La vendetta del Tubo

Devo riaggiornare il primo post di questo mio blog. Un appassionato fa giustizia con il mio De Gregori preferito

Una foto del 1940: al lavoro nelle campagne di Palermo 

Nel post con cui ho dato vita a questo mio blog - era il 18 dicembre 2007 – parlo della canzone “1940″ di Francesco De Gregori. È uno dei pezzi minori (quindi maggiori) che amo, incurante degli anni che passano e dei gusti che cambiano.

Gli anni son passati anche per questo blog. Uno e mezzo, quasi. Quel primo post era lunghissimo, quasi eterno, con un paio di erroracci da penna rossa e un paio di discorsi che s’avvitano su loro stessi. Non scrivevo da una vita. Gli errori però non lo sviliscono: a me piace ancora.

Ma non cito per il gusto di citare. È solo che allora scrivevo: “Se l’avesse scritta Lou Reed troveresti al primo colpo anche il video su You tube. Invece non c’è nemmeno un MP3 a cercarlo per mesi”.

È con grande soddisfazione che scopro oggi un gran video su questa canzone. L’ha realizzato un appassionato, con fotografie che raccontano a modo suo la canzone. Per chi non ha mai avuto il piacere, buon ascolto e buona visione su You Tube.

Matteo Rinaldi

marzo 25th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 9 commenti

Il vero salone nautico di Venezia

Una carrellata delle barche che potete ammirare al vero salone nautico di Venezia 2009 (foto di Vittorio Resto)

Volevo raccontare il Salone nautico di Venezia, che ho (intra)visto assieme e Sergio Mistro di Velablog. Ma ha già scritto tutto lui e non saprei aggiungere un ba.

Però, se mi sforzo tre cose le trovo. La prima: io e Mistro parliamo due lingue diverse. C’erano un po’ di firstini in acqua che facevano manovre in allegria. Nel tempo in cui io dicevo: “Hei Sergio… ma quelle barche… sono  per caso del Vela Club Venezia?”  lui pareva l’ammiraglio Nelson che decide l’attacco: “Guarda quel cazzone della barca A: orza invece di poggiare! Bah, se almeno lascasse la randa correrebbe il doppio… Il tipo della B poi! Dovrebbe sbrogliare il fillanzio, non rincuotere l’adducco! Acquisterebbe rigidità strutturale senza perdere portanza. Robe da matti!

Dopo qualche minuto ci sono arrivato: erano proprio del Vela Club, i firstini. Mumble, non avevo mai notato che gli scafi fossero grigi. Eppure li ho noleggiati trecento volte, li ho sempre visti bianchi candidi…  

“Snort! Trovo inaccettabile che Jeanneau si ostini a realizzare dei rinvii così sconclusionati per il fiocco. Non vedi che la manovra corrente deve fare un angolo di trenta gradi in più? È fatica inutile, quella! Beneteau ed Elan seguono una filosofia totalmente diversa, lineare. Sono cose che mi mandano in bestia, queste… Ah! (s’illumina) Mica male quella!”

Haung? Quale manovra? E quale barca non è male? Il Bavaria intendi? Bellissimo davvero. Ma a me queste barche piacciono tutte, mi sembrano tutte favolose e…”

“Ma no, guardavo quelle due gnocche in divisa. Quella bionda per la precisione. Non lo vedi che culetto?

Snap! Gosh! Sergio, ma hanno le tute da marina, come fai a capire il cu…

“Humpf! Sono un professionista io, uno scanner dotato di passioni, l’occhiale laser dell’Intrepido. Anche dentro a una botte di legno una donna per me non ha segreti. Altrimenti che negoziante di intimo sarei? Questa mia capacità è un valore aggiunto, per le mie clienti. Le forme femminili sono la mia quotidianità, pane per i miei denti. Ma ora andiamocene da questo postaccio, ti porto a un salone vero”.

Ecco, la seconda cosa da dire sul salone è che io e Mistro parliamo due lingue diverse, ma almeno in questo argomento ci si capiva al volo. È seguita una lingua disquisizione sul fascino della divisa (e non solo della divisa) che ci ha fatto dimenticare la pochezza del salone e perfino certi motoscafi alla Briatore.

Così passiamo il ponte della Libertà e ci fermiamo al circolo velico Casanova. Un posto davvero unico, sulla riva di San Giuliano, a Mestre. È l’unico porto senza porto. Nel senso che è totalmente privo di posti barca e per mettere gli scafi in acqua usano una gru. Funziona così: arrivi al circolo, trascini i tuoi cinque metri di barca fino a riva e lì un addetto la imbraga e cala in laguna. Quando rientri, tiri fuori la barca e la rimetti all’asciutto. Molto più semplice di quel che appare.

È un circolo d’altri tempi: entri senza cancelli, guardie armate e alani brandeburghesi. C’è un bar anni Sessanta che è una meraviglia. C’è un’aria anni Sessanta che è una meraviglia. Puoi vagare tra decine e decine di derive e piccoli cabinati, tutte attorno ai sei metri, dal Piviere all’inimmaginabile. Potrei divertirmi una settimana solo a studiare le differenze tra l’una e l’altra. Il motto del club è: “L’umanità si divide in tre: i vivi, i morti e i naviganti” (Anacarsi, filosofo greco del VI secolo a.C). E giungo alla terza cosa da dire sul salone di Venezia: eccolo qua, il vero salone di Venezia.

Un anziano velista si fa calare in acqua col suo derivone e parte come un siluro tagliando la laguna, incurante dei percorsi segnati dalle briccole. Vola tra fondali così bassi che rischieresti di piantarti per sempre  anche con un canotto. Ma lui ci sa fare, conosce venti e correnti, sparisce alla vista in pochi minuti alzando appena appena deriva e timone.

Non so quanto costa diventare socio. So che, nonostante la battuta del grande Groucho Marx (“Non vorrei mai far parte di un club che accetti tra i suoi membri uno come me”), a questo mi iscriverei subito. 

Matteo Rinaldi

marzo 24th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti

La pedalata dell’acqua

Un percorso in bici lungo le acque vicentine. Dopo la prova generale, tutto pronto per aprile. Stavolta con tanto di barche e pediluvio

Lo scivolo d’ingresso del Bacchiglione a Ponte Pusterla. Da qui il tour a remi di fine aprile

L’associazione Meccano 14, che organizza iniziative per  il Comune di Vicenza, mi ha chiesto di organizzare un percorso in bici sul tema L‘acqua di Vicenza. È nata questa idea: un percorso di circa 20 chilometri che attraversa i corsi d’acqua principali della città, scende a riva, passa sotto i ponti, mette i piedi a mollo, racconta le storie dei nostri fiumi. A me il compito di ideare il percorso, accompagnare i partecipanti, raccontare storie e curiosità della nostra acqua e dei nostri fiumi.  

Sabato 25 e domenica 26 aprile sono in programma quattro uscite che culmineranno con una novità assoluta per Vicenza: un giro in barca lungo il Bacchiglione a bordo delle barche della Lega Navale vicentina, di cui faccio parte. Una novità perché i fiumi vicentini sono difficilmente navigabili e da almeno quarant’anni le uniche barche a percorrerli sono quelle della manutenzione. Ah, obbligo per tutti i partecipanti di saggiare l’acqua dei tre fiumi (Bacchiglione, Retrone e Tesina) almeno fino alle caviglie.

 E ancora: visita all’acquedotto di Vicenza est e gara di gusto: riconoscere l’acqua dei nostri rubinetti confrontata con le varie Panna, Recoaro e compagnia milionaria.

Domenica 22 abbiamo fatto la prova generale, senza la visita all’acquedotto e soprattutto senza le barche. Un giro in tono minore, giusto per testare il percorso. Ci aspettavamo tre persone al massimo: ne sono arrivate quasi cinquanta. Avevo promesso ai più titubanti che avremmo fatto al massimo 15 chilometri, mentendo spudoratamente: ne abbiamo percorsi 25. Ma non per cattiveria. Eravamo in troppi per seguire il percorso previsto (c’è un tratto di strada troppo stretta e trafficata) e abbiamo preferito allungare per una ciclabile, brutta ma efficace.

Risultato: zero cadute, minorenni in testa dall’inizio alla fine, terza età in forma strepitosa e soprattutto ben più informata di me sui corsi d’acqua minori. Sapevano tutti i nomi dei piccoli affluenti e probabilmente anche le portate.

Curiosi e inattesi i risultati sulla gara di gusto. Ho fatto assaggiare a una quindicina di persone cinque acque diverse, convinto che più di metà avrebbe riconosciuto quella di rubinetto. Invece non ci è riuscito nessuno: la maggior parte ha scambiato la Panna per l’acqua del rubinetto confondendo quest’ultima con le più comuni minerali.

Ho chiesto ai partecipanti di inviarmi commenti, suggerimenti e critiche per le prossime uscite. Mi raccomando: qui sotto, alla luce del sole, solo le buone notizie. Critiche e insulti su info@matteorinaldi.com

Matteo Rinaldi

marzo 22nd, 2009 - Posted in Chi non legge non regge, Chi non vela è un vile | | 5 commenti

Avrete caputo, suppongo

Un’immagine dell’Armata Brancaleone, film che so interamente a memoria. Ognuno ha i riferimenti culturali che merita

Sono in auto, sette e un quarto di mattina, accompagno le ragazze a scuola. Qualcuno alla radio dice la parola “suppongo” e automaticamente declamo Vittorio Gassman in Brancaleone: “Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Figulle”. “Mai coverto!” replicano loro, rassegnate al solito teatrino.

“Groppone da Figulle fu lo più grande cavalier di Tuscia. Ed io son quei che con un sol colpo d’ascia lo tagliò in due!”

Giudi, che ha gli occhi a fessura per il sonno, è scossa da un pensiero. Stringe ulteriormente le fessure. E anche le labbra, già che c’è. “Ma papà: quando Branca racconta che ha tagliato Groppone da Figulle in due… È la verità?”

È la verità cosa?

”Che l’ha tagliato in due. Insomma, che l’ha ucciso!”.

La domanda non ha senso, Giudi. Stai parlando di un film. È un racconto all’interno di una finzione. Non può esistere l’atto reale di un personaggio fittizio.”

“Sì ma… (occhi spalancati) l’ha tagliato in due oppure no?”

Ma capisci quel che ho detto? È il personaggio di un film! Finto! Racconta una cosa agli altri attori, finti anche loro. Che cosa mi stai chiedendo? Non ha senso una risposta!”

Lo sguardo diventa angosciato. Mi sembra che le tremino le labbra. “Ma… (stringe i pugni) Io voglio sapere: l‘ha tagliato in due… (voce che trema) oppure no?

Mi scuoto. “No, non l’ha tagliato in due. Branca non sarebbe mai stato capace di tagliare in due qualcuno. Figurarsi Groppone da Figulle, che era uno con due palle così. Non l’aveva neanche mai visto da vicino, Groppone da Figulle. Era una balla per farsi bello. Branca non avrebbe tagliato in due nessuno, neanche un pollastro”.

“Ah. Bene. (Gli occhi tornano normali, i pugni si allargano) Oggi è proprio una bella giornata. Si sente che è primavera.”

Fiuuu. Sono proprio scemo qualche volta.

Matteo Rinaldi

(ma questo post è l’illegittimo figliastro di quelli, ben più intensi, del  bellissimo blog di Alberto Ragni)

marzo 18th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 3 commenti

La vela vista dal nemico

Era sopravvissuto a questo giro da me organizzato, narrato poche settimane fa. Gli ci sono voluti anni per trovare il coraggio di rivivere quelle tremende emozioni. Ma come tutti i veri cronisti l’ha trovata. E narrata. Per noi. Per voi. Per farvi capire come vede la vela uno che non c’era mai stato. E mai più ci sarà. Grazie Davide. Il nostro giornale era un fogliaccio. Ma tu un amico. 

Davide, l’autore di questo pezzo. Della vela ha preso solo le brutte abitudini: gli occhiali da sole

Con colpevole ritardo (almeno quanto piacevole è la sensazione di essere sopravvissuto alla mia prima e ultima “gita” in barcavvela) eccomi al commentario. In due parole: io c’ero. Anzi, cero. Uno, due, tre, cinque… quelli che accendevo nella mente in assenza di un vero altarino al quale rivolgere le mie preghiere. Il rosario che sgranavo interiormente era quello tipico di tutte le situazioni che, più o meno ragionevolmente, consideriamo “a rischio”: “Buon Dio, se fai passare ‘a nuttata, ti prometto che da domani non farò mai più… (l’elenco delle porcate personali le risparmio al lettore)”.

Sembra che esageri, che tenti (invano) di fare il paio al solito bello stile, ironico e spassoso di Matt’O Grande, ma non è così. Con quei tre al timone, in bolina era vera adrenalina. Di quella che, appunto, ti fa invocare sudando freddo (nella traversata notturna, poi…) tutta la sfilza di deità almeno sentite nominare: da Tritone a Buddha, passando per l’oroscopo della settimana di Donna Moderna che, l’ho ancora scolpito nella mente, aveva previsto per me “avventure intriganti”.

Invece, l’unica cosa veramente intrigante di tutta la faccenda era riuscire a capire come la barca potesse veleggiare con tre simili “capitani” al timone. Più che sentirmi nelle mani di una guida sicura, mi pareva di essere finito in una specie di repubblica democratica della manovra del cazzo. Mentre i tre discutevano su quale fosse la scelta più giusta da compiere, senza mancare ovviamente di dare ordini tra loro rigorosamente contraddittori, la barca si inclinava sempre più pericolosamente.

Discussioni penzissime tra l’altro, con gergo e tecnicismi inutili propri dei neofiti desiderosi di dimostrare tutta la loro competenza (?!?) alla platea ignorante (i due mozzi: io e Filippo), che teoricamente avrebbe dovuto ammirare con occhi sgranati i lupi di mare in action.

Stendiamo un velo pietoso. Anzi, una vera e propria sindone. Non mi dilungo oltre. Alla fin fine è andata. Sono sopravvissuto ad una traversata col Socrate della randa, il Nietzsche della boma, l’Heidegger della regata.

Cito non a caso. La situazione – solo pericolosamente trasposta in alto mare e di notte (e non su un innocuo campo da calcio) – era una po’ questa: http://www.youtube.com/watch?v=pavNpozrgM8 Giusto da Monty Phyton. Vedere per credere. Vivere? Ne dubito, una seconda volta proprio no!

Davide Lombardi

marzo 10th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 1 Comments

Una foto per quando piove

L’isola di San Clemente, di fronte a Venezia. Chissà perché non ci ho ancora messo piede

Il mio blogger preferito, Sergio Mistro, spara queste foto mozzafiato sul suo giornalone on line e poi lascia lì, che il lettore lavori di fantasia. O di ricerca. Vabbè, per stavolta la ricerca la faccio io. E la scrivo in italiano da blog: chiaro, amichevole, narrato.

Dall’isola di San Clemente hai una vista che sarebbe piaciuta a un antico pirata: da una parte San Marco, dall’altra la Giudecca, dall’altra ancora il Lido. Praticamente sei nel vero cuore della Serenissima, che non è in piazza San Marco ma in mezzo all’acqua.

Metterci piede è facilissimo: basta farsi assumere come cameriere o lustrascarpe. Non c’è altro modo, a meno che non siate disposti a tirare fuori mezzo stipendio per una notte nel lussuoso albergo che oggi la occupa.

Foste arrivati attorno all’anno Mille, vi avrebbero mandato lì gratis, come pellegrini o soldati, ad attendere l’imbarco per la Terra Santa. Non c’erano le cinque stelle ma quanto bastava per dormire, mangiare e sognare. Non lo facevano per gentilezza: preferivano che non trascorreste il tempo d’attesa a bighellonare e fare schiamazzi per la città. Meglio sull’isola, dunque isolati.

I monaci – gente pratica e fantasiosa (almeno ai tempi) - sulle isole veneziane costruivano magnifici monasteri. Potevate sopravvivere a una guerra lì dentro, a una peste, a una rivoluzione. Anche ai richiami della carne, dicono. Dicono anche il contrario: è certo che a Venezia in molte di queste di queste isole monaci e monache facevano impallidire i moderni localini privé delle nostre periferie.

Quando arrivarono gli austriaci, che al posto delle chiese preferivano soluzioni pratiche, ne fecero il “Manicomio Centrale Femminile Veneto”. All’epoca, costruire un manicomio, era già fantascienza: un tentativo di curare e proteggere malati che per noi erano feccia da mettere in galera. Alla faccia delle balle che ci hanno raccontato per una vita, sotto l’Austria – gente triste magari, ma seria – i veneti si trovavano bene.

Quando gli italiani riconquistarono il nord Italia, qui non toccarono nulla. Nel senso che lasciarono andare tutto in malora. Un vero e proprio sfacelo. A parte il manicomio: andava così bene! Giunti ai primi del 900 si capì finalmente che i matti non andavano isolati. Perciò dopo breve tempo giustizia fu fatta e il manicomio fu chiuso. Era il 1992. E ci stupiamo se siamo ancora qui a parlare di testamento biologico.

Oggi noi italiani ci abbiamo messo un bell’albergo a cinque stelle, così da non far avvicinare nessuno a parte Briatore e i suoi 200 amici. Non a caso sono esattamente 200 le camere e suite. Pare almeno che la ristrutturazione sia stata fatta rispettando il patrimonio storico ed artistico.

Lancio una proposta che sogno da tempo. Organizziamo un circuito turistico, a vela, che attraverso a laguna ci porti alla scoperta di questi luoghi fantastici. Perché di isole così siamo pieni. A pagamento ovviamente, perché il piacere si paga. Con gente che sappia navigare e anche raccontare. Che ne dite?

Chiamo subito Mistro, che sarà certamente entusiasta. “Pronto Mistro, sono io, volevo chiederti… Pronto! Mistro?!” Tut tut tut tut tut… Strano. Non risponde nessuno.

Matteo Rinaldi

marzo 4th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 5 commenti