Chioggia, il camper da corsa di Morgan Yachting

Prima puntata della guida intelligente al noleggio vela: caratteristiche, curiosità, itinerari. Si comincia con Morgan Yachting di Chioggia e il suo Bavaria 36

Nella foto: un Bavaria come quello di Morgan Yachting. Sembra un camper e in fondo lo è. Però se c’è un po’ d’aria corre ed è fatto bene, dentro e fuori. Insomma: trovarne di barche così.

Raggiungete Chioggia passando per Sottomarina, percorrete lungomare e spiaggia lasciandoli sulla destra e proseguite fino alla darsena Montecarlo, che trovate sulla vostra sinistra dopo un bar da pescatori. Se trovate parcheggio siete bravi. Se no cercate un posto a pagamento: ce ne sono di coperti e vi tengono d’occhio l’auto.

La Darsena Montecarlo, che ospita la barca, potrebbe chiamarsi darsena Sottomarina e sarebbe lo stesso: niente lussuria, niente orpelli, ma bagno e doccia se avete necessità. Non ne avrete.

Per raggiungere la barca, ormeggiata a una ventina di metri in linea d’aria, dovete trasferire armi e bagagli su un barchin che collega la terraferma col molo. Qui è obbligatorio fare lo scherzo agli ospiti che vengono per la prima volta: “La barca è questa!” dite con enfasi.

Qualcuno ci crede, sbianca. Si risolleva solo mezz’ora dopo, bevendo un buon caffè a bordo della barca vera.

Sul molo fate bella figura. Perché il Bavaria 36 di Morgan è bella, imponente, ben tenuta. Spicca in mezzo alle altre. Poi tocca a voi spiccare perché per uscire dall’ormeggio, piuttosto stretto e corto, dovete essere precisi nelle manovre. A) motore, timone a dritta, due uomini sulle fiancate più uno a tener d’occhio la prua; B) motore in retromarcia, timone sempre a dritta, occhio a poppa; C) motore avanti, uomini attenti e se avete agito bene siete fuori.

Se avete agito male, abbiate cura di aver preavvisato gli uomini su come si protegge la barca da una bottarella: meglio partire con un parabordo schiacciato che con un braccio spezzato. 

Uscendo col motore al minimo apprezzate la manovrabilità di una nave che non dimostra i suoi undici metri e rotti. Vi chiedete: ma in mare? Con tutta questa stazza mi passeranno davanti pure i mosconi?

Fuori dalle bocche di porto avete due possibilità: puntare a est, verso la Croazia (rotta 90° e vi trovate a Parenzo, la barca è attrezzata, i documenti sono a posto; spero anche voi) oppure a sinistra, verso Venezia, Caorle e Lignano. Si può puntare anche a destra, direzione Ferrara. Non ci sono mai andato e ignoro come sia.

Se c’è bel tempo puntate verso Venezia. Avete un bel bei panorama e la possibilità di fare tutte le soste che volete: potete ad esempio veleggiare un paio d’ore e poi buttare l’ancora davanti alla spiaggia di Lido. Oppure proseguire. O entrare dal porto di Venezia e puntare verso Burano e Torcello. Il canale è largo e la Capitaneria di solito lascia veleggiare fin quasi alla meta.

Se il tempo non è buono potete fare il giro interno, attraversando la laguna. Da Chioggia puntate Pellestrina e vi godete un panorama bellissimo. Per un lungo periodo la Capitaneria di Chioggia ha bastonato duramente chiunque alzasse le vele: oggi la musica dovrebbe essere cambiata (ma non ne sono sicuro e non mi assumo responsabilità).

Torniamo alla barca. I prezzi sul sito dicono 1.600 euro alla settimana in bassa stagione, 1.900 in media, 2.400 in alta. So per certo che i responsabili di Morgan sono ragionevoli: se un paio di giorni prima del week end la barca è libera, potete accordarvi per un fine settimana a un prezzo vantaggioso.

E vi divertite. Perché il Bavaria, che pare un camper per la stazza, è in realtà un vero camper ma anche una barca vera. È un camper perché con 11 metri e 40 di lunghezza e 3,60 di larghezza è omologato per 8 persone e lo spazio ce l’ha. In otto ci ho viaggiato, quattro adulti e quattro bambini, e non si stava male. In sei si vive meglio. In cinque si sta da re: una cabina matrimoniale per persona e i due più furbi in pozzetto, dove – che ne dicano i giornali di vela – si dorme dieci volte meglio, larghi e ariosi. 

La cucina è compatta ma pratica. Perfino un cialtrone come me riesce a far qualcosa da mangiare, caffè compreso, senza istinti omicidi. Il bagno, che dopo due giorni di viaggio diventa il luogo più ambito, risponde senza drammi all’assalto di cinque deretani. La finestrella svolge ottimamente il suo dovere.

Se dormite in porto questa barca vi stupisce. Una volta ormeggiata non si muove di un millimetro: durante la notte pare di essere sul letto di casa: avete nostalgia del mare. Se vi guardate attorno poi, vedete che tutto è al suo posto. Niente stupidaggini, ogni cosa come vi aspettate che sia. Avete presente la Golf degli anni Ottanta o la Nazionale di calcio tedesca? Ecco, stessa cosa. Banale magari, ma impeccabile. 

Il pozzetto, purtroppo reso un po’ stretto dalla ruota (la barra è dieci volte meglio ma non c’è modo di convincere cantieri e acquirenti) è accogliente. Il boma passa alto e non uccide. La seduta è comoda. La scaletta a mare pratica. E, particolare che sembra scemo ma non lo è, un altoparlante vi permette di ascoltare la radio di servizio (ma anche sacrosanta musica) mentre veleggiate. Ecco, immaginatevi con le prime ombre della sera, tramonto alle spalle, vento tranquillo, andatura al traverso e accendete la radio. Se non è questo il vero lusso nella vita non so davvero che altro possa essere. 

Se si alza un po’ di vento – un po’, mica da prendere paura – il camper si strappa la tuta e tira fuori la grinta teutonica: abbiamo gareggiato con un gruppetto di barche della stessa dimensione e, senza essere dei fenomeni, ne abbiamo messe dietro un bel po’, compreso un pari grado First. Quando il camperone si piega senti il pelo che si alza e devi ripetere agli ospiti “Nessun problema, non preoccupatevi, non può rovesciarsi”. Così convinci loro e magari perfino te stesso.

Per me il massimo del piacere, musica a parte, è la doccetta esterna. Indispensabile per rilassarsi perfettamente e prepararsi a rientrare in porto. Qui devi fare le manovre d’uscita al contrario (tre volte più difficile) e prenderti le doverose critiche dalla simpatica e appassionata responsabile della Morgan Yachting. Perché hai messo tutto in ordine, dalla cucina alle vele, ma lei scoprirà che non hai addugliato correttamente le cime o chissà che altro clamoroso errore. 

Ma se le ispirate fiducia vi promette di affidarvi senza skipper anche il Bavaria di punta della società, un 44 piedi da favola. Prima o poi accetto, ma prima ripasso le addugliate, l’adduggliaccio o come cavolo si chiama quella roba lì.

Matteo Rinaldi

Morgan Yachting 335.5606251. Darsena Montecarlo, Sottomarina di Chioggia, Venezia

aprile 23rd, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 10 commenti

Socmel, anche in Italia facciamo grande rock

Più dei Beatles e dei Rolling Stones (ma anche dei Nirvana e dei Radiohead) a me piacciono i Gaz Nevada di Japanese Girl. Con ferree motivazioni

nella foto: i Gaz Nevada erano geniali ma fecero due errori fondamentali: vita dissoluta e soprattutto un imperdonabile sgarbo a Pippo Baudo

Contenuti: pazzi 25%, sprazzi 25%, lazzi 25%, ….. 25%

Vogliono fare un ingresso a effetto, da rock star. Perciò salgono sul palco di nascosto nella penombra. Strisciano dietro agli amplificatori per sbucare all’improvviso di fronte al pubblico e cominciare a suonare lasciando tutti di stucco. Una perfetta azione da kommando. Una via di mezzo tra Fantomas e Paperinik.
Se fosse riuscita.
Svicolando dietro alla batteria il bassista sporge il ciuffo dalla grancassa. Lo intercettano almeno una decina di sguardi, compreso il mio.
Mormorio in sala. Gli sguardi, prima distratti, si fanno attenti. Quando una gamba sbuca goffamente da un amplificatore, ormai mezza sala li ha individuati.
Ci fosse stato Paolo Villaggio avrebbe detto: “Nella sala si fece un silenzio orrendo”. Magari.
Invece risuona un poderoso:
“TIMIDI!”
E il teatro Toniolo viene giù dalle risate.

Il Toniolo è uno dei più bei teatri di Mestre. È in pieno centro, sente tutto il peso degli anni, ma non li nasconde dietro a un povero lifting. Oddio, parlo per ricordi. Può darsi che nel frattempo sia diventato un multisala.
Allora aveva la sua bella galleria e il palco ospitava con la stessa dignità cinema, teatro, concerti e manifestazioni politiche.
Non l’ho più visto da quella sera. Erano i primi anni Ottanta, a memoria.
Dopo l’esplosione di risate, quelle belle risate allegre e grasse che accompagnano una battuta semplice ma azzeccata, le rockstar immediatamente retrocesse a gruppo italiano escono allo scoperto, mandano silenziosamente in mona il bassista e cominciano a suonare. 
Loro nemmeno immaginano di essere la più grande rock band italiana. Io sì. E pazienza se la storia darà ragione a loro.

Alessandro Staffa oggi ha cinquant’anni ed è un fumettaro underground. A cavallo tra gli anni 70 e 80 organizzava concerti, sempre underground. Era stato il primo a portare i Gaz Nevada a Vicenza per un mitico concerto al teatro Astra. Così almeno narrano le sue leggende. Sue nel senso che le raccontava lui. Raccontava che i Gaz, già allora banda di punta della new wave italiana, giunsero in ritardo di tre ore a bordo di uno scassatissimo furgone. Apparteneva a Oderso Rubini, il loro formidabile e pazientissimo manager.
Scesero litigando in bolognese, a tutta velocità come la loro musica, tutti e cinque contemporaneamente. 
Socmel! Dovevi far più benza, cazzo!”
Cazzo vuoi tu! Ma se hai sbagliato questo cazzo di strada dieci volte!”
“Avevi detto Piacenza cazzo, mica Vicenza! Te ne potevi accorgere che andavamo da tutt’altra parte, cazzo!”
Al confronto il comico Paolo Rossi era un letterato della Crusca. 

“Cerchiamo di spingerli immediatamente sul palco perché manca mezz’ora all’inizio – narrava Staffa – Ma loro, completamente schizzati, prendono quattro direzioni diverse: uno cerca il bagno per pisciare, l’altro il bar per bere, l’altro ancora il bagno, ma per drogarsi. Il quarto insegue una tipa carina che passava per di lì. Il quinto cerca un negozio per comprare da mangiare. E Rubini a rincorrerli: “Dai ragazzi, per favore! Dovete scaricare gli strumenti, dovete cominciare, socmel!” 
Va a finire che scarica lui, prepara lui, prova lui. E non sa neanche suonare.

Poi arrivano le nove, arrivano le avanguardie del pubblico. I Gaz Nevada no. Poi arrivano le dieci, arrivano tutti, la stampa, quelli che hanno il biglietto, quelli contro il biglietto, il poliziotto del servizio d’ordine. Alle dieci e mezza ci sono tutti. I Gaz Nevada no. Rubini esce a cercarli nel buio della sera. Ne trova uno e lo porta a teatro. Esce a cercare il secondo. Lo trova, lo porta a teatro. Da dove nel frattempo il primo è uscito di nuovo”. 

Dopo mezz’ora Staffa ha la nausea, vorrebbe già mettere la testa a posto e forse cercare un posto in banca invece di fare il Settantasette fuori corso.  Poi però il concerto comincia. I Gaz vanno forte. Un muro di suono compatto, che mette in secondo piano la loro presenza scenica, molto fredda. Almeno finché il chitarrista decide di salire sopra un ampli. Lo ha visto fare da qualche rocker americano. 

La gente applaude. Il poliziotto di vigilanza no. Dice “Hei tu vieni giù subito, non si può”. La gente fischia. Il Gaz dice “No che non scendo cazzo”. La gente applaude. Il poliziotto s’incazza. La gente fischia. Il poliziotto s’incazza ancora di più. Va a staccare la corrente. È un colpo decisivo. Senza corrente elettrica anche i grandi Gaz Nevada non sono più nessuno. Il concerto finisce.  

“Ripartono com’erano arrivati: Rubini carica gli strumenti, prende i Gaz uno a uno e carica anche loro sul furgone. Litigano velocissimi anche mentre salgono:
“Socmel, ti avevo detto di non fare cazzate, dove cazzo vai a far scalate, cazzo!”
“Cazzo, non è mica colpa mia! È la repressione, socmel!”
Partono. Prima, seconda, il furgone si allontana. Si ferma dopo duecento metri. 
Scende Rubini con una tanica, torna indietro facendo grandi gesti.
“Abbiam finito la benza, socmel! Gli avevo dato dieci carte a lui per fare il pieno!”
“Me ne avevi date cinque, cazzo”
“Te le sei tenute tu cinque, cazzo! E so io per cosa Socmel!” 
Non possiamo dirlo con certezza, ma abbiamo capito perché non sono diventati la più grande band d’Italia e del mondo. 

Le carte le avevano tutte. Japanese Girl è il loro pezzo migliore e avevo scritto e riscritto duecento righe, da questo punto in poi, per cercare di spiegarlo a parole. Senza riuscirci. Come faccio a descrivere una canzone che non è un canzone? Racconta una storia a immagini, ma non è una storia: Due ragazze giapponesi / sale di massaggio a Bangkok / aerosol sugli occhi / giù per il tubo volante / lei è vestita di acciaio…) ma potete capirci quello che vi pare perché un terzo del testo è in italiano, un terzo in inglese vero e un terzo in inglese maccheronico, che i Gaz Nevada parlavano benissimo. Neanche il traduttore automatico di Google arriva a un inglese così improbabile. 

Le altre canzoni peggio ancora: non-rock, non-punk, non musica italiana, non musica anglosassone. Roba che un ventenne, a fargliela ascoltare oggi, si suicida. O magari s’innamora. 
A me piace ancora. Cazzo se mi piace ancora, socmel! E mi piacciono da matti anche le altre canzoni di Sick Soundtrack, non solo la ragazza giapponese. Aveva una copertina magnifica, a strisce arancio e nere. Dentro c’era Antistatico shock, che la devi ascoltare senza nessuno attorno altrimenti chiamano il 118. C’era Pordenone Ufo attack, che un giorno sono andato fino a Pordenone solo per capire le ragioni di un possibile attacco alieno proprio lì. C’era Going underground, la canzone più isterica del disco: indefinibile, incanticchiabile, inballabile ma anche inimitabile e irripetibile.

Al Toniolo è stata l’ultima volta che ho visto i Gaz Nevada vivi. Tentarono poi la strada commerciale. Li ricordo ospiti da Pippo Baudo, tristi e nervosi, a presentare il loro 45 giri Psicopatico Party. Pippo Baudo li accolse come si accolgono le giovani promesse
“Gaz Nevada, avete scelto un nome proprio buffo!” sorrise dal suo metro e novanta.
“Peccato sia il nome di un gas mortale“, rispose acido un Gaz dal suo metro e sessanta.
Baudo li guardò storti e io pensai: “Ahi, questa la pagano. Carriera finita”.
Mi sa che almeno qua ho avuto ragione io. 
Matteo Rinaldi

aprile 18th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti

Chi va a nolo non è solo

Seconda puntata per spiegare le ragioni del noleggio. Il “Manifesto di chi ama viaggiare a nolo” prende la sua forma definitiva

Nella foto: chi sono secondo voi questi velisti? A: acrobati in allenamento. B: quattro caratteristi di “Pierino cazza l’amantiglio”. C: quattro poveracci che tentano di liberare la barca incagliata

Contenuti: matematica 50% filosofia 30% applicazioni tecniche 20%

Nella puntata precedente abbiamo calcolato che un velista medio riesce a trascorrere in barca trenta giorni l’anno. Se siete tra i tanti che sognano di comprare una barca, fuggite da questo pezzo: stiamo dimostrando, in modo semplice e chiaro, cosa vi costano realmente questi 30 giorni nella vostra barchetta.

Ipotizziamo che non siate milionari e abbiate deciso di comprare un usato di sei metri e mezzo. Facciamo un Beneteau 211 di fine anni Novanta, che non manca mai sugli annunci di Bolina.
Ci sono anche barche che costano la metà ma con questa andate sul sicuro: è resistente, seria, trovate tutti i pezzi, dormite dentro in quattro senza uccidervi. Inoltre l’avete provata più volte a noleggio: vi fidate.

Sebbene i giornali di vela si ostinino a valutarla dieci-dodicimila euro, non avete la minima possibilità di pagarla meno del doppio. 20 mila euro dunque. Ai quali dovete però aggiungere queste spese medie:
2000 euro l’anno di posto barca;
1000 euro l’anno di manutenzione ordinaria: antivegetativa, il wc che si usura, il gelcoat piuttosto che le sartie o il solcometro da cambiare;
1000 euro l’anno di manutenzione straordinaria (in italiano: sfighe inevitabili). Il motore che tossisce, la vela che si buca, i gabbiani che sfasciano il Windex (non c’è niente da ridere, è accaduto lo scorso ottobre a tutti i tre 21.7 del Vela Club Venezia).
Fanno 4000 euro l‘anno.

Tiriamo le somme. Aggiungete a questi 4000 euro il prezzo ammortizzato della barca in un decennio. 20 mila euro diviso 10 uguale duemila euro. Fanno 6000 euro l‘anno. Seimila.

Certo, la barca è vostra. Un piacere, una soddisfazione. Ma per lo stesso numero di uscite l’anno, trentadue, con un Beneteau 21.7 a noleggio di dieci anni più giovane spendete di listino 3600 euro (120 euro a uscita per 32). Di listino, dico. Il che vuol dire che, accordandovi, andate tranquillamente sotto i tremila.

La differenza è abissale. Ma se preferite le cose semplici, riassumiamo i plus del noleggio in sette vantaggi principali.

  • Le 7 meraviglie del noleggio

Uno. Risparmiate. In questo caso sono 3000 euro che potete spendere in mille modi diversi. Se poi decidete di metterli via per comprare una barca, beh, andate aff…

Due. Dormite meglio la notte. Perché anche se al mare tempesta, non avete barche in porto di cui preoccuparvi.

Tre. dormite meglio di giorno. Perché se sabato avete voglia di guardare la tivù sul divano, non vi sentite in colpa per la barca inutilizzata.

Quattro. Non dovete rifiutare irresistibili offerte come quella dell’amico Michele, che vi invita a passare con lui un week end a Monaco di Baviera (“Offro io, birra compresa. C’è anche l’allegra Ingrid, ricordi?”). Voi dovete ammortizzare la barca, e proprio sabato vi siete imposti di uscire. Tra parentesi: quel sabato al mare pioverà.

Cinque. Non dovete impiccarvi silenziosamente in bagno se Michele vi invita a passare con lui il week end successivo a Monaco Principato (“C’è da fare un bel giro su un Hallberg Rassy 60 e manchi proprio tu”). Tra parentesi, mentre voi penzolate quel sabato al mare sarà bellissimo.

Sei. Esistono mille altri mari, oltre al vostro. E migliaia di barche a nolo dappertutto. Perché volete per forza diventare il massimo esperto mondiale nel percorso Brondolo-Cortellazzo-Brondolo?

Sette. Il noleggio è democrazia. È la motivazione principale e spiace ridurla in tre righe. Ma con la stessa barca (e quindi lo stesso spreco di energie per costruirla oggi e per riempire una discarica domani) si divertono cento persone invece che due. Potete uscire tre volte con un piccolo Beneteau, due volte con un undici metri e una volta l’anno concedervi un’astronave a ketch senza nemmeno rapinare una banca. Potete fare Venezia-Trieste-Venezia oggi, Genova-Bastia-Genova il mese prossimo, il giro delle Egadi quest’estate. E un giorno chissà, perfino Brondolo-Cortellazzo-Brondolo.
Potete perfino concedervi piaceri inauditi: tipo avvisare il responsabile del noleggio, dopo il giro, che il windex non funziona. E lui (“L’hanno rovinato i gabbiani, maledetti!”) non solo vi ringrazia ma vi chiede pure scusa.

Matteo Rinaldi

aprile 15th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Veleggio solo a noleggio

Manifesto di chi ama viaggiare a nolo. Prima puntata di una rubrica che presenterà le ragioni del noleggio, le società di charter, le barche e i percorsi.

un mito impossibile: la spiaggiatanella foto, un mito velistico: la spiaggiata. Peccato sia facile come spostare a braccia un bus carico di pendolari

Contenuti: filosofia spicciola 30%, soldi spiccioli 10%, maniere spicce 60%

Chi non spende non spande. Perché l’Italia è piena di armatori? Mistero. Basterebbe il nome per far passare la voglia. Se ti compri un auto, uno scooter, una motoslitta, un deltaplano sei al massimo un acquirente. Anzi peggio: un consumatore. Un reietto che consuma, spreca e distrugge.
Solo se acquisti un camion per lavoro diventi padroncino. Com’erano sobri gli italiani un tempo: pareva brutto chiamare uno “padrone” solo perché aveva un furgone tutto suo.
Perché dunque l’acquirente di una barca da cazzeggio viene promosso armatore? Roba da vergognarsi tutta la vita.

Basterebbe questo per far passare la voglia. Altrimenti basta ragionare, rispondendo a una semplice domanda. Quante uscite farò nell’arco dell’anno per i prossimi dieci anni?
Se avete una famiglia, degli amici e una vita abbastanza normale una risposta sensata può essere questa. Certamente lo è per me.

- D’inverno: un sabato o domenica ogni tre;
- in primavera e autunno: un fine settimana su tre;
- d’estate: due fine settimana su tre
- durante le ferie: due settimane piene;
- inoltre: dieci giorni tra vacanze pasquali, ponti, fughe clandestine.

Calcolate. Sono quindici giorni ad agosto. Otto tra settembre e ottobre. Altrettanti tra giugno e luglio. Sei tra gennaio, febbraio e marzo. Quattro tra novembre e dicembre. E quattro tra aprile e maggio.
Fanno in tutto 45 giorni in barca, 20 notti al massimo. Ma il calcolo è esageratamente ottimista. Mille contrattempi infatti sono dietro l’angolo, pronti ad assalirvi alle spalle.

• L’amico indispensabile che non viene e non vi lascia il tempo di riorganizzare.
• L’amico che verrebbe ma la moglie non lo lascia.
• L’amico che verrebbe ma vostra moglie non vi lascia.
• L’amico che verrebbe ma vostra moglie vi lascia.
Nel senso che appena varcate la porta abbandona il tetto coniugale.
• L’amico che verrebbe e la moglie vi lascia andare. Ma a voi vengono gli orecchioni.
• Gli orecchioni vi passano ma piove.
• La pioggia passa ma il mare mosso no.
• Il mare passa ma anche la voglia.
• La voglia vi torna. Ma c’è il compleanno della suocera.

Succede esattamente così. Solo se praticate uno sport di squadra, come il calcio, avete il potere di fermare mogli, suocere e malattie. Io perlomeno ho giocato anche la mattina del matrimonio. Forse è per questo che oggi devo sudarmi il mio pugno di uscite a vela.

Fatto sta che questi 45 giorni sono un’esagerazione. Tagliamone via quindici. E siamo ancora buonissimi: fingiamo infatti che esista davvero un velista che naviga le due settimane di ferragosto e si diverte.
Io non ci credo. Ad agosto si paga un patrimonio, il sole ti brucia la testa, non c’è posto dove ormeggiare, non c’è vento.

E fingiamo che esista davvero un velista che naviga tutto l’inverno. Ne conosco pochi. Quando ho imparato a portare la barca, a Chioggia, uscivamo anche col ghiaccio sulla falchetta. È lì che mi sono innamorato: barca sempre libera, una pace che pareva di essere in oceano, silenzio assoluto, odori meravigliosi dal mare e dalla laguna. Ma vi sfido a trovare un altro imbe… hem, imberbe fanciullo disposto ad farvi compagnia tra novembre e marzo.

Restano 30 giorni in un anno. Godeteli a noleggio: avete tutto da guadagnarci. Senza neanche leggere il prossimo capitolo. Dove si parla di quattrini, che è tempo di mettere le cose in chiaro.
Matteo Rinaldi

aprile 10th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti

Senza nodi non godi

Un folle esperimento: ragionare da velista in auto. E perfino la coda sulla Milano-Venezia diventa un piacere

Nella foto: Luna Rossa in piega mentre fende le onde. Una Lambretta 50 in prima è decisamente più rapida

Contenuti: acqua 5%, vapore 15%, terra 80%

Sono in autostrada, obiettivo Mestre. Vado a tenere un corso di comunicazione a un gruppo di agenti di commercio.
Da studente ho odiato la scuola. Perciò, in quinta superiore, ho giurato che nella vita avrei fatto qualsiasi mestiere, anche il ladro eventualmente, ma l’insegnante mai.
Quando, due anni fa, il mio giornale ha chiuso (avevo un co.co.pro, mica il contratto di Vittorio Feltri) mi sono trovato a terra, senza un futuro e neanche un presente. Che fa uno che scrive se non ci sono più giornali disposti a pagarlo? 

L’importante era non fare l’insegnante. Così il mio carissimo amico Diego, pubblicitario d’assalto e ottimo scribacchino (questo il suo blog sul dramma di fare pubblicità in Veneto, una terra dove sogni di inventare slogan come “Milano da bere” e devi accontentarti di “Mercatone Furegon, una splendida emosiòn” si è fatto in quattro per darmi una mano. 
“Devo tenere un corso di comunicazione e negoziazione. Però non ho tempo e poi non pagano un cacchio. Lo passo a te. Sai come si tiene un corso vero?”
Beh, veramente no. Ma soprattutto non…
Fammi parlare. Ti presto un po’ di libri su come si fa. Studi un po’, ti prepari”
Va bene, però non…
“Vedrai che te la cavi. La faccia tosta ce l’hai. Il corso comincia lunedì, hai due giorni per prepararlo. Ti mando una mail”
Sì Diego, ma…

Macché, ha già messo giù. È un dannato manager, uno di quelli sempre di corsa. Volevo dirgli che non so neppure cosa voglia dire negoziazione.
Lo richiamo ma è occupato. Figurati, è uno di quelli che in autostrada parlano al telefono facendo i centosessanta. Autostrada certo, proprio di questo parlavamo.

Sono in autostrada, obiettivo Mestre (bis). Vado a tenere questo corso e odio arrivare in ritardo. La prima cosa che si insegna, in comunicazione, è il rispetto della puntualità. E proprio mentre penso alla puntualità, ecco la coda. Sono solo a Padova. La tangenziale è ancora lontanissima ed è già coda. Dannatissima, terrificante, inquietante coda. Però è una sera bellissima. Mica giusto prendersela in serate così. E poi sono fortunato: non è una coda da tangenziale, con tutte le auto bloccate. È semovente. Si avanza. A venti all’ora, ma si avanza.

È pericolosissima, la coda semovente. C’è sempre il pazzo che salta da una corsia all’altra per guadagnare cento metri su trenta chilometri. Di solito parla al telefono, è un manager e ha il macchinone. Se ne becco uno lo fermo. Scendo dall’auto e… gli chiedo cosa vuol dire negoziazione. So il fatto mio, io.

Ed ecco che mi viene l’illuminazione. Guardo il cruscotto della Multipla (che è bellissimo, semplice, quasi infantile) e mi accorgo che segna venti all’ora. Quasi fermo, praticamente. Ma automaticamente traduco quei venti all’ora in miglia nautiche: più o meno dieci all’ora. Dieci miglia l’ora, dieci nodi!

Dieci nodi non sono una velocità. Sono un record. Quelli di Coppa America, per dire, filavano a cinque, sei nodi. È vero, c’è chi arriva a trenta in barca a vela. Ma noi umani sopra i sette non andiamo mai. Dieci è roba da fantascienza.
Automaticamente mi rilasso. Con la Multipla puoi mettere in seconda e mollare frizione e acceleratore. L’auto avanza, tranquilla e lineare, proprio a dieci nodi. Cristo, che bel viaggiare. Vedo quello di fianco che bestemmia a mezza bocca, prende a pugni il volante. Io sorrido, lasco il fiocco, accarezzo appena il timone. E sono l’uomo più sereno del mondo. Mi godo il panorama, meraviglioso: le montagne dietro di me, gli Euganei a destra, i campi coltivati a sinistra.

Volo a dieci nodi, chi mi ferma più?  La coda tiene duro, fino a Mestre. Ma sono così tranquillo che arrivo puntuale. Gli agenti di commercio sono simpatici. Io, che ho fatto 15 miglia a dieci nodi, di più: quasi raggiante. Faccio teatro, altro che un corso. Mi fanno un applausone finale che Dario Fo se lo sogna.
Matteo Rinaldi

aprile 3rd, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 11 commenti