Non capisco un paterazzo

Le 5 FAQ del velista: dalla guerra dei sessi al sesso in pozzetto

Contenuti: domande 50%, risposte 50%, affidabilità 0%.

Nella foto: se vostra moglie vi scopre mentre visionate questa cassetta, inutile ammansirla spiegando che lo fate per il piacere suo. Il vostro ignobile scopo è lampante: cercate nuove strade per una (eventuale) sessione erotica in barca evitando capocciate, slogature, sbucciature, artriti e distorsioni. 

Ci sono domande che voi umani non potete neppure immaginare. Di farle a voce alta non se ne parla. Ma questo sito lavora per voi: non solo ve le pone, chiare e impietose (“Si può far l’amore in barca a vela?”) ma addirittura vi risponde chiaramente (“No, neanche per idea!”) e vi spiega il perché. Tutto gratis!

Ma c’è di più. Se avete altre questioni impossibili, liberatevi dalle vostre catene e scrivete, forte e chiaro. Ognuno avrà ciò che si merita. 

1. In barca a vela si va scalzi o scarpati?

Si discute da anni su questa sciocchezza. Ma nessuno sa dare la risposta definitiva. I regatanti spiegano che le scarpe sono fondamentali perché a camminare scalzi si rischia la salute di piedi, unghie e calcagni. I marinari replicano che farsi male è impossibile e che la sensibilità del piede scalzo è unica. Chi ha ragione? I marinari, senza dubbio. Io non mi sono mai fatto neanche un graffio, eppure cammino coi piedi storti, sono distratto e disarmonico come la vecchia Multipla, quella che cappottava anche da ferma. E poi l’anno scorso ho navigato venti ore consecutive con le scarpe da ginnastica addosso: quando le ho tolte ho rischiato l’incriminazione per omicidio. E sono tra quelli che sudano pochissimo! Quindi, chiudiamola una volta per tutte: in crociera si va scalzi, costi quel che costi. In regata ognuno è libero di fare quel che vuole. PS: io in regata giammai. A meno che non raccogliate un equipaggio scalzo, senza facce da scemi e soprattutto senza occhiali da sole. Allora vengo volentieri, anche a pelar patate.  

2. In barca a vela si può fare l’amore?

Lasciate perdere. Primo: fa caldo. I piedi (vedi sopra) hanno già dato, perché insistere? Secondo: è stretto, e non avete più diciott’anni. Terzo: le pareti sono di cartone. Si sente pure lo sguish sguish, non è proprio il caso. Quarto: pochissime donne sono attratte dalla barca a vela. Quante ne possono esistere di attratte non solo dalla barca ma addirittura da voi malati di mente, nudi e puzzolenti dopo una giornata in condizioni subumane?

Nella foto: l’effetto della posizione sopra-sotto, eccellente su un vero letto ma abominevole in barca. La mancanza di spazio impedisce ogni movenza. Se non viaggiate con mare a forza otto, le sensazioni che date sono paragonabili a quelle del bradipo in amore.

3. In barca a vela la donna vale quanto l’uomo?

Sì, come in tutte le altre attività umane. Solo che trecento cialtroni disposti a farsi ammaliare da una vela li trovate, trecento cialtrone no. Al massimo trenta. Calcolando che in qualsiasi specialità sportiva e professionale i fenomeni non superano il due per cento, ogni trecento maschi avete sei possibilità di incontrare un campione. Su trenta femmine ne avete zero virgola. Punto, a capo e non parliamone più. 

Nella foto: quando avete un prodiere come questo, potete tranquillamente vivere in barca senza presenze femminili. Peraltro è anche molto più bravo a cazzare le scotte senza il winch.

Nella foto: se a uno sguardo più attento il prodiere di cui sopra è in realtà questo, non indugiate: tornate immediatamente a terra e abbandonate la vela per qualche mese.

4. In barca a vela si può vivere?

Certo. Comodi come nelle segrete di Guantanamo, motivati come in un’alleanza di centrosinistra, rilassati come a Mosca dopo aver scritto un libro contro Putin. Per favore, avevamo detto domande sensate.  

Nella foto: questa magnifica stampa d’epoca mostra chiaramente a quale livello di pazzia arriva chi è costretto a vivere in un guscio galleggiante. E non voglio sapere cosa andavano a fare lassù.

5. In barca a vela si può morire?

Certo. Ma è sempre meglio che morire in autostrada, su una pista da sci, giù per le scale, su un letto di ospedale. Dove abbiamo le stesse possibilità. Possiamo però abbassare la percentuale, comportandoci da persone per bene.

Nella foto: in barca nessuno è mai morto di solitudine. Apparentemente erotica, questa immagine è invece di un realismo sfacciato: fissa il temuto “Ingorgo nel quadrato”, quando per permettere ad A di raggiungere rapidamente il bagno, B e C – che stavano cucinando e carteggiando – sono chiamati a complicate evoluzioni circensi.

Nella foto: il fotografo velista-iperrealista Arturo Sguazzon ha raccontato con questo celebre autoscatto il suo “Semestre in barca senza scalo e senza senso”. Il piede sinistro fa la bussola, il destro il tangone, la mano sinistra il windex e la destra gli scongiuri. Solo fotografando gli orfanatrofi abbandonati di Chernobyl Sguazzon ha ritrovato la serenità. La stessa che va a cercare l’autore, in ferie. Pronto a tornare al timone, e alla tastiera, non appena settembre farà capolino. Un bacio.

Matteo Rinaldi

luglio 30th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 9 commenti

La vela del ragno

Analisi di una delle più classiche sfighe del velista: il problema imprevisto. Come si reagisce, come ci si inguaia, come ci si corregge.

Nella foto: diventi un vero velista quando capisci che la costante di questo sport non è l’adrenalina né la pace interiore ma la paura. A Vicenza si diventa veri velisti dopo l’incubo premonitore del traghetto assassino al lago di Fimon

Contenuti: parole 30%, parole parole 40%, parolacce 30%

Con problema imprevisto s’intende quel contrattempo in grado di farti passare un brutto quarto d’ora. La causa può essere il mare (ma anche il lago), il vento (ma anche l’assenza di), il caldo (ma anche eccetera). Dal motore alle vele, dal traffico alla solitudine, il problema imprevisto può arrivare da tutto e dal contrario di tutto. La dimostrazione che il vero imprevisto della vela sei soprattutto te stesso.

Dall’alto della mia clamorosa in-esperienza sono la persona giusta per parlarne. Le ho viste tutte, io. Sono stato trascinato dalla corrente sotterranea della laguna, abbandonato dal motore tra i lavori del Mose, abbandonato dagli amici davanti al conto di un noleggio. Quindi datemi retta: ecco come ci si protegge dall’imprevisto del velista, cioè da se stessi e dai propri limiti.

Avrete letto su Bolina le storie di gente che non sa manco navigare ma se la cava, dopo aver perso il timone, calando in acqua un secchio per governare. E di bravi navigatori che perdono la barca a causa di un bullone. La soluzione dunque sei tu. E tre semplici cose devi fare per cavartela. Uno: stai calmo. Due: fai la cosa più semplice. Tre: fidati di chi non conosci.

Nella foto: Uno dei principali momenti di panico a bordo: nessuno si è ricordato di portare il rotolone di carta igienica da 35 centimetri, fondamentale dopo due giorni di viaggio

1. Stai calmo tu che a me viene da ridere. Restando calmo ottieni due grandi risultati: tranquillizzi te stesso e soprattutto gli altri. Gli altri, quegli incapaci, nella tua calma vedono sicurezza e idee chiare. Loro non sanno che sei un pirla. Credono che un anno di corso abbia fatto di te la versione maschile di Ellen Macarthur. Ma non importa. L’importante è che non rompano e ti lascino improvvisare. Ho sperimentato questo sistema in un momento di crisi e ha funzionato perfettamente. Ricordo che a un certo punto orzavo e poggiavo totalmente a caso, ma – ecco il segreto – tutti erano entusiasti perché spiegavo quel che facevo urlando come Russel Crowe  (“Ora si orza ragazzi. Così, fantastici! E adesso attenzione: si poggia!”).

Io poi ho un vantaggio ulteriore e se permettete me lo tengo: tengo corsi di comunicazione, che insegnano a controllare voce, corpo e sguardi. Mi muovo in pozzetto come Pietro D’Alì anche quando sto per mettermi a piangere. Se non vi sembra un granché come consiglio, pensate ai grandi condottieri della nostra storia: da Mussolini a B., non sanno assolutamente cosa fare ma si comportano come se avessero idee chiare e sensate. E qualche milione di persone ci casca ancora. 

Nella foto: Troppi Trippi, ottima velista del blog skazzaelasca.wordpress.com, adotta con successo il sistema 1. Non sa assolutamente che fare ma tiene una posizione marziale e nasconde le lacrime dietro agli occhiali da sole

2. Fai la cosa più semplice. Sembra una banalità ma ogni problema velico parte esattamente da qua. Andare a vela è come fare un discorso per attaccare bottone con una ragazza. Da quando hai quattordici anni ti rovini la vita con citazioni che partono da Holly Hobby per arrivare al marchese de Sade. “Ciao scusa ma appena ti ho visto ho avuto tipo un flash perché mi sa che ti conosco già sei forse la sorella della Robinia quella che faceva la quarta B no anzi C e…”). Basterebbe tirare un bel respiro e dire: (pausa per incrociare lo sguardo) Ciao. (pausa). Mi chiamo Attilio. (pausa). Attilio tipo Attila, ma io sono meno feroce. (pausa). Tu come ti chiami? (pausa).

Sembra una cazzata? Provate. Funziona anche a sessant’anni. Perché date l’impressione di essere sicuri di voi, sereni, non aggressivi. Addirittura intelligenti. E perché date agli altri tempo e calma per ragionare. Che è quello che vi serve in barca. Cioè non vi serve dire Ciao sono Attilio, ma il concetto è lo stesso. No “Ragazzi c’è un problema imprevisto questo maledetto borin ci fa finire in acqua e continuo a straorzare come un mona porca puttana bisogna che diamo almeno una mano di terzaroli oppure no caviamo tutto direttamente…“. Il metodo giusto è semplice: “Va tutto bene! E ora lo facciamo andare ancora meglio. Prua al vento e giù le vele. Ripeto: prua al vento e giù le vele. Tra dieci minuti siamo in porto e pago la pizza a tutti!”

Nella foto: È il momento giusto per rassicurare l’equipaggio. Va tutto bene, qualcuno ha mica un’aspirina per caso?

3. Fidati di chi non conosci: la tua barca. Perché migliaia di naviganti, anche bravissimi, hanno perso la faccia, la barca e talvolta la vita gettandosi in mare nei momenti di difficoltà? Alla tragedia del Fastnet di fine anni Settanta morirono in molti perché si erano buttati, ma quando la tempesta si placò le loro barche furono recuperate intatte e a galla. 

Beh, o siamo tutti scemi o una ragione c’è. È probabile che nei momenti di paura il movimento della barca sia davvero angosciante per noi terrestri. Dev’essere così per convincere una persona a buttarsi in acqua, al freddo, al largo e tra onde di quattro metri pur di abbandonare quella giostra demoniaca. Ok, non è il nostro caso. Ma dovrebbe farci capire che questa dannata barca è meglio di quello che sembra. Assecondiamola un po’ e diamole fiducia. C’è la speranza che a sua volta ne dia un po’ anche a noi.  

Conclusione. Calma, semplicità e fiducia nel mezzo. E pazienza se pare lo stesso consiglio che vi darebbe Rocco Siffredi.

Matteo Rinaldi

luglio 23rd, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti

La vita di ospedale: perché pago le tasse volentieri

 

Seconda puntata del viaggio “Sopravvivere a un arresto cardiaco”. Dalla rianimazione alla cardiologia, il ricovero dalla A alla Zeta

(la prima puntata è un paio di post sotto).

Arrivo. Sarebbe bello ricordare il viaggio per l’ospedale. L’arrivo dell’ambulanza, i paramedici che estraggono la lettiga e ti sollevano piano, tenendo le gambe leggermente piegate per non forzare sulla schiena. Ci vuole arte per sollevare settanta chili in due. E poi la mascherina per respirare, le scariche col defibrillatore, i vestiti bagnati e strappati. Si viaggia a sirene accese, immagino. Le strade percorse le conosco a memoria. Dev’essere la prima volta che attraverso Vicenza così rapidamente. Mi pare di ricordare anche l’interno dell’ambulanza. È un falso ricordo ovviamente, eppure visualizzo l’ambiente dalla prospettiva del trasportato. 

Bagno. Il bagno dell’ospedale ha wc e lavandino. Non ha finestre. Non ricordo la doccia, ma sono quasi certo di averla adoperata. Se penso all’ambiente, sono confuso: ricordo piastrelle quadrate e marroni (ma mi pare impossibile, in un ospedale). Ma ho anche l’immagine dei rassicuranti listelli di plastica, bianchi, facili da pulire. Ricordo lo scorrere dell’acqua, la barba lunga, la sorpresa nel non ritrovarmi affatto puzzolente dopo quindici giorni di fila. Stupito e soddisfatto. Probabile che le infermiere, o mia moglie, mi abbiano dato una lavata mentre non ero in me.

nella foto: il mio fisico, prima. Dieci anni di iperattività fisica, diete ferree, migliaia di chilometri di corsa e di chili sollevati. 

Cibo. Non era male. Dopo dieci anni di dieta, in ospedale ho ricominciato a mangiare. È stata una specie di resa. “Sport non ne farai più” mi avevano detto. Quindi non aveva più senso soffrire. Vai con primo, secondo, contorno. Pasta, carne, formaggio. Il mitico purè – una celebrità negli ospedali – non lo ricordo. Forse è passato di moda. E mi pareva di ingozzarmi, una bella differenza rispetto alle mie insalate. Da bere acqua minerale naturale, senza bollicine. Niente caffè: “Non potrai più berlo”. Lo bevo ancora, invece. Orari da colonia Marzotto: pranzo alle 11,30. Cena alle 18. Nascosti nel cassetto, cioccolata e biscotti, a tutte le ore. Mai stato in colonia Marzotto. Anzi, mai stato in colonia. E faccio ancora sport. Blando e saggio: zero forzature. Mai sgarrato.

Nella foto: il mio fisico, dopo. Riscoperta di pizze, gelati, merendine, pane e carboidrati in generale

Dolori e odori. Non ne ricordo nemmeno uno. L’arresto, la caduta, la faccia sull’asfalto: zero. Le scariche elettriche: zero. I tagli, le sonde, le cuciture: zero. Le punture: zero. Ricordo qualche odore: alcol, circuiti elettrici, disinfettante, sangue, materiale elettrico, plastica, gomma. L’odore più vicino a quello dell’ospedale l’ho sentito aprendo la scatola di un nuovo i.pod. Un flash. Probabilmente la parte elettronica  ha un sapore forte e caratteristico come quella dei macchinari ospedalieri. Due sono i casi: gli antidolorifici sono davvero eccellenti; certi dolori sono eccessivi per essere ricordati.

Esperienze. Il ruolo del malato deve fare un passo avanti. A suo vantaggio. La passività a cui sei costretto è eccessiva. Non solo perché è umiliante, ma perché ti libera dalle responsabilità. E una persona senza responsabilità è un mezzo vegetale. Per troppi giorni ho approfittato di questo. Tornato dall’ospedale ho vissuto crogiolandomi nel mio malessere: non posso fare niente perciò non faccio niente. Sbagliato. Già in ospedale, quando hai appena un barlume di coscienza, dovresti essere spinto a prenderti responsabilità. Guariresti prima e meglio. 

Fili. Avevo cannucce, cannette, cavi a spasso per il corpo. E ho l’immagine di una sonda che mi hanno infilato lungo una vena, partendo da una gamba credo, per arrivare al cuore. Ma non l’ho mai sentita. Anzi: non l’ho mai avvertita. Se era dolorosa o invasiva, non ricordo nessun dolore e nessuna invasione.

Garze. Le garze mi piacciono perché sono ruvide, quel ruvido che da bambino fa paura. Invece su un lenzuolo ruvido si dorme meglio che su un lenzuolo liscio. Avevo una garza ruvida sul petto, che mi proteggeva il cuore e i punti. Non mi dispiaceva sentire, attraverso questa garza ruvida, il mio defibrillatore. Lo immaginavo quadrato, con gli angoli arrotondati e, chissà perché, cromato come la mia Lambretta anni sessanta. Lo immaginavo bene: non è cromato ma lucidato. Appena meno brillante.

Heilà! Quelli dell’ambulanza, gentilissimi, sono venuti a trovarmi parecchie volte nei giorni seguenti. Un paio d’anni dopo ho conosciuto un’infermiera del Suem: “Sei Matteo Rinaldi? Ah, che soddisfazione ci hai dato! Sei un record per noi, l’unico arresto cardiaco che il mio gruppo ha recuperato vivo”. Che venissero a trovarmi per il record? E se anche fosse? Facevano bene.

In-paziente. Se mai ritorno in ospedale, gliela lo faccio vedere io alla classica arrendevolezza del malato: discuto le medicine, metto becco sull’arredamento della stanza, pretendo che mi illustrino le operazioni in power point. Dò consigli ai medici e dialogo alla pari con il direttore generale. Negli anni Sessanta, quando eravamo un popolo più giovane e creativo, davamo almeno manate sul culo a dottoresse e infermiere. Adesso non ci passa neanche per la testa.

Joker. Da ragazzino, a casa mia girava Selezione dal Readers Digest, tremenda rivista iper reazionaria americana. Ricordo un lungo servizio sulla post-morte. Un gruppo di intervistati, strappati alla morte all’ultimo istante, raccontavano di aver visto una luce meravigliosa, di aver sentito un suono celestiale e insomma di aver sfiorato Dio e il Paradiso. Mica ci ho mai creduto. Però oggi ho il piacere di aver provato di persona. Non ci sono luci, non ci sono suoni, non c’è paradiso o inferno. Si spegne tutto, a partire dalle preoccupazioni. Morale: Dio, per fortuna, non esiste. E da allora non ho più paura di morire. 

Kaos. Mesi dopo mi accorgo che provo una forte simpatia per le persone che mi sono venute a trovare in ospedale. E me la prendo con chi non ho avuto il piacere di vedere. Rimugino: ma guarda un po’ questo, non ha trovato neanche il tempo di venire una volta… Mumble, rumble… Mesi dopo, per caso, tiro fuori il discorso con mia moglie: Perché Tizio, Caio, Sempronio non sono mai venuti? Vergogna! È inammissibile, io… Lei mi interrompe: “Ma cosa dici? Sveglia, ragazzo. Sono venuti tutti, solo che tu eri rincoglionito e non lo ricordi più.” Chiedo ancora oggi scusa a Tizio, Caio e Sempronio. Li ho odiati per un paio di mesi, mica quisquilie.

Libri. In ospedale leggo due libri. Margherita Dolcevita di Stefano Benni e Cielo Manca di Stefano Garlando. Quello di Benni non mi piace. Colpa mia, della confusione che ho in testa, o colpa sua? Faccio fatica a ricordare la trama. Almeno però ricordo titoli e trame. Invece non ricordo un solo giornale. C’è una notizia clamorosa in quei giorni? Vado a cercare su internet. Sfoglio qualche giornale. Grande caldo, scrivono. Incidenti. C’è anche il mio. Il pezzo è di Tolettini. Fin troppo gentile: “Il collega Matteo Rinaldi, da tutti benvoluto per la sua contagiosa simpatia, dopo una giornata di duro lavoro…”.

Mani. Mani che mi toccano, che mi girano, che mi sistemano. Le mani delle infermiere, pratiche e veloci, che mi lavano, mi cuciono, mi siringano decine di volte. Mi cambiano le garze. Mani forti ed esperte, che mi danno fiducia. Però non ne ricordo una. In quel momento non ho la capacità di guardarle, ammirarle, studiarle. Di vedere anelli, calli, fedi, screpolature, smalto.

Note. Mi portano un lettore Cd. Ce l’ho ancora, in un cassetto. Mai più usato. Forse avrei voluto un i-pod. Esistevano nel 2005? Ascolto un po’ di musica ma non ricordo né i gruppi né le canzoni. La musica, che mi piace, in quei giorni non mi dà soddisfazione. Non ricordo vibrazioni né emozioni. Torneranno, fortissime, più avanti. A casa, in auto, altrove. Oggi sono addirittura più forti di un tempo. Tornato a casa dall’ospedale ricordo di aver pianto ascoltando canzoni. Nemmeno a sedici anni mi era mai successo.  

La sala operatoria è uno dei luoghi più vitali di un ospedale. Diversamente dalle apparenze, trasmette più entusiasmo ed energia che qualunque altra stanza.

Operazioni. La sala operatoria è una stanza che non fa paura né impressione. Sono completamente rilassato. Il tempo passa senza pesare. La sala operatoria è meglio della mia stanza in reparto. La stanza d’ospedale è fredda e statica mentre la sala operatoria è piena di vita e di energia.

Primario. Mi è antipatico a partire dal nome. Primario: che forzatura. Ce ne fosse almeno uno con la faccia di George Clooney. Più facile trovare un’infermiera da film di Lino Banfi. Non ricordo un nome, una faccia, un’espressione dei miei primari. Se avessi sentito una frase calda, simpatica, intelligente, l’avrei registrata. Consigli, giudizi, ordini, questi sì. Comunicazione vera, meno di zero.

Quore. Con la Q perché sono stufo di drammatizzare. Tra i miei compagni di stanza ricordo un prete, simpatico ma moscio. E un ragazzo con qualche problema in più rispetto a me. Non ricordo il problema, ma il fatto che non lo veniva a trovare nessuno. Io ricevevo molte visite. Con quella scusa, fumavo di nascosto. Se l’ospite fumava, il gioco era fatto. Buonissimo il sapore del fumo dopo anni e anni di astinenza. Cioccolata e fumo. Mancavano solo donne e sesso. In ospedale uno si butterebbe, senza freni. Ecco perché negli ospedali non esistono le stanze miste, come a scuola.

Rimembranze. Vago ricordo di un’infermiera che mi aiuta a fare la pipì. No, credo che mi aiuti a infilare il pisello nel… come si chiama quello strumento medievale che ti fa sentire il nonnetto del West? Difficile fare pipì da distesi, ma in quell’occasione non riesco neppure a mettermi seduto. Com’è che andavo in bagno? Ho l’immagine di qualcuno che mi accompagna fino alla porta. Dentro vado sempre da solo. Ma forse mi accompagnavano, mi sedevano, mi scrollavano, mi rialzavano. E ho cancellato tutto dalla memoria.

Suore. Ci sono ancora. Io almeno le ricordo, che giravano per i corridoi dell’ospedale. Ma come fantasmi. Non ricordo di aver mai parlato con una di loro. Vestite di nero o vestite di bianco? Realtà o confusione con Il medico della mutua, tremendo film con Sordi che ho visto per una buona mezz’ora poche sere fa?

Televisione. Vago per l’ospedale negli orari in cui le visite sono proibite. In quei momenti tutto è esattamente al suo posto: medici, infermieri, malati, scaffali, medicine. I malati si riconoscono per lo strofinio delle ciabatte. Odio le ciabatte. In casa ho sempre camminato scalzo o con le scarpe. Imparo, mio malgrado, a usarle. Ciabatto per i corridoi in cerca di un televisore che trasmetta qualcosa. Niente: solo Rai e Fininvest, inguardabili. Tornato a casa mi godo Sky, uno degli acquisti più intelligenti che ho fatto di recente. A casa butto via le ciabatte dell’ospedale. Ne compro un paio da piscina.

Umano, troppo umano. I giorni passano e sono tanti. Al punto che perdo il conto. Nemmeno ora so quando sono uscito. 15 giorni dentro li ho fatti tutti. Possibile, mi chiedo, che non mi sia mai masturbato? Non ricordo. Sarebbe il mio record di astinenza, in linea con quello siglato al Car (centro addestramento reclute, 1987) quando grazie alle tonnellate di bromuro che mettevano nel caffelatte restai 20 giorni in completa astinenza. Forse una volta mi sono nascosto nel bagno della camera. Con un’Amica o un Grazia, un Panorama? Mica c’era altro. Con la fantasia?

Vitalità. Vivere non è quella cosa lì. Quella cosa lì è guarire, una sensazione tutta diversa. Mangi ma non gusti. Parli ma non ragioni. Annusi ma non senti. Cammini ma non procedi. Ascolti ma non condividi. Voglio dire: in questo momento, mentre scrivo, ho la musica alta nelle cuffie, e la sento dentro. In ospedale non senti dentro. Per quello la gente tende a dimenticare, a mettersi alle spalle il tempo passato lì dentro.

W la libertà. Esco dall’ospedale e sono contento. Una liberazione. Negli ultimi giorni mi sentivo bene, anzi benissimo. Mi chiedevo quanto tempo avrei dovuto aspettare. Eppure non stavo quasi in piedi, ero pieno di botte, drogato come un cammello, appena ricucito. Ma la voglia di uscire è troppo forte. Invece dovrebbero tenerti dentro altri sei giorni almeno, a visitare tutti i reparti, uno per uno. Dovrebbero spiegarti perfettamente tutto quello che hai, che hai fatto, che ti hanno fatto. Dovrebbero presentarsi – tutti – medici, infermieri, portantini, autisti e dirti chi sono, raccontarti cosa sognano, spiegarti il loro lavoro. Dovrebbero guardarti in faccia e dirti cosa pensano di te. Allora forse capiresti cose che altrimenti non capirai mai. 

X-ray. Che sapore avevano i continui controlli nel reparto cardiologia dell’Ospedale? Un buon sapore. Perché sono gli unici momenti in cui si sta in contatto con le persone normali, quelle che vengono a fare le stesse visite ma in borghese. Il mio vantaggio rispetto a loro: non avevo un cazzo da fare. Niente macchina da parcheggiare. Niente ticket. Mi accompagnavano direttamente sul letto o sulla sedia a rotelle e mi facevano passare davanti a tutti. Permesso signori, c’è un ricoverato. Prego, per carità, prego. Il tempo passava lento e guardavo le facce attorno: stanche, preoccupate, accaldate. Io vivevo in un’altra dimensione. Zero preoccupazioni.

You tube. Quando mi impiantano il defibrillatore mi mettono una specie di collare da Arlecchino, come quello che applicano a cani per evitare che si lecchino e mordino. Il mio impedisce che io possa guardare mentre mi tagliano. O forse, più semplicemente, impedisce che mi scappi uno starnuto sulla carne viva nel bel mezzo dell’intervento. Sono lucido. Guardo affascinato il lavoro dei medici e delle infermiere. Pensavo lavorassero in silenzio, come nei film. Invece parlano, a bassa voce, senza agitarsi mai. Vedo gli occhi che si fanno sottili nei momenti più delicati e le pupille che si espandono durante le operazioni di routine. In questi momenti i dialoghi si fanno più rilassati, scappano sorrisi e battute. Ma senza mai perdere la concentrazione. Mi sembrano meccanici Ferrari senza l’incubo dei tempi.

Zzzzzzzz. In ospedale non si dorme come a casa. In ospedale si dorme controllati. Non controllati da terzi, ma da se stessi. Una specie di autocontrollo. Nessuno si agita, nessuno si gira e si rigira come nei letti delle proprie camere. Al massimo ci si sveglia, nel cuore della notte, e si va in bagno trascinando i piedi. Credo che solo in carcere ci sia la stessa atmosfera ovattata. Mai stato in carcere. Lo ha scritto Raymond Chandler in un bel racconto. Non ci è mai stato neanche lui. Ma sono sicuro che ha ragione. 

Matteo Rinaldi

luglio 18th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

Cronaca di un naufragio annunciato

L’ennesima dimostrazione che la vela è un’attività senza senso. Pure la celebre marineria veneziana lo dimostra

Contenuti: navi marine 50%, cani marini 30%, cavi sottomarini ?%

Ogni arte ha una sua logica. L’arte culinaria, l’arte dialettica, perfino le arti del badminton e del bridge. L’arte della vela no. Hanno speso energie secolari per dimostrare il contrario ma non c’è niente da fare. Un senso non ce l’ha. Parlano i fatti, mica le opinioni.

Tre a caso: a) Come può aver logica uno sport dove si viaggia senza consumare benzina e gli sponsor principali delle regate sono Audi, Alfa Romeo e Bmw?

b) Come può avere senso uno sport dove i campioni del mondo sono svizzeri, il paese del globo più lontano, fisicamente e culturalmente, dal mare? E soprattutto

c) Come può avere senso uno sport adorato da gente che non solo assomiglia a Gianni Agnelli, ma che era addirittura Gianni Agnelli? Vi basti la sua battuta velistica più fulminante: “La mia barchetta (un’astro-nave di 34 metri) è l’ideale per una famiglia con due bambini”.

Il sipario sul dramma. Ecco un breve e intenso racconto che dimostra l’inutilità dell’arte marinaresca e l’impossibilità di capirne le ragioni. Settembre 2006: usciamo dal porto di Venezia per un fine settimana tra amici. C’è tutto quel che serve, a partire dall’indispensabile affiatamento. Dieci anni di calcio insieme: abituati a cambiarci uno sopra l’altro negli infami e fangosi spogliatoi del calcio amatoriale, vediamo il quadrato del 21.7 appena noleggiato ampio come lo stadio Bernabeu.

Usciamo sotto il sole. Passato l’infernale Triangolo veneziano delle Bermuda (Certosa-Vignole-Sant’Erasmo) che farebbe perdere l’orientamento anche a un delfino col Gps, sbuchiamo trionfalmente nelle bocche di porto. Siamo tutti reduci dall’esame di patente nautica – un anno di corso, teorico e pratico – e sapremmo distinguere al primo colpo perfino un peschereccio con poco pescaggio (dai segnali) da un peschereccio con poco pescato (dalle facce incazzate).

 nella foto: alle bocche di porto di Venezia, il passaggio delle navi da crociera è preceduto da piccole ma cattivissime barche “apripista” che usano gli stessi idranti della celere per allontanare i diportisti.

Unici segnali davanti a noi: i fanali verde e rosso che ci indicano la strada da seguire. Alla sinistra del segnale verde il litorale di Punta sabbioni dove stanno lavorando per il Mose. Non c’è un solo segnale a pagarlo oro. Da sempre le barche più piccole filano allegramente in quella zona per evitare il traffico. E siccome tra i fanali c’è traffico (navi in entrata, traghetti in uscita, vaporetti, motoscafi) anche noi ci spostiamo leggerissimamente all’esterno. Ci pare cortese, anche per non disturbare. Sette metri di profondità, ci rassicura lo scandaglio. 

Pericolo in alto mare. Procediamo tranquilli e pacifici quando un motoscafo guidato dal fratello di Kimi Raikkonen si avventa su di noi a sirene spiegate. Il fratello di Raikonnen veste la la tuta arancione dei lavoratori del porto e si sbraccia come la dea Kalì, ma in modo meno elegante. Due le possibilità, entrambe tremende: 1. Ci ha scambiati per un commando suicida che vuol schiantarsi contro il ferry Lido-Tronchetto; 2. Stiamo andando a fuoco e non ce ne siamo accorti.

Le nostre facce in quel momento: bocca aperta e un profondo sguardo interrogativo. Facce da scemi, insomma. Ma vorrei vedere voi.

Haaargh! Sio mati, tusi? I cavi! I cavi sotomarini!

Scambio di occhiate tra noi mentre il motore, chissà perché, si spegne. Ci guardiamo attorno. L’unico segnale nel raggio di tre chilometri è l’insegna “Aperto” del bar di Punta Sabbioni. Ragioniamo. “Haem, ci scusi, ma noi veramente non vediamo alcun segnale e…”

Haaaaaargh! I cavi cristo! Ve roversa la barca! Pericolo mortale! Tornè indrio, subito, SUBITO!

Stesso scambio di occhiate di cui sopra. La differenza è che ora i nostri occhi sembrano palloni da calcio. Pensiamo: uno distratto ci può stare. Due anche. Tre, insomma. Ma quattro! Quattro imbecilli in un colpo solo no!

nella foto: l’unico segnale presente nel raggio di 12 chilometri

“Ci scusi e porti pazienza signore, ma noi non vediamo neppure lo straccio di un segnale: una meda, una boa, un miraglio, un miraggio eventualmente. Come può esserci un pericolo e soprattutto come potevamo capire che…”

Haaaaaargh! Ma che segnae, ma che meda! I cavi ve còpa! Tragedia! Allarme! Per favore tusi, per pietà, via im-me-dia-ta-men-te! VIA!

Insomma, noi abbiamo certamente ragione, ma il tizio è certamente preoccupatissimo. Cioè, si vede che non scherza. Ed è pure gentile, nella concitazione. Mica ci accusa di niente, chiede addirittura per favore. È cosa di un attimo: accendiamo il motore e… Il motore non parte. La barca, guarda te, va lentamente alla deriva proprio verso i (presunti) cavi sottomarini.

“Haem, ci scusi ancora buon uomo, abbiamo un leggerissimo problema al motore. Forse, inavvertitamente, lo abbiamo fatto spegnere troppo in fretta: sappiamo bene che sarebbe d’uopo mantenerlo al minimo per qualche minuto, ma la situazione ha fatto sì che noi…”

HAAAAAARGH! Tireme SUBITO ‘na cima! Subito, che ve porto fora mi! SU-BI-TOOOOH!

Salvi per miracolo. Manca poco che esploda. L’uomo, non il motore. Gli lanciamo una cima, che lega in un decimo di secondo a una galloccia e parte in quarta. Noi noi abbiamo fatto in tempo nemmeno a trovarla, la galloccia. Andrea, che ha l’altro capo in mano, prende uno strattone da prova olimpica di tiro alla fune e in un attimo deve scegliere: tramutarsi nell’Hulk dell’alto Adriatico o improvvisarsi campione di sci nautico senza gli sci. La terza possibilità, mollare la cima, non è ammessa. Sceglie Hulk e perde per sei mesi la funzionalità di entrambe le braccia. Ma resiste!

Pochi minuti e siamo al salvo, fuori dal porto. L’uomo fa manovra, si affianca, ci consegna la cima e, gentilissimo, ci saluta. ”Uff, che ansia. Pericolo scampato, ragassi. Per un peo! Buona giornata e arivederci“. Dà tutta manetta e sparisce a 70 nodi verso l’infinito.

Non sappiamo se essere sconvolti o stravolti, stupidi o stupiti, traditi o tramortiti. Ma comincio a capire che rimpiangerò perfino gli spogliatoi di Lumignano, dove ci si cambiava in tre metri quadri, in quindici, e l’acqua delle docce era gelata anche a gennaio. 

Solo la vela poteva farmi arrivare a tanto.   

Matteo Rinaldi

luglio 16th, 2008 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

Il cuore che si prese una pausa

Sopravvivere a un arresto cardiaco: istruzioni per l’uso

Negli anni Settanta lo scrittore vicentino Gigi Ghirotti (già partigiano con il gruppo dei “piccoli maestri” assieme a Meneghello) firmò una celebre inchiesta giornalistica per la Rai sulle condizioni del sistema sanitario nazionale. Malato di tumore, volle raccontare il mondo ospedaliero dalla parte del malato.

In anni più recenti il blogger vicentino Matteo Rinaldi ha vissuto un’esperienza decisamente diversa ma altrettanto interessante. Non ne ho tratto un’inchiesta: solo una serie impressioni. Le ho scritte per me stesso, per dare logica a un momento della mia vita i cui fatti mi appaiono lontani e confusi. L’aria scanzonata del racconto mi permette di presentarle senza apparire pedante. 

Il viaggio è in due puntate: se qualcuno ha il coraggio di confrontarlo con quello di Ghirotti non è certo colpa mia.

Contenuti: memoria reale 10%, ironia letale 10%, battito animale 80%.

(prima puntata) In quel periodo mi sentivo come le Superchicche, le tre eroine-bambine del cartone Sky. Splendidi disegni in stile Jugoslavia anni ’60 (ricordate Baltazar?) e sceneggiature fulminanti: a) arriva il cattivo che combina guai; b) arrivano le Superchicche che risolvono. Banale, ma con trovate geniali di contorno. Come un’intera puntata girata totalmente al rallentatore. Ecco, mi sentivo proprio così. Al rallentatore, ma pieno di entusiasmo. 

Vicenza Abc, il giornale che dirigevo, andava male. Ai primi di aprile (era il 2005) avevo spiegato alla mia fenomenale redazione (Alessandro Mognon, Davide Lombardi, Ilario Toniello: belle persone) che entro dicembre avrei dato le dimissioni. Il giornale era un aborto – facevamo l’opposizione al centrodestra vicentino con otto pagine settimanali: roba da denunciare gli editori – ma alcuni servizi davano punti a quotidiani e settimanali ricchi e potenti.

Inoltre ero furioso con la mia squadra di calcio, gli Amatori Settecà. Quegli eterni perdenti. Non che io fossi in forma strepitosa. Nella corsa resistente non riuscivo più a migliorare. Anzi: faticavo a tenere il ritmo dell’anno precedente. Avevo anche cambiato cronometro e cardiofrequenzimetro, nell’illusione che fossero loro a darmi informazioni sbagliate. 

Nella foto: gli Amatori Settecà. Io sono il primo accosciato da sinistra

Per fortuna c’era il derby. Spes Settecà-Amatori Settecà era la partita dell’anno. Loro: giovani, belli, ricchi. Circondati da donne bellissime. Bravi a giocare. Sempre primi in classifica. Noi: vecchi, brutti, torvi. Infelici e incapaci di fare tre passaggi di fila. Sempre in lotta per evitare l’ultimo posto.

Due volte l’anno avevamo la possibilità di vendicarci. Picchiarli. Batterli. Umiliarli. Deriderli. Non ci eravamo mai riusciti. Dieci anni di derby: un paio di pareggi e il resto sconfitte. Non bastasse, avevo sulla coscienza quella dell’anno precedente. Ero in forma stratosferica, allenatissimo. Mi ero offerto di marcare il regista, sei volte più forte di me. Non gli avevo fatto vedere un pallone. Anticipo, anticipo, anticipo, stoppata, anticipo, tackle, anticipo. Avevo la lingua sotto alle scarpe, salivazione azzerata, battito cardiaco oscillante tra i 170 e i 420 battiti al minuto. Ma la partita si trascinava verso un dignitoso zero a zero. Mancava un minuto alla fine.

In quel momento decisi che potevamo vincere. Così mi proposi in avanti per un inserimento a sorpresa. Lasciai il mio uomo e zompettai a sostegno del centrocampo. “Passa, Silvio!” gridai. E lui, liberissimo, la passò. Agli avversari. Lancio immediato sul mio uomo. Lui stoppò. Fortuna che era lontanissimo dalla porta. Almeno trentacinque metri. Alzò la testa. Tirò. E segnò.

Uscii per metà verde di rabbia, per metà bianco di vergogna. Ci vollero mesi per riprendere il colore naturale. Ma ora, maggio 2005, ho l’occasione di rifarmi. Ho deciso che è il mio ultimo campionato e voglio chiudere in bellezza. Compio 40 anni tra meno di un mese. Perciò mi alleno con calma. Anche perché non ho molto tempo: dirigo un giornale e nel contempo collaboro con un’agenzia di pubblicità (non sono mica così scemo da aver mollato tutto per un giornale di centrosinistra), ho una moglie e due figlie. Ho mollato a malincuore il mio sito internet satirico, pennarossa.it, perché mi era impossibile star dietro a tutto.

Ma due settimane prima del derby giochiamo una partita vergognosa. Non ricordo gli avversari. Ricordo purtroppo noi. Corro per due, bestemmio per tre, mi agito per quattro ma non c’è modo di smuovere la massa di zombie che veste la mia stessa maglia. In spogliatoio sono così demoralizzato da prendere una decisione folle: non gioco il derby. Così, per vendetta.

Cercano di farmi cambiare idea. Tutti ci tengono a far bene nel derby, e nella media-squallore degli Amatori non sono affatto tra i peggiori. Ma sono irremovibile: il giorno del derby me ne vado con la famiglia. Prima volta in dieci anni! Ne prenderanno quattro o cinque? Riusciranno a tenere duro e perdere con due soli gol di scarto? Se lo Spes è in giornata nera, c’è una vaghissima possibilità di strappare un eroico zero e zero.

La notizia mi arriva al telefono tra urla, insulti e risate. “Abbiamo vinto. Vinto! Uno a zero, cazzo! Uno a zero, partitona, strepitosi, senza di te. Uno a zero e senza di te!” Non ci rimango neanche male. Giuro. Mi fa piacere aver vinto almeno un derby nella vita. Non l’ho giocato, ma l’ho vinto anch’io. Non è questo essere una squadra? Anzi, averli lasciati soli ha dato loro la motivazione in più.

Torno ad allenarmi pronto al peggio, invece il mister mi tratta benissimo. “Torni a giocare, vero? Abbiamo bisogno di te per le prossime partite”. Bene. Ero convinto che per punizione non mi avrebbero più convocato fino al Tremila. 

Il lunedì successivo ho un’intervista con l’architetto Flavio Albanese. È una delle poche persone con cui è un piacere ragionare. È  rude, guarda spesso l’orologio come se non avesse tempo da perdere. Ma parla chiaro, ha intuizioni, non dice mai – mai! – una banalità. Non è una persona facile: bisogna interpretare quello che dice in base al tono di voce e ai gesti. Prendo appunti perché i concetti sono complessi. Il pezzo che poi ne esce è invece lineare, ricco e piacevole. 

Nella foto post-arresto: l’autore, che si crede ormai immortale, affronta la neve invernale a petto nudo sul Monte Baldo

Ho guardato e riguardato quegli appunti nei mesi e negli anni seguenti. Mi parevano estranei. Sarà che i miei appunti non sono veri appunti. Sono riferimenti, mozziconi di frasi che lego con ciò che ho memorizzato. Così nasce il pezzo. Avendo perso la memoria di quel giorno, gli appunti non mi dicevano più niente. Mi piacerebbe rivederli oggi ma il computer che li conteneva mi è stato rubato. Meglio così. È quasi sicuro che non ci avrei trovato nulla. Solo un elenco di parole vuote senza il supporto delle sensazioni.

Torno a casa, mi cambio e vado a correre. Piove. Ho cardiofrequenzimetro, pantaloncini corti, giacca leggera della tuta. Per la prima volta tradisco il mio percorso abituale a Monte Berico. Devo passare da una persona e sono costretto a correre in città. Sto attraversando il quartiere San Francesco quando ho l’arresto cardiaco. Sono fortunatissimo. Cado esattamente davanti all’ingresso di una casa di riposo. A Monte Berico non sarebbe andata allo stesso modo.

L’infermiera serba che mi ha soccorso e salvato racconta il pezzo di storia che segue. Un racconto confuso. Forse il confuso ero io, che ho raccolto le sue parole troppo presto. “Ci ha chiamato il portinaio dicendo che una persona stava male. Il portinaio ti ha visto cadere davanti all’ingresso. È uscito a vedere, è rientrato e ha chiamato aiuto. Siamo scese in due: io e una collega sudamericana”. Lei non l’ho nemmeno ringraziata: pochi giorni dopo ha cambiato lavoro e città. 

Come cade uno che ha un arresto cardiaco? A corpo morto, immagino. Il cuore si ferma e tu vai giù, come colpito da un proiettile. Ma una caduta a corpo morto dovrebbe lasciare segni evidenti sulle ginocchia, sul petto, e sul viso. Quando ho ripreso conoscenza, venti giorni dopo, avevo l’unica ferita evidente sul palmo della mano. Segno che l’avevo messo davanti per proteggermi. Niente altro. 

La stranezza principale sono i tempi. La prima cosa che i medici spiegarono a mia moglie, la sera stessa, era l’importanza dei minuti. “Il cuore può fermarsi per pochi minuti, massimo tre. Altrimenti non si recupera mai completamente”. Dal momento dell’arresto cardiaco all’arrivo delle infermiere non possono essere passati meno di due minuti. Una volta uscite, le due donne mi hanno guardato, si sono guardate, si sono chinate, mi hanno toccato. Se avevo la faccia verso terra mi hanno necessariamente girato. E non solo leggero come un bambino. Mi avranno guardato in faccia, ascoltato il respiro, il battito del cuore. 

30 secondi ci stanno tutti. E forse anche un minuto. Fanno già tre, dal momento dell’arresto. Avranno capito subito che il cuore non batteva? Dubito. Tant’è che la mia salvatrice ha detto di aver tentato, per prima cosa, la respirazione bocca a bocca. È un errore classico. Segno che in quei momenti è difficile essere razionali. L’infermiera racconta che a un certo punto, nella confusione, ha dato una gomitata alla collega sudamericana che si è tagliata il labbro nel bel mezzo della respirazione bocca a bocca.

Nella foto: l’autore vorrebbe ritrovare la memoria di quei momenti per puro spirito scientifico. Di sicuro non avrebbe scritto sta con l’accento nemmeno sotto tortura

 Chi ha avuto la fortuna di subire una respirazione bocca a bocca da una bella infermiera sudamericana? Nemmeno Lino Banfi nei suoi film. Purtroppo in quel momento ero morto. Non quasi morto. Proprio morto. E lo sarei rimasto, se al loro posto fossero arrivate due infermiere più imbranate. O anche due bravissime infermiere ma indietro coi tempi. Nei manuali anteguerra il cuore che non batte è la prova della morte effettiva. Più tardi capirono che non era sempre così, che il cuore fermo si può rimettere in moto. Oggi in molti paesi ci sono defibrillatori cardiaci ai bordi delle strade. In Italia neanche uno. Però ci sono infermiere, straniere e bravissime. Pensa te se fossi un leghista duro e puro. Uno di quelli che sbraitano contro l’invasione degli extracomunitari.

La ferita ovviamente spaventa l’infermiera. Potevo essere un tossico malato di Aids. Ma forse i tossici non fanno footing sotto la pioggia. Intanto il tempo correva. Un altro minuto, almeno. E fanno quattro. La mia salvatrice racconta che non c’era verso di rimettere in moto il cuore. Ma vanno avanti, provano, riprovano. Un altro minuto almeno.

Poi hanno un’idea. Passa di lì un ciccione che si ferma a guardare. “Era grosso. Gli diciamo di salirti sul petto e battere forte.” Sembra semplice. Ma portiamo questa storia nella realtà, sotto la pioggia, di sera. “Ci aiuti!” gli avranno detto. “Come?” avrà chiesto lui. “Si sieda sul petto e batta con violenza“. 

Non sta in piedi. Agitate, sanguinanti, sotto la pioggia e di lingua straniera voglio vederle a dirle “Si sieda sul petto e batta con violenza”. Facciamo che glielo hanno spiegato a gesti. Per arrivare a tanto, meno di un minuto è impossibile. Meglio due. E fanno sette.

Ma il ciccione sa il fatto suo. Era probabilmente un intuitivo. O un grassone da record. O un medico della Cia in incognito. Obbedisce. Chissà che male, con la schiena sull’asfalto e uno grosso che ti salta sopra. Un giorno riprovo, per vedere se mi risveglia qualcosa. Così il cuore è ripartito. Poca roba, qualche battito debole, ma quanto bastava. 

Otto minuti in tutto col cuore fermo. Non uno di meno. Forse di più. Mi ha salvato il sedere di un panzone? Mah! L’infermiera non lo sa. Io so che il massaggio cardiaco dev’essere violento per avere effetto. So che provoca molto spesso la rottura di una o più costole. Lo dicono i medici quando lo insegnano: “Battete molto forte, e non preoccupatevi: se si spezza una costola vuol dire che il massaggio ha effetto”. Un mio conoscente, bravissimo fisioterapista, è riuscito a salvare un amico da un arresto cardiaco ma per farlo ha dovuto spezzargli un paio di costole. Ed era un esperto.

Forse il mio ciccione era un dubbioso. Un veneto nell’animo. Uno che batteva forte per finta, ma in realtà piano, pensando: “Ciò! A digo ben: che dopo i me denuncia a mi, ciò! Eh no, eh!”.

Poi è arrivata l’ambulanza. Che per finire in bellezza mi ha scaricato un po’ di volt sul petto e portato in rianimazione. Sandra è arrivata in ospedale e mi ha visto chiuso in una stanza tipo Coma profondo, coperto di tubi. I medici le hanno detto che ero vivo, in coma farmacologico, ma hanno messo le mani avanti: “Se il cuore è rimasto fermo per pochi minuti, bene. In caso contrario bisogna prepararsi a tutto. Dalla perdita di alcune funzionalità fino al peggio“.

Credo che il peggio fosse una vita in carrozzina. O senza più parlare, capire, muoversi. Sandra dice che decise in un istante che non le importava nulla. Mi sarebbe stata vicino sempre e comunque. Me lo ha detto più volte, nei mesi successivi. Conoscendola le credo. Fa parte del suo modo di volermi bene. Di intendere l’amore. Di rispettare gli impegni. E anche del suo carattere missionario. 

Mi sono risvegliato qualche giorno dopo. Il primo giorno di cui ho memoria, a partire da quel 23 maggio, è il 5 giugno. Compivo 40 anni ed ero sereno. Per regalo mi impiantarono (è brutto ma si dice proprio così) un defibrillatore cardiaco, che non è un pace maker, come spiego pazientemente da allora. Il defibrillatore è grande come un i.pod nano e lavora come una cellula dormiente. Cioè sta fermo e zitto, anche per anni e anni. Si attiva solo in caso di arresto o fibrillazione cardiaca. Ti manda una scossa violenta che rimette tutto a posto. Dicono che se non succede niente per un anno, a patto di non fare cazzate, non succederà mai più. Ne sono passati già tre.

L’operazione è ovattata e indolore. Segue una lenta e faticosa ripresa di coscienza e di responsabilità. Il ricordo più bello di tutti quei giorni in è la visita di Alberto, un amico che non vedevo da anni a causa di una lite. Riabbracciarlo è un piacere vero. Penso: c’è molto di buono anche in un arresto cardiaco. Lo penso ancora.

Matteo Rinaldi

luglio 15th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge | | 8 commenti

Navigare meno, chiacchierare di più

Nuova vita per questo sito: da oggi regolare e petulante come le sfighe nelle lettere a Bolina

Contenuti: buoni propositi 70%, buoni pasto 20%, buoni a nulla 10%

Finalmente ho capito il segreto dei grandi scrittori di vela: navigare sempre meno ma parlarne sempre di più.

È la pura verità, altro che. Guardate Mistro, che tiene il blog di vela più ricco, puntuale e aggiornato d’Italia. Prima di conoscerlo lo immaginavo un specie di Dio perennemente a cavallo delle onde, sempre in gara col tempo e col mondo, estate e inverno. La notte sempre sveglio e vigile, a raccogliere notizie e scriverle per noi mortali.

Mistro al lavoroScopro che tiene il suo Fist 210 perennemente fermo per sperimentarvi antivegetative, rollafiocchi, strozzavang e battagliole: il pazientissimo fratello monta e rimonta, lui dà le indicazioni dal pupito. 

Ma non è per questo che lo tiene sempre fermo. Il motivo per cui ha comprato la barca gli è scappato nella risposta a un post: “Avete idea di quanto risparmio rispetto a un appartamento a Jesolo?”.

Nella foto, Mistro al lavoro mentre pondera se sia meglio usare “virulenta orzata” o “orzata assai decisa”

 La notte, fra parentesi, dorme. Scrive di giorno, cercando su internet antivegetative, rollafiocchi e poltrone Frau da adattare al quadrato. Stay tuned: il suo prossimo post è dedicato a un lampadario di Murano con luci stroboscopiche da applicare alla cuccetta di prua del Firstino.

Lei scrive, gli altri navigano. E che dire di Troppitrippi, blogger romana dotata di un prestigioso X-Yachts in garage (scusate per l’aggettivo “prestigioso” è obbligatorio quando citi X-Yachts, pena una causa del cantiere), ma si muove esclusivamente a piedi, pedalando sull’Olandesina, smarmittando sul Garelli 50, con l’Ape Car, con la metro e col treno.

Nella foto, Troppitrippi si reca al lavoro senza perdere un’oncia della sua femminilità. E soprattutto senza farsi notare.

Nella sua barca manda gli amici, che la fanno pure soffrire inviandole video di incontri ravvicinati coi delfini. Nel video si vede benissimo che il delfino è finto (era il prodiere Giacomo con un costume rubato a Cinecittà) ma lei soffre lo stesso. E come si vendica? Scrivendo racconti fantastici di ammaraggi, approdi, bricolage e cucina di bordo.

Non fatevi ingannare neppure da Skipper che millanta di essere una grande navigatore ma in realtà usa la barca solo come scrivania per il computer. “Sono il primo a contare su un collegamento internet dalla barca che mi permette di bloggare anche in bolina in mezzo all’Adriatico!” ha scritto tempo fa.

Si è dimenticato di aggiungere che siccome scrive con due sole dita (gli indici) per mettere on line un pezzo di 30 battute impiega 12 ore. Nel resto del tempo mangia, dorme e legge il Sole 24 Ore. Se guardate bene le sue foto (paesaggi e pozzetti, paesaggi e pozzetti, sempre uguali) lui in effetti non c’è mai. Mai!

Dagli amici mi guardi iddio. Bene, non posso farmi troppi nemici in un colpo solo. Quindi rimando più avanti qualche bella parola sugli altri vela-blogger che ho avuto il piacere di conoscere, dal vivo e via web. E passo senz’altro al motivo di questo post.

Per dare più ordine alla mia vita – una vita sregolata che neanche Vasco Rossi – d’ora in poi scriverò un pezzo al giorno. Magari corto, magari brutto, magari inutile (ma magari anche bellissimo) in modo da garantire una logica più ferrea a chi passa per di qua.

Cominciamo adesso. Quindi tutti i giorni, per cinque giorni alla settimana – sabato, domenica, vacanze ed emergenze escluse – tenterò di imitare la regolarità di Mistro, i tabellini di borsa di Skipper, le ricette di Troppi Trippi.

Se poi farò confusione imitando le ricette di Mistro e i tabellini di borsa di Trippi, avete tutto il diritto di mandarmi a picco, computer incluso. Chissà che con l’occasione non mi venga in mente di tornare a navigare.

Matteo Rinaldi

luglio 14th, 2008 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 6 commenti

Sound and vision. Per portarsi a letto Bowie

È un pezzo minore ma stimola più di tanti capolavori. E trionfa, nelle più curiose versioni, su You Tube

nella foto: Bowie quando l’ho scoperto io. Avessi visto come si tappava qualche anno prima, non avrei mai avuto il coraggio di ascoltare una sola canzone

Contenuti: musica 5%, musici 10%, musoni 15%, visioni 70%. 

Sound and vision? Eeeeeeeeh? Come si fa a non mettere Heroes tra le migliori canzoni di Bowie? Al limite Starman. O Lady Stardust, se proprio vuoi far l’originale. Sound and vision proprio no.”

Amico lettore, capiamoci. Questa rubrica non pretende di raccontare le più belle canzoni. Ha una pretesa diversa: raccontare le più belle canzoni minori. Quelle che non senti mai per caso. Quelle che devi andarti a cercare. Quelle che non ti ricordi le parole. Quelle che non immagini come colonna sonora della tua vita.

Heroes ad esempio. Quando avevo sedici anni sognavo di farne la colonna sonora del mio amore disperato. Purtroppo non avevo un amore disperato. Nemmeno uno normale per la verità. Ascoltavo Heroes e pensavo: questo pezzo mentre faccio l’amore sarà l’apoteosi. 

Tutte balle. Mai avuto il coraggio di mettere Heroes. Ho capito che non sarebbe mai andata come speravo. Ti succede come al mio amico Sandro, che una sera, a letto, si era convinto di poter comunicare con la forza dell’amore alla donna assopita al suo fianco: “Svegliati – le aveva detto col pensiero - Svegliati e guardami: io ti amo. Ti amo. Tu mi capisci. Tu mi ascolti: apri gli occhi e rispondimi”. E lei si era svegliata, aveva magicamente aperto gli occhi e aveva magicamente detto: “Oh, che hai da fissarmi con quella faccia da scemo?”

Sound and vision è una canzone che dopo vent’anni va ancora che  è un piacere. Un vero e proprio pezzo minore, di quelli che oggi non si fanno più. Mi piace per il suo sapore paesano: il mio amico Antonio Graziani, eccelso musicista classico e giovanissimo Solista Veneto negli anni Ottanta, la definiva “la canzoncina di Natale di Bowie”. Senza svilirla però.

La nomino capolavoro per tre ragioni: perché trionfa su You Tube alla faccia dei grandi classici; perché è di una semplicità disarmante; perché quando la ascolti ci vivi quel che vuoi.

Trionfo su You tube. Cerchi Sound and vision sul tubo e ci trovi un mondo. C’è il tipo che la suona con la chitarra acustica e le mutande classiche. Ma anche una botta di creatività quasi allarmante, a partire da un tizio – bravissimo – che ha montato un filmato in cui i suoi movimenti facciali mimano gli strumenti: la bocca fa la batteria, gli occhi fanno il basso… A occhio sarebbe piaciuto a Andy Warhol. Se una canzone aiuta a dare sfogo alla creatività vuol dire che c’è più di quel che appare a prima vista.  

Semplicità disarmante. Questa canzoncina di Natale non ha niente a che vedere col rock, con la new wave, col jazz. E nemmeno con gli anni Ottanta. Più in linea con Me compare Giacometo che con California uber alles o Stairway to heaven. Tre accordi e cinque parole. Magia.

Ci vivi quel che vuoi. Con Sound and vision nelle orecchie puoi vivere momentacci, momentoni e soprattutto momenti banali. Quelli che viviamo da mattina a sera. È bello avere una colonna sonora sensata con la propria vita. Mica puoi sempre portare i figli a scuola con Satisfaction nell’auto. E questa sì puoi usarla per fare l’amore. Se il partner ti dice: “Spegni questa nenia” non ti offendi nemmeno. Se te lo dicesse con Heroes, avresti il dovere di alzarti e andare via, col pisello a mezz’asta e il morale sotto i piedi. 

Consoliamoci. Pare che in questo splendido Paese ci siano esseri umani capace di fare all’amore ascoltando quel beccamorto moralista di Biagio Antonacci.

Matteo Rinaldi

luglio 2nd, 2008 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti