Il capolavoro di Rino Gaetano

Per esempio a me piace il sud: quando poesia batte ironia

Io non sono uno che ci arriva con vent’anni d’anticipo. Al contrario, sono spesso in ritardo. Per riscoprire Rino Gaetano però mi son preso per tempo. Anticipando di un paio d’anni il bellissimo sceneggiato Rai dell’inverno 2007. Ho scritto sceneggiato, si badi. Rispetto a “fiction” profuma di impegno, di testi limati, di tempi lunghi e prove su prove. 

L’attore Claudio Santamaria canta tutte le canzoni – coraggiosamente e benissimo – concentrandosi sui pezzi più celebri. Ma spicca, tra i pochi brani di secondo piano, il bellissimo duetto “Sei ottavi“: basta e avanza per apprezzare e per capire che Rino Gaetano ci sapeva fare. Un musicista eclettico, non solo un anarcoide originale.

Fino a poco tempo fa per riscoprire Rino Gaetano non bastava internet. Su Lime Wire (programma di condivisione per Macintosh) trovavi solo i classici: Gianna, E Berta filava, Nuntereggae più. Oggi c’è tutto, compresi i bellissimi pezzi minori. Tra questi, il più bello che ho scoperto è Ad esempio a me piace il sud. Pubblicata nel 1974, mi ha conquistato prima ancora di ascoltarne una nota. È bastato il titolo. Ad esempio a me piace il sud. Vi sembra un normale titolo? Per me è molto di più: è una dichiarazione, una poesia, un manifesto. Mica tutti i titoli sono così. Anzi, quasi nessuno. Ad esempio a me piace il sud ha la stessa carica magnetica di “Cani del gas”, bellissimo titolo di un libro e di uno spettacolo di Marco Paolini.

Non sapevo nemmeno chi fosse Marco Paolini, prima di trovare questo libro. Girovagavo in libreria, un pomeriggio, prima di partire per le vacanze. Mi ero abituato a scegliere i libri per le ferie in base a due caratteristiche pregnanti: titolo e prime cinque righe di testo. Non è la cazzata che sembra. Pensateci: se uno ha fatto la fatica di scrivere un bel libro, deve fare la fatica di studiare un grande inizio. Per la stessa logica, deve impegnarsi a inventare un magnifico titolo.

Ed ecco che mentre occhieggio tra gli scaffali lo trovo, un bel titolo: Cani del gas. Mi si apre un mondo. Non avevo mai avuto un auto a gas. Ma il distributore di metano a Vicenza, in viale Cricoli, lo conoscevo. Un posto fuori dal mondo, vecchio e sfatto, aria da Jugoslavia di Bregovic. Facce anni sessanta, profumo di un’Italia che non ho fatto in tempo a vedere ma che sento parte di me. Non c’era un cane. Ma si capiva lo stesso che cosa voleva dire. Compro immediatamente il libro. Senza neanche leggere le prime righe. Lo leggo e rileggo. A ogni rilettura trovo qualcosa di nuovo.

Se Rino Gaetano avesse titolato semplicemente “A me piace il sud” sarebbe già stato rivoluzionario. Chi si sognerebbe di pensare una frase del genere? E Cantarla poi! Ma lui va oltre. Ci mette davanti “ad esempio”, che sembra un modo per mandare in vacca il concetto. Sembra. Invece è un modo eccezionale per dargli forza. Con ironia però, indispensabile per non caricarlo di aspettative. Sembro la brutta copia di Ghezzi? Il fratello povero del Mereghetti? Portate pazienza. Ad esempio a me piace il sud non è il capolavoro di Rino Gaetano: un pezzo minore – giustamente minore – ma a me piace più degli altri. La vita è fatta soprattutto di piccole grandi cose. È giusto accompagnarla con una buona dose di piccole grandi canzoni.

Ad esempio a me piace la strada

col verde bruciato, magari sul tardi

macchie più scure senza rugiada

coi fichi d’India e le spine dei cardi

 

L’attacco sembra una poesia. Anzi, è una poesia. Gaetano la canta con voce roca, molto calda, poco ironica. Si fa accompagnare da pochi strumenti, non invadenti, e da un giro di chitarra ricco di accordi in minore.

Ad esempio a me piace vedere

la donna in nero nel lutto di sempre

sulla sua soglia tutte le sere

che aspetta il marito che torna dai campi

Ma come fare non so

sì devo dirlo ma a chi

se mai qualcuno capirà

sarà senz’altro un altro come me

 

Sembra che Rino Gaetano non avesse una gran fiducia nel resto del mondo. Lui capisce, gli altri chissà. Però ha il coraggio di cantarla, questa sensazione. E in fondo, cantandola, la condivide con chiunque abbia voglia di stare ad ascoltare.

 

Ad esempio a me piace rubare

le pere mature sui rami se ho fame

ma quando bevo sono pronto a pagare

l’acqua che in quella terra è più del pane

Camminare con quel contadino

che forse fa la stessa mia strada

parlare dell’uva, parlare del vino

che ancora è un lusso per lui che lo fa

 

Qui andiamo sul moralismo, pesante. Vai coi sensi di colpa. Però è bello, sta bene, ci vuole. Trovatemi oggi una canzone che racconti cose del genere. Se vuoi capire il sud, se voi provare a voler bene al sud, devi non solo accettare questo fatto. Lo devi condividere.

Ma come fare non so

sì devo dirlo ma a chi

se mai qualcuno capirà

sarà senz’altro un altro come me

Ad esempio a me piace per gioco

tirar dei calci a una zolla di terra

passarla a dei bimbi che intorno al fuoco

cantano giocano e fanno la guerra

Poi mi piace scoprire lontano

il mare se il cielo è all’imbrunire

seguire la luce di alcune lampare

e raggiunta la spiaggia mi piace dormire

Il finale è dolce, consolatorio. Potete rimettere la canzone dall’inizio. Anche dieci volte. Nessuno se ne accorgerà.

Matteo Rinaldi 

dicembre 20th, 2007 - Posted in Chi non canta non conta | | 0 Comments

La guerra di De Gregori prima di Generale

La canzone 1940: una pennellata fantastica sull’Italia e sul secondo conflitto mondiale


Torno da scuola in autobus. Faccio le medie. Musicalmente il massimo della mia trasgressione è Se sei tu l’angelo azzurro questo azzurro non mi piace. Figuratevi il resto. Mi si avvicina uno che conosco di vista. Si chiama Francesco Casella. Ha tracce evidenti di barba non fatta, i jeans lisi. Non mi ero mai accorto di quanto fosse vecchio. Praticamente da buttare. Ha perfino la cartella tipo borsa militare, con i disegni sopra a pennarello. Fa la prima superiore.

Mi imbarazzo. Questo qui è capace di cominciare a parlare non di calcio ma di donne. Donne nel senso del corpo. Sono già in agitazione e deve ancora dire ciao.

Qualche settimana prima c’era stato Fernando (lui era praticamente un pensionato: faceva almeno la terza superiore) che, giocando a calcio uno contro uno sul cancello del condominio, aveva cercato di spiegarmi come si baciava una donna. Non bastava toccarsi con le labbra, aveva detto. “Si usa la lingua! Così: slurp slurp slurp”. Io non ci avevo mica creduto, però mi era rimasta impressa questa porcheria. Una cosa schifosa, a ripensarci. Ma ora non ho tempo per questo problema: Francesco Casella mi ha detto ciao. Anzi “Heilà!”, come si salutano quelli di prima superiore.

A me un po’ dispiace: sto osservando l’autista. Fin dalla prima media sono affascinato da questa favolosa professione: quel volante enorme, il pedale dell’acceleratore che sembrava una tavola da surf. E soprattutto le tre magiche levette, col pomello in osso, con cui apre e chiude le portiere. Venderei la bici da cross e il tavolo del Giocagoal per usare almeno una sola volta quelle levette.

Francesco Casella ha voglia di chiacchierare. Abbandono le levette (molti anni dopo, con un’azione di inaudito coraggio, avrei aperto e richiuso le portiere durante una sosta al capolinea, scappando poi a gambe levate fin quasi in provincia di Padova) e mi rassegno.

“Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole, mentre il sole fa l’amore con la luna”. mi canticchia. A Francesco piace sfoggiare cultura superiore. Ha un fratello,  enorme, in quarta superiore con la barba vera, l’eskimo e una clamorosa bici nera, da uomo, comprata usata alla stazione di Padova.

“Il mendicante arabo ha qualcosa nel cappello, ma è convinto che sia un portafortuna”. Casella non ha la voce di Frank Sinatra. Neanche di Umberto Balsamo, per la verità. La sua intonazione è quella che è, però le parole le capisco. Io, che al massimo arrivo a e adesso spogliati come sai fare tu ascolto queste strane frasi, dalle rime appena accennate, dalle parole dissonanti, incomprensibili, affascinanti. Un po’ come la storia del bacio con la lingua. Bleah! Meglio che non ci pensi…

“Non ti chiede mai pane o carità, ma tutto questo Alice non lo sa”.

Hei, cosa sono queste parole? A questo punto la lingua passa decisamente in secondo piano. Le canzoni che conosco io parlano di amore, ma al massimo c’è Battisti che odia lei perché è andato con un altro, mentre lui va con tutte e guai a chi ha qualcosa da ridire. Mai sopportato Battisti. Insomma, chi è questa Alice che non lo sa? Che storie mi vengono a raccontare in una canzone? Il massimo della profondità, nei brani che escono dalla radio del papà, mentre si sbarba la mattina, parlano del letto come l’hai lasciato tu e per andare sul difficile c’è fammi abbracciare una donna che stira cantando del grande Umberto Tozzi. Chi è Alice? Perché non sa?

Per fortuna c’è la mia fermata. Altrimenti sarei diventato, direttamente su quel bus, un intellettuale di sinistra oppure, per reazione, un fascista manganellatore.

Più probabile la seconda.

Qualche mese dopo sono ospite dalla zia Wilma (la mia zia ricca: in ogni famiglia c’è una zia ricca) e nella sua casa scopro il mistero. Da lei c’è una soffitta piena di inenarrabili segreti, un garage con due macchine (inaudito: roba da orgasmo sdegnato, per citare Meneghello) e una sala con un vero stereo. Lo stereo non ha niente a che vedere con la radio di papà: ha due casse da fantascienza, strategicamente disposte nel due angoli lontani della stanza. Senti il suono che arriva da tutte le parti e i bassi ti fanno vibrare la cassa toracica. In alcune canzoni straniere di coraggiosa avanguardia, la chitarra salta da una cassa all’altra lasciandomi a bocca spalancata. Chissà che atletico, il chitarrista: lo immagino costretto a correre a destra e sinistra per ottenere un effetto simile. E senza sbagliare un accordo!

Sotto allo stereo c’è una pila di dischi. Metà sono inguardabili, quasi pornografiche. No, non Fausto Papetti. Peggio. Musica classica. Tremo ancora all’idea.

L’altra metà è roba moderna. Titoli epici. Copertine fiammeggianti. Sono ellepi, dischi enormi, col buco stretto in mezzo. Nelle nostre case di umani, a metà anni Settanta, gli ellepi sono un genere voluttuario inestimabile. Irraggiungibile. Tipo la lavastoviglie.

Tra quegli ellepi spiccano, lo ricordo bene, Claudio Baglioni e Cat Stevens. Quest’ultimo si droga, era evidente. Forse anche l’altro, con tutti quei capelli. Ma a un certo punto tra quei dischi ne spunta uno strano. Copertina umile: sfondo bianco, foto triste, caratteri ruvidi e senza fronzoli. Le copertina di Orietta Berti, al confronto, sono disegnate da Andy Warhol. Non è un drogato questo. La barba ce l’ha, ma ha la faccia di un vicino di casa. Uno che al massimo guida una Ford Capri. Non emana quel fascino magnetico e pauroso di un terrorista come Cat Stevens o di un ribelle come Baglioni. Si chiama Francesco De Gregori. Mi rigiro il disco tra le mani. Scopro che tra le canzoni c’è lei, la povera Alice che nulla sa mentre lo sposo scappava e la gente dietro i cappelli si nascondeva.

Quel giorno la mia vita cambiò, ne sono sicuro. A volte basta poco. Per almeno due ragioni: 1) Rubai quel disco e me lo portai a casa: il primo furto della mia vita. 2) Lo ascoltai, me ne innamorai. Da allora cambiò, lentamente e radicalmente, la mia piccola e insulsa visione del mondo. Anche oggi, probabilmente, è piccola e insulsa. Ma almeno la riconosco. E mi ci sono affezionato.

PS

Ti chiedo scusa, zia Wilma. Bastava chiedere, lo so. Tanto più che a quell’età si è così imbecilli da pretendere di uscire inosservati da una casa, dopo aver baciato e abbracciato tutti, con un disco di 30 centimetri di diametro sotto la maglietta.

Al dunque. Questo è il primo pezzo della rubrica “Chi non canta non conta”, enormemente lungo solo per questo. I prossimi saranno più brevi. Più internettiani, come insegnano tutti i web master, web expert e web guru del creato.

Quel giorno mi innamorai di Alice, qualche settimana dopo del Ragazzo, della Casa di Hilde… Non so quando mi innamorai di 1940. Galleggiava tra le prime tracce di questo disco, una raccolta Rca che conteneva anche Signor Hood e a Niente da capire.

1940 dunque: un viaggio leggerissimo e intimistico (parola che i critici usano sempre quando parlano di De Gregori) nell’Italia poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Mia madre

aspetta l’autobus

nell’estate

cominciata da poco

e il mattino la veste

di bianco.

E la gente cammina eccitata

sta parlando dell’uomo coi baffi

l’altro ieri è arrivato

a Parigi

C’è l’Italia che in guerra ci andrà, con inconsapevole entusiasmo. A me queste immagini della mamma vestita di bianco dal sole mi fanno ancora venire i brividi. E anche questa gente, eccitata. Ma non c’è tempo per pensarci la scena si sposta velocissima, con la libertà di un film, in un luogo di guerra, tra i soldati tedeschi.

I soldati bevono birra

e corteggiano donne francesi

non è vero che siano diverse

Cosa importa

se sono lontani

dai cortili

che li hanno cresciuti

oramai questa terra

è loro

Come fa uno che ha poco più di vent’anni a scrivere queste cose? Forse il testo non è suo, forse è tratto da una poesia. Non voglio saperlo. Mi piace così.

E cantando

attraversano il ponte

che tra poco

faranno saltare

Ed il fiume li guarda

passare.

La canzone è acustica, delicatissima: tre accordi, col contorno di violini e orchestra. Guardate che si possono fare disastri con un’orchestra che accompagna una chitarra acustica già sostenuta da basso e batteria. si può far odiare per sempre la musica a qualcuno.

De Gregori invece riesce a non fare disastri. Riesce a essere perfetto, semplice e profondo come le sue parole. L’armonia è dolcissima ma tutt’altro che melensa. A me 1940 stringe la gola fino a farmi lacrimare anche dopo vent’anni che la ascolto. Perfino – oso l’inosabile – con l’I Pod.

Per chiudere. 1940 per me non è certamente la miglior canzone di De Gregori. No. È la più bella canzone che il mio cuore si porta dentro. Quella che vorrei sentire al mio funerale. Quella che proporrei come inno nazionale. Quella che ascolto fumando, a basso volume, nel mezzo di una notte a vela mentre porto la barca da solo e tutti dormono, sottocoperta, fidandosi di me.

Forse è colpa di Francesco Casella, dei pomelli del bus, della casa di mia zia. Forse è la canzone di un epoca che produceva canzoni pensando anche a vendere, non solo a vendere. Di certo non capisco Vasco Rossi quando dice che la sua canzone preferita è Generale. È il primo 45 giri che ho comprato, Generale (sì, ho smesso subito di rubare), ma 1940 è un altro pianeta. Se l’avesse scritta Lou Reed troveresti al primo colpo anche il video su You tube. Invece non c’è nemmeno un MP3 a cercarlo per mesi.

Matteo Rinaldi

dicembre 18th, 2007 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti