Ventotene è megl’e Pelè (5)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Quinta e ultima puntata

Perché la nostra barca Cyclades appariva più lenta dell’Oceanis amico? La foto Onisto scioglie ogni dubbio: l’Oceanis, che è considerata una barca grassoccia, è quella a destra. La nostra, a sinistra, era praticamente un babà con le vele
Il viaggio di ritorno è un film senza audio, come tutti i miei viaggi di ritorno. Costeggiamo la costa napoletana navigando… a motore, chiacchierando e mangiucchiando. Dopo sei brioche, tre caffé, otto aperitivi mi eclisso a prua. Infilo l’I-Pod, ascolto, guardo il mare e lungo la costa. Sul mare: un tappeto di meduse. Meglio lungo la costa.
Siamo discretamente soddisfatti: puzziamo di benzina più di Tazio Nuvolari dopo la Mille miglia. Siamo ingrassati più di un montenegrino dopo una festa di matrimonio. Abbiamo visto posti più belli dell’immaginabile. Ma senza vela che navigazione è? Si sorride, non si gioisce.
Improvvisamente il telefono: è Cesare dell’Equipaggio combattivo, che ci avvisa delle novità. Si sono alzati alle cinque di mattina, a Ventotene, per arrivare a Napoli con una tiratona a vela pazzesca e goduriosa. Invece il motore del loro Oceanis li ha piantati in asso mentre uscivano dal porto. Hanno dovuto fare miracoli per non finire sugli scogli, tuffandosi nelle acque catramose e medusose del porto, fissando cime dappertutto, cercando aiuto, sistemando la barca da qualche parte, correndo a cercare un traghetto veloce per arrivare in tempo a Terracina, dove saltare su un treno per arrivare a Napoli e non perdere l’aereo.
Cinque secondi di raccoglimento amico in loro onore. Poi esplode la festa. Har haaaaaaar! Volevano fare la tiratona! Haaaar! E dire che… quella barca dovevamo prenderla noi! Har haaaaar haaaaaaar! Il nostro Cyclades si rianima e il buonumore torna sovrano. Ma ecco il porto di Napoli. Com’è tradizione, la manovra d’attracco nel decimetro quadrato dell’ormeggio la riservano a me, fingendo di darmi una grande responsabilità e complimentandosi in modo fasullo e untuoso. Ma recitano così bene che ci credo.
E adesso cosa facciamo per quattro ore? Hei, ho un’idea meravigliosa: andiamo a mangiare! Due ore da Gambrinus in piazza Plebiscito (aperitivi, timballi dolci e salati, ipercaloriche meraviglie dell’umanità) e poi, giusto per non dimenticare la cultura, tutti a pranzo nel celeberrimo locale laddove fu inventata la pizza Margherita. Che è buonissima, dannazione. Buona davvero, anche se l’avete arricchita con sei antipasti e perfino se due cantori napoletani suonano per voi O surdato innamorato e l’intero repertorio estivo.
Inutile dirlo, ma lo dico lo stesso: spendiamo pochissimo. Un pensiero di raccoglimento e un brindisi per gli amici: “Glom, certamente anche loro si staranno gustando prestigiosi crackers umidicci e e tramezzini stantii al bar del traghetto. Har haaar haaaaar!”
È andato tutto bene e non mi sono fatto niente. Nemmeno una puntura di medusa, una spina di orata di traverso, niente. Ora, a distanza di giorni, guardo questa foto e cerco di capire chi è il primo a destra, un tipo che ho visto uscire dalla cabina pochi secondi dopo aver attraccato. Ci conto: uno, due, tre, quattro… Sette? Ma non eravamo in sei? Mah…

L’Equipaggio filosofico all’arrivo a Napoli. Neanche il tempo di scendere a terra che si parla già di futuro: “Hei, che ne dite a ottobre di prenotare un sessanta piedi? Potremmo circumnavigare le Scarfuzze, o fare il periplo delle Naccottiglie. Ho sentito che cucinano l’asgorzo coi tarbellicci e… Non è mai finita, dannazione.
Matteo Rinaldi
giugno 11th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (4)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Quarta puntata: ultima notte di follie
.L’arrivo a Procida, ultima meta del nostro viaggio, è un piccolo evento. Dopo aver navigato e ormeggiato a Ischia (gratis), a Ponza (gratis), a Ventotene (gratis), ormeggeremo nel pontile della Lega Navale. Essendo iscritti alla Lega Navale, ci accoglieranno non soltanto gratis, ma anche con gentilezza e onori, come si conviene agli amici che arrivano da lontano.
Ha organizzato tutto Luciano, che da mesi telefona all’amico X della Lega Navale di Procida. “Ci ha promesso posto barca, feste danzanti, ristoranti lussuosi, scampagnate. Pare anche sette marinaie mediterranee, ilari e disinibite”.
Arriviamo dopo lunga navigazione (strano: a motore) e nell’esatto momento in cui affrontiamo le bocche di porto il tempo gira impetuoso: un vento che neanche Ulisse dopo aver accecato Polifemo. L’amico X non arriva: un impedimento lo ha bloccato da qualche parte. Al suo posto un losco figuro, che ci accoglie con lo stesso sguardo con cui Mouriño entra in sala stampa.
Il pontile della Lega Navale è interamente occupato da barche. L’unico spazio disponibile è quello per una bicicletta Graziella. Chi mai navigherà con una bici Graziella? “Ormeggiate qua, ma attenti: se fate danni pagate!” Luciano sbianca ma fa finta di nulla e comincia la manovra. Ci sono diciotto nodi di vento, onde di tre metri, folate di ghiaccio irlandese e alcuni squali in attesa che qualcuno finisca in acqua durante le manovre.
Luciano imbrocca eroicamente il passaggio al primo colpo. È fatta! È fatt… “Che cazzo fate? Qua si ormeggia solo di prua. Di poppa è proibito”. Acc, dannaz, malediz! Luciano ingiallisce ma fa finta di nulla, esce, si gira, ricomincia daccapo. Ci sono trentadue nodi di vento, onde di trentasei metri, folate di ghiaccio siberiano e pirati vichinghi che tentano di abbordarci a poppa. Luciano ce la fa di nuovo!
Auff, forza, scendiamo. Ma… Scendiamo come? Dalla prua al pontile ci sono dodici metri di dislivello. Proviamo a calare la scaletta. Non arriva neppure a terra, ma legandola a una cima… “Che cazzo fate? Non vedete che strisciate il pontile?” Groan, lasciamo perdere la scaletta. Scendiamo passando per la barca vicina. È buona norma tra i marinai essere cortesi e…
“Che cazzo fate? Non potete passare su questa barca: il proprietario è delicato, s’incazza come una bestia!” Luciano inverdisce, ma tiene duro: “Scusate, dov’è il bagno?” “Eh? quale bagno?” “Beh, allora andiamo a cercarne uno in paese e… “Dove cazzo andate? Prima i documenti: quelli vostri e quelli della barca. C’è pure un questionario d’ormeggio da compilare: di che anno è la barca? Quanti metri è lunga? Qual è il baglio massimo? Chi era il padre dei figli di Zebedeo?” Luciano assume colori che ricordano la Pop Art di Andy Warhol.
Dopo aver compilato carte che neanche all’epoca della burocrazia borbonica, finalmente andiam… “Ma dove cazzo andate? Pagare prima! Sono ottanta euro. E silenzio pure”. Portiamo fuori Luciano prima che sia troppo tardi. Per distrarlo, gli facciamo vedere la marina privata lì di fianco: moquette sul pontile, addette in minigonna che offrono l’aperitivo ai marinai, bagni e docce istoriate da Andy Warhol, 22 euro tutto compreso. Vedi che adesso Luciano non è più arrabbiato? Ride felice e saltella sul molo lanciando gridolini pregnanti e acuti.
Che si fa a Procida alle otto di sera? Beh, io un’idea ce l’avrei: tutti a mangiare! A tavola pesce per tutti: solo una pizza margherita, indovinate per chi, e poi a nanna. Domattina… bisogna alzarsi prestissimo (“Che cazzo dormite? Il pontile dev’essere liberato prima delle sei”).
La notte, l’ultima notte, è tranquilla e delicata come devono essere le notti romantiche partenopee. Solo un impercettibile spluf, nel silenzio del mare, di nuovo dolce e suadente dopo la sfuriata. Guardo dal piccolo oblò. Quello che mi sembra un marò della Serenissima Repubblica, forse un po’ sovrappeso, sta silenziosamente segando i piloni del pontile con un taglierino da carteggio. Burp, mi sa che ho mangiato e bevuto troppo anche stasera, dannazione. (fine della quarta puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 10th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (3)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Terza puntata: docce, delfini e mostri marini

La foto Onisto lascia intravvedere la magnifico visione sopra la porta: “Barbiere e Doccia”
Dopo due giorni di navigazione non sono le levatacce, il caldofreddo, le fughe, le corse, le litigate, le ore a motore, i digiuni, le abbuffate a massacrarmi: è la mancanza di acqua per lavarsi. Quella del mare è ghiacciata, i marina sono sprovvisti di docce, la barca non ha acqua a sufficienza. Fortuna che sono ancora un cronista dentro: la soluzione si trova sempre, basta non smettere di cercarla.
Ragiono: noi siamo dei provinciali, ma i marinai dei grandi yacht? Dove troveranno una doccia? Probabilmente entrano in una sala parrucchiera. Entro anch’io in una sala parrucchiera. Non posso credere che Briatore sia venuto all’isola di Dfghjkl senza mai farsi una doccia.
“Da noi niente, ma a trecento metri c’è un barbiere con doccia“ mi spiega la parrucchiera isolana. Vedi che avevo ragione? Ci vado assieme ad Andrea. Il barbiere è un uomo mite, avanti con l’età. Il locale, deserto, sembra il set di un film d’epoca. Ma a spandere bellezza tutto attorno c’è un vecchio stereo con un live di Paolo Conte. “La doccia ce l’avimme, ma non l’ho ancora predisposta. Nun è ancora staggione, scusate….”
Non accettiamo le scuse: ci laveremmo anche sotto un rigagnolo, se ne esistesse uno a Sldsjfgs. Il barbiere comprende e in quattro e quattr’otto riassetta alla bell’e meglio la doccia. Magari il merito va alla colonna sonora di Paolo Conte, ma credo sia stata la doccia più piacevole della mia vita. Pago i quattro euro più felici del decennio.
Quasi quasi comincio a guardarmi attorno e a dare un senso a questa navigata. Allora, cominciamo dalle cose semplici: “Scusi signor barbiere, come si chiama quest’isola?” La domanda ignobile non stupisce il barbiere (probabilmente ha ospitato anche Briatore): “Ponza. Questa è l’isola di Ponza”. Sono un signore e non gli dico “Quella della paranza?” perché lo avranno già fatto in sedicimila, compreso Briatore.
