Abba Cadabra, le magie di nonno Fernando
Sorpresa: il brano più ballato degli anni Settanta era un inno no global
• Contenuti: musica 10%, humor 10%, modernariato 20%, antiquariato 60%
Da bambino la vita si divideva in due. Undici mesi l’anno c’era la vita normale: scuola, mangiare, giocare, dormire.
Per un mese la normalità restava a casa. Noi, ad agosto, andavamo a Jesolo.
Jesolo non era una località balneare. Primo: non esistevano ancora i depliant turistici e i posti di mare si chiamavano col loro nome: posto di mare. Noi italiani non parlavamo ancora come degli idioti.
Secondo: Jesolo non era un posto come un altro. Era la Las Vegas dei veneti. Terra del piacere per gli adulti e Paese dei Balocchi per noi bambini.
A Jesolo le vacanze parevano progettate su misura per i figli. Gli adulti si adattavano. Come definire un luogo dove un bambino di dieci anni, neanche troppo sveglio, poteva:
- uscire di casa tutto solo senza che i genitori si preoccupassero
- camminare per centinaia di metri tra folle di adulti senza timori reverenziali
- entrare in un’edicola e qui trascorrere un’ora intera a rovistare tra i giornali
- pagare una cifra irrisoria inestimabili tesori di letteratura d’epoca.
Le mie figlie (11 e 9 anni) hanno una portata massima di cinquanta metri nella città dove vivo. Da sole, intendo. Nella mia città (ma anche nelle vostre) un bambino a piedi non ha vita facile. Attraversare una strada equivale a superare uno sbarramento paramilitare: quattrocento auto al minuto da un lato. Quattrocento dall’altro. Velocità mai inferiore ai 70 chilometri l’ora. Stazza mai inferiore a un carro armato.
Il poveraccio che tenta di rispettare i limiti viene strombazzato e insultato a morte. Le zebre, quasi sempre scolorite per manifesta timidezza, sono una trappola.
Voi comunque, ci provate.
Dovete attendete almeno cinque minuti prima che qualche idealista in arrivo osi rallentare. Il poveraccio sarà investito da strombazzate, gestacci e insulti. Se sarà davvero impavido, tenterà di frenare facendovi segno di passare. In fretta! Se sopravviverà all’impatto con il fuoristrada alle sue spalle (la pilota poi lo finirà a borsettate) per lui è fatta.
E ora a voi. Gesticolate un “Posso passare?” all’eroe, un “Fermo per favore” al fuoristrada, un “Grazie Signore” al vostro dio personale. Occhio! Nel frattempo siete sotto il tiro di tre pirati che svicolano da destra, da sinistra e dai tombini stradali.
Ancora vivi? E siete solo a metà strada! In attesa di un nuovo santo che arriva dalla corsia opposta (gesticolate “Pietà, schiavo vostro”) dovete difendervi dalle auto che ripartono fumanti e pericolosamente vicine per il tempo che avete fatto loro perdere.
Con queste premesse bisogna essere deficienti per mandare uno ad attraversare la strada prima dei sedici anni. E soprattutto, prima di aver frequentato un corso base di atletica leggera e un corso avanzato di mimo.
Jesolo era un paradiso. Le strade in prossimità del mare venivano chiuse al traffico per ore e ore. Come facevano quegli stoici amministratori? Neanche una macchina! Jesolo era un mondo perfetto perché l’umanità che conoscevi spariva. Tu sapevi, fin dalla terza elementare, che la società era rigidamente divisa in caste: chi aveva più soldi e chi ne aveva meno. Io avevo diviso il mondo in cinque categorie: ricchi, benestanti, così così, poveri.
I ricchi erano quelli con la Mercedes. Non la 200 D però: quella col culo basso, che usavano i mafiosi nei polizieschi, non bastava. Ci voleva almeno una 350 SEL: finestrini automatici, chiusura condizionata e aria centralizzata. Così mi avevano spiegato.
Per entrare nei Benestanti bastava una 128. Cioè, io avevo la 128 ed ero certo di appartenere ai benestanti. Papà faceva l’impiegato in un’azienda orafa: ogni tre mesi andava in Svizzera (lui diceva “In Isvizzera”) e tornava con sei confezioni di cioccolato DI SEI DIVERSE QUALITA’.
Mi sedevo in cucina e ammiravo le confezioni, senza aprirle, aspirando come un mantice per annusare i sapori attraverso la carta. Era vietato scartare più di una confezione a settimana. Eravamo gente seria, noi.
I gusti erano epici: al latte, fondente, alle nocciole e gli incredibili all’uvetta, al liquore delicato e al rhum. Portavo gli amici a visitare il frigo perché nessuno mi credeva sulla parola. Nei nostri supermercati anni Settanta ce n’erano al massimo tre.
Forse è per contenere le cioccolate di adesso che i supermercati sono diventati cattedrali: ci sono cioccolate alla noce moscata, al peperoncino, allo zenzero, al peperoncino e zenzero, al puro cacao dal 1% fino al 99%. All’Iper di Vicenza Ovest ho visto una cioccolata alla cannella salentina con scaglie di arancia di Lipari che si azzuffava con una cioccolata all’agrume di Lampedusa con aromi di cannella del Kurdistan.
Nei Così così si viveva bene. Di solito avevano la 127 e si vedeva che la cioccolata al liquore non se la potevano permettere. Ma per il resto facevano la mia stessa vita. Andavano a Jesolo anche loro, magari nei condomini di seconda fila. Io ho sempre avuto la vista mare. Soddisfazioni, cazzo, che nessuno mi porterà mai via.
In sintesi: in quegli anni c’era almeno il vantaggio della chiarezza, per un bambino. Adesso che qualsiasi pirla si permette un’Audi da ambasciatore, come si distingue una categoria sociale?
A Jesolo era un’altra storia. Poveri, ricchi eccetera erano indistinguibili. Tutti nello stesso costume e nella stessa abbronzatura. Quella mattina parto tutto solo per raggiungere uno dei posti più belli delle vacanze: il negozio di giornali vecchi. Sto già godendo. Mi vedo mentre occupo il reparto d’epoca, uno stanzone spoglio dove i giornalini costano la metà del prezzo di copertina. Oggi posso comprarne due. Due!
Pregusto già il favoloso odore di quel posto. È l’odore, fortissimo, della carta di quei giornalini. Topolino profuma in modo particolare: un odore cento volte più forte e denso della carta di questi anni.
Devo solo attraversare la strada. Invece mi inchiodo sul bordo del marciapiede. Qualcosa mi ha preso alle spalle e mi tiene lì.
Questa forza arriva dal poderoso Juke Box del bar di fronte. Le canzoni del periodo: Non si può morire dentro, Margherita, Ramaya.
Questa è diversa. Parte dolce, cresce, esplode. Mi centra in pieno. È straniera e non capisco una parola. È ballabile, però diversa dalle solite nenie costruite per muovere il culo. Anche a undici anni, giuro, certe cose le capisci al volo. Ma anche se parla d’amore, come tutte le canzoni che piacciono agli adulti in vacanza, è bellissima.
Chissà perché ricordo ancora forte e chiaro quel momento. Però che sorpresa a scoprire che avevo completamente torto. E che avevo assolutamente ragione a restare lì, con i miei undici anni appesi al costume.
La canzone che ha fatto ballare mezzo mondo, in tutti i lungomare dell’epoca, non parla di due giovani innamorati. Parla di due vecchi. Rugosi, cadenti e perdenti. Che ricordano un fallimento.
Adesso possiamo diventare vecchi con calma, ricordando tutti i fallimenti di una vita. Abbiamo l’inno che ci accompagna come si deve. Grazie, Abba. Vi perdoniamo anche gli orrendi abiti che vestivate nelle copertine. Che per un italiano, credetemi, è uno sforzo mostruoso.
Matteo Rinaldi
Li senti i tamburi Fernando? Era una notte come questa. Piena di stelle, tanto tempo fa. Cantavi e suonavi piano, la chitarra, alla luce dal fuoco.
Li senti i tamburi?
Venivano da lontano ed erano sempre più vicini. Sembrava che le ore fossero eterne. Ogni minuto sembrava eterno.
Avevo paura.
Eravamo giovani. Pieni di vita. Non mi vergogno a dire che piangevo di paura. Bastava il rombo dei fucili e dei cannoni.
Ma c’era qualcosa nell’aria di quella notte.
C’erano tante stelle. Splendevano. Brillavano. Per me e per te. Per la nostra libertà.
Non potevo pensare che avremmo perso. Eppure non ho rimpianti. Neanche uno. Rifarei le stesse identiche cose, Fernando.
marzo 28th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 6 commenti
La solitudine del velista onanista
• Contenuti: humor 20% terrore 30%, orrore 50%
Un’analisi delle prime uscite solitarie in barca a vela. Esperienza terribile e indelebile, anche dopo vent’anni.
Nota bene. Con uscita solitaria s’intende l’uscita senza istruttore o compagni esperti. Il velista alle prime armi chiama solitaria anche l’uscita a tre purché effettuata con un paio di cialtroni nelle sue stesse condizioni.
La vera uscita in solitario è tutta un’altra storia, che affronteremo più avanti.
Nella foto: lo sguardo totalmente perduto, evidenziato dalla rigidità del sorriso, dell’esordiente velista che affronta il suo esordio onanista.

Uguale alla prima uscita da soli con una ragazza. Ecco cos’è la prima uscita da soli in barca a vela. Ricordate il vostro primo appuntamento? Io sì. Facevo la terza media e trovai chissà dove il coraggio di invitare una ragazza per un giro in centro, il sabato pomeriggio. Era bellissima e aveva accettato con entusiasmo.
Poverina.
Mani due spugne, occhi pallati, gola riarsa, piedi che nuotano nel sudore dentro le scarpe da ginnastica.
La prima uscita di norma va maluccio a tutti. La mia no: la mia malissimo. Un incubo. Due ore di passeggiata senza il coraggio di spiaccicare una sola parola. Mi sentivo Robespierre che va verso la forca. E neanche sapevo chi fosse Robespierre.
In realtà una parola l’avevo detta: ciao all’inizio, quando era scesa dal bus. E forse anche alla fine, quand’era risalita per scomparire per sempre.
Lei aveva parlato più di me: ciao all’inizio. E qualcosa che mi era parso un vaffa alla fine. Di certo avevo capito male.
La seconda uscita però va meglio. Riesci a sorridere e annuire. Alla terza smetti di sudare. Alla quarta dici tre battute, di cui una accettabile. Ho amici che dalla quarta uscita sono arrivati dritti al matrimonio.
Pensavo fosse lo stesso con la la barca. No, invece.
Andare in barca è molto più complicato che uscire con una rappresentante dell’altro sesso. Loro sono umane e civilizzate. La barca è diabolica e selvaggia.
La prima volta che esci da solo c’è sole e mare piatto. Va tutto benissimo. Hei, ma è facilissimo! Sono proprio bravo!
Anche la seconda volta va bene. Scopri che puoi tenere la barra con il piede, così hai una mano sulla scotta di randa e l’altra libera per salutare le folle plaudenti.
Anche la terza volta c’è sole e mare piatto.
Tu alzi le vele, ti sistemi al centro del canale, spegni il motore e vai, tutto felice. Hei, ma è DAVVERO facilissimo!
E ti ritrovi schiantato su una briccola.
Se va bene. Se va male invece vai direttamente in secca, armeggiando a vuoto sulla barra del timone, come un capitano Achab che insegue i suoi incubi.
Cosa succede? Dove hai sbagliato?
Non hai sbagliato.
Non hai sbagliato manovre.
Hai sbagliato passione.
Perché è vero che c’è il sole e il mare è piatto. Però c’è anche una spaventosa corrente sotterranea che spinge a ventidue nodi. Si è mimetizzata alla perfezione, due centimetri sotto il pelo dell’acqua, così non la vedi. E impari. Perché te lo avevano detto che la corrente è infida e devi starci attento.
Così trascorri metà pomeriggio cercando di mimetizzare i danni alla barca. È solo un’ammaccatura, niente di più, ma ormai hai capito l’andazzo: se per quel danno in un’auto spendi 50 euro, in barca ci vuole uno stipendio.
Passi l’altra metà del pomeriggio cercando di tornare indietro.
Siccome NON HAI ANCORA CAPITO CHE C’È CORRENTE (sei convinto di aver confuso qualche manovra), riesci a sbagliare di nuovo ma, impresa fantastica, a riportare la barca in condizioni impeccabili.
Impeccabili…
Insomma, avete capito: impeccabili nel senso che replichi L’IDENTICA AMMACCATURA, sulla stessa briccola, dall’altra parte dello scafo.
Consolati: a questa uscita ne seguiranno di peggiori.
Per questo, via via che navighi, ti accorgi di avere le mani umidicce, gli occhi sgranati, la gola leggermente secca, la sudorazione nervosa fin dalla settimana precedente.
È la ragione per cui anche oggi fatico a prendere sonno la sera prima di navigare. Pensieri fissi: “Riuscirò a ormeggiare se c’è mare?” “Chi ha la precedenza tra me e una barca condizionata dal proprio pescaggio?” “Mi verrà mica da vomitare?” “Cosa significa un suono lungo più due corti?”
Com’era bello passare le domeniche perdendo tutte le partite con gli Amatori Settecà.
Matteo Rinaldi
marzo 19th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 9 commenti
Un popolo di santi e navigatori. Coi motori
Provo a rispondere a una domanda impossibile: “Perché, nel terzo millennio, ancora si veleggia?”. E soprattutto: “Perché credo di fare cosa utile raccontandolo via web?”
Nella foto: una moderna imbarcazione a vela stile caravella. Quella di Colombo era lunga uguale ma venti volte più insicura. Fosse nato oggi, il genovese pretenderebbe la Saratoga
- Ingredienti: 40% pippe mentali, 40% raziocinio, 30% ironia.
L’Italia è un paese di santi e di navigatori.
Comincio apposta con un’ignobile frase fatta perché, dannazione, è incredibilmente vera.
L’Italia è un paese di santi, veri e presunti. Partiamo dai veri. Ne abbiamo avuti in quantità nella storia. Non perché il nostro sia un popolo migliore di altri, come qualcuno ama pensare. Il fatto è che siamo stati poveri e derelitti per centinaia d’anni. Più facile diventare santi in queste condizioni.
L’Italia ha continuato a credersi un paese di santi anche quando è diventata meno povera, poi benestante e infine ricca. I santi di oggi si caratterizzano per essere santi presunti. E presuntuosi. Si nominano santi da soli (passi, anche Gesù lo faceva), sono quasi tutti spacconi (e passi, anche Gesù lo era). Ma sono soprattutto ricchi. E qui non ci siamo proprio.
La nostra religione non è particolarmente rigida ma una cosa la pretende: povertà. Ovvero: vivere cercando di tenere a debita distanza le cose materiali. Al punto che il suo più celebre rappresentante, Gesù, nello spazio di quattro vangeli non se la prende né con assassini, né coi ladri, né con puttane. Li chiama tutti fratelli. Non se la prende nemmeno con gli esattori delle tasse, criminali per mezza Italia odierna. Anzi ne prende uno come primo apostolo.
Solo una volta, su quattro vangeli, si incazza davvero. E con chi? Con i mercanti del tempio! Che poi non sono mica figure mitiche, scomparse. Sono i giocatori di borsa, gli investitori, i mediatori. Sono gli industriali e i ricchi. I grandi commercianti.
Non li sgrida mica, no. Non li critica neppure. Li fa neri. Spacca tutto! Come se entrasse in borsa (o in banca, che è un po’ la stessa cosa) e si mettesse a distruggere schedari, mobili e computer. Roba da no global.
Oggi i rappresentanti della religione cattolica pretendono di fare le pulci a tutti: ladri, puttane, esattori, peccatori. Contro i ricchi invece, nemmeno una parola.
Nel mio piccolo, scusate, sono in disaccordo. I santi di oggi parlano di dio, di fede, di religione, di santità. Con un conto in banca di migliaia di euro. Spesso milioni.
Secondo me quando si ha un conto in banca superiore ai diecimila euro dovrebbe già essere difficile definirsi un bravo cristiano. Io ne ho dodicimila al momento, perciò mi chiamo fuori. Il santo non lo posso fare. Il navigatore sì. Veniamo appunto a questa seconda categoria di italiani.
Un popolo di navigatori. Sarà. Ma proviamo a metterli in fila. Il primo viene facile: Cristoforo Colombo. Ma il secondo? Ho provato a chiederlo in giro a a un po’ di gente, velisti compresi: molti non hanno saputo dire un solo nome. Altri si sono illuminati: “Facile: Magellano!”. Una prece.
Colombo dunque è il solo navigatore italiano riconosciuto dagli italiani. Ma quando penso a Colombo mica mi viene in mente un eroe. Mi viene in mente il Colombo del fumetto di Altan (Mai letto? Cercarlo, leggerlo, goderlo) che vomita per il mal di mare e quando arriva in America inciampa sulla spiaggia e finisce con la bocca sulla sabbia. Il prete gli fa: “Che cazzo fa Colombo, mangia la terra adesso?”. E lui, pronto: “La bacio padre, la bacio”.
Siamo dei mostri noi italiani a prenderci per il culo. Per fortuna. Non avremmo mai vinto quattro mondiali se ci fossimo presi troppo sul serio. E neanche avremmo scoperto l’America. Ve lo immaginate uno svizzero che, nel 1490, parte per le Indie a bordo di una caravella? Badate, la caravella sta a una nave come un un Optimist a un Hallberg Rassy. Mica erano i transatlantici che ci si immagina: oggi avremmo paura a farci Genova-Marsiglia.
Alla faccia di chi dice che Colombo era un grandissimo marinaio. Colombo era uno sbruffone, un incosciente, un visionario. Pieno di sé ma senza niente da perdere. Un italiano del passato remoto quindi. Oggi, per fare lo stesso viaggio, Colombo pretenderebbe un 36 metri con equipaggio svizzero, doppio motore e triplo gps. Ma dopo una settimana farebbe comunque inversione di rotta, preoccupato di riaprire al più presto il negozio.
Perché dunque noi italiani ci ostiniamo a veleggiare ancora? Non ne ho la più pallida idea. Ma almeno ho capito perché siamo una minoranza assoluta. Ho capito perché la Germania, con un cinquantesimo delle nostre coste, produce il decuplo di barche a vela. E ho capito perché, nonostante questo, i nostri marinai riescono ancora a vincere qualche grande sfida. Come Soldini e D’Alì sui transatlantici o Alessandra Sensini sul windsurf. O come Alessandro Di Benedetto, che ha attraversato un oceano sulla sintesi di un transatlantico e un windsurf: un catamarano giocattolo. O come Alex Bellini, che sta attraversando il suo secondo oceano direttamente a remi. Chissà quanti altri ce ne sono di italiani così pazzi e così bravi.
Per finire, veniamo a me. Io vado a vela per prendermi in giro da solo. Perché sono un figlio del nord est che disprezza il nord est, la sua filosofia utilitaristica di vita, la sua mentalità azione-risultato, produco dunque sono.
Ma anche perché sono un figlio del Veneto, e quindi di Venezia, una città che ha voluto bene al mare, difendendolo e proteggendolo come oggi non sappiamo nemmeno immaginare. Volendo bene al mare, Venezia ha voluto bene anche alla terra, a tutte le sue terre, compresa la mia.
A me tanto basta per navigare volentieri. E pure per scrivere. Se valgono anche per voi, qua la mano. Se un giorno facciamo una navigata assieme, tanto meglio. Torniamo presto però: luni se lavora, sacranon!
Matteo Rinaldi
marzo 11th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 15 commenti
Self Control, io e Raf contro i musicofili
Si può fare grande musica orecchiabile? È difficile ma si può. Anzi, si deve. A costo di essere bollati come commerciali e disprezzati per sempre
“You take myself, you take myself control” cantava Raf da migliaia di radio e juke box in quel decennio lontano. Tu mi fai perdere il controllo, diceva per quel poco che ho sempre capito dai testi in inglese, anche se a cantarli era uno di Busto Arsizio.
Immagino che Self control parlasse a una donna. Continuo a non saperlo e non me ne importa niente. Non sono nemmeno andato a cercare il testo su internet. Se anche parlava al suo idraulico, non cambia il concetto: è una canzone magnifica, italianissima, unica.
Self Control mantiene il suo fascino anche oggi, ascoltata in MP3. Senza le care vibrazioni e distorsioni dei vecchi juke box e senza i disturbi delle radio è più fredda, quasi algida. Ma tiene duro. Viaggia nel terzo millennio portando avanti un grande messaggio: anche la musica orecchiabile sa essere bellissima.
Self Control non ha niente a che fare con le canzoni che colpiscono al cuore, che emozionano, che puoi definite indimenticabili. Non lancia messaggi. Non ha un tema ricercato. Raf non ha il fascino dell’artista maledetto, del ribelle, del creativo. È vero che da giovane cantava in un gruppo punk. Ma già a trent’anni triettava con Morandi e Tozzi in Gente di Mare. Roba da pensionati.
Self Control è un capolavoro per tre motivi che da anni mi ostino a ripetere agli amici, che mi guardano storto e scuotono la testa. Lo spiego a chi è cresciuto coi Genesis e a chi va avanti a punk. A chi mastica Bach e a chi adora il fusion jazz.
Il loro giudizio è unanime: “Fa schifo. È una canzonetta. Una cazzatina. Roba da discoteca”.
A nulla serve prendersela. Quante volte ho provato a mettere un amico, un conoscente, un appassionato davanti a un paio di casse, avviare Self Control (o altri pezzi simili) per sentirmi ripetere, come un mantra:
(dopo la prima strofa) “ Hum… ma… Cristo che orrore: è ballabile!”.
(alla seconda) “Humpf!… Acc… È… è italiana!”
(alla terza) “Argh! Snort! Scandalo! È ORECCHIABILE!”
Ecco il difetto inverecondo: orecchiabile. Non l’ho mica mai capito questo insulto, usato indifferentemente da appassionati di classica e di acid grunge. Tanto più che, da musicante, ho scoperto sulla mia pelle che fare canzoni difficili e inascoltabili è molto più facile (e comodo) che fare pezzi semplici e orecchiabili.
So di non avere speranze. Ma mi ostino a ripetere che:
a) il suo fascino sta proprio nell’essere una canzonetta orecchiabile. Nel mettere insieme i soliti tre accordi con cui hanno fatto fortuna tutti, dai Beatles ai canti alpini. Nell’aver creato un brano orecchiabile ma tutt’altro che scontato, godibile al primo ascolto dal ragazzino di sei anni, dalla nonna di ottanta, dal musicista navigato.
b) fare canzonette con stile è cento volte più difficile che fare canzonotte originalissime ma senza personalità.
c) fare musica ascoltabile è molto più difficile che fare musica inascoltabile.
Ultima nota: di pezzi come Self control ce ne sono molti, firmati da big della musica americana, inglese e mondiale. Solo che non capiamo una parola, li rivestiamo di un’aurea affascinante e li consideriamo grandi brani. Ad analizzarli bene scopri che usano gli stessi identici giri, con qualche strumento e arrangiamento in più o in meno. A tradurli, scopri le stesse menate che ci fanno arrabbiare nei pezzi italiani:
“Con te o senza di te / io vivere non posso / con te o senza di te / Tutto mi dai tu / ma io voglio di più / con te o senza di te*.
Matteo Rinaldi
* With or without you, dei sensuali ed esentasse U2
marzo 4th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti
