Così sfiorammo la Domenica Sportiva
Dal peggior campionato della mia vita a un passo dalla ribalta nazionale. Evitata con uno sforzo sovrumano
Contenuti: allori 10%, pallori 30%, palloni 30%, palloni gonfiati 40%

Nella foto: la mia fidanzata dell’epoca accoglie con entusiasmo la notizia che voglio far carriera nel calcio dilettante
Nel post precedente – uno dei pochi seriosi di questo sito – ho scritto che mi ha fatto una certa impressione presentare L’Officina dei campioni a uomini di calcio come Ciro Ferrara e Antonio Comi.
In realtà anch’io come calciatore ho sfiorato la celebrità. Nella mia unica stagione di terza categoria ero stato invitato con l’intera squadra alla Domenica Sportiva. A tre giornate dal termine stavamo infatti per conquistare un record assoluto: l’unica squadra italiana a concludere un campionato con zero punti all’attivo e un numero di gol al passivo oltre la decenza.
Alla notizia dell’invito mezza squadra fece i salti di gioia. L’altra mezza invece tirò fuori l’orgoglio. In quattro (sì, eravamo in otto, non uno di più) decidemmo che restare a casa con almeno un punto era meglio che andare in tivù a quota zero e a fare gli scemi. Pareggiammo a due giornate dal termine: uno a uno a Maragnole di Sandrigo. La Domenica Sportiva fu perduta. La dignità no.
Non è che ci piacesse giocare in otto. Avremmo giocato volentieri in quattro se il regolamento lo avesse permesso. La squadra si chiamava Atletico e aveva cominciato benissimo il campionato: l’intera rosa era fuggita dopo tre giornate e una trentina di reti al passivo. Il presidente era simpaticissimo, ma anche un pazzo scatenato: faceva il presidente, l’accompagnatore, l’allenatore, l’autista, lo psicologo, il massaggiatore, il giocatore e – non scherzo – l’ultrà. Tutto contemporaneamente. Si chiamava Cimento.
Lo incontrai per caso un giorno di settembre. “Ciao Matteo! Tutto bene? Giochi ancora a calcio?” mi chiese. Certo. Ma quest’anno faccio solo tornei, niente campionato.
“Allora vieni con noi. Abbiamo una bella squadretta, ci si diverte, tutti amici. Ci manca giusto un regista come te”. Davvero? Peccato, allora. Perché forse ricordi male ma non faccio il regista. Magari! Gioco terzino, al massimo stopper e…
“Terzino certo, non è quello che ho detto? Sei quello che ci serve! E dopo la partita tutti nella mia pizzeria a mangiare gratis. Sei dei nostri, Matteo!”
Si capiva che c’era la fregatura. Ma non pensavo a questi livelli. Quando vi allenate? chiedo.
“Allenarci? Ah, già. Ti faccio sapere. Intanto vieni domenica, giochiamo in casa. Così vedi la squadra e decidi. Ti aspetto al campo alle tre meno cinque. Puntuale mi raccomando!”
Mi pareva un po’ strano dover arrivare a meno cinque. Comunque eseguo. Arrivo puntualissimo. Strano. In campo ci sono solo gli avversari che si scaldano. Tifosi ospiti: una ventina. Tifosi di casa: zero. Mah!
Cimento sbuca dallo spogliatoio e mi fa cenno di entrare. Ragazzi, che servizio: mi fanno vedere la partita dall’interno del campo! “Cambiati, forza. Ecco qua: maglietta, pantaloncini, calzini, scarpe. Veloce!” Come? Cosa? Perché? Ma… “Veloce ho detto! Dài che arriva l’arbitro, veloce!”. No, ma, cioè, scusa, io… “Per favore, siamo nei guai. Devi giocare per forza. Se no perdiamo a tavolino. Siamo solo in sette e il numero minimo per scendere in campo è otto. Forza, non vorrai mica farci perdere per colpa tua!”
Eh? Per colpa mia? Comincio a capire che mi hanno fregato. Ma cosa faccio? La cosa più saggia, ovviamente: giro i tacchi e me ne vado. Ci sono giornate magnifiche a settembre e…
“Ah, prendi pure la maglia che vuoi. Io uso la 8, le altre sono tutte libere”.
La maglia che voglio! Non ho neanche mai osato sognare una simile eventualità. Per un attimo guardo la 10. Anche lei mi guarda. Sibila sinistramente o è solo un’impressione? Guardo la 9. Si ritira come un riccio. Prendo coraggio e scelgo la 6, stando attento che non mi morda. Per tutta la vita ho alternato 2, 3 e 5. Già questa mi sembra una promozione. Però non sono mica così scemo. In spogliatoio, noto, siamo in due: io e Cimento. Dove sono gli altri?
“Stanno arrivando, non ti preoccupare - ammicca – Vengono tutti insieme”. Come i professionisti? Mah! Comunque non mi preoccupo affatto. Mi preoccupo quando vedo arrivare il pullman: un furgone dell’Aeronautica militare. Scendono tutti in mimetica. Tutti non è proprio la parola esatta: sono solo in sei. E non basta. Quello messo meglio è un metro e quaranta. Per 120 chili. Il secondo è un metro e novanta. Per 50 chili! Il terzo e il quarto si vede a un miglio che non hanno mai toccato un pallone in vita loro.
“Voi siete la squadra?” domando a metro e quaranta. “Scuatra? E che ne saccio? A noi ci dissero che chi veniva occi sarebbi uscito prima, in licenza, sabbato”
Forse ho capito male. Scusa, tu giochi a calcio? chiedo a 55 chili. “Ma che cazzo stai addì? O qua o a pulire le cucine, ci disse o marescia’. A che si gioca qua, calcio hai detto?”
Non sto esagerando. La situazione era questa. Per salvare la squadra, Cimento aveva stretto uno squallido accordo con un maresciallo dell’aeroporto militare di Vicenza: costui procurava giocatori in cambio di vettovaglie. Ma già dopo le prime partite (0-8 e 0-15 i risultati) i militari preferivano lavare piatti e pentole per tutto il week end piuttosto che venire a fare figure da imbecilli.

Nella foto a fianco: dopo aver provato l’esperienza da giocatori in quella squadra, i soldati si offrivano curiosamente volontari per le operazioni di sminamento
Oggi, grazie allo sforzo compiuto, era stato reintegrato come giocatore. Decisamente migliorato, direte voi. Ma neanche per idea! Era tornato il teppista di sempre. Con due aggravanti: a) aveva superato da un pezzo i quarantacinque; b) pretendeva di discutere ogni decisione dell’arbitro con questa ferra motivazione: “Non si permetta di alzare la cresta: sono arbitro anch’io e molto più bravo di lei!”.
Cosa fate se affrontate undici giocatori normali e siete in otto, scarsi, mai allenati, senza ruoli, impossibilitati non solo a fraseggiare ma addirittura a chiamarvi per nome? ”Tutti in difesa, spariamo via e speriamo in dio!” urlo appena entriamo in campo. “L’allenatore sono io – s’inalbera Cimento, capitano, centravanti e condottiero – Difendersi non serve quando si gioca in inferiorità numerica. TUTTI ALL’ATTAAACCOO!”
Dopo un quarto d’ora siamo sotto di tre gol. L’umiliazione sportiva non ce la toglie nessuno. Ma deve ancora arrivare quella umana: al primo fischio dubbio dell’arbitro, Cimento si scatena. Cinque anni di squalifica gli hanno insegnato a tenere le mani dietro la schiena e a evitare le parolacce. Ma anche così si possono fare follie.
Foto a fianco: un raro scatto del portiere di quella squadra. Dopo sedicimila tiri subiti in 30 partite, fece fortuna come incassatore. Era lo sparring partner preferito del pugile Tyson
“Signor arbitro. In qualità di suo collega, devo avvisarla che lei come direttore di gara è un poveraccio, un incapace, un buono a niente, un reietto, un cialtrone, una schifezza. Fischiare un fallo per questo intervento dimostra che lei fino ad ora ha usufruito del regolamento per pulirsi il deretano giacché io, che sono arbitro come lei ma decisamente più capace oltre che meno arrogante, mai mi sarei permesso di giudicare falloso un intervento che era evidentemente regolare anche agli occhi di un non vedente, di un ipovedente, di un miope, di un astigmatico e…”
Taglio corto, perché lo sproloquio durava anche quindici minuti. Finisce insomma con Cimento espulso, un altro quarto d’ora di monologo, oggetti a pioggia dagli spalti, Cimento che esce dal campo e si accomoda in tribuna a litigare con i tifosi (la sua versione ultrà). Insomma, la durata effettiva della partita non superava mai i trenta minuti. Ed ecco spiegato perché riuscivamo a non perdere mai con più di cinque gol di scarto.
A questo punto avevo due possibilità: a) fuggire in Albania; b) fare l’impossibile per rinforzare la squadra. Contatto circa un centinaio di persone e alla fine porto in squadra gli unici disponibili, tre poveracci. Quanto basta per fare otto persone.
Ma anche così ogni domenica è la solita farsa. I nuovi acquisti coprono il buco lasciato dai militari, sempre più radi e soprattutto sempre più scarsi. Giochiamo al massimo in nove, perdiamo sempre, picchiamo quanto basta per non andare mai in doppia cifra al passivo.
Quando giunge la notizia della Domenica Sportiva, io e i tre umani della squadra decidiamo che non possiamo finire a quota zero. Mica facile: gli avversari considerano il pareggio con noi la peggiore delle umiliazioni. Perciò non regalano niente, anzi. Ma a Maragnole ce la facciamo. Catenaccio assassino e una punta a fuggire in contropiede. Andiamo pure in vantaggio, difendiamo con i denti il pari e riusciamo a non perdere la partita. Perdiamo solo il diritto di andare a farci prendere in giro.
L’autore di quel gol era un ragazzo mica male. Un tipo dalla vita pasoliniana, da margini della città, a suo modo simpatico e piacevole come compagno di squadra. Uno che non tirava indietro la gamba. Morirà sotto un treno qualche anno più tardi. Mai capito quanto involontariamente.
Ma dopo quell’uno a uno era tra i pochi che uscì stringendo i pugni, col sorriso di chi ha vinto una sfida. Di andare alla Domenica Sportiva neanche a lui importava un accidente.
Matteo Rinaldi
maggio 31st, 2008 - Posted in Chi non ride si rode | | 3 commenti
Il nuovo Baggio è in Officina
Presentata a Milano “L’Officina dei campioni”, guida firmata Associazione Calciatori per investire, vincere e guadagnare con il settore giovanile
nella foto:un momento della presentazione. In prima fila il presidente della Lega calcio Matarrese. Al suo fianco Sergio Campana, presidente Aic. Io vesto in chiaro e mi aiuto con diapositive e filmati.
Mi ha fatto un certo effetto spiegare a Ciro Ferrara, ad Antonio Comi e a una cinquantina di professionisti del calcio italiano come si organizza un settore giovanile. Mi ha fatto effetto perché da giocatore non ho mai superato nemmeno la terza categoria. Parlare dalla cattedra a chi ha masticato calcio con Maradona e Platini mi pareva singolare.
nella foto Ciro Ferrara, responsabile del vivaio juventino, seduto sotto al poster di un giovanissimo Ferrara nel Napoli. Da sottolineare: dopo vent’anni stesso fisico e stessa simpatia.