La sera mangiamo pesce favoloso in un posto eccellente, spendendo neanche trenta euro a testa. Altrove ne avremmo spesi cento.

Tre delfini ci accompagnano per un buon quarto d’ora tra Ponza e Ventotene: qui anche il filmato Onisto. La mia voce non la sentite: stavo al timone, ignorando beatamente lo spettacolo.
La mattina dopo, puliti e rinfrancati, ripartiamo. A causa del traghetto la sveglia è alle sei (e tre levatacce) ma almeno oggi si veleggerà in pace.
“Haem ragazzi, ho fatto due conti. Da Ponza a Napoli è una bella tirata: il porto di Napoli chiude da mezzogiorno alle quattro, perciò dopodomani dobbiamo assolutamente essere là entro mezzogiorno. Quindi stanotte dobbiamo essere a Procida. Morale: abbiamo un bel po’ di miglia da fare anche oggi.”
Ovviamente il vento è lo stesso di ieri, perfettamente a poppa. Proviamo a bordeggiare, ma il nostro Cyclades (comincio a sospettare che non sia la barca di punta del cantiere) pretende angoli da compito di geometria. Dopo un quarto d’ora ci accorgiamo che avanziamo praticamente in retromarcia. Di questo passo domani saremo a Terracina, invece che a Napoli. Beh, ma la soluzione esiste: motore!
Stamattina almeno è caldo. Mi faccio un bagno di quelli che non si dimenticano. A casa ho giurato che non mi sarei buttato sopra una draglia come lo scorso ottobre. Ho promesso che sarei stato attentissimo, ma il bagno devo farlo: tre giorni di barca e penso di essere già ingrassato sedici chili. Qua non si fa alto che mangiare e andare a motore, andare a motore e mangiare!
Mi preparo: costume, occhialini, crema solare, ginocchiere. Casco, guanti, salvagente, pinne. Ciambella, gps, life line, paradenti. Non corro davvero nessun rischio. Mi tuffo.
Guardo in volo la meravigliosa acqua blu, così bella e trasparente che si vede tutto il fondale. Mentre volo sopra l’acqua guardo il meraviglioso mondo marino. C’è un pesce pagliaccio, un’orata, una medusa. Una seconda medusa. Una terza medusa. Un tappeto di meduse.
Avete presente i cartoni animati, quando i personaggi si tuffano nel vuoto e fanno retromarcia in aria? Si può fare davvero! Io l’ho fatta. E senza neanche sfiorare una draglia. E adesso che cosa faccio? Mumble. “Antonio, c’è ancora qualcosa da mangiare? Una fetta di tonno, pane e maionese? La Nutella dov’è?” Mi consolo facile, io.

Il tappeto di meduse che in quei giorni caratterizzava il Tirreno. Magari non facevano niente. Magari lo sperimentate voi.
Sapete che belle le isole Pontine? Ventotene ancor più di Procida. Come ogni buon posto nel mondo, meno sono facili da raggiungere meglio è. Ventotene ha un antico porto romano che emoziona: ci sono le bitte scavate nella roccia. A due passi c’è l’isola di Santo Stefano, laddove il fascismo incarcerava gli oppositori. È così bella che non posso fare a meno di pensare a quel che disse qualcuno: “Il fascismo gli oppositori li mandava in vacanza”. A vederlo nella pace, sotto la luce di questa stagione, pare davvero un posto da vacanza.
Arriviamo a Procida a motore. Ormai riconosco tutte le isole: è ora che mi concentri anche sull’equipaggio. Dopo tre giorni di navigazione, sarò onesto, non ho ancora ben capito quanti siamo. Mi pareva sette, ma ne vedo solo sei. Dunque: siamo io, il mio amico magistrato, Andrea Onisto, il comandante Luciano, il capo organizzazione Bepi, il cuciniere Antonio. Fanno sei…
Alle sette della sera, dalla cabina di prua esce un giovane sconosciuto. Chi è? È il settimo dell’equipaggio, il figlio diciassettenne di Luciano. Perché non l’ho mai visto? Perché essendo diciassettenne, viaggia come viaggiano i diciassettenni: dorme fino a mezzogiorno, ma a volte anche fino a sera. Dice quindici parole al giorno, ma a volte si ferma a dodici. Mangia solo e sempre pizza Margherita, ma a volte anche pizza Capricciosa. Sospetto che quando noi dormiamo, di notte, esca dall’oblò e vada di nascosto in qualche discoteca. Con chi? Ma è ovvio. Con Briatore. (fine della terza puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 9th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (2)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Seconda puntata: le isole Qwertine

L’isola di Qwerty in uno scatto del nostro Andrea Onisto. Pigro come non mai, ho viaggiato senza sapere dov’ero e senza fare nemmeno una foto
All’arrivo in porto, a Napoli, scopriamo che ci hanno rifilato una barca diversa dal previsto. Siamo pronti alla pugna quando ci accorgiamo che invece del 38 piedi prenotato c’è un 43. Sapete bene che la barca è l’unico attributo per cui, alla pari del sesso maschile, le dimensioni contano: cinque piedi significano un metro e mezzo in più di spazio, di stabilità, di velocità.
Neanche il tempo di gioire che Cesare, comandante dell’Equipaggio Combattivo (noi siamo l’Equipaggio Filosofico) salta a bordo della barca a noi destinata, un filante Beneteau Oceanis 43. “Hei, ci stanno fregando la barca!” grido ai miei truci Marò. “Mumble, che dite di ordinare una pizza prima di partire? In alternativa comprerei un paio di mozzarelle in carrozza che qui cucinano in modo davvero mirabile, accompagnata da una bottiglia di rosso d’Ischia e…”
Ecco, sono già partiti quei cani. E qui parlano di cambusa. “Avite da salpare subbito pure avuie: il porto chiude, da mezzociorno alle quattro d’o pomeriggio“, spiega l’uomo del charter.
Il porto chiude? Ma da quando in qua i porti chiudono? Quattro ore poi. Mah! Ma nel dubbio, siamo veneti, salpiamo. Neanche il tempo di annusare la barca, accidenti. Pare ottima però. È un Beneteau Cyclades 43, che a naso dovrebbe essere il modello più prestigioso del cantiere. Wow, che lussuria! Forza ragazzi, il mare è nostro! Prepariamoci a quattro giorni di vento e godimento. “C’è solo una cosa da fare – spiego – Dobbiamo andare a prendere un mio caro amico magistrato, che però non ha potuto arrivare oggi e ci raggiunge da qualche parte domani”.
Ci raggiunge dove, mi chiedono. “All’isola di Sldsjherf”, rispondo. Chiariamoci: l’isola non si chiama Sldsjherf, ovviamente. Sono io che non ho studiato la rotta e non ho la minima idea di dove siamo e dove andiamo. I nomi dei posti mi fluttuano in testa senza che io sia in grado di distinguerne nessuno.
“Sldsjherf? Ma stai scherzando? È lontanissima Sldsjherf. Ci toccherà fare una tirata pazzesca”. Diavolo, non lo sapevo. Mi dispiace mettere tensione nel mio equipaggio. Che sta appunto discutendo sul contrattempo da me creato: “È un bel problema, tanto più che siamo partiti senza far cambusa. Cosa mangeremo a pranzo? Ci toccherà resistere fino a sera con sedici confezioni di salatini e quindici pinte di aperitivo”.
Abbiamo il vento sul naso, dannazione. Proviamo a fare un po’ di bordi, ma dopo due ore di dest-sinist-dest-sinist, scopriamo di aver percorso sedici metri in linea d’aria. Vai col motore.
Costeggiamo la bellissima isola di Qwerty (non proprio bellissima, a motore) e dopo un altro po’ di ore eccoci all’isola di Asdfgh. Meravigliosa anche questa, devo dire (un po’ meno meravigliosa, a motore). Ma dobbiamo proseguire: ancora motore e motore fino a Zxcvbn, dove finalmente troviamo un porto, stanchi e affamati. Prima scherzavo: in realtà non avevamo nemmeno salatini e aperitivi: nemmeno una bottiglia d’acqua, avevamo!

L’isola di Asdfgh, lungo la rotta per Zxcvbn. Qui c’è anche un antico porto romano, con le bitte scavate sulla roccia.
A Zxcvbn ormeggiamo in un marina che ci dicono appartenga al Comune. Andiamo a pagare subito (siamo veneti) ma non c’è nessuno. Allora andiamo a fare una doccia. Scusate, le docce? “Eh? Quali docce?” Chiediamo ci indichino il bagno. “Eh? Quale bagno?”
Ormai è sera: tutti a mangiare la pizza. Percorriamo l’isola coi mezzi pubblici (quanta gente, di tutte le età, sui mezzi pubblici delle isole: basterebbe questa ragione per andarci) e poi in cuccetta. Cerchiamo prima di pagare (“Eh? Pagare?”) ma non c’è nessuno neanche la sera. Cristo, le isole.
La mattina partiamo prestissimo (e due) per raggiungere il mio amico magistrato all’isola di Mnbvcx. Per vendicarci del disservizio, fuggiamo senza pagare. Fuggiamo per modo di dire: non c’è anima viva a battere cassa.

Alba fotografata da Andrea nell’isola di Fghjk. Oppure tramonto nell’isola di Ertyuio. Non ne ho idea.
Secondo giorno, alba. Stamattina la vita è bellissima. Abbiamo la barca carica di cibarie e il nostro pregevole cuoco Antonio si scatena ai fornelli. Però abbiamo il vento ancora sul naso: motore, motore e motore.
Ma eccoci finalmente a Ghjklas, dove abbracciamo l’amico magistrato. O meglio, io vorrei abbracciarlo, lui un po’ meno visto che non mi lavo da due giorni. Cerchiamo subito un marina. Eccolo laggiù, non possiamo sbagliare. È l’unico su questo lato dell’isola.
Scusate, le docce? “Eh? Quali docce?” Chiediamo ci indichino il bagno. “Eh? Quale bagno?” Cristo, le isole. A questo punto ci incazziamo: anzi, s’incazza il comandante Luciano, che essendo buonissimo ogni tanto perde la testa. “Ormeggiamo sul primo pontile disponibile, alla faccia dei regolamenti. Qua ci mettiamo, proprio sul molo del traghetto!” ordina. Sembra il capitano Achab e certamente puzza più di lui.
Mi sa che ha perso la testa e rischia grosso: penso con orrore a cosa succederebbe se a Venezia, a Chioggia, in Istria o in qualunque altro luogo da me conosciuto provassimo a ormeggiare sul molo di un traghetto. Dall’affondamento alla galera, senza processo.
Infatti neanche il tempo di buttare una cima che si avvicina un uomo della Capitaneria: “Datemi un vostro numero di telefono” ordina. Ecco, lo sapevo, ora ci fa chiamare dal capo della marina italiana, ci arresta tutti e… “Così vi sveglio io domattina, poco prima che arrivi il traghetto: fate colazione, con tutta calma, e partite senza preoccupazioni. Buona serata, marinai”. Cristo, le isole. (fine della seconda puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 8th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
Ventotene è megl’e Pelè
Veleggiata di primavera 2010. Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Prima puntata: la trasumanza

L’autore immortalato a Napoli prima di scendere dalla barca, al ritorno dalla veleggiata attraverso le isole Pontine
È bello andare in barca a vela? Cerco di rispondere da anni a questa domanda, del tutto inutile e dunque serissima. Finalmente ho trovato la risposta definitiva. No.
Non è per niente bello. È vero che la barca ti culla come la pancia della mamma, ti diverte, ti fa tornare bambino, scoprire posti nuovi, stare in compagnia, ti porta a spasso senza inquinare e ti regala un atavico senso di precarietà. Ma a parte il fatto che tutto, a partire dal senso di precarietà, te lo offre anche la bici (provate ad attraversare un incrocio), in barca si vive di equilibri delicatissimi e quindi impossibili.
Una volta su dieci le cose vanno come devono andare. Le altre nove no. O scopri di far parte di un equipaggio orrendo o peggio, scoprono che sei orrendo tu. O c’è troppo vento o peggio: non ce n’è. O fa troppo freddo o peggio: un caldo infernale. O il mare è molto mosso e ti fa ballare o peggio: è quasi calmo ma lungo, e ti fa vomitare. E poi ancora peggio. Seguite questo racconto: ci sono tutte le altre dodici problematiche possibili. Perfino un motore che pianta la barca tra gli scogli. E non è la peggiore.
Questa volta parto ignorante. È uno dei due modi con cui amo viaggiare. L’alternativa è partire informato: studio i percorsi, visito ogni angolo con Google Earth, cerco racconti e testimonianze. È bellissimo organizzare il viaggio così, come fanno i grandi navigatori che sanno come mettere a proprio agio l’equipaggio partendo proprio da loro stessi. Quando faccio così non m’importa nemmeno di rispettarla, l’organizzazione. Il solo fatto di prepararla è già un modo perfetto di viaggiare.
Ma anche far niente è fantastico. Ignorare i posti, le mete, i tragitti. Tutto. Infatti parto senza nemmeno sapere come, quando e dove. “A che ora ti passano a prendere?” mi chiedono a casa, la sera prima. Mumble, già, devono avermelo detto ma non lo ricordo più. “Chi passa?” Snort, non so neanche questo. Oddio, ora che ci penso: se stava a me passare? “A che ora avete l’aereo?” Non lo sooooo! Fuggo prima che mi chiedano chi sono e dove abito. Potrei andare in confusione anche per questo.
So che ho preparato la borsa in sette minuti esatti. Si dimostrerà poi la più leggera e completa di tutti. Har, ho messo perfino un vecchio nastro magnetico, perfetto per fare i mostravento volanti. E ho portato il detersivo per lavare i piatti, che è poi la sola cosa che so fare.
E poi sappiatelo: partire ignoranti tranquillizza. Perché sempre, prima delle partenze, una leggera tensione s’impadronisce di me. Noi provinciali siamo così. Ogni viaggio è un salto nel buio.
Però alle cinque di mattina sono pronto, in attesa davanti al distributore di benzina. I miei compagni arrivano, partiamo, alle sei siamo già all’aeroporto di Venezia. “I biglietti per favore, signori”. Il biglietto? Il biglie…?? Har!, non ce l’ho! Mi svuoto ogni tasca, compresa quella segreta dei calzini (noi provinciali) prima di scoprire che i biglietti li ha il capocomitiva, il nostro Bepi, più efficiente del ragionier Filini.
Al controllo bagagli vedo un paio di colleghi in crisi: sequestrano loro shampoo e altre amenità da donnicciole. Groan, non sanno che in aereo non può entrare niente di liquido? Io infatti, saggio, non ho portato né shampoo né sapone, né creme né dentifricio, né doposole né….
“Uat is dis? Shampoo? Soap?” m’inquisisce la poliziotta-hostess danese agitando la mia preziosa confezione liquida.
Nou! Makké, it’s the detersiv for the platters: I’m the addett washplatters in our sailboat. I can’t work without it! Don’t sequestr, please, don’t… Niente da fare, me lo porta via, dannazione. Ma non importa, lascio correre. Wow, in fondo è la prima volta che prendo un volo charter pagandolo quanto lo pagano i veri viaggiatori: 40 euro andata e ritorno! È un Airbus con pilota danese, equipaggio danese e un tremendo caffé danese a quattro euro che manda fuori uso metà del mio equipaggio.
Fortuna che in un attimo siamo già a Napoli. Lo capisco durante il viaggio in bus fino al porto di partenza, il più bello della città perché proprio davanti a Piazza Plebiscito. Si vede che siamo in una città internazionale: l’autista segnala le fermate ai turisti in tutte le lingue: “Accà è la Stazzione: stescion, trein, ciuf ciuf!“.
Poi, quando scopre che siamo turisti anche noi, però simpatici, allunga il giro del bus per farci visitare un pezzo di centro. Lo immaginate uno che a Milano cambia il percorso del tram per farvi vedere la madunina?
Appena messo piede sul suolo napoletano noto che almeno sette motociclisti su dieci indossano il casco. Non sono molto originale: sui tredici membri della nostra spedizione, tredici indicano i motociclisti con le dita dicendo: “Noooo guarda: anche qui indossano il casco!”
“Avimmo pure ‘e mutande e la ‘mmaglia d’a salute” ci spiega un gigantesco Hell’s Angel partenopeo con una smorfia di disgusto. Filiamo, dai. Ecco là le nostre barche che ci aspettano sul molo. Hei ma… orrore! Vedete anche voi quel che vedo io? Una delle due non è la barca che avevamo prenotato. Ci vogliono fregare?
Sabotaggio! San Marco in resta! Pronti alla pugna! Veneti, alle armi! Duri i banchi! Facciamo valere le nostre ragioni! (Fine della prima puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 7th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Più in volo che a vela
Presentazione delle veleggiata di primavera 2010
Ora si esagera. Oltre al giro autunnale a vela, il mio prestigioso gruppo di velisti regressisti ha organizzato pure un giro primaverile. Partenza a giorni.
Ne dò notizia con un semplicissimo video, in cui vorrei spiegare il viaggio. Il problema è che non ho partecipato allo studio della rotta. Mi limito quindi a descrivere il viaggio per arrivare al porto di partenza. Il giochino sta nel fatto che cambio cadenza a seconda delle località.
È un divertissement che faceva, secoli fa, uno dei più grandi comici inespressi d’Italia, il fumettista Alessandro Staffa, che mimava gli annunci delle stazioni ferroviarie (“È in partenza al binario tre l’espresso per Palermo: ferma a Bolzano, Trento, Verona, Vicenza, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze…”) nominando però ogni città con l’accento di quel luogo. Dall’Alto Adige alla Sicilia, disegnava così una meravigliosa audiomappa del nostro piccolo grande paese.
Mi sa che a me non è riuscito. A ogni modo, questo era il testo buttato giù in quattro e quattr’otto.
“Sto partendo per il giro a vela di primavera con gli amici della Lega Navale della mia città. Quattro giorni di navigazione a bordo di un’astro-nave dal costo proibitivo ma che, a noleggiarla in otto e con largo anticipo ci costa meno di un fine settimana in campeggio. Dove andiamo: beh, partimo da Vicensa, che xe ndove che sto, e vo’aremo co un aereo charte, prenotà in compagnia sìe mesi fa, che’l ne costarà manco de ‘na gita in coriera da kì a Montegalda.
Passato il Veneto, sochmal, sorvolerémoo tùtta l’Emillia Romànniaa e le sue montàgnniee, e quinni, sovras-teré-mó larresgione Toschana. Si passerà pproprio suffirènze, prescisi su Santammaria Novella e sopra ‘l Brunneleschi. In un attimo siamo ner Lazio, e nun puoi ignorà Rroma, ahò, la maggica, e limmortacci mò stiamo già annàpoli.
Annapoli sbarchiamo e qui facimme le isole Pontine e se o’ tiempo stabbuóno se ffa ‘na capatina in Sar-dé-gna, che non èppói troppo lon-ta-na, oppure dall’altthra patthe, in Secilia, ah, che è un’offerta che ‘è megghio non rifiutare. Basciamo le mani.
Nel video lo recito (in due e due quattro) senza leggerlo. Siccome non l’ho memorizzato, improvviso. Mi vergogno a riproporlo ma il blog serve anche a questo. Però in barca, giuro, mi concentro sul mare e lascio parlare gli altri.
Matteo Rinaldi
maggio 18th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Toh, i veri velisti sono umoristi
Una serata con Gabriele Olivo, l’unico italiano all’ultima Volvo Ocean Race. Per scoprire che i veri velisti non sanno solo andare in barca: sanno stare al mondo

Gabriele Olivo in azione. I suoi compiti: dalla videocamera al blog, dalla sentina ai fornelli
Come si fa ad andare in bagno in una barca che fa il giro del mondo senza avere il bagno? Me lo chiedo da un anno e finalmente ho trovato la risposta.
Me lo ha detto in gran segreto – eravamo trecento persone – Gabriele Olivo, venerdì 16 aprile nella sala ridotta del nuovo teatro comunale di Vicenza.
Gabriele ha presentato il suo libro, “Volvo Ocean Race: diario di bordo di Telefonica blu“, editore Latitudine zero. Un tomo ricchissimo di foto e di vita quotidiana in una delle migliori barche della Volvo Ocean Race, la più bella e spettacolare gara velica del mondo.
Che sia la più bella non lo dico solo io: lo ha confermato Mauro Pelaschier, uno che ha fatto la storia della Coppa America. Chiamato a presentare il libro assieme all’autore, Pelaschier (di Monfalcone, capelli bianchi, niente calzini, battuta sempre pronta, campione olimpico negli anni settanta e timoniere di Azzurra nel 1983) ha detto senza giri di parole che “la Coppa America è bella per tante cose, ma questa gara, la madonna, questa gara è la gara!”.

Uno scatto di Gabriele in mezzo a chissà quale oceano
Gabriele ha presentato il suo libro aiutandosi con diapositive, filmati e soprattutto semplicità. Ha raccontato cos’è la Volvo Ocean Race spiegando anzitutto cosa ci faceva lui. “Il mio ruolo in barca era semplice: Crew media team di Telefonica Blu. Diciamolo: già il nome fa venir voglia di scappare. Ma ora vi spiego cosa facevo in realtà: per prima cosa invidiavo gli altri. Perché non potevo né timonare né giocare con le scotte. Ma ho imparato che anche raccontare i viaggi – con le foto, con le parole, con le immagini – è importante. Anzi, forse lo è ancora di più“.
La cosa più bella è stata capire che il mondo, non solo quello della vela, va sempre avanti allo stesso modo: per tentativi. “Abbiamo rotto un timone (valore: decine e decine di migliaia di euro, ndr) e perso la possibilità di vincere per risparmiare due chili di peso. Ma bisognava farlo, per capirlo“. “Ci siamo allenati anni in modo impeccabile nel Mediterraneo per scoprire che… in oceano non sapevamo bene cosa fare. Una volta capito, abbiamo dominato tappe su tappe, ma addio vittoria finale“.
La cosa che non immaginavo è che le astro-vele della Volvo Ocean Race corrono a velocità spaventose – anche ottanta chilometri all’ora, che non abbiamo idea di cosa sia in acqua e senza motore – ma sono fatte per sfruttare i venti portanti, ovvero quelli che spingono la barca, e non le andature tradizionali, a partire dalla bolina, che invece la… risucchiano. PS: i non velisti mi perdonino la digressione. I velisti mi perdonino il linguaggio.
La cosa più divertente è stata scoprire che in sessanta giorni di navigazione continuata, giorno e notte, si fa pipì aggrappati alle draglie, infilandolo in un tubo di gomma, tipo canna da giardino. Non c’è alternativa: le mani vi sono indispensabili per non cadere in acqua. Non ho più avuto il coraggio di chiedere perché non ci sono donne alla Volvo Ocean Race.
La cosa più inquietante è che il wc (il mitico secchio del marinaio ormai è stato superato) l’hanno messo in mezzo al corridoio e davanti all’albero, cui ci si aggrappa per non cadere. Fin qua capisco. Non capisco perché, radente ai testicoli, corre la drizza, il cavo d’acciaio con cui si issa la vela principale. Avete idea di cosa può fare un cavo d’acciaio tirato con forza da otto energumeni?
“Andare in bagno, di giorno o di notte, ti obbligava a far segni a tutti, in ogni lingua del mondo, con ampi gesti a corredo, per implorare che non si sognassero di toccare la vela. E poi, per sicurezza – fidatevi voi di un equipaggio che non dorme da quattro giorni – fare alla drizza dei nodi pazzeschi perché nemmeno Hulk fosse in grado di scioglierli”.
Ultima sorpresa: il tempo medio di una virata durante quella gara. Noi umani, per divertirci, riusciamo a virare con le vele perfettamente a segno in quindici-venti secondi. I mostri a bordo di quelle barche impiegavano: a) cinque minuti esatti; b) cinque secondi; c) dodici minuti. Chi ci prova?
Matteo Rinaldi
aprile 21st, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti
Gennaio in laguna
Quando gennaio finisce, il velista veneto tira un sospiro. Ora ha buone possibilità di arrivare a primavera

Visibilità media in laguna, con la nebbia. Quel giorno, la nostra era sei volte inferiore
Svantaggi di veleggiare a gennaio nella laguna veneta: 1) freddo; 2) ghiaccio; 3) niente vento. Vantaggi: 1) ottima visibilità.
Nell’ultima uscita gennarina mi sono perso. Il freddo, il niente, il silenzio, l’assoluta mancanza di vento, il poti-poti-poti del motore avevano ridotto la mia vitalità al livello di un’ameba.
Nella penultima uscita avevo centrato una briccola. Ero con il comandante Giorgio, che stava armeggiando a prua. Da quel grande comandante che è, Giorgio era riuscito ad aggrapparsi a una sartia e a non cadere in acqua.
Si sarebbe salvato, certo. Un lupo di mare come lui avrebbe sopportato l’impato con l’acqua gelida, sarebbe risalito a bordo senza il mio aiuto (che non avrei saputo dargli) e mi avrebbe perfino risparmiato la vita. Ma tanto è un grand’uomo, tanto è una carogna: lo avrebbe raccontato a tutti, deridendomi fino a Lampedusa.
Eppure era tutto scritto, fin dalle prime uscite di gennaio, al corso vela di Chioggia. Nessuno usciva mai a gennaio: troppo freddo. Gli unici malati di mente eravamo il sottoscritto, Sandro e Andrea. Il maestro Silvio – uno che la vela ce l’ha nel sangue – non vedeva l’ora di uscire. E allora via.
Giornata meravigliosa. Non c’era neppure bisogno di togliersi le scarpe, perché la barca era protetta, oltre che dal gelcoat, da un originale ed elegante strato di ghiaccio. L’uomo al timone timonava. Gli altri, col fiato, scioglievano le scotte prima di ogni vira. Dalla laguna di Chioggia vedevo i piccioni sul campanile di San Marco a occhio nudo. Sandro, che ha buona vista, vedeva Parenzo. Andrea, che era in fase di congelamento, vedeva San Pancrazio sul capobriccola.
Mi è difficile ricordare una veleggiata più emozionante. Anzi, una mi viene in mente: la seconda di quello stesso gennaio. Due settimane dopo. Stessa temperatura, stesso equipaggio, una sola novità: un nebbione che neanche nel Polesine mentre girano La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati.
Non si vede a un metro, giuro. Tranquilli ragazzi, avanti così! Silvio, l’istruttore, conosce la laguna come le sue tasche. Sono dei mostri i marinai, senti con che arte annusano i fondali, chissà se anche noi un gior… CRRRASH! La barca si pianta con lo stesso rumore del Titanic quando l’iceberg lo apre a mo’ di scatoletta di tonno.
Abbiamo toccato col bulbo ma per fortuna c’è sabbia. Calmi! Molla! Tira! Lasca! Retro! Silvio sa il fatto suo. Eseguiamo senza capire nulla e in pochi secondi siamo fuori. Fiuuut!
“Vedete ragazzi, con la nebbia bisogna stare molto attenti. Non si sa mai cosa può capitare”. In effetti la visibilità è peggiorata. Non si vedrebbe una petroliera a due metri dalla prua.
La si sente però. POOOOOOO! Non avete idea del suono che fa una nave alta come un condominio quando vi sta per aprire in due. Neanche loro ci vedono ma hanno il radar. Mica frenano. Non si usa, tra marinai. Inoltre è notorio, almeno a chiunque abbia studiato per la patente nautica, che nello specchio di porto la precedenza va alle navi grandi. Neanche la soddisfazione di morire con il conforto della legge.
Scappiamo! Viriamo! Buttiamoci a mare! Il POOOOOOO! non arriva da un punto preciso (magari!) ma da un orizzonte di 360 gradi, amplificato dalla nebbia e dagli echi.
Comunque ci va dritta. Ci leviamo di mezzo, intuendo la stazza del mostro che ci passa vicino (e anche le bestemmie, sempre comprensibili in ogni lingua del mondo) e siamo tutti d’accordo quando Silvio propone di rientrare.
Gennaio è finito anche quest’anno. Mumble, che ne dite di un’uscita febbrarina, mascherati da Zorro e da Arlecchino?
Matteo Rinaldi
gennaio 30th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
Sulla rotta per Lepanto
Uno straordinario racconto on line per navigare anche a gennaio. Senza neanche centrare le briccole

Foto romantica ma sfuocata: a gennaio è doveroso, per non esagerare con la nostalgia
Che fa a gennaio un velista qualunquista? Beh, facile: legge. Uscire in barca è prerogativa del velista professionista. Un paio di volte sono uscito, negli anni scorsi (velista fantasista). Un paio di volte avrei voluto ma le barche del noleggio erano in secco (velista illusionista).
L’ultima volta che mi sono imposto di uscire ho indossato la faccia da velista decisionista. Ero nella laguna di Venezia. Vento neanche un filo (a gennaio non ce n’è), freddo umido, zero possibilità di scaldarsi. A un certo punto, affascinato dal silenzio e dall’immensità (velista con svista), mi sono distratto un attimo, un attimo solo, giuro, e mi sono trovato una briccola in piena prua.
Ho scartato a destra con la stessa faccia dei marinai del film Titanic, quando sperano di evitare lo scontro, dai che lo evitiamo, lo evitiamo… NON lo evitiamo!, e neanche io lo evitai. Una sberla paurosa sulla murata sinistra, una paura tremenda, nessun danno effettivo.
Da allora solo sacre letture. La maggior parte deludenti. Ma una ve la consiglio, a gennaio. È gratis, è on line ed è la più bella storia di vela, secondo me. Forse perché parla di vela solo marginalmente. È il viaggio “La rotta per Lepanto” scritta da Paolo Rumiz (qui il chi è del giornalista-narratore) a puntate per Repubblica. Questo l’intero viaggio, a puntate.
Quando è uscito, nell’agosto 2004, ero al mare, posto meraviglioso per leggere il giornale da cima a fondo. Avevo cominciato ma non mi era piaciuto, di primo acchito. (L’ho scritto più volte che non sono molto sveglio: non infierite).
Ho dovuto rileggerlo due anni dopo per scoprire quante meraviglie regala, questo racconto. E me lo rileggo ancora, ma solo una volta l’anno, a gennaio. È poesia, difficile anche, non quanto l’Infinito di Leopardi, ma neanche immediata come La nebbia agli irti colli.
Però se andate a vela (o se sognate di andarci) non potete non divorarlo mugolando dalla prima all’ultima riga.
Ah, noi veneti in molti di quei posti lì ci andiamo comodamente, a vela, e con poche decine di euro di noleggio. E fieri ci ostiniamo, briccole o non briccole.
Matteo Rinaldi
gennaio 22nd, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
Mi sazia la Dalmazia (extra)
L’intera veleggiata in 120 secondi: se è noiosa così, figuratevi intera
Dal Kubrick dei Berici (io) ecco il video del Quarnaro Tour appena raccontato in quattro puntate. Tenete presente che: a) la videocamera è una macchina fotografica portatile. b) non sono un maniaco: ho ripreso al massimo per due minuti al giorno. c) quando la barca sraboneggia e tantufella è difficile stare in piedi. E le macchine cadono in acqua. d) lavoro in pubblicità e sono fedele al detto: prima elimina l’ottanta per cento; poi comincia seriamente a tagliare. Buona visione. La musica è “The kids all alright“, Who, 1966. Perché in barca questo ci vuole: ragazzi a posto. E pazienza se eravamo kids proprio in quel periodo là. Nb: si vede meglio cliccando sul logo youtube.
Matteo Rinaldi
ottobre 16th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
