Cialtroni alla riscossa
Dedicato a chi non ce l’ha ancora fatta (nel lavoro, nella vita, nei sogni) ma ha le carte in regola per provarci ancora
Ho avuto un piacevole scambio di mail con una bravissima cantautrice che non ha, secondo me, il successo che le spetta. Le ho scritto che merita palcoscenici da stadio metropolitano, non da teatro di provincia. Mi ha risposto – gentile, misurata e leggera – che ama i teatri di provincia. E che sono i manager a invitarla, non lei a scegliere.
È vero. Com’è vero che sono il primo ad apprezzare i teatri di provincia. Sarei uno spettatore stupido se preferissi vederla a San Siro, a ottanta metri di distanza, piuttosto che sotto un palco, a portata di sorriso, senza code, biglietti, pedaggi e altre diavolerie.
Ma il fatto è un altro. Il fatto è che bisognerebbe sempre lottare per quel che è giusto. A partire dal riconoscimento del vero valore, compreso il proprio. Chi ha delle qualità ha il dovere di metterle in luce.
Guardate che lo dice la storia, non io. Einstein fu rifiutato all’università e sviluppò le sue teorie lavorando all’ufficio brevetti. Ma era un rompiballe che non si arrendeva mai. E dall’ufficio brevetti tediava mezzo mondo per farsi dare ascolto. Avesse aspettato la chiamata dei cervelloni, sarebbe morto buffone e sconosciuto.
Chissà quanti Einstein abbiamo perso per strada. Il punto è proprio questo: a me dispiace perdere gli Einstein per strada. Vivrei in un mondo migliore, circondato da storie migliori, libri migliori, oggetti migliori, cibi migliori, parole migliori, lavori migliori se tutti i fenomeni avessero la forza di credere in loro stessi. Almeno quanto crede in se stessa l’infinità di mediocri che prende spesso il loro posto.
Siamo un po’ tutti cantautori quando si tratta di tirar fuori i nostri valori. “Mica posso cambiare lavoro: magari non ne trovo uno migliore”. “Sono bravo, eppure nessuno mi chiama”. “Accidenti, vorrei tanto amare ma non trovo un referente all’altezza”.
Così ragioniamo tutti. E restiamo bravi cuochi, fotografi, musicisti ma non Vissani, Capa, Lou Reed. Ma sapete come fa un Lou Reed a diventare davvero Lou Reed, in qualunque campo della vita? Sentite questa storia. Vale per tutti.
Lou Reed e David Bowie in un celebre scatto: sembrano intimi, ma è un falso storico. Questo pezzo ve lo dimostra
Dopo i tempi d’oro con i Velvet Underground, sua prima storica band, Lou aveva pubblicato due dischi mediocri. Anzi, il primo mediocre: il secondo, da solista, un insuccesso totale. Guardate che non è facile fare due dischi inascoltabili dopo aver firmato capolavori come Sunday Morning e Rock’n'roll. Roba da impiccarsi con le corde della chitarra.
Papà Reed gli aveva detto: “Da domani smetti di drogarti e vieni a lavorare con me”. Quel giorno Lou, uno dei più grandi estimatori dell’eroina usata con discrezione, decide di usarla con meno discrezione e passa la notte a lamentarsi come un italiano degli anni Duemila: “Eh, cazzofuck, i produttori non mi chiamano più…” “Fuck, sono bravo ma, cazzofuck, che ci posso fare, sono mica io che decido dove suonare fuck…” “Fuck, nessuno mi capisce, colpa del pubblico, colpa della sfiga, fuck…”
Però il giorno dopo si sveglia, fa colazione (si droga), fa una passeggiata al porto di New York e poi si convince a chiamare un po’ di gente brava per un nuovo disco. Ritentarci. Ma stavolta sul serio.
Chi avreste chiamato voi? Gente brava, professionale, capace. Musicisti che fanno quello che chiedete senza rompere l’anima. Così si fa, no?
No. Infatti Lou esagera. Telefona addirittura a Londra e chiama un certo David Bowie. Uno a caso: il migliore! Secondo voi Bowie risponde al telefono al primo colpo? Ma va! Lou deve promettere droga newyorkese ad almeno tre filtri telefonici – segretaria, amica, moglie – prima di riuscire a parlarci di persona.
“Mr. Bowie, do you fuck know me? I’m Lou fuck Reed. Voglio fare un nuovo disco. Ma non mi riesce, fuck. Viene a darmi lei una mano?”
Sui libri del rock scrivono che “Bowie accettò di far da produttore” a Reed. Bum. Avete idea di che rompicoglioni possa essere David Bowie in sala d’incisione? Se vi aspettate uno che viene e fa quello che volete, vi dice “Bravo!”, esegue gli ordini, vi dà il consiglio giusto al momento giusto, siete completamente fuori strada.
Bowie arriva quando vuole e dice: “Prima regola: voglio tre quarti di tutto quello che incasserai. Seconda regola: scelgo io i musicisti da chiamare, scelgo i tempi, scelgo i luoghi, scelgo le musiche. Tu ti occupi del catering. Terza regola: entro in tutte le canzoni. Tutte. Faccio i cori, sistemo i testi, suono, metto le mani dove voglio. Quarta regola: chi è quella tipa laggiù? Oh, la tua signora? Stasera esce con me: tu hai da fare. Devi provare i pezzi, dal primo all’ultimo. No, non quella robaccia che scrivi tu. I miei, quelli che ti ho portato io. Avanti, al lavoro.”
Ecco, questo succede. Mica lo raccontano questo. Lo immagino io. Ma lo immagino bene, perché nelle interviste che trovate su Youtube, il chitarrista di quel disco, il celebre Mike Ronson (serve dire che lo aveva voluto Bowie?) racconta: “Era il suo disco eppure Lou non partecipava molto in sala d’incisione: se ne stava sempre seduto in un angolo, parlava mai, cantava e suonava la chitarra. A dire il vero la chitarra era sempre scordata: dovevo accordargliela di nascosto”.
Mi ricorda un po’ Fantozzi, il grande Lou. Chissà cosa pensava lui, newyorkese e amico intimo di Andy Warhol, circondato da quelle Drug queen inglesi, invadenti e petulanti.
Non è tutto. Avete presente la canzone più celebre di quel disco, Walk on the wild side, quella col giro di basso che pare ideato da Mozart in persona? (Se non avete presente, fate finta di niente: eccola. Ascoltate e tornate subito).
I musici raccontano che il me-ra-vi-glio-so giro di basso che dà il cuore a tutta la canzone, a tutto il disco ((Transformer si chiama, meraviglia pura), a tutto il decennio e forse a tutto il rock’n'roll da lì in avanti, lo inventò il bassista, un session man pagato a ore, Herbie Flowers.
Racconta Herbie: “Noi musicisti a ore guadagnavamo poco. Però c’era una strana regola: per ogni sovraincisione, la paga quotidiana veniva raddoppiata. Decisi così di aggiungere un contrabbasso in extremis a quella canzone. Mi uscì questa roba qui”.
Questa roba qui, il risultato, è una delle più belle canzoni di uno dei più bei dischi dell’universo. E da allora Lou Reed è Lou Reed, e non un impiegato del catasto che però suonava tanto bene.
Ecco come vanno le cose nel mondo. E se vanno così nel mondo, figurarsi in Italia, dove la meritocrazia è una parola che non appare nemmeno più sui dizionari.
Scrivo queste cose per me stesso, anzitutto. Non per imparare a diventare Lou Reed. O forse anche un po’ per questo. Magari lo faccio solo per dare una spiegazione, per darmi una spiegazione più realista di quella, pigra e fatalista, che viene così naturale darsi.
Ora, se il vostro problema è diventare dei bravi cuochi e domattina chiamate David Bowie… ecco, non avete capito il senso. A ognuno la sua strada, ma con questa mentalità. Ragionate e datevi da fare. Poi fatemi sapere com’è andata.
Matteo Rinaldi
agosto 26th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 12 commenti
Perfino i russi ci fanno neri
L’allegra “protesta delle sirene” di Mosca batte tutte le nostre pigre rivendicazioni
Una moscovita piazza una finta sirena sul tetto dell’auto. Un sistema creativo per combattere quella che in Russia è un’invasione di auto blu (foto da Repubblica.it)
Per protestare contro l’invasione di auto blu che sfrecciano barbaramente nel traffico della capitale, i moscoviti hanno avuto la pensata di rispondere con l’ironia.
A me pare un bella idea. Attaccare dei secchielli blu sul tettuccio dell’auto è un po’ come far satira, ma una satira facile, alla portata di tutti. Non solo: è un sistema dieci volte più efficace della solita protesta a muso duro e indice alzato che dura lo spazio di una discussione al bar.
Sarà che il paese più invaso di auto blu al mondo non è la Russia, ma un altro di cui non ricordo il nome e che, per l’appunto, si è abituato ormai a protestare solo ed esclusivamente attraverso poche tristi lettere ai giornali e tante tristi discussioni da bar.
Ma queste foto mi dicono soprattutto tre cose tre.
La prima: essere creativi è meglio. Cinquanta persone coi secchielli sono finiti su tutti i media guadagnando attenzione nazionale e internazionale. Una manifestazione con duemila persone sarebbe passata inosservata.
La seconda: e questa è triste davvero! Pure i russi sorridono più di noi.
La terza: a protestare in questo modo per un diritto sacrosanto (le auto blu non sono solo volgari ma pericolose per tutti) sono cittadini che stanno bene, almeno a guardare le auto, Bmw e fuoristrada. Non so che morale trovarci, ma se è un modo per rendermi simpatici pure i fuoristrada ci sono riusciti.
La vera morale eventualmente la cercherò. Ma col sorriso dei russi. Se ci battono anche lì, dobbiamo proprio darci da fare.
Matteo Rinaldi
agosto 20th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Come nasce un marchio
Un post che svela i segreti di un’agenzia di pubblicità
I pubblicitari amano rappresentarsi frizzanti, gioiosi, creativi e alla moda. In realtà siamo cinici, tristi, incazzati e sovrappeso. Avete presente Leopardi?
Pare ci siano due sistemi infallibili per parlare di tutto senza sapere niente. Il primo è fare il giornalista, il secondo lavorare nella pubblicità. Avendo giocato in entrambi i ruoli, dovrei essere un esperto mondiale.
Al pubblicitario ci gioco ancora. Il mio mestiere in reatà si chiama copywriter, anche se andrebbe benissimo l’italiano scribacchino o la variante scrivano. Ma i pubblicitari, ahinoi, sono spesso gente piena di sé, convinta che i titoli anglofoni valorizzino il mestiere. Lo massacrano invece, ma vaglielo a spiegare.
Ecco come nascono nome e marchio di un prodotto nell’agenzia in cui lavoro. L’agenzia si chiama Studio Print, ha sede a Schio e ci collaboro da quasi quindici anni. Questo marchio nasce per Hydor, azienda di Bassano del Grappa che produce ed esporta in tutto il mondo prodotti e accessori per l’acquario.
Hydor sta lanciando dei nuovi allestimenti per acquari. Una novità coraggiosa, perché per la prima volta i protagonisti dell’acquario non sono i pesci ma l’ambientazione stessa: uno sfondo vero e proprio, delle quinte, accessori e luci.
Ne derivano tre vantaggi chiari: l’acquario è più spettacolare; non richiede pesci e piante difficili; non ha bisogno di manutenzione.
Servivano un nome e un marchio che rappresentassero in modo chiaro tutto questo. Ecco cosa abbiamo creato. Nelle immagini vedete i passi principali che hanno portato alla nascita del marchio. Il nome doveva rispettare quattro punti fermi:
1) essere universale, cioè comprensibile a prima vista in tutte le lingue del mondo;
2) essere libero, cioè non registrato o già usato;
3) essere immediato da ricordare;
4) essere intonato con il prodotto.
(Il punto più difficile al giorno d’oggi è il 2)
Ultima nota: il prodotto, lanciato nelle principali catene e nei negozi, sta raccogliendo ordini già molto superiori alle previsioni.
Ecco il primo schizzo, a partire dal nome: H2 Show, ovvero spettacolo in acqua.
Secondo passo: la creazione di un pesciolino stilizzato che rappresenta la sorpresa, lo spettacolo.
Terzo passo: il marchio pronto per gli sfondi chiari e per quelli scuri.
PS: ho omesso circa il novanta per cento del lavoro: briefing, spiegazioni, discussioni, intuizioni geniali e cantonate spaventose, battute e freddure, parolacce, tempi morti, ripensamenti e una ventina di idee scartate, che magari torneranno buone un anno o l’altro. Magari per una lavatrice, chissà.
Matteo Rinaldi
agosto 17th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Una volta qui era tutta campagna
Dedicato, con affetto, a chi sostiene che nel recente passato si viveva con più equilibrio e armonia
Una foto che rende l’idea di quel che racconto: una famiglia della campagna veneta negli anni quaranta
Regina e Ada erano sorelle. Figlie di contadini e a loro volta contadine. Regina si sposò giovane perché allora si usava così. Sposò un artigiano della scarpa, allora detto scarparo.
Un giorno litigò con il marito e decise di puntualizzare. Quando vi dicono che una volta certe cose non succedevano, che la gente era più equilibrata, che la famiglia contadina era una famiglia sana, non credeteci.
Il marito uscì di casa per andare al lavoro. Regina, che aveva fantasia, prese uno strumento da scarparo che assomigliava a un’incudine. Lo sistemò sopra la porta di casa per la sera. A quel tempo non c’erano molte visite.
Calcolò perfettamente. Quasi perfettamente, perché non era pratica di pesi. Il maritò aprì la porta e venne centrato in pieno. Lo ferì soltanto. Da ciò deduco che non poteva essere un’incudine. Ma il marito dedusse qualcosa di ben più importante: che c’era ancora spazio per fare la pace. La fecero.
Ada, la sorella, era un’ottima cuoca. Ogni mattina, la famiglia allargata partiva per i campi e a lei toccava far da magnar. Quel giorno decise che non ne poteva più di nessuno e preparò una nuova specialità: ragù centosapori. Novantanove erano piuttosto tradizionali. L’ultimo era dato da un’intera boccetta di veleno per topi. Calcolò perfettamente: nemmeno il gatto avrebbe annusato qualcosa di strano.
Narrano che proprio il gatto riuscì a buttarsi prima degli altri su un rivolo di ragù che usciva dal pentolone. Cinque secondi e stramazzò. Tutti si fermarono col pirón di legno a mezz’aria.Da ciò dedussero che non c’era spazio per fare la pace.
Ada finì in manicomio dove trovò il suo equilibrio. La cuoca più brava e benvoluta. Anni e anni di piatti eccezionali, raccontano.
Il terzogenito era un maschio. Meglio tenere la testa a posto, deve aver pensato. Niente pazzie, nemmeno una. Andò a lavorare in fabbrica, rompendo una secolare tradizione di campagna. In fabbrica c’era la mensa. Chissà, magari gli ispirava più fiducia. Sposò una brava ragazza. Dopo due anni di matrimonio e tre figlie, una in fila all’altra, la brava ragazza prese le tre bambine, scappò di casa e tornò dai suoi.
Lui corse a riprenderla, a piedi, mediò e riuscì a riportarla indietro, in braccio, lei e tutte le bambine. Per venirle incontro le promise l’unico sistema valido per lavorare meno: altri cinque figli. In tutto arrivarono a otto. Poi lei minacciò di scappare di nuovo e si fermarono lì. Gli dispiacque un po’ non arrivare almeno a dieci ma pazienza.
Vissero mezza esistenza ad Arcugnano, in una casa con due stanze, zero bagni ma un gran bel camino. La terza figlia fu la prima ad andare a scuola: tutte le elementari o quasi, quanto bastò per imparare a leggere e a scrivere.
La sera, in corte, la bambina si metteva in piedi e leggeva il giornale a tutti i vecchi contadini seduti in cerchio. Loro un po’ ascoltavano e un po’ piangevano per l’emozione di questa rivoluzionaria novità.
Dopo il settimo figlio, l’uomo pensò che una follia, una sola, poteva anche permettersela. Da vent’anni andava a lavorare tutte le mattine in bicicletta, su e giù per i colli. Aveva fatto più strada di Girardengo e non aveva mai sentito nominare né l’epo né il Gatorade.
Ci pensò e ripensò un pochino: se mi comprassi una moto? Dopo tre anni aveva pensato abbastanza. Una sera tornò a casa, trionfante, a bordo di una Ceccato 75. Lo sentirono arrivare che pareva i tremila bombardieri americani che in due notti del ’45 rasero al suolo mezza città.
Quella sera allestirono un’epica festa in corte: vino a fiumi, fuochi, musica, la Ceccato 75 proprio nel centro. Le si ballò attorno tutta la notte. Cosa darei per essere stato lì, a vedere, ad ascoltare, a respirare questo pezzo di storia d’Italia, di storia mia, che sento così vicino e nello stesso tempo così lontano.
La Ceccato 75 me la ricordo: l’ho sfiorata, bambino, nella cantina della nonna, laddove il nonno l’aveva lasciata prima di morire, semplicemente buttandosi a letto, un giorno, per non disturbare nessuno. Poi venne un furbone che la comperò per due lire. Col tempo sarebbe diventata una moto d’epoca e perfino epica.
La bambina che leggeva il giornale, crescendo, ha preso qualche tratto delle due sorelle d’inizio storia. Giuro di averla vista più di una volta col coltello in mano e gli occhi fiammeggianti. Ma li ha sempre riposti prima di usarli secondo istinto. In compenso ha continuato a leggere. Qualcosa mi ha passato.
Anche a me, le antiche sorelle d’inizio storia, qualcosa devono avermi passato. Escludendo le qualità culinarie, non so proprio che altro rimane.
Matteo Rinaldi
agosto 5th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 15 commenti
Così il cinema batte la realtà
Perché amiamo tanto i bei film? Perché gli attori vivono ogni situazione, straordinaria o banale che sia, con la giusta intensità e semplicità. Quella che anche noi sogniamo ma che quasi mai siamo in grado di interpretare
Melanie Laurent nel film Inglorious basterds. La immaginavo completamente diversa, vista dalla sceneggiatura
Vi presento un gioco che mi diverte molto e che mi insegna qualcosa di più sulla comunicazione, cioè sulle mille possibilità che abbiamo di migliorare la realtà. Caso mai non lo sapeste, la realtà non va avanti da sola. Bisogna darle una mano.
Questo è un brano tratto dalla sceneggiatura di Inglorious Basterds di Quentin Tarantino. È un momento topico del film: una scena di morte (non ce lo aspettavamo proprio in un film di Quentin, eh?) ma anche di grande cinema, stracarico di citazioni – ma non per questo didascalico – e secondo me di poesia.
Il gioco è semplice: leggere il breve testo e immaginarlo in scena.
Poi guardare la scena per scoprire che è completamente diversa da come la si immaginava. A partire soprattutto dai tempi, che io sbaglio sempre: scene che immagino eterne sono in realtà brevissime. Scene che leggo in venti secondi durano un quarto d’ora.
Questa si svolge nella sala di proiezione di un cinema. Buona lettura. L’uso delle maiuscole e dei puntini di sospensione è quello della sceneggiatura originale.
“Mentre Fredrick le volta le spalle, Shosanna tira fuori di tasca una PISTOLA e COLPISCE Fredrick TRE VOLTE alla schiena.
Fredrick va a SBATTERE contro la porta, poi CROLLA al suolo A FACCIA IN AVANTI…
Shosanna, con la pistola in mano, guarda in sala dal finestrino della cabina di proiezione…
SULLO SCHERMO, LA BATTAGLIA INFURIA CON TANTI COLPI D’ARMA DA FUOCO che la sua pistola non ha avuto alcuna possibilità di farsi notare.
I suoi occhi passano dal pubblico…
… allo schermo…
… dove c’è un bel PRIMO PIANO di FREDRICK ZOLLER.
Il volto sullo schermo commuove la ragazza…
… Guarda il suo corpo, a faccia a terra, col sangue che sgorga dai buchi che lei gli ha fatto nella schiena…
FREDRICK si muove leggermente e poi emette un GEMITO di dolore…
… benché MORIBONDO, in questo momento è ancora VIVO…
Shosanna gli si avvicina…
… lo tocca e lui emette un altro gemito…
… Volta il suo corpo sulla schiena…
… Fredrick ha in mano una LUGER…
… SPARA DUE COLPI…
BANG BANG
Le due pallottole COLPISCONO SHOSANNA IN PIENO PETTO…
E la mandano a SBATTERE contro il muro, poi la fanno CADERE sulle ginocchia…
FREDRICK, con la Luger sempre in mano, prende la mira da terra…
E COLPISCE la ragazza insanguinata alla coscia…
… FACENDOLA sussultare per il dolore…”
Vi siete fatti un’idea, una visualizzazione? Bene, ecco la scena originale. Dove i tempi si dilatano. Tutto cambia. Magari è merito soprattutto della musica. Farebbe comodo anche a noi una colonna sonora sui momenti chiave dell’esistenza.
Matteo Rinaldi
luglio 30th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Se fate i bastardi, fatelo con stile
Da una scena di Inglorious Basterds l’ennesima prova che la buona comunicazione è un mestiere duro. E che dagli attori c’è sempre da imparare.

Riprendo quanto ho scritto una manciata di post fa: il miglior modo per comunicare è quello di non fare mai la cosa più ovvia.
Per fare la prova del nove ho comprato la sceneggiatura di Inglorious Basterds di Quentin Tarantino. Prima di diventare un grande regista, Tarantino è stato un ottimo sceneggiatore. Con la scrittura ci ha vissuto e si vede: leggere una sua sceneggiatura è un vero piacere.
Nel film ci sono dialoghi efficacissimi. Purtroppo alcuni sono difficilmente traducibili in italiano, per cui vale la pena di guardarlo e riguardarlo in lingua originale a costo di perdere il magnifico doppiaggio.
Ma c’è soprattutto l’ennesima prova di quel che penso. Comunicare bene è difficile, ma solo perché partiamo quasi sempre da presupposti sbagliati.
Vi regalo un esercizio. Quello che segue è il dialogo della sceneggiatura originale tra il tenente Aldo dei bastardi ingloriosi e il sergente Rachtman, un tedesco appena catturato. Aldo vuole informazioni. Il sergente sa che se non parla sarà ucciso violentemente e poi scalpato.
_____________
Ten. Aldo: Ora Werner, immagino che tu sappia chi siamo?
Serg. Rachtman: Aldo l’Apache.
I Basterds in cerchio ridono.
Ten. Aldo: Ebbene Werner, se hai sentito parlare di noi, probabilmente sai che far prigionieri non è il nostro mestiere. Il nostro mestiere è uccidere i nazisti. E ci riusciamo molto bene, amico.
I Basterds ridono.
Ten. Aldo: Ora ci sono due modi per risolvere la situazione. O ti uccidiamo o ti lasciamo andare. Ebbene, se lascerai questo cerchio da vivo o da morto dipende interamente da te.
Aldo tira fuori una mappa della zona e la spiega davanti al prigioniero.
Ten. Aldo: Più avanti lungo la strada c’è un frutteto. Oltre a voi, sappiamo che c’è un’altra pattuglia di crucchi da qualche parte qui attorno. Ora, se in quella pattuglia ci sono dei bravi tiratori, quel frutteto sarebbe il paradiso dei cecchini. Ebbene, se vuoi mangiare ancora un panino coi crauti, devi farmi vedere su questa mappa dove sono, devi dirmi quanti sono e devi dirmi che tipo di armi hanno.
Serg. Rachtman: Non si aspetterà che le dia informazioni che potrebbero mettere in pericolo delle vite tedesche?
Ten. Aldo: Bè, Werner, è qui che ti sbagli, perché questo è proprio quello che mi aspetto. Ho bisogno di sapere se ci sono dei tedeschi nascosti fra gli alberi. E devi dirmelo subito. Allunga il dito e fammi vedere sulla mappa dove sono i soldati, quanti ne stanno arrivando e che giocattoli hanno con sé.
Werner resta seduto con la testa alta, la schiena eretta, il mento in su. La perfetta immagine dell’eroico tedesco di fronte alla morte.
Serg. Rachtman: Con tutto il rispetto, mi rifiuto, signore.
Invece di arrabbiarsi, i basterds scoppiano a ridere.
Ten. Aldo: In verità Werner, siamo tutti contenti che tu abbia detto così. Francamente, guardare Donny che pesta un nazista fino alla morte è la cosa più simile al cinema che ci possa capitare.
Hei Donny! Qui c’è un nazista che vuol morire per la sua patria!
_____________
L’esercizio: leggete a voce alta il dialogo così come lo intepretereste voi. Poi tornate a queste ultime righe.
Io immaginavo un colloquio duro, secco e senza sorrisi. Così lo avrei interpretato. Penso che tutti lo interpreteremmo così. Perché nelle situazioni quotidiane tutti viviamo in modo duro e secco un dialogo di questo tenore. Anche se parliamo di cose che niente hanno a che fare con questioni di morte, guerra e violenza.
Invece questa è la scena del film. Dove scopriamo le scene più memorabili sono quelle dove domina il sorriso e l’ironia. Che non sono mai fuori posto.
Buona visione. Poi datemi ragione e imparate a sorridere il triplo. Anche davanti alla morte, come il sergente Rachtman.
Matteo Rinaldi
luglio 12th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Falso come un attore
Soluzione al post precedente: la miglior recitazione è quella che unisce semplicità, entusiasmo, sorpresa. Esattamente come nella vita
Gentili e amabili lettori,
grazie dei vostri commenti al post precedente. Purtroppo nessuno di voi ha scoperto la soluzione anche se tutti vi siete avvicinati. Il semplice fatto di porsi una domanda, nella vita, avvicina in qualche modo alla risposta.
Ora, la risposta che provo a darvi ha lo stesso valore delle vostre. È poco più di una sensazione. Però è frutto anche di molti anni di comunicazione, centinaia di persone che ho visto parlare, muoversi, ascoltare, ridere, piangere, gridare. Dai pochi bravi comunicatori che hanno magari un solo valore e lo sfruttano bene, fino ai tanti grandi comunicatori (sì, anche voi) che ne hanno addirittura dieci, ma li tengono nascosti perché si vergognano un po’. Così va il mondo.
La soluzione al post. Attori e doppiatori sono migliori di noi perché sfruttano molto bene tre valori: semplicità, entusiasmo, sorpresa. Mi spiego.
Semplicità e sorpresa: “Hei figlio! Sono davvero furioso con te! Non hai fatto i compiti!” Immaginatevi mentre pronunciate questa frase, a casa. Avete il dito della mano destra puntato come una colt e oscillante dall’altro verso il basso. Avete occhi sbarrati, fronte aggrottata e labbra strette. Avete il corpo in avanti e la voce alta e dura.
Guardate la stessa scena in un film decente. L’attore che la interpreta è dieci volte più convincente e credibile di voi proprio perché comunica in modo completamente diverso. Con semplicità, perché usa solo il dito indice per comunicare l’accusa. Niente altro. A che serve caricare con lo sguardo, la voce e le parole? Il vostro interlocutore (figlio, cliente, moglie, marito) non è scemo. Perciò lo sguardo resta sereno, la voce addirittura dolce, se non ironica.
Provate a fare la stessa cosa. L’effetto che ottenete è sei volte migliore. L’incazzatura la comunicate comunque, con il dito e con le parole. Ma nel contempo spiazzate l’interlocutore con il tono di voce, non disturbate, alleggerite, arricchite il messaggio. Siete incazzati, ma dimostrate di avere anche un cervello e di saper andate ben oltre il semplice sfogo. Risultato: fate arrivare molto meglio il messaggio. Fate arrivare molto meglio anche voi stessi.
Questo fanno attori e doppiatori, anche nella scena delle Iene. Riguardatela. Ci scoprirete anche l’ultimo segreto: l’entusiasmo. Gli sguardi, i gesti, il tono della voce sono dieci volte più positivi dei nostri (e dei vostri). Un attore, mi spiegano da sempre registi, sceneggiatori e gli stessi attori, ci mette l’anima anche per dire “ba”. Anche se lo dice sottovoce. Ancora di più, se lo dice sottovoce.
Così fanno tutti i grandi, in ogni situazione e in ogni professione. Che siano astronauti o scalpellini, scrittori o borseggiatori. Gli amici ex professionisti dell’associazione calciatori mi raccontavano che la differenza tra molti giocatori di serie A e molti dilettanti sta semplicemente nella voglia, nell’entusiasmo, nell’andare oltre. Ci sono migliaia di potenziali fenomeni, ma un’infinità di loro non riesce a sfondare.
Il professionista che deve marcare Maradona decide che non gli farà toccare un solo pallone e gli ruberà pure l’orecchino. Però al primo gol di Maradona mica si suicida: lascia perdere l’orecchino e ricomincia da capo, con più entusiasmo di prima.
E ora scusate: vado a rifare la scena, poi la spedisco al vecchio Quentin. Nel prossimo film il protagonista sarò io.
Matteo Rinaldi
giugno 19th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments
Recitare sul set per vivere sul serio
Cosa s’impara davanti alla macchina da presa. Dare vita a un personaggio è difficile, ma darla a se stessi ancora di più

Quentin Tarantino, regista e attore del film “Le iene”. La sua è una recitazione pessima, ma ironica e consapevole. Dunque positiva
Quello che segue è il video registrato alla Frame School di Firenze, dove ho seguito un breve ma intenso seminario di recitazione cinematografica con il regista Massimo Alì e il direttore della fotografia Davide Santi.
Scoprire come si lavora guardando una macchina da presa (tra parentesi: non bisogna mai guardare la macchina da presa) non è solo affascinante ma sorprendente: mai avrei immaginato come lavorano i grandi attori, da Hopkins (che impara a memoria tutte le parti oltre alla sua) a Leonard Di Caprio.
Mai avrei sospettato che un attore è più apprezzato se ricorda dove ha appoggiato il bicchiere nella scena girata la settimana precedente piuttosto che l’intera parte a memoria (tra parentesi: perché, secondo voi?).
Né sapevo che le principali difficoltà di questo lavoro sono i tempi morti: aspettare cinque ore per girare una scena di dieci secondi è del tutto normale.
Anche noi abbiamo dedicato un paio d’ore per girare una scena: l’apertura delle Iene, il fim che ha lanciato Quentin Tarantino. Obiettivo: conoscere alcune logiche del cinema e, soprattutto, capire come i grandi attori interpretano le sceneggiature.
Per far questo il regista ci aveva dato una sola indicazione: imparare il testo ma recitarlo in totale libertà e soprattutto senza andare a vedere l’originale.
Ho obbedito e interpretato le mie due battute come mi pareva giusto. Solo dopo essermi rivisto ho capito la ragione di questa strana richiesta: Alì voleva farci capire che un testo, anche banalissimo, può essere interpretato in molti modi. Ma soprattutto che il modo giusto non è quello che appare più logico.
Vediamo se concordate: in questo video ho montato la scena originale del film con quella interpretata da noi. Assieme a me e Diego Illetterati (che dite, si capisce da dove veniamo?) c’è una iena di origine campana. Il resto del set è toscano puro. Qualcuno recita da molto tempo, altri da molto meno.
Io e Diego siamo dilettanti totali. Ma a noi interessava ben altro. Per esempio verificare che i valori e gli errori della comunicazione, nella vita reale, non sono dissimili da quelli di un set.
Ecco appunto la terza questione: che differenza c’è tra la nostra recitazione e quella dei professionisti? Occhio e orecchio, che la domanda non è facile. Perché non sta ovviamente nella qualità degli attori: vorrei ben vedere, cani contro iene. Né nelle riprese: un paio d’ore noi, almeno due giorni loro. Non sta neppure nella scenografia, inesistente da noi. O nelle inquadrature: tre noi, duecento loro. Neppure nelle luci o nel doppiaggio. Dove allora?
Buona visione. Bastano tre minuti per capire una delle principali ragioni per cui spesso comunichiamo male. Con i colleghi, con i figli, con mogli e mariti. Con clienti, amici, vigili urbani, negozianti. Con tappezzieri e trapezisti. Non ultimo, con noi stessi.
Matteo Rinaldi
giugno 15th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 9 commenti
Feroci e capaci come Bill Hicks
Ancora un paio di posti liberi al fine settimana di comunicazione che tengo con l’associazione Jonas a Montegrotto Terme (28-30 maggio). Per diventare efficaci come l’indimenticabile satiro Bill Hicks, cui si è ispirato anche Daniele Luttazzi

Una faccia da schiaffi, una voce efficace, lunghe pause ripetute: così Bill Hicks valorizzava al massimo la sua comunicazione. Qual è il sistema migliore per la vostra?
Probabile che Bill mi spegnerebbe una delle sue sigarette addosso se sapesse che lo uso impunemente per pubblicizzare un mio corso di comunicazione. Ma magari anche no. Lo uso con leggerezza, non lo abuso.
Poco conosciuto in Italia, Bill Hicks è stato negli anni ottanta uno dei più grandi satiri americani. Morto prematuramente (destino che accumuna molti fuoriclasse), ha molti estimatori anche in Italia, che su youtube se lo godono e ne fanno godere: troviamo infatti moltissimi spettacoli interamente sottotitolati, anche molto bene.
I sottotitoli vi permettono di apprezzare un umorismo che ha fatto scuola in tutto il mondo: da noi ha ispirato Daniele Luttazzi – confrontare per credere – che ha avuto però l’intelligenza di sfruttarne solo le caratteristiche a lui più congeniali.
Hicks è un ottimo esempio di grande comunicazione anche per noi comuni mortali, che non abbiamo l’obiettivo di tenere spettacoli ma semplicemente di farci capire bene, di essere convincenti, di essere semplicemente noi stessi, ma un noi stessi più credibile ed efficace.
In questo video di Bill scoprite in che modo Daniele Luttazzi si è ispirato a lui, pur senza snaturare le proprie caratteristiche. Daniele ha una parlata velocissima e sincopata e un uso del corpo nervoso, quasi sgraziato. Bill agisce in modo opposto: movimenti lenti, voce che cambia tono, lunghe pause efficaci. Eppure la somiglianza tra i due è evidente. Dove, secondo voi?
Scoprite anche quanto poco contino le crude parole quando comunichiamo. Se anche non capite un’acca di inglese, bastano e avanzano i sottotitoli, la voce e le espressioni del corpo e del viso per apprezzare con lo stesso piacere di uno spettatore dell’Arkansas.
Buona visione. Questi tutti i dati che servono per informarsi e iscriversi al corso. Sia ben chiaro: non vi faccio dire le parolacce che dice Bill Hicks. Farete molto, molto di peggio.
Matteo Rinaldi
maggio 24th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Mi credevo artista, mi scopro arrotino
Colorare la propria voce: come abbandonare per sempre il grigiume quotidiano con due soli giorni di corso
Per la serie “formatore che non si forma si ferma“, ho frequentato a Roma il corso Four Voice Colors di Ciro Imparato. Con Ciro (questo il suo sito) ho già studiato dizione, o meglio ho cominciato a studiare dizione, giacché per un veneto che vive in Veneto non c’è alternativa: smettere due giorni soltanto significa tornarè a cantarè, ostregà.
Il FVC mi serviva per completare il percorso, quello che avrei voluto mi regalasse una voce degna dell’Infinito di Leopardi. Vantaggio ulteriore: non richiede molto tempo. Basta un fine settimana per imparare tutte le basi.
Inoltre da un anno Ciro ha pubblicato il libro “La tua voce può cambiarti la vita”, con cd allegato, che già da solo è un’ottima base di partenza. Con il libro e il corso chiudete il cerchio: imparate le basi per parlare, naturalmente, coi quattro colori positivi della vostra voce. Questi ci permettono – una volta che avete acquisito il metodo e parlate con il cuore, oltre che col cervello – di essere decisamente più caldi, chiari, efficaci e positivi.
Detto così, pare semplice. In effetti lo è, ma bisogna provarci con testa e cuore. Ho fatto il corso a Roma, a fine marzo, regalandomi quattrocento chilometri di viaggio in più (ha sede anche a Milano e Torino) per il puro piacere di farmi massacrare. A Milano sarei stato circondato da lombardi, forse l’unico popolo che stravolge l’italiano più dei miei conterranei: volete mettere la sfida di fare un corso in mezzo ai romani?
Il mio primo obiettivo era non far capire troppo presto la mia provenienza. Non prima di un discorso di centosessanta parole, almeno. Al “Buong…” nessuno mi aveva ancora scoperto. Al “…iorno a tutti!” un coro: “Ma sei veneto?” La vita è fatta di delusioni da superare. Io ci provo.
Tra i colori che Ciro insegna a usare (giallo, verde, blu, rosso) e soprattutto a evitare (grigio e nero) i più difficili sono il verde empatia, che in effetti richiede tutto il cuore e la semplicità che non sappiamo più tirar fuori.
Non c’è modo di parlare in verde se non respirate in verde. Perciò al corso lo si prova a coppie, meglio se con una persona dell’altro sesso, semplicemente liberandosi da tutto (i vestiti no, le sovrastrutture mentali sì). Bisogna liberarsi dei propri limiti. Esagerare, lasciarsi andare, ripulire il pensiero, spogliarsi delle fisime che abbiamo ogni volta che apriamo bocca.
Io lo faccio, magari a corrente alternata, ma lo faccio. Tant’è che ho strappato applausi sinceri alla sala non leggendo Leopardi, come speravo, ma… un testo pubblicitario dell’Alfa Romeo: “… Perfetta nella sua tenuta stradale, impeccabile nelle linee affascinanti e grintose, la nuova Alfa riassume l’animo europeo e la creatività italiana…”. Va bene, non è come leggere l’Infinito ma ora, mal che vada, ho un futuro da arrotino: “Donne, è arrivato l’arrotino! Coltelli, rasoi, forbici: l’arrotino ridà potenza a tutti i vostri strumenti di casa!”. Lo prendo come un segnale positivo.
Il corso lo consiglio caldamente. Impressionante la facilità con cui, grazie ai colori, si impara non solo a parlare meglio (per questo ci vuole un po’ di tempo, di prove, di impegno quotidiano) ma prima di tutto a riconoscere i valori dei bravi comunicatori (Barack Obama ad esempio parla spesso, istintivamente, usando la perfetta sequenza dei colori). E prima ancora, a capire gli errori che facciamo e che fanno le persone attorno a noi.
Un’idea della voce a colori: in questa scena, epica, dell’Armata Brancaleone, Vittorio Gassman usa magnificamente almeno tre colori su quattro: il classico blu gassmaniano, arricchito da spruzzate di rosso vittoriano e soprattutto da uno straordinario verde d’artista ispirato. Se Ciro non è d’accordo, parli ora o taccia per sempre. Ma sono sicuro che è d’accordo con me.
Matteo Rinaldi
aprile 25th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 4 commenti












