Occupiamo l’Emilia con due lire

Il documentario sull’avanzata della Lega nel cuore rosso d’Italia ha conquistato le prime pagine dei giornali italiani. Con pochi soldi ma tante idee

Gli autori di “Occupiamo l’Emilia” all’opera a Pontida: Paolo Tomassone, Davide Lombardi e Stefano Aurighi. In questi giorni sembrano i giornalisti dello scandalo Watergate: tutti li vogliono

Scrivo questo post perché sono furiosamente invidioso di chi ha successo senza ragione. Ma sono felice come un bambino quando le soddisfazioni arrivano a chi merita.

Il trio in questione è modenese. In pochi mesi e con pochi euro – ma macinando chilometri e idee – ha inventato il documentario “Occupiamo l’Emilia” (qui il trailer) che racconta l’avanzata della Lega Nord nella terra che fino a ieri era la roccaforte della sinistra.

Lo racconta con un po’ di ironia ma senza puzza sotto il naso. Che è poi il sistema opposto a quello che si usa di solito quando si parla di Lega: poca ironia e troppa puzza sotto il naso.

Sono andato a trovare Davide perché è mio amico ed ero curioso di farmi raccontare questa sua idea. Ho passato una bella giornata modenese in compagnia degli autori e di persone che, come me, volevano capire meglio l’anima di questo documentario.

Uno era Giuseppe Civati, giovane dirigente del Pd lombardo. Questo il suo blog, interessante per capire che Giuseppe lavora senza spocchia e con tutto l’entusiasmo che serve. Era a Modena per capire perché l’Italia va sempre meno a sinistra. E magari se c’è il modo di invertire la tendenza. Simpatico, ironico e positivo, Giuseppe ha resistito pure all’attentato di una cameriera che fingendo d’inciampare gli ha rovesciato addosso un litro di aperitivo con le olive. È un periodo tremendo per la sinistra.

Passeggiando per Modena ho conosciuto anche un po’ di questi nuovi leghisti di cui parla il documentario. Che, pensate, non sono mostri assatanati contro gli immigrati, spinti dal mito di arricchire e chiusi a ogni forma di modernità. Forse sono fortunato e incontro solo quelli giusti, ma questi discutevano di raccolta differenziata, non di differenze razziali. Uno di loro elabora motori, che è poi quello che ti aspetti nella terra della Ferrari. Però elettrici, per biciclette, a prezzi concorrenziali.

Nel film (che curiosamente è già un successo pur non essendo ancora pronto: una storia assolutamente italiana) Davide e soci raccontano la Lega in Emilia evidenziandone anche le contraddizioni profonde. Ma lasciando trasparire anche quelle, altrettanto profonde, della sinistra. Che non solo parla da sinistra senza agire da sinistra; non ha più nemmeno le idee chiare su come si possa agire da sinistra.

Non volevo fare l’intellettuale con questo post: volevo solo parlare di Davide, che è un giornalista fenomenale e merita almeno una sonora presa in giro, oggi che lo intervistano politici e sociologi. Solo rimandata al prossimo post.

Pst: per capire cos’è Occupiamo l’Emilia, ecco il blog del documentario: occupiamolemilia.blogspot.

Matteo Rinaldi

settembre 6th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

Cialtroni alla riscossa (reprise)

La prova che a volte la realtà batte la fantasia

(m.r.) Poche righe per dimostrare che nel pezzo precedente c’è un po di fantasia, ma meno di quel che sembra.

Lo provano questi video su youtube, tratti da una bella trasmissione Bbc che racconta la genesi di quel disco, Transformer di Lou Reed.

Diviso in cinque parti, – qui sopra la prima – il programma spiega canzoni e retroscena attraverso interviste ai protagonisti, per noi sottotitolate in italiano da un appassionato.

Ma la meraviglia è un’altra. Una sorpresa che arriva quando meno te l’aspetti: si entra nel cuore di due canzoni attraverso i nastri master originali, quelli in cui strumenti e voci venivano incise una a una. Canzoni che sento da vent’anni, immutabili e intoccabili, vengono smontate strumento per strumento: giù il volume delle basi, via basso e chitarre, via tutto fino a lasciare le voci in sottofondo, da sole, nel silenzio.

La stessa sensazione che proverei trovandomi alla scrivania di George Orwell mentre corregge 1984. Eccolo che scrive “… Siete voi i morti“, poi cambia con “I morti siete voi“, infine sceglie “Voi siete i morti“. La stessa.

Riesco perfino a non pensare che la Rai potrebbe regalarmi le stesse emozioni. Trasformare la nostra musica in sogno, invece delle condanne in assoluzioni.

settembre 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments

Se s’impegna, l’artista disegna

Con due soli anni di ritardo, Federica Fabbian, grafica e disegnatrice, ha cominciato a illustrare la mia storia “Bruno e il terrore delle lettere arrotate”. Sarà pronta prestissimo, promette: più o meno assieme al ponte sullo stretto

Uno schizzo preparatorio per la storia

(m.r.) Il racconto l’ho pubblicato qualche post fa: eccolo. Ma soprattutto ecco la prima tavola. Le atmosfere di cui è intriso, che definirei “gotiche under 14″, sono pienamente rispettate. Buon lavoro, Federica.

agosto 12th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Il mare a Portogruaro

Una chicca firmata Paolini-Calzavara sul piccolo comune veneziano neopromosso in serie B

Ho messo piede a Portogruaro la prima volta lo scorso settembre. Mi avevano mandato a tenere un corso di comunicazione in sostituzione di un collega malato. Por-to-gru-a-ro. Senti come suona questo nome.

Sapevo da alcune letture intellettuali, Gazzetta e Ognisport, che la sua squadra di calcio era stata appena promossa in serie C. Sappiatelo: bisogna avere una società di ferro e una squadra di acciaio per arrivare in C (oggi Lega Pro) con un comune di ventimila abitanti alle spalle. Il Bassano, per dire, ci tenta da una vita. Nonostante i miliardi di Renzo Rosso e della sua Diesel non ce l’ha ancora fatta. Por-to-gru-a-ro.

Accetto il corso volentieri: mi piacciono mi porti. So che Portogruaro è lungo l’autostrada A4 dopo Venezia, dopo Quarto d’Altino, dopo il Piave, dopo San Donà, dopo il Sile, dopo Caorle.

Un sacco di dopo. È lontana, Portogruaro. È quasi Friuli Venezia Giulia. Immagino un porto pieno di gru, che caricano e scaricano enormi navi container ventiquattr’ore su ventiquattro.

A settembre non posso sapere che il Portogruaro, appena promosso in C, farà un campionato strepitoso. In testa va subito il Verona. Ogni volta che vado a tenere corsi nella città dell’Adige, discuto con i veronesi del mio argomento preferito: Come si fa a vivere a Verona e non tifare Chievo? Non riesco a spiegarmelo. Nemmeno loro riescono. Ci prova seriamente un veronese furbo, che mi dice: “È come se chiedessero a te di tifare Bassano”.

Eh no, questo mai. Ma a ripensarci la spiegazione non vale. Chievo è praticamente un quartiere di Verona, non un comune a venti chilometri, con una lingua e una filosofia tutta sua. È come se a Vicenza andassero in A l’Altair o il Villaggio del Sole: come potrei non tifare per loro?

Comunque il Verona vola verso la B. Inseguono squadroni come Pescara, Rimini, Reggiana, Ternana. Niente ironie: per la C sono squadroni. Il Porto dietro. Ma poi crolla - dicono a Verona - quest’anno andiamo su noi, sparati come pallettoni. E poi vi facciamo un culo così - aggiungono. Haimé, il mio Vicenza è gestito così squallidamente che già tremo all’idea.

Invece il Porto non crolla. Resiste. Accorcia le distanze. Ma tiene duro anche il Verona. Come se il campionato fosse stato immaginato da un regista di filmacci d’azione, Verona e Porto arrivano all’ultima giornata testa e testa. E l’ultima partita è… Verona-Portogruaro!

I veronesi fanno le cose in grande e riempiono lo stadio. Se vincono sono matematicamente promossi. Il Bentegodi pieno è enorme: fa paura. Da Porto arrivano un migliaio di impavidi. Fossero anche tutti allievi di Pavarotti, neanche li sentiresti quando canta la sud veronese. Qui hanno l’Arena che fa scuola: i cori della sud sono roba da far tremare i polsi.

I veronesi hanno il dono della sincerità. Un dirigente, poco prima della partita, ammette che solo due giocatori del Porto potrebbero giocare col Verona. Per di più in panchina. Ma il calcio è strano. Il Verona non passa. A pochi attimi dalla fine il Porto tenta l’ultimo assalto: azione rocambolesca, cross, girata e strepitoso gol di Bocalon, un nome che sembra uno scherzo. Bocalon in veneto è uno che ci casca sempre: Te si un bocalon, abbocchi ogni volta. Alla faccia del bocalon. Il Porto va in serie B. Il Verona crolla e perde pure gli spareggi contro il Pescara.

Ma lo scorso settembre tutto questo è fantascienza. Faccio il mio corso e alla fine chiedo ai corsisti di indicarmi il porto sul mare. Risata generale: il mare è a venti chilometri. Il porto era sul fiume e non c’è più. Che delusione. Por-to-gru-a-ro.

Un mese fa, in libreria, mi cade l’occhio su un libro del giornalista Francesco Jori: L’ultimo dei barcari. Racconta la storia di Riccardo Cappellozza, fondatore del museo della navigazione interna di Battaglia Terme (questo il sito). Cappellozza racconta la storia della navigazione interna quando il Veneto, assieme a Lombardia ed Emilia, era quasi interamente navigabile. Il commercio via acqua era floridissimo. Pare impossibile ma è storia recente, anche se dimenticata: fino agli anni settanta gli ultimi burci, le barche fluviali da carico, resistevano alla fame camionara di Gianni Agnelli.

Il libro è molto bello e soprattutto mi conforta: a Portogruaro c’era uno dei più bei porti della nostra navigazione interna.

L’ultima sorpresa me la regala Marco Paolini. Nel suo primo Bestiario veneto recita una poesia di Ernesto Calzavara dedicata proprio a Portogruaro. In bocca al lupo per la B. Secondo me neanche Calzavara sapeva che il mare era a venti chilometri. Non gli sarebbe uscita così bene.

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Matteo Rinaldi

giugno 28th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti

Evviva, arrivano i vigili

Eccellente prima uscita della Pedalata dell’acqua 2010: un centinaio di arditi, una sola foratura, grandi bevute e una bella sorpresa

Scatto sulla linea di partenza: in prima fila Stefania, vigilessa in mountain bike, mentre prende il controllo della situazione

Notizia flash, ma ci tengo. Mercoledì 2 giugno era in programma la prima Pedalata dell’acqua. Avevo il compito di accompagnare un po’ di vicentini – con appuntamento al buio – a visitare l’acquedotto di Vicenza est e raccontare loro un po’ dei nostri fiumi.

Avevo portato mia figlia Rebecca perché c’è sempre la possibilità di ritrovarsi in quattro gatti. Almeno avrei raccontato qualcosa a lei. Alla faccia dei quattro gatti: eravamo un centinaio.

Sguardo preoccupato di Elvio, il (vero) esperto di fiumi che mi accompagnava: “Oh, come femo a traversare semplicemente na strada co tuta sta gente?”  Sguardo (finto) sereno mio: “Nessun problema, ce la caviamo alla grande!”

Hei, sembra crederci! In realtà mi sto già agitando. Ho ancora negli occhi gli sguardi spiritati di alcuni automobilisti, l’anno scorso, al passaggio della nostra carovana. Non siamo ancora partiti che non distinguo già più il Retrone dal Bacchiglione. Quando ecco arrivare la cavalleria: due agenti della polizia locale in bicicletta a darci sostegno. Ci presentiamo. Sono Enea e Stefania: bravissimi, oltre che simpatici.

Nessun automobilista osa dire ba di fronte a una divisa, anche se a pedali. E nonostante una foratura, il giro va alla grande. All’acquedotto chiudiamo con la gara delle minerali: acqua di rubinetto contro Panna, Recoaro e San Benedetto. Che ci crediate o no, nessuno distingue dalle altre l’acqua di Vicenza.

Sabato e domenica replica. Chi porta il costume, in gran segreto può fare un tuffo nell’acquedotto. Io ci provo.

Matteo Rinaldi

giugno 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti

Ho colto la Margherita

Ci ho messo trent’anni ma ho finalmente letto “Le Memorie di Adriano”. Sono una bestia, lo so. Ma non mi arrendo nemmeno di fronte a me stesso.

Marguerite Yourcenar (1903-1987): scrittrice in apparenza, in realtà medium

Ci sono cose (libri, film, intuizioni, idee) che hai la fortuna di scoprire prima di altri. E cose – la maggior parte – a cui arrivi in ritardo clamoroso. Però ci arrivi. Questo è l’importante.

La prima volta che mi prestarono Le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar avrò avuto sedici anni. È un capolavoro, ti piacerà un sacco, leggilo! mi consigliò una compagna di classe al liceo.

Ci provai seriamente, a casa, la sera stessa: alla dodicesima riga scagliai il libro dall’altra parte della stanza. Non era cattiveria. Era troppo difficile e intellettuale per la mia testa pigra e farfallona.

Riprovai una decina di anni dopo. Ero profondamente maturato. Lo chiusi delicatamente alla trentaduesima riga, riponendolo nella busta da cui era uscito, regalo di un amico fiducioso. Gli avrà fatto piacere avere indietro un libro così bello dopo nemmeno ventiquattr’ore.

L’anno scorso l’ho rivisto. Era incassato tra tomi oscuri, nella libreria polverosa di un altro vecchio amico. D’istinto l’ho rub… l’ho preso in prestito, con l’idea di riprovarci ancora. Sono un duro, io.

Ci ho riprovato. Ci sono riuscito. Ho capito perché un tizio che conosco lo usa come risposta segreta alle domande con cui Google accerta la tua identità. La domanda è Il libro dei libri? La risposta, lui.

Ha il suo bel senso. L’ho letto tutto ad alta voce, con calma olimpica. Non l’ho restituito. Lo tengo in auto, per rileggerlo nelle pause semaforiche, nelle code autostradali, nelle attese delle figlie che escono da scuole e palestre.

A volte anche nelle attese del nulla: parcheggio l’auto nel primo angolo solitario e mi godo una manciata di pagine.

Neanche tento di spiegare cosa sono le Memorie di Adriano. Non si può. Non è un libro umano. Per comodità si è stabilito che l’autrice è Margherita Yourcenar. Ma non può essere vero.

Nemmeno la più fervida fantasia avrebbe potuto mettere nero su bianco pensieri, sensazioni e ricordi di un imperatore vissuto poco meno di duemila anni fa. A leggerli paiono esattamente i suoi, trasportati fin qui con la macchina del tempo. Non è corretto quel paiono: il verbo giusto è sono. Margherita non era una scrittrice ma una medium, oppure un extraterrestre, oppure una sacerdotessa del culto di Mitra.

A ogni modo, grazie. Tanto più che alla fine di questo capolavoro aggiunge una dedica bellissima, nascosta dopo le note, in caratteri sempre più piccoli. Non ho dubbi che almeno questa sia opera sua.

Matteo Rinaldi

Questo libro non è dedicato a nessuno. Avrebbe dovuto esserlo a G. F. e lo sarebbe stato se non fosse quasi indecente mettere una dedica personale in testa a un’opera dalla quale volevo soprattutto cancellare me stessa. Ma le dediche, anche le più lunghe, sono pur sempre un modo inadeguato e banale per celebrare un’amicizia così poco comune. Quando cerco di definire questo bene che mi è stato donato, mi dico che un simile privilegio, benché tanto raro, non può tuttavia essere unico; che a volte deve pur succedere che nell’avventura di un’opera riuscita o nell’esistenza di una persona fortunata, ci sia stato qualcuno, un poco in disparte, capace di rileggere con noi fino a venti volte, se è necessario, una pagina incerta; qualcuno che va a prendere per noi, sugli scaffali delle biblioteche i grossi volumi nei quali forse troveremo ancora un’indicazione utile e si ostina a consultarli ancora, quando la stanchezza ce li aveva già fatti richiudere. Qualcuno che ci sostiene, ci approva, alle volte ci contraddice; che partecipa con lo stesso fervore alle gioie dell’arte e a quelle della vita; ai lavori dell’una e dell’altra, mai noiosi e mai facili; e non è né la nostra ombra né il nostro riflesso e nemmeno il nostro complemento ma se stesso. E ci lascia una libertà divina ma, al tempo stesso, ci costringe a essere pienamente ciò che siamo.

giugno 1st, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti

La bici fa acqua

Eccomi pronto a guidare la seconda edizione della “Pedalata dell’acqua”. Pedalo per la città in buona compagnia e offro da bere, da ascoltare, da vedere

L’unico che non c’entra niente in realtà sono proprio io.  A questa seconda edizione della Pedalata dell’acqua – percorso guidato in bici lungo le vie fluviali di Vicenza, organizzato dall’associazione Meccano 14 per il Comune di Vicenza – pedalano con me esperti veri, non dilettanti allo sbaraglio.

Il vero dilettante è l’autore: dilettante della bici (non pedalo praticamente mai, ultimamente) e dilettante della cultura dell’acqua (però almeno vado in barca a vela).

I professionisti sono Elvio Cerato, ottimo cicloturista e soprattutto esperto dei nostri fiumi; Lorenzo Altissimo, direttore del centro idrico di Novoledo; Margherita Ardinghi, curatrice di Acqua underground, la mostra videofotografica sulla rete idrica cittadina, aperta proprio per l’occasione nella Basilica Palladiana.

Un vecchio burcio, le grandi barche che fino a pochi decenni fa percorrevano i fiumi del nord Italia trasportando tonnellate di merci

Loro sanno, io improvviso. Ho inventato il percorso perciò sto in testa al gruppo. Ho inventato la Gara delle minerali (sfida a distinguere l’acqua di Vicenza dalle varie Panna, Ferrarelle e compagnia miliardaria: non ci riesce nessuno), ho studiato Bacchiglione e Retrone scoprendo cose che mi diverto a raccontare. Quel che non so, invento. Però sono un buon comunicatore: vi sfido a riconoscere le cose vere da quelle improvvisate.

I tour in programma sono tre: mercoledì 2 giugno (festa della Repubblica), sabato 5 e domenica 6. Ritrovo in tutte le occasioni alle 9,30 in Piazza Matteotti; si pedala lungo strade, argini e piste ciclabili, si arriva all’acquedotto di Bertesina e si rientra verso mezzogiorno. In tutto una ventina di chilometri.

Da non perdere, secondo me: l’acquedotto, una sorpresa; la semplicità estrema con cui l’acqua di Vicenza viene filtrata; la cura che le viene riservata, molto maggiore delle minerali; la storia e le curiosità dei nostri fiumi, per migliaia di anni le vene pulsanti della nostra città come di ogni civiltà.

Da perdere: la paura atavica di essere costretti, un giorno, a vivere sotto un ponte. Vi ci porto, così vedete che effetto vi fa.

Matteo Rinaldi

maggio 30th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti

Yes I know my speedway

Ode allo speedway, sport fuori dal tempo dove tutto è immutabile: dagli odori ai motori fino ai trattori

Curve in derapata e controsterzo: è l’anima  dello speedway. L’impennata è spesso involontaria ma molto scenica. D’altra parte non ci sono nemmeno i freni

La prima cosa che amo dello speedway è l’odore. Odore di olio bruciato, però buonissimo. Forte come solo l’odore della Sardegna, quando arrivi col traghetto e annusi Olbia alle sei di mattina. L’odore dello speedway ti resta nel naso per una settimana. Non solo nel naso: ti si attacca dappertutto, dai vestiti ai capelli.

La seconda cosa è il tempo. Questo sport è un viaggio nel tempo. Arrivi alla pista di gara (Santa Marina di Lonigo, la mia) ed è come saltare indietro di sessant’anni. Non solo per le moto, identiche a quelle del dopoguerra. Anche la pista, le strutture, il linguaggio, le regole. E perfino le facce, le emozioni, le espressioni.

La terza cosa sono i piloti. Un pilota di speedway guadagna quanto un… un giocatore di briscola? Un calciatore di Promozione? Un pugile sparring partner? Non lo so, non ne ho idea. È che a vederli in faccia non mi danno l’idea di mettere in tasca più di quanto possa servire, a fine carriera – dopo aver mangiato tonnellate di sabbia e sassi ed essere finiti mille volte gambe all’aria, e qualche volta anche a pezzi – ad aprire una piccola officina o una rivendita di moto. Se sbaglio, pazienza.

Semplicità assoluta, nudità, rigorosità. Le moto da speedway sono belle quanto le Lambrette degli anni sessanta

In mezzo a questo tris c’è tutto il resto. Poca roba, ma è quanto basta per farmi arrivare a Lonigo contento. Tutte le piste più celebri, almeno in Italia, sono imbucate in paesi e comuni di retrovia. Niente Milano e Torino, ma Terenzano e Giavera del Montello. Niente grandi sponsor, niente televisioni, niente complicazioni. Le moto sono di una semplicità disarmante: telaio, sellino, manubrio, un motore (500 cc monocilindrico) frizione e acceleratore.

Mancano cambio, freni, serbatoio: c’è un biberon, giusto per i quattro giri di gara. Manca l’avviamento e mancano gli ammortizzatori. A fine gara, con una chiave inglese, le smontano interamente in cinque minuti.

Cinque minuti bastano anche per innamorarsi dello speedway. I motori fanno un fracasso infernale ma non fastidioso. È un basso profondo, da gente perbene. Non esistono semafori per dare il via: c’è un nastro bianco alzato da una molla, probabilmente costruita nel millenovecentotre.

Non esiste modernità: ogni quattro manche entrano in pista tre trattori che lisciano il fondo di terra  o sabbia, martoriato dalle ruote. Sono gli stessi trattori che la mattina seguente batteranno i campi circostanti. Hanno gli stessi guidatori. Nelle gare internazionali vestono elegante (tuta operaia con bretelle e sponsor d’epoca, Lux Oil). Ma nelle gare normali indossano camice a quadrettoni e sigarette Alfa, le stesse del lavoro quotidiano.

In curva sembrano fermi ma volano: siamo attorno ai cento all’ora

Ci vogliono cinque minuti anche per capire le regole. Ma due ore per tenere i punteggi correttamente. I piloti cambiano colore del casco a ogni gara (non il casco, sarebbe troppo lussuoso: indossano sopra una cuffia colorata). Devi capire chi vince, riconoscerlo anche se è coperto di polvere, stabilire di che colore ha la cuffia, calcolare i punti, sommarli a quelli delle gare precedenti. Ma intanto è già partita la quinta manche.

Metà gradinata si è arresa e tifa senza capire nulla, ubriacandosi di birra e vino. L’altra metà litiga, ma cortesemente: “Cavicchioli 32 punti, Hamsik 28, Sówka 26, secondo me. Ho fatto i conti tre volte”. “Ti sbagli: Cavicchioli 29 e a 28 c’è De Boer: Hamsik l’hanno squalificato tre manche fa”. Una gabbia di matti: all’ultima gara che ho visto, un pilota americano è stato squalificato perché aveva mentito sull’età prima del via. Dai documenti è risultato che aveva solo quindici anni. Ce ne vogliono almeno sedici, lo hanno sgridato i giudici. Si è messo a piangere e non potendo prendere a calci i giudici, ha preso a calci la moto.

Le sfide durano pochissimo: quattro giri di pista, circa un minuto. Ma sono più di venti manche perciò tra pause, trattori, birre, cadute e la fatica di tenere i punti, arrivi alla fine coperto di terra e olio (anche sulle gradinate) e stravolto.

Stravolto e accecato: a ogni curva le moto ti sparano addosso terra e sassi come proiettili.

La maggior parte di queste mini-gare sono godibilissime. In tre secondi le moto passano da zero a cento all’ora, si tagliano la strada in tutti i modi e il bello è che in curva non rallentano: non saprebbero come.

Duello d’epoca tra due grandi italiani: Armando Castagna (a sinistra) e Andrea Maida. Da notare l’eleganza acrobatica di Armando

Tre o quattro gare sono magia pura. Quando capita lo scontro fra titani, oppure la manche in cui nessuno ci sta a perdere, capisci cosa distingue, in ogni sport, il dilettante dal professionista. La grinta! Vedi questi ragazzi che a 120 all’ora, in curva, si prendono letteralmente a manubriate. Quindici anni fa ho visto coi miei occhi Armando Castagna, leggenda italiana dello speedway, aggrapparsi coi denti al parafango di Greg Hancock, per superarlo all’ultima curva e andare a vincere una manche.

La cosa migliore per lo speedway la fanno Honda, Yamaha, Ducati e compagnia: lo snobbano. Alla faccia della tecnologia, del progresso, della scienza e di ciò che spinge l’essere umano a progredire e superare comtonuamente se stesso, lo speedway non progredisce tecnicamente neanche un po’. Tutto resta uguale, a partire dalle moto, prodotte da tre sole marche, due dell’est europeo, una italiana.

Anzi, la cosa migliore è la sua esclusività. Non esiste uno sport così minore, così elitario e nello stesso tempo così popolare e internazionale. Forse è l’unico sport – più ancora del calcio – a fare in modo che sullo stesso piano gareggino, da sempre, piloti americani e polacchi, australiani e finlandesi (fortissimi, si allenano sul ghiaccio), italiani e inglesi, sloveni e giapponesi.

Ah, gli americani dello speedway li distingui sempre: a) sono gli unici che salutano il pubblico con il giro d’onore quando vincono le manche; b) abbondano con le cromature, come in Grease. Come fai a non stimarli?

Matteo Rinaldi

maggio 5th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Tutto il Benni che ti voglio

Un paio di settimane fa, alla libreria Galla di Vicenza, è passato Stefano Benni. Sono entrato a tempo ormai scaduto ma l’ho visto che firmava un libro all’ultima lettrice rispettosamente in fila.

Io che mi vanto di essere un bravo comunicatore avrei dovuto comunicare bravamente. Cioè saltargli al collo, baciarlo e abbracciarlo, stringergli le guance come si fa con i bambini e urlargli quanto ho goduto e godo a leggerlo, quanto ho riso e rido, quanto l’ho invidiato e ammirato per la sua ironia, la sua semplicità così difficile da ottenere, la sua profondità così difficile da non ostentare.

E poi avrei dovuto pregarlo e magari picchiarlo per farmi confidare come ha potuto inventare storie come quella di Pronto Soccorso e Beauty Case e nello stesso tempo coltivare uno stile così semplice da leggere e mostruosamente difficile da scrivere. E poi…

E poi niente. Gli ho dato la mano e ho detto: “Grazie per il piacere che mi ha dato la lettura dei suoi libri”.

Che non è neanche una frase mia: l’ho presa in prestito da Raymond Chandler.

Lui ha sorriso e rivolto l’attenzione verso mia figlia, che pur avendolo letto a sua volta, si era timidamente nascosta poco distante. “Wow, una lettrice così giovane è una soddisfazione: vuol dire che posso scrivere altri libri almeno per vent’anni con un lettore garantito!

È andata così. La prossima volta però, giuro, un bacio sulla guancia non glielo risparmia nessuno.

Matteo Rinaldi

marzo 23rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

Satisfaction

(m.r.) Soddisfazioni della vita dopo i quaranta.

Da sette: andare a tagliarsi i capelli cortissimi perché ormai è primavera. E scoprire che li hai ancora tutti, i capelli.

Da dieci: andare in pattini per strada con le figlie. E gioire perché a te non diventano più stretti.

marzo 15th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti

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