Fortunatamente non parlavo da una cattedra ma in piedi. E soprattutto: non parlavo a caso. Da un anno e mezzo viaggio per l’Italia assieme al collega e amico Gianfranco Serioli (lui sì che ha giocato: in A, in B e in C, segnando una cinquantina di gol), visitando quelli che sono considerati i migliori settori giovanili. Qui ho raccolto e riordinato dati, notizie, esperienze, storie e idee. Obiettivo: realizzare, per conto dell’Associazione italiana calciatori, una guida che dimostri la convenienza dell’investimento nel calcio giovanile. E che aiuti le società, professioniste e dilettanti, a investire con successo.
La guida si chiama “L’Officina dei Campioni” e se riuscirà a spingere una sola società a investire di più e meglio sui propri giovani avrà pienamente raggiunto lo scopo.
Poche spese, tanti risultati
Gli effetti del buon investimento: vittorie in campo, guadagni in cassa
La presentazione alle società di A, a cui si riferiscono anche queste foto, si è svolta il 22 maggio a Milano. Con Ferrara e Comi c’erano i responsabili dei settori giovanili più importanti d’Italia, molti dei quali protagonisti della ricerca: Roberto Samaden dell’Inter (da sottolineare che sia riuscito, nonostante il numero altissimo di stanieri, a lanciare un campione cresciuto in casa come Balotelli), Mino Favini e Lucia Castelli dell‘Atalanta (Favini è un mito vivente tra i talent scout), Marcello Carli e Gianni Palumbo dell‘Empoli (il settore attualmente più innovativo), Aldo Jacopetti della Samp, Marco Lupi del Genoa, Aldo Bartolomei della Roma, Rocco Maiorino e Antonella Costa del Milan, Rosario Argento del Palermo, Barbieri e Coccetti del Siena e il responsabile osservatori per l’Italia dell’Udinese.
Nella foto: Gianfranco Serioli (a sinistra), che ha realizzato con me la ricerca, discute con Di Cesare del Nuovo Calcio e Ferrara
Con loro tanti colleghi dei vivai di serie B e C, a partire da Cesena, Padova, Frosinone, Ancona, Bari, Crotone, Gallipoli, Rimini per arrivare al Montebelluna, il più importante riferimento italiano per il calcio dilettante.
Qui nasce il nuovo Del Piero
Le strategie dei migliori vivai italiani: così lanceremo i prossimi fenomeni
Ora confronteremo il nostro lavoro con le esperienze dei settori italiani non ancora presi in esame. Una volta arricchita e completata, l’Officina sarà presentata, viaggiando per l’Italia, alle società professionistiche e dilettanti.
Realizzata in modo da essere immediata e fruibile (grande uso di titoli, immagini, filmati, dati precisi), la ricerca si divide in quattro parti:
• Perché investire conviene. Le prove che un valido settore giovanile permette di ottenere ottenere risultati nettamente superiori rispetto a squadre con le stesse potenzialità che non investono nei giovani;
Nella foto: chi ha detto che alle donne il calcio non piace? A sinistra Katia Serra, atleta di serie A femminile con molte presenze anche in Nazionale
• Perché investire è un guadagno. I risultati, nero su bianco, di chi punta seriamente sui giovani: più vittorie in campo e più guadagni in cassa;
• Come e quanto si investe. Quanti soldi servono per cominciare, che percentuale investire partendo dal budget totale, quanto tempo è necessario per ottenere i primi risultati, quali sono – e come si evitano – gli errori che affondano il settore giovanile;
• Come si crea uno staff vincente. Che caratteristiche devono avere i dirigenti, come scegliere gli allenatori, quanti soldi investire per le persone, come motivare lo staff;
• Le strutture indispensabili. Dai campi di gioco ai trasporti fino alla foresteria, cosa serve per ottenere risultati;
• Come individuare il nuovo Del Piero. I sistemi con cui si valutano oggi i calciatori su cui puntare.
A destra: brindisi tra Antonio Comi, responsabile del vivaio del Torino e Mino Favini, numero uno dell’Atalanta. Favini (impressionante) ricorda tutto fino ai minimi particolari. A Comi ha ricordato il giorno preciso in cui, ragazzino della provincia lombarda, lo vennero a cercare gli emissari del Torino a bordo di una Bmw scura per strapparlo al Como. La madre, che li vide arrivare al mattino presto davanti al negozio che gestiva, si spaventò convinta che fossero finanzieri o rapinatori
Ultima annotazione. Ci ha fatto piacere scoprire come i responsabili dei vivai italiani (e anche l’ospite d’onore, il presidente della Lega Matarrese) abbiano apprezzato il lavoro, evidenziandone soprattutto la chiarezza e le novità (alcune sorprendenti). Avanti, dunque. Nei prossimi mesi raccoglieremo nuove testimonianze, con il vantaggio dell’esperienza e, soprattutto, della credibilità acquisita.
Matteo Rinaldi
maggio 29th, 2008 - Posted in L'officina dei campioni | | 6 commenti
I Litfiba e la naia senza noia
Il Vicenza torna in C, io entro nel mondo: così ho scoperto Onda araba e la miglior band italiana di fine anni Ottanta

Nella foto, i Litfiba negli anni Ottanta e nell’unica foto non tetra. Erano molto dark nelle immagini e nelle copertine, decisamente più allegri dal vivo
Contenuti: armi 5%, allarmi 10%, informi 35%, uniformi 50%
I Litfiba partono come me per il Car (centro addestramento reclute) a bordo di un treno notturno che attraversa la pianura Padana e mi porta sulla costa ligure. Non li ho mai sentiti prima. Non ho mai visto neanche la Liguria, se è per questo. La cassetta è un prestito di Ninai: “Mi raccomando, la voglio indietro: è il bootleg di un concerto in Veneto”. I Litfiba non sono simpatici, da quel che ho potuto giudicare dalla foto: tristi e soprattutto alti di statura. Mai fidarsi di quelli alti di statura.
Porto sempre musica sconosciuta quando viaggio. Il fatto è che ho l’orecchio difficile: mi ci sono voluti 30 ascolti per apprezzare i Beatles. 250 per sopportare Mozart. Ho superato i cento per i Bee Gees. Niente da fare invece con Bee Toven. Insomma, qualche problema ce l’ho. Perciò i Litfiba saranno perfetti nelle interminabili notti in camerata. Da ascoltare dieci o quindici volte di fila finché riuscirò a farmeli piacere.
Siamo nel 1987, è giugno. Il Vicenza, dannazione, sta retrocedendo di nuovo in serie C dopo aver perso la promozione in A lo scorso settembre per illecito sportivo. Io faccio il giovane cronista a Nuova Vicenza e ho seguito il processo live a Milano. Siccome le squadre coinvolte erano tutte sfigatissime (il Vicenza è tra le più potenti, immaginate le altre) l’atmosfera era surreale. I pochi cronisti dormivano. I giudici anche. Avevano già deciso chi condannare e le difese arringavano senza entusiasmo. Così il Vicenza viene rispedito in B.
Servirebbe un tecnico con due palle così, perché la squadra è valida. Chiamano Burgnich. Da giocatore era un killer, ora sembra un frate francescano. I giocatori partono benissimo ma calano. Si allenano poco e male. Passiamo dal primo posto al terzultimo, domenica dopo domenica.
L’anno prima, con Giorgi, bastava sbagliare una partita per vedere cazziatoni storici. Ricordo il primo allenamento dopo un Vicenza-Brescia zero a zero, giocata malissimo. Giorgi mette la squadra in fila contro il muro dello spogliatoio e li massacra tutti, uno a uno. Sembra il generale Patton. Non fiata una mosca. “Tu, Mascheroni: come hai fatto a farti scappare Birozzi a sinistra quando sai benissimo che si gira solo da lì? Porca puttana! Guai se ti capita ancora. E adesso correre, resistenza, venti minuti. E tu, Savino: dieci volte sei andato a sostegno, almeno sei hai buttato via palla. Voglio vederti tirare. Niente passaggi quando hai lo specchio della porta. Cos’è, avevi paura di sbagliare? Non ti fidi di te stesso? Io invece mi fido. E se mi fido io ti devi fidare anche tu! E allora vai, venti giri. E tu Messersì…” E quello, interrompendolo: “Mister, ma io domenica non ho neanche giocato!”. E Giorgi, come se niente fosse: “Tu Messersì, su dieci volte che hai fatto la fascia hai messo in mezzo due volte solo, e male. Voglio la palla in mezzo almeno sette volte. E la voglio perfetta, tesa, precisa. Se no stai fuori due mesi, chiaro? Vai, trenta giri.”
Se non buttiamo via le ultime partite possiamo farcela. Tornare in C sarebbe un incubo. Ci abbiamo messo quattro anni a risollevarci, l’ultima volta. Ma la squadra non può contare su di me: io parto militare. Anzi, sono già arrivato. È mattina presto quando sbarchiamo in questo strano posto di nome Diano Marina. Il grosso del treno è sceso prima di noi, ad Albenga, dove pare ci sia una gigantesca caserma che sottopone i soldati a torture disumane. La nostra invece è più piccola. Non la conosce nessuno.
Probabilmente non la conosce neanche l’Esercito Italiano: quando arriviamo scopriamo che mancano tutte le nostre uniformi. Anzi, manca ogni cosa per il migliaio di reclute che ciondola nell’enorme piazzale: giacche, pantaloni, calzini, scarponi, mutande… Ore di panico. Poi ci dividono in plotoni, ci sbattono nelle camerate, ci insultano pesantemente e vai che si comincia.
Per cinque giorni siamo soldati in tutto e per tutto ma in abiti borghesi. Cinque giorni, al Car, sono come cinque anni di matrimonio sotto il profilo della convivenza. E mentre impariamo a riconoscere un plotone da un battaglione, un caporale da un generale, un’adunata da una ritirata (sembra facile? Beh, provate!), passiamo le ore sotto il sole marciando molto e male, mangiando molto e male, dormendo poco e male. Siccome l’abito fa il monaco – e se trovo uno che prova a sostenere il contrario lo prendo a schiaffoni – tutto sembra un gioco. Ogni persona attorno a me ha un vestito che lo caratterizza, che gli dà una storia, un passato, un futuro, una personalità. Ha un’anima. Che traspare dalla pettinatura, dalla camicia, dalle scarpe, perfino dall’allacciatura.
Poi arrivano le uniformi. Ci mettono in fila e ci danno un carrello della spesa. Giuro. Entriamo uno per volta dentro a uno stanzone gigantesco diviso in corsie. Un soldato brutto e vecchio (sarà almeno al quinto mese di naia) chiede: “PANTALONI?” “Pantaloni cosa?” rispondo. “LA TAGLIA CAZZO!” urla incendiandosi come un cerino. Ma chi l’ha mai saputa la mia taglia? A me i pantaloni li compra la mamma. Dunque, mi lasci pensare, forse… PLOF! Mi lancia alcuni pantaloni a caso nel carrello e mi ordina di proseguire.
“TESTA?” mi fa un altro soldato bruttissimo e incazzatissimo, almeno al settimo mese. Anche la testa ha una misura? Sono nel panico. PLOF! Macché, neanche il tempo di ragionare. Si va avanti così, senza che io sappia rispondere a una sola domanda. Il carrello si riempie: mutandoni di lana, magliette in tessuti d’epoca, coperte, calzini, zaini… Solo con quello delle scarpe faccio bella figura: “QUARANTATRE!” urlo impavido. “QUARANTATRE FINITI! AVETE TUTTI IL QUARANTATRE, CAZZO! PRENDI QUESTE!” urla più forte il milite, lanciandomi nel carrello scarponi e scarpe da ginnastica numero quarantacinque. Beh, meglio larghe che strette.
Dalla mattina seguente qualcosa cambia. Le stesse facce che per cinque giorni avevano un’anima diventano improvvisamente facce di nessuno. Adesso siamo davvero una massa. Anonima e indistinguibile. Ora è impossibile riconoscere il bresciano dal toscano, l’operaio dall’universitario, il fighetto dal punk, lo sportivo dal formale. Che ci crediate o meno, è impossibile anche mantenere una personalità precisa. L’uniforme – non le marce, non gli ordini, non il bromuro che mettono a tonnellate nel caffelatte – ha fatto di noi quello di cui ogni esercito ha bisogno. Siamo il quarto scaglione 87, seconda compagnia, primo battaglione, dodicesima squadra. Nella cassetta dei Litfiba (che qui al Car ho cominciato ad ascoltare, ma trovo inascoltabile) c’è una canzone che dice:
Guardo / oltre il muro di vetro / l’esercito che passa / uomini neri. Ma che cosa mi succede? / E dove sono gli occhi / di uomini neri
Non so se la trovo inascoltabile proprio per questo: parla di me. Siamo verdi invece che neri, ma il concetto è lo stesso.
Alla lunga questo bootleg dei Litfiba diventa speciale. Come l’anno di militare. Tempo perso, senza dubbio. Però è anche la prima occasione che ho per uscire dal mio mondo. Io mica lo sapevo che ne esistevano di così diversi a due passi dal mio. Persone che considerano il nonnismo buono e giusto. Persone che non parlano neppure l’italiano e magari vivono a Cogollo del Cengio, quaranta chilometri da casa mia (indimenticabile un collega che alla notizia “Per il casino che è successo in fureria, siccome non trovano il colpevole, fanno denuncia contro ignoti” risponde “Ostia! Chi xeo Ignoti?”. Persone che spaccano la faccia a uno senza pensarci due volte. E persone che non parlano l’italiano ma hanno un comportamento così diritto, così giusto nella loro semplicità, che mi fanno invidia. E poi ci sono un mucchio di ragazzi che subiscono il nonnismo con naturalezza e con la stessa naturalezza lo fanno. E addirittura (questi mi sconvolgono più di tutti) ragazzi che subiscono il nonnismo a disagio ma dopo pochi mesi lo ripetono tale e quale, trovandoci gusto.
Queste cose ho dovuto viverle per capirle. Altrimenti non ci sarei mai arrivato. Come i Litfiba. Una sofferenza, in camerata. Sulla branda del car, che ha la rete così sfatta che sfiora il pavimento, non resisto più di tre canzoni. Poi per fortuna mi addormento.
Sulla branda del distretto arrivo a cinque canzoni prima di rifugiarmi nel classico: Dead Kennedys, Gaz Nevada, Bowie. Qui le brande sono ancora più vecchie: le reti così sfatte che i ciccioni toccano il pavimento con le chiappe. Poi un giorno arriva uno di Pavia particolarmente sveglio. Con un appendiabiti in ferro dell’esercito (li facevano così solo per noi: venti chili l’uno, bisognava riciclare una 127 per fornire l’armadietto di un soldato) piega le maglie della rete, tendendola come la racchetta di Ivan Lendl. Lo faccio anch’io. Alla fine del lavoro ho le mani sanguinanti, ma il letto non è solo teso: è duro, eretto, esplosivo. Non ho mai più dormito bene come allora.
Intanto il Vicenza retrocede. Ma io mi consolo coi Litfiba. Divento da burba a medio prima di riuscire ad arrivare in fondo. Divento borghesia e quasi quasi li sopporto. Quando finalmente mi piacciono, sono ormai congedante: ho scucito tutti gli elastici della mimetica e ho cucito le tasche supplementari sui pantaloni. Il militare finisce e riesco a vederli anche dal vivo, a Oderzo. C’è poca gente: qualche centinaio di persone. Loro sono bravissimi.
Li rivedo a Verona un anno dopo. Siamo dodici persone esatte. Quando salgono sul palco, ho paura che s’incazzino con noi e se ne vadano via. L’ho visto fare, a un concerto. Invece Pelù dice: “Siamo pochi stasera… (pausa inquietante) … Pochi maaaaa BUONIIII!!!” e cominciano a suonare benissimo.
È il più bel concerto della mia carriera di spettatore. Chiediamo i pezzi da sotto i palco, senza neanche alzare la voce. È che sembra brutto salire e suonare anche noi, ma l’atmosfera è così pacifica che quasi quasi ce lo chiedono loro. Hanno pubblicato da qualche tempo 17 Re, per me il più bel disco italiano di fine anni Ottanta. I titoli – Resta, Tziganata, Cane, Pierrot e la luna, Oro nero – sembrano demenziali. Invece i pezzi sono tutti bellissimi, trascinati da un basso che sembra un motore, una chitarra elegantissima, una tastiera raffinata e la voce, calda e sempre sopra le righe, di Pelù.
Li vedo la terza volta a Noventa Vicentina, all’aperto. Stanno per pubblicare un nuovo disco di cui anticipano un brano. Non mi sembra all’altezza di 17 Re. C’è poca gente, come sempre, ma soprattutto c’è qualcosa che non va nell’impianto. Piero Canta stonato di mezzo tono. Però se ne frega, e fa bene.
Li vedo per l’ultima volta a Padova. Da pochi mesi hanno pubblicato il nuovo disco che comprende Tex, Viva Cangaceiro, Luisiana. Sorpresa: c’è un pienone pazzesco, fai fatica a muoverti. Sono contento per loro, un po’ meno per me. Ma capisco che è demenziale restare legati al mito del gruppo “bravissimo ma sconosciuto”. Meritano di avere estimatori, guadagni, folle in crescita e sbarbe adoranti che attaccano i poster sopra il letto. Però i pezzi mi piacciono meno, per quanto mi sforzi a riascoltarli.
Pazienza, riascolto i vecchi. Che anche oggi mi sembrano bellissimi, pieni di energia, di poesia, di passione. Il primo pezzo che mi ha fatto innamorare, sulla rete da acrobata dal distretto, era Onda Araba. Magnifica canzone in due accordi (re e re diesis, mai sentita una roba simile) che dice:
L’invasione / della radio / un minuto un minuto e mi raggiungerà /Progressione / della radio / arriva da Oriente e mi trasformerà /Cambia luce / e maschera / si moltiplica e segna / cerchi di fuoco e sabbia
Intanto loro diventano sempre più apprezzati, e poi litigano, e fanno casino, e insomma va a finire come va a finire sempre.
Un giorno li sento per radio che parlano del passato. Fanno ascoltare un pezzo di 17 Re e chiedono a Piero e Renzo, il chitarrista: cambiereste qualcosa oggi di queste canzoni? Loro rispondono in coro: “Il basso”. Spengo la radio.
Matteo Rinaldi
maggio 20th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 8 commenti
Un tranquillo week end a vela di paura
Ecco perché la vela è l’unico sport che riesce a trasformare due tranquilli giorni di aprile in un incubo. E tre persone mediamente capaci in perfetti imbecilli
Contenuti: orrore 40% squallore 40% colore 19% ardore 1%
Questa storia non la racconto con troppe parole. Lascio parlare le immagini. Brutte immagini, tra l’altro. Le ho scattate con una Olympus tascabile, scelta apposta per la barca a vela: è la sola a un prezzo contenuto con obiettivo da 28, che permette di inquadrare il pozzetto direttamente dal pozzetto.
Buona visione.
Il viaggio da casa al porto di partenza è notoriamente costellato di imprevisti: code, forature, manifestazioni, incidenti, atterraggi Ufo e qualunque sfiga possa farvi ritardare di ore. Ma noi (Matteo, Andrea, Stambino) per la prima volta, arriviamo in perfetto orario. Dovevamo capire da qui che qualcosa non andava: avremmo dovuto tornare immediatamente indietro.
Stambino (a sinistra) ha l’influenza. Perciò veste come Soldini a gennaio. Glielo dico e replica “Soldini di Nonna Abelarda?”L’ultima volta è stato malissimo: mezza giornata disteso, a lamentarsi. L’altra mezza è andata meglio: seduto, a lamentarsi. Chissà perché nelle pubblicità delle barche ci sono sempre donne bellissime, nude e felici. Sanno perfino chi è Soldini.
Usciamo dal porto e il vento rinforza. Siamo un po’ preoccupati perché il windex è rotto e non abbiamo mai veleggiato senza. Per sicurezza ho portato una videocassetta, che ha il nastrone largo e grosso, perfetto per la sartie.
Su le vele. Ahò, impariamo in un attimo anche senza windex. Ci si diverte sul serio. Veleggiamo qualche ora, mangiamo, veleggiamo. La barca ha molti pregi fuorché uno: impossibile fare movimento. E dopo un’ora di bolina, in giornate come questa, per scaldarsi ci vorrebbe il caminetto.
“Il mare senza bagno non è il mare” dico. Così mi butto in acqua (gli altri sono in giubbotto). L’ingresso è magnifico: mi sento come Jack Nicholson in Shining, quando viene chiuso nella cella frigorifera. Fortunatamente Andrea imbrocca, per la prima volta nella sua carriera di velista, un’impeccabile manovra di recupero uomo a mare. Altri trenta secondi e mi avrebbero rivenduto a Chioggia, il giorno dopo, come tonno d’altura.
L’immagine è fittizia, ma voglio vedere voi a fotografare nel terrore. Stiamo rientrando tranquilli e beati, anche se ho curiosamente le labbra viola, i piedi blu e visioni da acido lisergico. Il cielo è azzurro, non c’è una nuvola, non c’è un’onda. Quand’ecco che…
Ricevo improvvisamente un sms da Mistro, il mirabile autore di Velablog, che conosco solo per iscritto senza averlo mai visto di persona né sentito per telefono. “Dove siete?” scrive. “Stiamo rientrando” rispondo. “Bene” mi bippa. “Perché?” digito. “Sta arrivando ventone” replica. “Ventone? Ma se…” Il messaggio mi si blocca sulle dita. Stiamo entrando nelle bocche di porto di Venezia, vele a farfalla e arrivano dal nulla 116 nodi.
Andrea (al timone) va nel pallone e non riesce a mettersi prua al vento. La barca beccheggia, rolla, tatanza e smanarunzia. Lo so che non esistono questi termini; sono per rendere l’idea. Gli dico “Stai calmo, accendi il motore che viriamo con calma”. “Non ci riesco! Non ce la faccio!” urla. Mi giro e vedo che la poppa, sollevata da vento e onda, è altissima. L’elica gira e urla, interamente fuori dall’acqua. Mi verrebbe da ridere, peccato che il terrore mi impedisca di divertirmi. (nella foto: il curioso colore dei miei capelli in quei momenti)
Dico: “Andrea, stai calmo e rilassato”. “Sono calmissimo – replica – Ora mi butto in acqua, ma calmissimo, non preoccuparti”. “Sei un grande velista, ce la faremo” lo incoraggio. In realtà vorrei dirgli: maledetto, hai anche la patente senza limiti, mentre a me mi hanno bocciato e mi sono dovuto accontentare della entro 12 miglia. Cazzi tuoi, ora!
Ma la vela è bella per questo. Perde la testa uno, si sfrutta quella dell’altro. Riusciamo a ormeggiare nel primo buco libero in soli trenta minuti, dopo aver semplicemente sudato 5 litri, perso 2 chili e giurato solo 12 volte che avremmo per sempre cambiato hobby. Stambino scende e si rifiuta di risalire. Tornerà a Vicenza in treno. Peccato, soprattutto per la somiglianza con Soldini.
Hei, che problemi ci sono? Io e Andrea abbiamo letto il Glenans, sappiamo riconoscere perfino i segnali della pesca a strascico. Io poi cito un cantiere per ogni lettera dell’alfabeto. Ci rimettiamo in marcia per raggiungere un porticciolo: una pizza, una bella nottata e tutto sarà di nuovo fantastico.
L’autore, a sinistra, e Andrea si preparano per la notte a bordo del Beneteau. Purtroppo per loro nessuno dei due è gay. Saranno svegliati la mattina seguente da una corroborante e allegra doccia: l’umidità di condensa che, formatasi sulla tuga durante la notte, cade violentemente su di loro alle prime luci del mattino.
Il giorno dopo la Grande Paura navighiamo a vela – praticamente senza mai accendere il motore – per l’intera laguna zigzagando con arte tra piroscafi, briccole, motoscafi e petroliere.
Magnifico il tragitto: Alberoni, Malamocco, lungomare Lido (insalata di mare alle una, di bolina) niente bagno (cristo, fatelo voi stavolta), bocche di porto di Venezia, Torcello, Burano, Murano, Campalto. Il giorno dopo Mistro mi scrive: “Avevo paura di offendervi a scrivere meglio che ammainate”. Gli replico gentilmente, ma vorrei tanto scrivergli: La madonna Sergio, la prossima volta ordina semplicemente “SCAPPATE!” e non preoccuparti: non mi offendo neanche un po’.
Matteo Rinaldi
maggio 15th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 10 commenti
I Pitura Freska e il maniaco da concerto
Così ho scoperto la più originale band italiana: Murassi il loro capolavoro
Contenuti: matti 30%, maniaci 20%, cantonate 40%, musica 10%
Nella foto: i Pitura Freska in azione. Brutti, sporchi e bravissimi
O era un maniaco sessuale o un pazzo da concerto. In ogni caso, guai in vista. Il maniaco sessuale frequenta i concerti di periferia attratto non tanto dalla musica quanto dalle ragazzine. Vaga tra il pubblico guardandosi attorno con aria sospettosa. Poi punta la preda e si piazza a distanza di sicurezza fino all’inizio dello spettacolo. Avanza lentamente, canzone dopo canzone. A metà concerto arriva a portata di mano, di norma da dietro, fingendo di ballare. Se la ragazza è sveglia riesce a cacciarlo subito: basta un’occhiataccia, una frase secca. Lui non fa una piega: si sposta e ricomincia.
Il pazzo da concerto è perfino peggio. Soprattutto se sei uno che i pazzi li attira. Io ho sempre fatto la fine delle ragazzine, pur non possedendo alcuna attrattiva sessuale: i pazzi da concerto (e da stadio, da bar, da autogrill) mi puntavano anche in mezzo a una folla immensa e decidevano che io ero quello giusto per tutto: raccontare l’intera vita al fuggire assieme in Messico.
Dunque ero giustamente terrorizzato. Questo poi era particolarmente brutto. Grassoccio, squilibrato, movimenti totalmente disarmonici, sguardo stralunato.
Ero a Villaverla, a uno degli ultimi concerti della mia carriera di spettatore. Aveva luogo uno dei tanti festival vicentini di moda tra gli anni ottanta e novanta. In tre ore di concerto ascoltavi tanti gruppetti, qualche gruppo, molti gruppacci.
Arrivo a Villaverla in moto, una Yamaha 400, quattro cilindri, usata. Me l’ha rifilata un meccanico furbo e avido. È bellissima ma insopportabile. Quattro cilindri significa dolcezza eccezionale e zero vibrazioni. Io venivo da dieci anni di Lambretta. Un’eroica Lambretta LI del 1965, mia coetanea. Strappi assassini, vibrazioni da carro armato della prima guerra mondiale.
Se mai una ragazza sovrappeso si fosse degnata di salire sulla Lambretta, avrebbe scoperto un sistema eccezionale per dimagrire senza bisogno di diete. Erano gli anni in cui le emule di Vanna Marchi proponevano le miracolose macchine da dimagrimento: una semplice fascia elastica che vibrava attorno a vita e glutei. Ogni rete privata minore dei nostri televisori trasmetteva tutte le sere un festival di bellezze in body che dimostravano sul proprio corpo gli effetti delle suddette macchine.
Noi maschietti dai quindici ai novanta apprezzavamo l’interminabile ballonzolamento che partiva alle 10 di sera e terminava a notte fonda. Non c’era mica internet, allora.
La Lambretta aveva lo stesso effetto. Ma in più, faceva strada. Poca magari, perché la media dei sessanta era quasi insuperabile. Ma chi se ne frega! Partendo alle otto di mattina da Vicenza c’erano ottime possibilità di arrivare a Jesolo per ora di pranzo. E perfino a Rimini, prima che calasse la notte.
Io poi raggiunsi Taormina, da solo, in due fantastici giorni di viaggio. Alla fine ero dimagrito dieci chili (per le vibrazioni), parlavo con la Lambretta (per la solitudine), ma avevo visto e soprattutto annusato l’intera Italia, alla velocità di un ciclista durante il giro. Purtroppo dell’Italia non ci avevo capito un cazzo (per l’ignoranza) ma avevo apprezzato.
Di quell’esperienza unica ricordo la cialtroneria con cui mi misi in viaggio: una cartina scala uno a un miliardo per occupare poco spazio e soprattutto per non farsi spaventare dalle distanze, e qualche indumento di ricambio. Nessun peso superfluo come macchine fotografiche. Solo una cassetta di attrezzi poco più grande di un pacchetto di sigarette.
Eppure riuscii – miracolosamente – a scampare da un grippaggio dopo Roma. E a rimettere in sesto le puntine platinate, durante il viaggio di ritorno, sull’Aspromonte. Senza sapere non soltanto cosa fosse l’Aspromonte, ma soprattutto le puntine platinate.
Ma il viaggio lo racconto un’altra volta. Altrimenti il pazzo da concerto (o maniaco sessuale) fa in tempo a combinare guai. E questo non deve accadere.
Il primo gruppo finisce. Potevano chiamarsi Gli impavidi barilotti o anche i Fucking Powers. Impossibile ricordare. Il pazzo entra in azione. Si dirige verso una tipa decisamente sovrappeso – quasi quasi la invito in Lambretta – ma all’ultimo scarta.
Punta su di me. Lo sapevo, dannazione! E dire che mi sono nascosto quasi dietro al palco, vicino alla scaletta. Cerco di mantenere la calma. Se mi chiede una cicca me la cavo con poco. Ma se mi parla della prossima invasione extratterrestre?
Si avvicina ed è molto più inquietante a due passi che da lontano. Chiudo gli occhi. Mi sfiora. Prosegue. Sale sul palco.
Cristo. Il pazzo va sul palco! Questa eventualità si presenta raramente, ma quando accade sono problemi. Il pazzo da concerto che conquista un microfono è peggio di un kamikaze talebano. Si avvinghia con le mani, urla e strepita, non lo staccano neanche in cinque. E lui fa esattamente questo. Ma forse gli organizzatori del concerto lo conoscono: in un istante mandano sul palco gli addetti alla sicurezza. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette…
Cristo, deve essere pericolosissimo! Ma… Non sono gli addetti alla sicurezza. Sono la band! Velocissimi, imbracciano uno strumento ciascuno e in un attimo sono pronti. Il pazzo, incredibile ma vero, è il cantante.
Non avevo mai visto tanta gente su un palco. E siccome è notorio che, nei concerti sfigati, più gente che suona corrisponde a più casino, la vedo proprio nera.
Sono in otto. Noto con orrore che oltre a basso, chitarra e batteria estraggono strumenti di tortura come trombe, sax, tromboni.
Sono ancora in tempo per scappare? Questi son capaci di fare jazz senza aver avvisato nessuno. Roba da denuncia. Roba da chiamare i vigili. Roba da salire sul palco e spaccare tutto. Ora capisco perché le teste calde del ‘77 hanno malamente fallito. Salivano sul palco a rompere l’anima a gente come Lou Reed. Coi jazzisti stavano seduti e zitti, pagando pure il biglietto.
A proposito, come cacchio si chiamano questi? Pitura Freska. È la goccia che fa traboccare il vaso. Erano più credibili gli Impavidi barilotti. Perfino Fucking Powers dava più garanzie.
Cominciano. E io, coglione, sono pure a fianco del palco, sotto all’amplificatore. Partiti! Uno, due, tre, dieci secondi.
Cristo. Sono dei mostri. Mi lasciano di sale. E sì che di concerti e concertini ne ho visti a dozzine. Ma questi non centrano niente con i concertini. Questi sanno fare musica. Sanno scrivere testi. Sanno perfino suonare. Addirittura tengono il palco. Il pazzo si trasforma, in cima al palco. Fa sempre paura, ma tiene la platea sul chi vive.
I pezzi sono tutti belli, alcuni di più. A me, che di solito al primo ascolto non capisco niente, colpisce immediatamente “Marghera”, allegra e bellissima:
Marghera sensa fabriche saria più sana / na giungla de panoce, pomodori e mariuana
Per la prima volta nella mia carriera di spettatore compero una cassetta della band, in vendita all’uscita. Ce l’ho ancora. C’è Marghera, ancora bellissima, c’è Pin Floi, c’è la magica Saria Beo, una storia dolcissima di una giornata a Venezia da veneziano turista in mezzo al solito mare di turisti. E c’è soprattutto Murassi, una serata a Venezia in uno dei pochi angoli dove i turisti non ci sono.
Per me è la canzone più bella. Cercatela, trovatela, ascoltatela. È semplicissima, lineare, precisa e perfetta. Allegra e stonata, irreale e disperata. Proprio come una giornata a Venezia.
Nemo far festa ai Murassi / A macarse i ossi sui sassi / Fatti come rovinassi / Che nissuni ne vol più
Come tutte le grandi band, anche i Pitura hanno avuto vita breve. Al concerto successivo che andai a vedere, (Schio, festival dell’Unità: cinquanta persone invece di venticinque), incontrai sotto al palco una vecchia conoscenza: Fox Volpato, cantante dei Plasticost (splendida la loro Ascensore Dada), che pubblicò un paio di dischi ottimamente accolti dalla critica, tiepidamente dal pubblico. Fox di musica ne capiva.
“Fox! – dico – Per me questi sono bravissimi. Ma penso che abbiano scarse possibilità cantando solo in veneziano”.
Mi guarda come se fossi scemo: “Cazzo dici? Questi hanno appena firmato con un’etichetta mostruosa. Sono lanciatissimi! Vedrai”.
E sono andati pure a Sanremo.
Però Skardy il cantante, non ha mai lasciato il suo lavoro da bidello. Questo almeno dicono le voci. Ci ha scritto pure una canzone, sul suo lavoro da bidello.
Suona ancora, mi dicono. Ma quei Pitura non esistono più. Un po’ di pezzi in MP3 li ho trovati. Caso mai metto su la vecchia cassetta, di plastica rossa, e mi diverto come quella volta a Villaverla. Rispetto al concerto manca tutta la potenza del suono dal vivo. Ma manca anche il maniaco, perciò va benissimo così.
Matteo Rinaldi
maggio 13th, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti
