotidiano. Sterminare tutti i roditori è un dovere“, giocato sulla parodia del fatto quotidiano e di una scena clou di Inglorious Bastards, l’ultimo film di Tarantino. E infine “Talebani di sinistra: Ancora orrori del comunismo. Per fortuna”.
La rubrica prende a mazzate in modo assolutamente pesante e pedante, quasi fallaciano, qualunque nemico vero o presunto della modernità e dell’ideale armonia ascetica: sindacalisti, registi, ciclisti, buonisti, eccetera. Ma, almeno la prima puntata, era giusto dedicarla a un vero orrore della sinistra.
Talebanizzazioni: l’antiberlusconismo
Dalle inaccessibili vette della gloriosa e brulla terra afgana – continuate a bombardarla e tra poco sarà piatta come la vostra effeminata Olanda – seguiamo con curioso disinteresse le sorti del vostro pulcinello paese.
Ma il nostro compito è grande e neanche voi resterete esclusi. In attesa di raggiungere ogni cattedrale della vostra ridicola fede – da San Pietro ad Assisi, da Monreale a Mediaword – ci prendiamo avanti. E vi indichiamo gli orrori cui porremo fine. Distruzione preventiva, si dice qui da noi.
Il primo orrore cui daremo proibizione immediata è l’Antiberlusconismo. Tra le mille gaudenti leggerezze in ismo della vostra macilenta società – dal liberismo al turismo, dal feticismo all’ottimismo, dal podismo al modellismo – l’antiberlusconismo è il peggiore.
Solo la vostra ripugnante fede politica poteva escogitare un simile sistema per non darsi corpo e anima alla nostra. Che è pure più divertente: le stesse barbe, le stesse facce tristi e sempre i soliti discorsi ritriti. Ma almeno spariamo un po’ di colpi e diamo quattro legnate.
Visto che vi ostinate ad esaltare la vostra ben poco salda testa (chi meglio di noi può dimostrarvelo, quanto poco è salda!), ritenendola a torto più importante della cieca obbedienza, provate almeno a farla funzionare. L’Antiberlusconismo non esiste. Semplicemente perché non esiste quell’uomo.
Disprezzato dai suoi stessi servi, abbandonato e impoverito da ben due mogli e da un esercito di puttane, ripudiato segretamente dai figli e dalle braccia destre e sinistre del partito, sconfessato alfine pure dalla mafia, da sempre ignorato dalla camorra, dalla ndrangheta e perfino dalla Mala del Brenta, egli è deriso da chiunque non parli milanese stretto e non possieda un mobilificio in Brianza.
Gli unici amici che ha sono i vecchi colonnelli del Kgb – a cui noi già facemmo un culo così – e i leaderucoli di improbabili paesi dove le bellezze locali e la temperatura media sono perfino più ripugnanti della nostra. Se qua, a guardarsi attorno, c’è da farsi cadere le braccia, in Bielorussia ti cadono immantinente entrambi i coglioni.
E non è tutto, italiani. La vostra ostinazione nel considerarlo il problema è pari solo alla vostra abilità nel diventare, ogni giorno che passa, sempre più simili a lui. Con una media creativa di 0.3 figli a coppia dimostrate un coraggio e una fiducia nel futuro esattamente uguale alla sua.
Parimenti lo uguagliate anche nello stimolo sessuale, di cui osate ancora millantare il valore, quando vedervi all’opera rivaluta perfino l’erotismo che aleggia nelle alcove svizzere tra Ginevra e Neuchatel.
Infine, non avete nemmeno l’allegria e la faccia tosta che ha lui, capace di minimizzare crisi economiche, divorzi, scandali, vergogne internazionali e ammosciamenti erotici, stordendo ogni ascoltatore con racconti surreali e zuccherosi.
L’avete sentito l’audio del suo incontro con la meretrice a gettone? Incapace di rizzare l’arnese, egli non si perdeva d’animo e la stordiva con i racconti dei suoi incontri di politica estera. Provateci voi a mantenere alto l’umore delle vostre femmine narrando i reading di Baricco e di Wu Ming.
Date retta a noi, tenetevelo stretto. Non siete in grado di pensare né di proporre altro. Abbiamo bisogno di conquistarvi interi, quando sarà il momento. Intendiamo far brillare San Pietro e l’Auchan con almeno un paio di fedeli a immolarsi in difesa del carrello e dell’altare. Se ci lasciate il deserto, che cosa conquistiamo a fare?
gennaio 15th, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 9 commenti
Carta canta. Foto incanta
(m.r.) Se avete la casa invasa da tre nuovi gatti. Se non avete avuto la prontezza di affogarli appena nati. Se riuscite miracolosamente a trovare un blogger gonz… un’anima buona che ve ne adotta uno. Se lo incontrate da qualche parte nei giorni seguenti;
è molto probabile che la vostra espressione sia quella indossata dalla faccia a sinistra. E la sua, quella della faccia a destra. Oh, yes.
PS: Me ne mancano ancora due. Ma ho già riempito la vasca.
dicembre 14th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 8 commenti
La zampata del mollusco
Lo sport più bello del mondo, ultima puntata: da Big Jim a Barbapapà

È in occasioni come questa che il calciatore amatoriale entra in crisi mistica. È più forte la gioia per aver staccato meglio dell’avversario o la sofferenza per la testata in faccia?
Mezzo campionato vincente non lo avevo mai fatto in vita mia. Ma non pretendevo mica di rifarne uno uguale, no. Migliore, lo volevo.
La mente del calciatore amatoriale aspira sempre all’impossibile. Non a caso gioca a calcio, invece di fare modellismo o bricolage.
Partimmo per il futuro convinti di spaccare il mondo. Spaccarono noi. E mi spaccai anch’io, dalla testa ai piedi. Nell’ordine: un legamento collaterale (guarire è lungo e faticoso), una pubalgia (guarire è lungo e doloroso), sei stiramenti, un trauma facciale per una testata (con parte del naso definitivamente compromesso), sette distorsioni alla caviglia sinistra e cinque alla destra (guarire del tutto è impossibile).
Quando si infortuna un professionista lo compatiscono e lo curano. A noi amatori ci disprezzano e insultano. Per non prendere parole a casa dobbiamo far finta di niente e nascondere ossa tumefatte ed escoriazioni sanguinanti.
Ma il problema era un altro: perché mi facevo male con regolarità se per tutta la carriera non mi ero mai fatto niente? Una ragione l’avevo intuita: se tocchi cinquanta palloni invece che cinque hai il decuplo di possibilità di farti male. Ma i miei infortuni erano davvero troppi.
Dopo la dodicesima distorsione chiesi spiegazioni a Marco Sinicato, gran visir vicentino delle cure articolari e splendido preparatore atletico dalla leggendaria gentilezza. “Hai un fisico di merda – mi spiegò – Muscolarmente sei un’ameba, una medusa, un mollusco. È lapalissiano: devi fare palestra“. Finsi di ignorare che lui è titolare di una palestra e mi misi all’opera. Quando uno perde la testa, la perde davvero. Dovevo tentarle tutte.
Avevo sempre odiato la palestra, che consideravo un covo di debosciati, brutte copie di Schwarzenegger vestiti come Truciolo a fare Hop hop hop! tra inutili e roboanti macchinari.
Dopo un mese mi innamorai. In fondo bastava vestirsi da calciatore invece che da Truciolo, fare Snort invece di Hop, guardare male tutti (non era difficile) e sorridere alle belle donne (questo era difficile: non ce n’era una).
Scoprii che fare palestra è meglio che correre. I muscoli sono persone per bene: se tu ripeti un esercizio con calma e impegno, loro capiscono cosa vuoi e ti assecondano. Migliorano giorno dopo giorno. Polmoni e cuore, quando corri, se ne fregano delle tue richieste e si ostinano a frenarti e farti soffrire.
Dopo tre mesi di hop hop hop ero già accettabile. Tornai in campo convinto di spaccare il mondo. Scoprii che: a. Non riuscivo più a correre come prima (colpa delle nuove fibre muscolari, nemiche di quelle da corsa). b. Avevo la stessa mobilità articolare di Big Jim.
In palestra chiesi spiegazioni. “È lapalissiano! Ci vuole un po’ di tempo per abituare il corpo. Porta pazienza e prosegui“.
Ci volle un po’ di tempo, in effetti: un anno. Un altro campionato buttato via. L’ennesimo.
Ma ero un duro. Sabato giocavo la partita, lunedì e giovedì allenamento con la squadra, martedì palestra, mercoledì corsa per conto mio.
Nella stagione 2003, l’unica della mia vita in cui mi stabilii per mesi in testa alla classifica (poi crollammo nel finale), dentro ero una specie di toro, anche se visto da fuori restavo la pippa di sempre. E il fisico da atleta?
Chiesi spiegazioni. “È lapalissiano! Dopo una certa età il muscolo si rinforza senza cambiare aspetto. Dopo i trent’anni non puoi pretendere di sviluppare i pettorali“. Era lapalissiano tutto, dannazione.
Però mi divertivo. Con la pressa (macchina arcaica ma proprio per questo bellissima, che sviluppa gambe e glutei, dove la media nazionale solleva circa 80 chili) sfioravo i 300. E in campo, a spallate, neanche i montoni dell’Altopiano mi schiodavano più dalla posizione.
Raggiunsi soddisfazioni mistiche per un calciatore amatoriale: calciare sempre le rimesse dal fondo oltre la metà campo. Battere i corner e metterla senza fatica in mezzo all’area senza sapere come si fa. E soprattutto: battere i falli laterali con una potenza tale che segnammo addirittura tre o quattro gol lanciando l’uomo a rete e scavalcando i difensori.
Segnai più gol in quei mesi che in tutta la vita e in tutti i miei sogni. Il migliore fu il colpo di testa, all’ultimo minuto, che ci diede la vittoria contro la squadra con cui dividevamo la vetta della classifica. Il portiere mi uscì in piena faccia ma riuscii ad anticiparlo e a deviare in rete la palla prima di incontrare i suoi guantoni. Caddi col sorriso e sentii dolce come una carezza il peso fisico e fangoso di dieci imbecilli vestiti come me che mi saltavano sopra.
Ero il fiero basamento di un monumento vivente dedicato alla vendetta degli ultimi dopo quindici anni di sconfitte e umiliazioni.
E poi basta. Finì tutto così. Gli anni seguenti più correvo e meno rendevo. Non capivo perché, finché lo capii una volta per tutte. Senza rimpianti dissi addio questa passione. Neanche il calcio ebbe mai il minimo rimpianto. Era difficile trovare una passione ancora più folle e distruttiva, ma ci riuscii: la vela.
In palestra però vado ancora. 300 chili non li sollevo più ma vi sfido tutti quanti in addominali e pressa. Non provateci neppure: giuro che vi spiezzo in due.
Se non ne avete abbastanza, parte delle avventure di quegli anni sono raccontate qui, sul mio vecchio Pennarossa. Ma per capire chi eravamo davvero, in quel magnifico campionato, non c’è niente di meglio che leggere qui il profilo di quei cess… di quei campioni.
Matteo Rinaldi
novembre 13th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 12 commenti
La rivincita dei Nerds
Lo sport più bello del mondo (5). Dopo dieci anni di umiliazioni, la rinascita

Nella foto Ansa, una fase di gioco che ricorda da vicino le nostre partite. Noi siamo quelli a sinistra
Dopo quattro puntate credo non abbiate più dubbi: la mia carriera di calciatore è stata semplicemente miseranda. Così miseranda da essere raccontabile: gli sfigati aiutano a sentirsi meglio.
Ma in tutta questa miseria, la stagione 1996-97 è quella che porterò sempre nel cuore. Non è stata la migliore: nel 2003-04 dominammo mezzo campionato maramaldeggiando in ogni campo. Ma contavamo su tre fuoriclasse, allora. In quel 96-97 non avevamo niente e nessuno.
Con otto sconfitte nelle prime nove partite capimmo presto che sarebbe stata la peggior stagione della carriera. Io ero in forma smagliante ma non se n’era accorto nessuno. Credevo che a correre molto si diventasse automaticamente più forti. Invece no: a correre molto si tende a strafare e a sbagliare il triplo. Visto che già sbagliavo un pallone su due, a sbagliare il triplo ne buttavo via tre su due. Il che è francamente insopportabile, oltre che matematicamente impossibile.
Avevamo un allenatore che non capiva niente di calcio ma viveva di sogni e ottimismo. Arrivò promettendo vittorie, cene gratis, godimento per tutti e uno sponsor pronto a mettere un milione di lire tutto per noi. Mi ricordava un tizio che prometteva un milione di qualcos’altro, ma non ci feci caso.
Ci mettemmo poco a realizzare che non capiva niente di calcio. In compenso era furbo come una volpe. Inquadrati i sei elementi più pericolosi per lui, ne faceva giocare tre alla volta, lasciando gli altri in panchina o direttamente a casa. Costoro davano di matto e ne chiedevano la testa ma erano frenati dai tre titolari. Mancava la maggioranza per farlo fuori. Ogni tanto invertiva il trio e si garantiva così il posto saldo e l’odio di tutti. Un capolavoro tattico.
Ma era pazzo oltre ogni aspettativa. Prima di una partita molto sentita a San Gottardo, radunò la squadra e disse: “Da oggi giochiamo tutti al servizio dei due uomini che io considero i più importanti e decisivi: Edo e Andrea. Vi voglio tutti per loro. Correte, date l’anima, serviteli più che potete, stancatevi pure che tanto abbiamo cambi. Saranno il cuore e l’anima del nostro gioco“.
Cominciò la partita. Dopo cinque minuti esatti chiamò il primo cambio: dentro due panchinari, fuori Edo e Andrea. Aveva cambiato idea e strategia politica in soli trecento secondi!
Perdemmo quella partita. E ne perdemmo tante altre. Io giocai in tutti i ruoli possibili, purché sbagliati. Finché la squadra si ribellò. Con un’insurrezione degna delle peggiori rivolte sudamericane, i nuovi vecchi, cioè noi, cacciammo l’allenatore, i vecchi vecchi e prendemmo per la prima volta il potere.
Fu un potere molto fragile perché l’allenatore si portò via tutti i fedelissimi oltre a tutti i vecchi vecchi. Restammo un pugno di disperati, molto scarsi ma molto incazzati.
Non eravamo una squadra. Eravamo un insulto. Avevamo un portiere che cominciava a urlare di paura e insultare i compagni non appena gli avversari superavano la metà campo. Siccome nella nostra metà campo si accampavano fin dal primo minuto, gridava senza sosta per tutta la partita. Inoltre era terrorizzato dalle uscite, viveva aggrappato sulla linea di porta e non parava un pallone che fosse uno.
Il momento peggiore erano i calci d’angolo. Oh, bè: ne subivamo solo 50 a partita. In quei casi pretendeva che ogni avversario fosse marcato da almeno due uomini. Impossibile fargli capire che non era realizzabile: triplicava le urla e prendeva a calci il palo della porta.
In difesa però eravamo strepitosi. Un libero e due marcatori totalmente negati per il calcio ma formidabili, uno di testa e l’altro nel recupero. L’uno era Andrea G, che non avrebbe fatto un passaggio giusto nemmeno sotto ipnosi ma con la testa, e con la grinta, fermava attaccanti dall’Eccellenza. L’altro, Andrea D, si faceva regolarmente saltare dall’uomo ma in un decimo di secondo gli era di nuovo addosso. Gli si incollava letteramente con il petto, con le cosce, con la lingua senza mai fare un fallo che fosse uno. Una mosca, fastidiosa e petulante ma indistruttibile.
In mediana combattevo io. Grazie alle mie nuove capacità atletiche, il nuovo allenatore mi aveva offerto la maglia numero otto. Otto! La carezzai con gli occhi che luccicavano, ma ebbi un moto d’umiltà e scelsi la quattro che mi pareva meno impegnativa.
Non è vero che i numero non contano. Contavano eccome, in quegli anni. Finché eri un marcatore puro (numeri 2, 3, 5, 6) vivevi in un mondo pericoloso e limitato. La difesa è una vita d’angoscia, come la trincea nella prima guerra mondiale. Non puoi mai guardare avanti, tentare un dribbling, superare il centrocampo, tirare in porta. Mai!
Veramente anche con il quattro, nel nostro centrocampo, era praticamente impossibile guardare avanti, tentare un dribbling eccetera eccetera. Ma l’idea! L’idea che una volta persa palla non sarei stato fucilato! L’idea che a un tuo errore non corrisponderà automaticamente un gol subito era meravigliosa. Anche a quindici anni di distanza, la numero quattro me la porterei tuttora a letto, accarezzandola come se fosse una pin up.
Se a centrocampo avevamo poco, in attacco ancora meno. I nostri punti di forza erano mio cugino Tomas, uno degli attaccanti più pigri del mondo. Non avrebbe corso nemmeno se inseguito da una pattuglia di talebani inferociti. In fascia contavamo su Fabio, un’ala destra coi capelli rossi, semplicemente fortissimo ma con idee granitiche: faceva cinque fughe a partita e metteva in mezzo tre cross perfetti, non uno di più. O sfruttavamo quelli o se ne lavava le mani. Però difendeva meglio di un terzino da galera. A tutta grinta, senza sceneggiate e cattiverie inutili.
A parte le otto sconfitte consecutive, quel girone d’andata ci regalò un cinque a zero subito in casa della squadra che più odiavamo: i nemici storici del Nanto, formazione marpiona e carognesca, nella quale oltretutto giocava il nostro ex portiere, lavativo senza pari e tignoso: con noi, in dieci anni di campionato non aveva mai pagato la quota e si era sempre comportato da primadonna permalosa.
Cominciammo il girone di ritorno con l’idea di fare un po’ meglio dell’andata. Non pareva difficile, vista una media sconfitte del 96%. Il nuovo allenatore, Andrea F, non capiva niente di calcio ma per sua fortuna c’era poco da capire. Se ogni tiro in porta era gol, bisognava che non tirassero mai in porta. Chiaro? Se riuscivamo a superare la metà campo al massimo tre volte in una partita, bisognava fare un gol ogni tre azioni. Chiaro? Lampante.
Impostò la squadra come neanche Nereo Rocco nei suoi sogni erotici col Padova: in dieci sul limite dell’area a proteggere il portiere con i piedi, con le gambe, con la schiena, con la faccia, con gli attributi. Difesa strenua e centonove falli sistematici, ma sempre col sorriso e a braccia larghe. Subivamo dozzine di punizioni e calci d’angolo a a fine partita avevamo mal di testa dalla quantità di palloni che ribattevamo con fronte, nuca, tempie, naso.
Ma non ci segnavano mai. Terminammo l’intero girone di ritorno imbattuti, pareggiando zero e zero la metà delle partite e vincendo uno a zero o due a uno tutte le altre, a partire dalle sfide con le squadre più forti. Contro il Nanto giocammo la nostra partita più epica: sedici volte inferiori a loro, ci difendemmo con i denti (non è un modo di dire: credo che arrivai ad attaccarmi alla maglia del loro regista anche così) e vincemmo due a zero. Un gol strepitoso di Fabio il rosso che finse di crossare, si accentrò e dal vertice dell’area fulminò il portiere. Il raddoppio mio, in contropiede, col gol più bello che potessi sognare: un tiro da 35 metri con la palla che si impennò in direzione campo di grano ma all’ultimo istante s’abbassò in picchiata e finì sotto la traversa.
A tutti quelli che da allora mi dicono “Nella vita cosa c’è meglio del sesso?” non rispondo nemmeno. Ma la risposta la so.
Vincemmo e segnammo solo così, ogni volta soffrendo come bestie, ogni volta ancorati davanti alla porta, ogni volta con tre contropiede casuali e fortunosi. Pensavamo che fosse un inizio e che il nostro mondo potesse cambiare. Che cretini. All’ultima puntata.
Matteo Rinaldi
novembre 11th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 7 commenti
Una vita col fiatone
Lo sport più bello del mondo (4). Ci sono mille modi per divertirsi con calcio. Io scelsi il peggiore

Le più belle foto degli sportivi mentre corrono nascondono sempre i volti: le facce sotto sforzo sono maschere dell’orrore
Ero in vacanza in Sardegna e pensavo al futuro portando a spasso 30 anni e 77 chili. I secondi pesavano di più. Sarei diventato padre l’inverno seguente: l’idea di presentarmi a mia figlia con un fisico da commendatore mi disturbava. Sapete quanto siamo fighette noi maschi.
Vagando tra le bancarelle di una fiera del libro usato, dopo la prima giornata di mare, buttai l’occhio su un esemplare titolato La preparazione fisica del calciatore. Un segno divino, visto che i titoli andavano da Sardegna in fiore a L’agnello in tutte le salse. Comprai e iniziai a studiare. Era un mondo totalmente nuovo per me: l’autore, Simone Mazzali, partiva dall’analisi dei muscoli impegnati nel gioco del calcio per arrivare a semplici e razionali spiegazioni su ciò che il calciatore dovrebbe fare per giocare meglio: dall’allenamento all’alimentazione.
Spiegava purtroppo anche una profonda verità: se ti mancano alcune caratteristiche fisiche fondamentali (la perfetta mobilità del piede; un rapporto corretto tra fibre muscolari rosse e fibre bianche) non potrai mai essere nemmeno l’ombra di un calciatore. Mi misurai: nel test del piede, peggio di me era andata solo a un tale Pinocchio, prima di diventare bambino. E le fibre… Né bianche né rosse: tutte grigie topo. Ma Mazzali era un buon maestro: se non sei bravo come gli altri, diceva, fai quelli che gli altri non fanno volentieri. Corri.
Non aveva niente a che fare con quello che mi avevano insegnato fino al giorno prima. Mazzali dava messaggi rivoluzionari tipo: “”Se corri di più arrivi prima sul pallone. Se arrivi prima sul pallone ti diverti il triplo“. Che storia era? A me avevano sempre insegnato che ti diverti di più a far finta di correre. Proseguiva con illazioni tipo: “Meglio un’insalata che tre etti di pasta” e ”La frutta nutre, le merendine no“. Farneticazioni: noi, prima delle partite, si pranzava con nutella e frittura di pesce.
Follie, insomma. Ma ero in vacanza e il tempo non mi mancava. E poi ero ancora ferito da quanto accaduto qualche settimana prima: in un negozio per comprare un paio di jeans, i celebri Levis 501, non ero riuscito nemmeno ad arrivare alla vita. “È un pantalone un po’ troppo giovanile: a lei consiglio un jeans da uomo” disse la commessa, che magari pensava di tirarmi su.
Con in mano quel libro dissi a mia moglie che sarei entrato in dieta ferrea e avrei cominciato ad allenarmi tutti i giorni. Lei disse: “Ma a me piaci anche così”. La stessa sinistra frase che dice anche Pina Fantozzi quando obietta “Ma Ughino, a me piaci anche così. E poi sii prudente, alla tua età…” e lui replica “Macché prudenza, macché età!“, si piega atleticamente e si inchioda la schiena.
Anch’io mi inchiodai e mi piegai. Ma non mi spezzai. Entrare in dieta dopo 30 anni di pastasciutte erotiche e biscotti pornografici fu tremendo. Le prime piane di frutta e verdura scondita che affrontavo nella vita erano violenza pura. Peraltro ero in ferie con Sandro – sì, la carogna che oggi viene con me a vela – e lui mi derise dicendo: Mangerò più di prima e peggio di prima solo per farti rabbia. Ci pesammo prima del via: 77 chili io, 67 lui.
Cominciare a correre seriamente dopo 10 anni di farse amatoriali, fu una tortura. La Sardegna d’agosto come pista d’allenamento è infame: temperatura infernale, saliscendi assassini, umidità cento per cento, nessun marciapiede, auto che ti usano come bersaglio semovente. Unica possibilità: i sentieri di montagna, tra pendenze garibaldine, briganti assortiti, caproni irosi e sassi appuntiti. L’ho odiata, la Sardegna. Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, salita dopo salita.
Scoprii che, diversamente da quanto si possa credere, la parte del corpo maggiormente sotto sforzo nella corsa non sono i muscoli delle gambe, né il cuore, né i polmoni. È il naso! Per raccogliere l’aria necessaria a sopravvivere dopo trent’anni di inefficienza, il naso diventa un mantice, un aspirapolvere, una turbina nucleare. Dopo mezz’ora di corsa aspiri odori e profumi di cui non sospettavi l’esistenza. Dopo un’ora li sintetizzi direttamente: dal naso alle vene, come la cocaina.
Da allora la Sardegna per me è soprattutto il suo odore. Odore di terra bruciata, di roccia, di erba secca. Ci devo tornare almeno ogni tre anni. Il più buon odore di ogni mio mondo possibile.
Avrei scoperto più avanti che correre è una droga naturale. Allora lo ignoravo e mi stupivo di quella che mi pareva un’insospettabile forza di volontà. Mai mollato una volta – escluso il giorno di libertà settimanale – la mia dieta professionale, mai saltato l’ora e mezza di corsa, di esercizi, stiramenti, flessioni, addominali. E per riposare, nuotate tipo marò della serenissima repubblica.
Alla fine di quelle due settimane di preparazione atletica la corsa mi faceva orrore come prima e più di prima, ma non smisi. Anzi, non smisi mai più.
Da allora ho corso sempre e dovunque. Per strada, nei parchi, in collina, in montagna. Con 50 gradi e a meno venti. Sul tapie roulant e perfino da fermo. Non ho mai più fatto una vacanza senza prendermi il piacere di portarmi le scarpe e andare correre. Solo così ho sentito e imparato a riconoscere davvero i posti, dalle isole alle città: col naso. Col naso che respira forte, sotto sforzo, e coglie le essenze più intime di ogni dove.
L’ultimo giorno di vacanza ci pesammo. Sandro pesava due chili in meno. Io ero perfettamente uguale a prima. Preparai la cima che avevo rubato in porto e usavo per saltare la corda. La fissai a un robusto olivo della Gallura: avrei posto fine alle mie sofferenze. Volli però impiccare con me anche Simone Mazzali attraverso la sua dannata Preparazione fisica del calciatore. Lo aprii a caso e a pagina 127 e trovai una nota che mi salvò. Era scritto: “Il calo di peso immediato è una sciocchezza: per essere efficace deve essere molto lento all’inizio”.
Tornato a Vicenza ripresi a correre come prima e più di prima. Come per magia, un chilo alla settimana, mi ritrovai 67 chili giusto per l’avvio del campionato. Avevo le idee chiarissime sulle corrette priorità: spalancai la porta del negozio, fulminai la commessa con occhi fiammeggianti e ordinai i 501. Swiss, clac: perfetti. Ora potevo anche perdere tutte le partite. Ma magari anche no.
Matteo Rinaldi
novembre 9th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 9 commenti
Figli di un gol minore
Terza puntata dello sport più bello del mondo: il cerchio si chiude.

Una rissa tra professionisti: violenta, rapidissima, entusiasmante. Negli amatori anche le risse erano inguardabili: eterne, spossanti, inconcludenti.
La mia vita sportiva pretendeva una svolta. Appena trovai il coraggio di ammettere che le mie qualità erano inferiori al sopportabile, cercai fortuna al Centro Sportivo Italiano, campionato di bassa lega ma umanizzato dalla presenza di giocatori veri, che qui venivano a godersi gli ultimi anni di carriera.
La squadra con cui mi accasai si chiamava L’Edilizia Settecà e pareva una roba seria. C’era gente dal glorioso passato. Il simpaticissimo Marino Rossetti che aveva giocato una vita in serie A, col Vicenza degli anni d’oro. Un Bedin protagonista in porta col Valdagno negli anni di C.
Intendiamoci: persone meravigliose. Ma giocarci assieme – e soprattutto ragionarci – era impossibile. Non sapevo allora che la peggior sfiga del calcio amatoriale sono gli ex professionisti. Far giocare un calciatore vero in mezzo a noi è come pretendere che possa nascere un dialogo costruttivo tra un impiegato del catasto norvegese e un palazzinaro romano. Perfino Maradona, tra i sub-umani come me, diventerebbe nessuno: dovrebbe necessariamente adattarsi ai miei ritmi. Come potrei io adattarmi ai suoi? Per questo non un solo professionista ha saputo dare qualcosa al calcio amatoriale. Il massimo che potevano fare era scappare il più lontano possibile.
Purtroppo i nostri non scappavano. Anzi: pretendevano di giocare. Bedin, che in C parava anche i sassi, prendeva gol da mangiarsi le mani. Rossetto, simpaticissimo in spogliatoio, era del tutto evanescente in campo. Non bastasse, nell’Edilizia c’era un nonnismo che la brigata Folgore dei parà, al confronto, è la scuola Montessori.
Per giocare titolare servivano qualità insospettabili. Se sapevi sputare per terra e picchiare gli avversari, anche inutilmente, il posto era tuo. Se il portiere avversario, rinviando il pallone, ti colpiva alla schiena e la palla finiva casualmente in rete, eri un campione: titolare per sei mesi. Se gettavi la palla fuori perché un avversario si era spezzato una gamba, lo perdevi per tre lustri. Una zuffa vergognosa con l’avversario ti valeva non già una punizione, come sarebbe stato doveroso, ma tre presenze gratis parché el se a ièra sercà. Un vaffanculo all’arbitro e ti guadagnavi la fascia di capitano.

Giocare perennemente aggrappato alla maglia dell’avversario: il mio unico credo per cinque lunghi anni
Ma come in tutte le squadre, la cosa fondamentale era eseguire gli ordini del mister. Anche i più assurdi. Infatti gli ordini erano robe tipo “Slàrgate al centro!” (seguiva sguardo smarrito e zig zag senza meta) per arrivare ai diktat prepartita: “Guerra, tì fa il tuo. Mariano, tì daghe dentro. Mateo, tì te xughi solo parché no gò altri”. E a Giuliano, eterno panchinaro poco dotato: “Giulio tì… tì.. tì fa un póca de confusion.”
Giocavo poco, male e non mi accorgevo che invecchiavo, dentro e fuori. Ormai trentenne, cominciavo a ragionare come i vecchi marpioni: arrivavo in scientifico ritardo agli allenamenti pesanti. Badavo bene a marcare gli avversari meno forti relegando ai compagni ingenui i più rompicoglioni. Davo pubblicamente ragione al mister, criticandolo selvaggiamente solo di nascosto.
In cinque stagioni avevo segnato un miserando gol, di puro caso. Sopravvivevo con una dozzina di colpi di testa a partita, una quindicina di tackle più appariscenti che altro, cinque anticipi e settecento artigliate alle maglie degli avversari, sempre troppo numerosi e sempre troppo veloci. Siccome ormai la maglia 3 era mia, cominciai pure a ingrassare e a usare il peso in eccesso per dare spallate inutili e petulanti. Poi avvenne l’irreparabile. Sarei diventato papà.
Matteo Rinaldi
novembre 6th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 10 commenti
Nel tunnel del calcio dilettante
Lo sport più bello del mondo (2): per diventare veri calciatori bisogna prima vivere il Vietnam del pallone

Quando giochi con una squadra scadente devi abituarti a tutto, dai dolori morali a quelli fisici. Una scuola di vita, ma non ti riprendi più
Ho giocato con pochissime squadre perché sono fedele e anche perché non mi voleva nessuno. La mia prima squadra si chiamava Antares. Apparteneva a un gruppo parrocchiale: avete presenti quelli che “conta soprattutto l’amicizia e giocano tutti alla pari“? Lo sanno anche i sassi che sono tutte balle! Ma io ero peggio di un sasso.
Giocai alla pari il primo tempo della prima partita. Poi mi richiamarono in panchina e da allora la maglietta non me la fecero più vedere. “La prossima volta”, dicevano sempre. Cominciai a sospettare che non avevo speranze perché la domenica mi davano indicazioni sbagliate su orario e sede delle partite. Mi convinsi quando arrivarono a presentarmi alcune bravissime ragazze figlie di Maria, molto carine ma curiosamente libere solo in concomitanza con le partite.
Ma è nelle difficoltà che si esalta il duro. E il duro che fa? Resiste, non molla, non si arrende mai. La settimana successiva mollai. Chiesi asilo a una squadra di disperati che si chiamava Publioggetto Cegalin. Questi loschi figuri si vantavano di aver raggiunto una finale nella stagione 1974-75. Dimenticavano di aggiungere che nei quindici campionati successivi avevano perennemente navigato nelle ultime posizioni. Un caso, certamente. Quando mi presentai, il mister disse: “Oh bene, c’è bisogno di gioventù!“. Il fatto che parlasse italiano avrebbe dovuto insospettirmi. Quelli che parlano dialetto capiscono niente di uomini ma qualcosa di calcio. Gli intellettuali del pallone niente di tutt’e due.
Per capire come vanno le cose nel calcio dilettante basta ragionare semplice. Avete presente la politica? Stessa logica. Ministri perfettamente imbecilli come il duo Gelfano sono lì semplicemente per fare gli interessi di altri, i potenti veri, che decidono dietro a un paravento senza peso politico e umano. Ultimamente li scelgono così squallidi che non c’è gusto neppure a prenderli in giro.
Lo stesso ruolo è richiesto all’allenatore dilettante: seguire le direttive segrete dei vecchi del gruppo, il cui bieco interesse non è vincere le partite, quando mai, ma giocare sempre, allenarsi poco e decidere tutto. In cambio l’allenatore ha la possibilità di gridare illuminanti strategie durante le partite: “Ragazzi, forzaaaa!”, “Torniamo a coprireeee!”, “Su! Su! Tutti suuuuuu!” e prendersela con i due o tre poveracci che non hanno voce in capitolo.
In quegli anni imparai tutto quel che serve. Ad allenarmi senza fare fatica, stringendo le curve che neanche Nuvolari. Ad accelerare e sbuffare passando davanti al mister, per poi rallentare e chiacchierare amabilmente per il resto del giro. A legare le scarpe in modo che si slacciassero ogni quattro minuti dandomi la scusa per un’amabile sosta ristoratrice.
E soprattutto: imparai a ingraziarmi i vecchi carognoni della squadra, grazie ai quali avevi il posto assicurato. In pratica imparai tutto quello che serve, fuorché a giocare a calcio. Pazienza.
Le sconfitte erano costanti, cattive e snervanti. Ma servirono. A giocare in difesa con una squadra scadente impari di tutto e di più. Il tuo uomo viene servito circa 140 volte a partita: da vicino, da lontano, di rimbalzo, di tacco, di culo e perfino di mano. Gli arbitri sono sempre buonissimi con i forti. Il tuo lavoro è senza soste e umiliante, ma almeno t’insegna a soffrire: dagli attaccanti mediocri prendi regolarmente calci, manate e insulti assortiti. Dagli attaccanti forti prendi regolarmente gomitate, sputi e pestoni. Dall’arbitro cazziatoni paurosi, ammozioni, espulsioni. Una vittoria rubata ogni dieci partite è quanto ti basta per non mollare tutto.
Dopo qualche anno e un’infinità di dolorose umiliazioni non resistetti all’ennesima: il mister aveva promesso il posto da titolare a un mio caro amico che si allenava durissimamente da otto mesi ma era talmente buono da non essere riuscito a giocare nemmeno un secondo. Il titolare, un lavativo infame, odioso e fannullone, non si allenava da sei settimane, non si degnava di dare notizie e lo dicevano ingrassato di trentadue chili.
Il giorno della partita il mio amico indossò entusiasta la sua prima maglia da titolare ed entrò in campo per scaldarsi. Improvvisamente una Lancia Beta Executive di dodicesima mano piombò al campo. Scese il titolare, ubriaco fradicio, in ciabatte e vestaglia, con una bionda volgarissima avvinghiata al fianco. Puzzavano entrambi di wisky e di sesso. Lui ruttò e disse: Dov’è la mia maglia?
Il mister sorrise e ordinò al mio amico di spogliarsi seduta stante. Io non ci vidi più. Mi strappai di dosso la mia maglia numero 3, la calpestai con una scenata e giurai che non mi avrebbero mai più visto. Feci una doccia e, rivestitomi in abiti civili, andai in cerca del mio povero amico.
Non c’era più. Temevo si fosse suicidato per la delusione. Guardai in campo. Correva felice al servizio del titolare con addosso la mia maglia numero 3.
Era davvero giunto il momento di una svolta.
Matteo Rinaldi
novembre 5th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti
