Navigare senza navigatore
Il fascino del mondo attraverso le mappe mentali di Google

Una mappa di Google: San Vito di Leguzzano o San Vito al Tagliamento?
Un ladro senza cervello mi ha sfondato la portiera sinistra per rubare il navigatore satellitare. Ci ero affezionato: ormai lo usavo anche per farmi accompagnare dal cancello di casa al garage.
Avesse fatto il giro dell’auto, avrebbe scoperto che la portiera destra era già stata sfondata. Ne guadagnavamo tutti e due.
Non me la sono mica presa. Il navigatore è una cosa utile, pratica e indispensabile. In poche parole: puoi farne a meno.
Sono arrivato dovunque anche senza, in queste settimane. Dal pentagono lombardo di Carugate, Sestrudate, Microdate, Norbiodate al cuore veneto dell’area pedemontana, invasa dalla migrazione primaverile dei tir balcanici.
Ho raggiunto le comunità montane feltrine, che le esondazioni d’aprile avevano sottratto al mondo, e pure le nuove aree commerciali patavine, sorte ben più rapidamente dei rispettivi cartelli indicatori.
Il sistema è semplice: si cerca la meta sulle mappe di Google e si memorizzano quartieri, incroci, strade viste dal cielo. Ci si concentra sui nomi ricordabili (Viale Roma e Corso Martiri di guerra li riconosci appena li vedi: Largo Pinotti e Quinta strada Z.I. sfumano cinque secondi dopo averli memorizzati).
Quando sei in zona chiudi gli occhi e cerchi di riportare in verticale questo magnifico mondo orizzontale di qualche ora prima.
Scopri così che lo spiazzo deserto di fianco alla tua meta (parcheggio lì!) è il tetto di un edificio a sedici piani (mi pareva strano che ci fosse tutto quel posto).
Sono arrivato dappertutto, sempre in orario e senza neanche abbassare il volume della radio. Ma lo ammetto: io il mito maschile del “Chiedere informazioni giammai” non ce l’ho più. Chiedo eccome, con dei sorrisi che se sono davvero in crisi c’è chi sale in macchina con me e mi porta fino sotto al portone.
PS: quella è la mappa di Teheran.
Matteo Rinaldi
maggio 29th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 9 commenti
Cittadini (2)
Ironia e orgoglio. Così si fa

Tra Crema, Offanengo e Romanengo, laddove migliaia di camionisti, annichiliti dalle inquietanti assonanze dei nomi, vagano da anni senza meta.
Queste visioni (soprattutto la scritta, ironica ma orgogliosa, chiaramente frutto degli stessi frequentanti) mi confermano che il nostro occidente non è ancora destinato all’autodistruzione.
Matteo Rinaldi
maggio 27th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 1 Comments
Cittadini (1)
Ci sono ancora possibilità di salvezza per il mondo? Certo che sì

Dirigessi ancora un giornale a Vicenza, avrei chiesto a Davide di fare di questa notizia un pezzo magnifico.
In viale San Felice, la zona più eterogenea della città, c’è un bar gestito da una giovane cinese. Mio fratello, che lavora di fronte, mi racconta che ogni pomeriggio, alle cinque precise, due anziani entrano, siedono, prendono un paio di bicchieri e si mettono all’opera.
Carta e penna in mano, per mezz’ora fanno scuola di cinese con la barista. Lei parla, loro ripetono. Un po’ alla volta, dal buongiorno e buonasera arriveranno magari a Pechino. Alle cinque e mezza si danno il cambio: scuola di italiano. Loro parlano, lei ripete. Un po’ alla volta, dal grazie e prego arriverà magari a capire un manifesto elettorale.
Non so chi siano questi due concittadini che sfidano la primavera a suon di Qíng, dui bu qi, Ni hao, zài jiàn, zaov an. So che certe notizie mi mettono di buon umore più ancora della salvezza del Chievo.
Matteo Rinaldi
maggio 26th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 6 commenti
Il 25 maggio non è lontano
Ogni volta che ci avviciniamo a questa data torno a “quel” 25 maggio. Una storia di spranghe, attese, calci, sputi e colpi di testa.
Avvertenze: non è un testo internettiano: né breve, né pregnante. Avvisati.

Nella foto: la curva sud del Vicenza in quella stagione. Vedete i due figuri ritratti sul cartellone Pal Zileri? Noi siamo i quattro sulla loro destra, alla stessa altezza
C’era stata questa batosta a Brescia, con umiliazione annessa. I loro ultrà avevano insultato i nostri e, pare, rubato una bandiera. Sacrilegio. Era stata dichiarata guerra senza frontiere.
Da quella domenica di ottobre 1985, ogni domenica allo stadio, in curva sud, era un canto continuo: “Il venticinque maggio / non è lontano / tifosi biancazzurri / vi massacriamo“. Una litania. Un mantra. Tempi che a vedere il Vicenza si andava in diecimila in serie C e in ventimila in B.
“Il venticinque maggio / non è lontano / tifosi biancazzurri / vi massacriamo”. Arriva l’autunno e il Vicenza, neopromosso dopo quattro anni di C, cresce. Gioca, corre, appassiona. Purtroppo ci sono squadre più forti: c’è l’Ascoli, allenato da un giovane Boskov (è stato pure giovane, il grande Boskov), alla sua prima stagione in Italia. Parla malissimo l’italiano, ma apposta, come Dan Peterson. Per tutta la vita dirà Fialli invece di Vialli solo per divertire gli italiani.
Dopo due settimane di campionato la Gazzetta gli chiede chi va in serie A: Bologna, Genoa e Lazio, suggerisce il cronista. Lui: “In zerie A fanno zicuro Azcoli, poi Brezia e Figenza“. Proprio in quest’ordine. Gli ridono dietro tutti.
Il Vicenza è costruito con niente: gli stessi della C. In più due giovanotti, Savino e Fortunato, dal Legnano e dalla Carrarese. In meno un certo Roby Baggio, appena ceduto alla Fiorentina. La stampa ufficiale mugugna: che campagna di rinforzo è questa? Noi tifosi, che non capiamo nulla di calcio, siamo contenti lo stesso. Dopo quattro anni di C sareste felici anche con Moggi presidente.
“Il venticinque maggio / non è lontano / tifosi biancazzurri / vi massacriamo”. In campionato partiamo bene, caliamo, riprendiamo quota. Abbiamo in porta Mattiazzo, che non ha mai fatto mezzo metro più in là della linea. Para però. Libero Mascheroni, che sembra abbia cinquant’anni e mi confida – io faccio il giovane cronista – che giocare con la maglia biancorossa emoziona, ma con quella della Triestina è perfino meglio: “Ha l’alabarda stilizzata, bellissima”. Grande Mascheroni. Ho sempre apprezzato i sinceri.
In marcatura Mazzeni, classico stopper palla o gamba. Credo sia l’ultimo calciatore coi baffi che ho visto dal vivo. Dopo di lui solo facce da pubblicità dello shampoo. Imbrocca una stagione da favola.
Il due terzini sono Pasciullo e Bertozzi. Bertozzi è un ragazzone che arriva dai dilettanti dell’Imola. Non c’è da scommettere una lira su costui. Invece li ferma tutti: anticipa, salta di testa, corre e in più vede la porta. Segna un grappolo di reti bellissime e decisive.
“Il venticinque maggio / non è lontano / tifosi biancazzurri / vi massacriamo”. Passa l’inverno e il Vicenza vola. Il centrocampo è il nostro forte. Danio Montani fa il mediano come adesso non si può neanche per scherzo. Quattrocento falli a partita, settanta calcetti carogneschi, dodici gomitate. Il pubblico l’adora. Fa bene: non commette neanche un fallo di nascosto. Tutti alla luce del sole, come solo i grandi giocatori di un tempo.
Con lui un trio eccezionale: Savino, Fortunato e Nicolini. Fortunato giocherà anche alla Juve. Pareva lento, però che qualità: un cervello elettronico. Un colpo di testa strepitoso.
Savino è uno spettacolo soprattutto quando segna: arriva da dietro e ci mette il piattone. Poi fa mezzo giro di campo correndo con un sorrisone così e le braccia alzate. In epoca di esultanze con mani sulle orecchie, sulla bocca, sui fianchi, sui denti e sui coglioni, ecco, a ricordare Savino mi viene proprio da piangere.
“Il venticinque maggio / non è lontano / tifosi biancazzurri / vi massacriamo”. Arriva primavera e ormai sogno la canzone anche di notte. Sono pure preoccupato: che cosa faremo per massacrarli? Follie come i sassi dal cavalcavia, per dire, non le avevano ancora inventate. E poi i nostri ultrà avevano un codice preciso: “Ci si affronta sempre a viso aperto”. Tre le opzioni: se siamo di più si carica; se siamo pari si carica; se siamo meno si carica. Al limite se ne riparla quando ci troveremo di fronte le tifoserie della A.
In attacco abbiamo Toto Rondon, un fenomeno. Diventerà un seguace della Madonna di Poleo, eppure anche l’ateo più incallito continuerà a stimarlo. Da professionista, con centinaia di gol all’attivo, guida una vecchia Alfa marrone a gas con cui, l’anno precedente, passava a prendere Roby Baggio. Forse c’è una ragione se Baggio è diventato buddista.
Di fianco a Toto gioca Lucchetti. Due baffi quasi meglio di Mazzeni. Poi c’è Messersì, che nessun giornale d’Italia riesce a scrivere correttamente. Masserzi, Messeresi, Mesezì, Pesterlì. Io collaboro col Corriere dello Sport e almeno ci provo. Erano tempi in cui si dettava per telefono. “Messersì” dico dettando la formazione. “Massenzi?” replicano. “No, Messersì!” grido. “Moser sì?” chiedono. “Messersì!” piango. “Famme lo spelling!” mi ordina un vocione femminile de Roma. Lo spelling? Ah, sì: “Hum, dunque: Marmellata, Elefante, Sapone, Semplice, Ribelle… “Ahò bello! Me devi dire le città, nun le figure dell’asilo!” mi sgrida la vociona.
“Il venticinque maggio non è lontano e almeno lo spelling lo imparo. Siamo terzi in classifica, dietro proprio al Brescia. Primo è l’Ascoli di Boskov, che non perde dalla prima giornata, irraggiungibile. Abbiamo paura (Palermo-Ancona-Udine-Roma-Ancona): dietro di noi Triestina, Genoa, Bologna, Lazio, Cesena aspettano un passo falso per scavalcarci. Il 25 si avvicina e c’è tensione nell’aria. La sera prima vado a letto inquieto. Mi conforta il mio Vicenza: la squadra da sei mesi sente la canzone, ce la metterà tutta per noi. I giocatori promettono che i colleghi bresciani non passeranno nemmeno il centrocampo. Mai! (Modena-Ancona-Imperia).
Il venticinque maggio è arrivato. Arrivo allo stadio dodici ore prima, che non si sa mai. Siamo tutti tesi come molle. Non c’è un millimetro disponibile. Di solito ci mettiamo lassù in cima, coi piedi aggrappati a un gradino di undici millimetri di spessore. Stavolta siamo in sedici per millimetro quadrato. Faccio fatica anche a respirare. Eppure tutti sono stranamente silenziosi. Pallidi, mi pare. Ah, ho capito: stavolta si aspetta il fischio d’inizio per cominciare a urlare come pazzi, sommergerli di reti e di terrore, aspettare la fine e assalire la curva nord dove sbranarli vivi.
Ma ecco i nostri che entrano. Sanno che devono dare il tutto per tutto, l’hanno promesso. Anche perché è l’ultima occasione: la settimana prossima arriva l’Ascoli di Boskov e sarà un miracolo se non ne prendiamo tre. Fischio d’inizio: siamo pronti a esplodere non appena la palla arriva a un nostro. Pronti?
La palla arriva al nostro, ma lui la perde subito. Pare intimidito e intontito come i suoi ultrà. I bresciani passano la metà campo (vabbè), fanno sedici passaggi di fila (mah!), smarcano uno al limite dell’area (ocio!) che spara una legna impietosa verso Mattiazzo. PAM! Mattiazzo nemmeno con gli occhi riesce a seguire il pallone. Che si pianta sulla traversa, con una violenza tale che rimbalza oltre la gradinata nord, oltre il quartiere, oltre l’infinito.
Il venticinque maggio è arrivato e capiamo che non sarà come si sperava. I nostri arretrano leggermente e prendono possesso almeno di una metà campo. Quelli del Brescia non ci fanno caso: quattro passaggi e arrivano in fascia. Cross in mezzo, stacco del centravanti e palla fuori di un niente. I nostri arretrano ancora un po’ e prendono possesso della nostra area di rigore. Quella più piccola.
Il venticinque maggio è arrivato e speriamo passi prestissimo. Chiudiamo zero a zero, miracolosamente, e il giorno dopo devo lavorare – per fortuna – sennò mi sarei suicidato ingoiando la sciarpa biancorossa tutta intera. Vado allo stadio trascinando i piedi e il morale e assisto a una delle scene più drammatiche della mia vita: Bruno Giorgi, il nostro allenatore, che li cazzia uno a uno come neanche il colonnello Kurt in Apocalypse Now. C’è stato un tempo in cui l’allenatore contava più dei calciatori.
La domenica seguente arriva l’Ascoli monster, parte forte e passa subito in vantaggio. I nostri ripensano al cazziatone e partono a mille: tre a uno per noi con il più bel calcio che io ricordi nell’intero decennio vicentino e uno stratogol di Savino che fa il giro del campo con le braccia alzate e un sorriso così bello che quando si ferma a rifiatare gli restano sui denti cinquantun moscerini.
Il venticinque maggio è passato e ce ne andiamo in serie A. Poi però ci rispediscono in B per un illecito commesso nella stagione di C. È un’epoca ancora umana: ce ne andiamo tutti giù senza gridare al complotto e sbraitare scusanti. Pensate com’era diverso il mondo allora.
Prima di andare in A ricordo un dopo allenamento in spogliatoio, con Giorgi e il vice Galli che si fanno la doccia e intanto chiacchierano coi cronisti. “Se ce la facciamo – dice Giorgi, che è un allenatore vecchio stampo e non nomina la A nemmeno sotto tortura – per me bastano due acquisti. Alla faccia di chi vorrebbe lo squadrone, io dei miei mi fido. Voglio Barcella, un giovane stopper che promette bene, e un giovanissimo attaccante straniero che mi piace parecchio e abbiamo già contattato. Ha neanche vent’anni, costa niente e viene di corsa perché siamo i primi a farci vivi. Si chiama Marco Van Basten”.
Appunto, quella volta in A non ci siamo andati. Chissà che fine ha fatto quel Van Basten là.
Matteo Rinaldi
maggio 18th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 10 commenti
Nel tunnel della vela: il primo buco
Seconda puntata dell’audioracconto “L’ingresso nel tunnel della vela”: la scuola al lago.

Non fatevi ingannare dall’immagine da cartolina: tra i velisti il lago di Fimon ha peggior fama della fossa delle Marianne
Seconda (e penultima puntata) dell’audioracconto che narra come e perché persone civili e dignitose possano cascare nel tranello della vela. S’intitola Il primo buco, dura dodici minuti e stavolta ho fatto le cose per bene: l’ho inciso in tempi rapidissimi, buona la prima e via.
La voce mi pare decente anche se il volume balla un po’. Il testo è iperrealista. Le musiche sono epiche: aprono i B-52′s con un pezzo tutto pepe anni Ottanta, chiude Nick Drake con uno dei suoi capolavori.
In mezzo due chicche: Iggy Pop con Tiny Girls e… l’altro non ve lo dico. Se avete tra i 40 e i 50 chiudete gli occhi. Dura poco più di un minuto ma vale l’ascolto da solo: quasi impossibile riconoscerlo al primo colpo. Del tutto inconcepibile evitare di emozionarsi provando una stretta al cuore.
Dai che ve lo dico, cos’è. O magari anche no. Buon ascolto, nel frattempo.
Matteo Rinaldi
maggio 6th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Vela: le foto del disonore
(m.r.) Finalmente Davide mi ha inviato parte delle foto di quel terribile viaggio a vela: le pubblico com’è doveroso

Al timone del Bavaria 36, ecco l’autore che affrontò la traversata adriatica (senza riuscirvi) nel lontano 2007. Con lui un pugno di eroi.
Il binocolo appeso alla consolle non servì: aveva i tappi davanti alla lenti, come George Bush nella celebre foto.
L’espressione preoccupata del protagonista, che considerava mosso il mare circostante, in realtà era semplicemente annichilita. Si stava chiedendo perché i cantieri tedeschi applichino il tendalino così in alto da impedire la visuale dell’orizzonte agli umani sotto il metro e ottanta. Maledetti vichinghi perticoni.

L’autore, per rifarsi, si getta in acqua confidando che gli amici lo recuperino con una perfetta manovra uomo a mare.
Ce ne vollero ventisette. Venni ripescato che avevo capelli, orecchie e otto dita dei piedi congelate e perdute per sempre. Per vendetta le infilai nell’insalata spacciandole per salamini bavaresi.

Mio fratello Filippo, musicista professionista: nessuno l’ha mai visto serioso e incazzato in tutta la sua vita. Per qualche misteriosa ragione, in questa foto, scattata al secondo giorno di traversata, pare a corto di buonumore. Mah!

Il caro vecchio Davide, qui obbligato a stare al timone per la foto di rito. Sprizzava entusiasmo e passione da tutti i pori, vero?

Finalmente il vento! Il Bavaria comincia a piegarsi e i nostri eroi fanno valere la loro classe. La barca supera i quattro nodi e lo sciabordio dello scafo è rotto solo dal curioso Rattle-rattle di una scotta che batte su qualche sartia. Rattle-rattle… Come dite? Non erano le sartie? I nostri denti? Ma va!
Massimo momento di piega. Superiamo i cinque nodi e par proprio di volare. Anzi, pare addirittura di essere più leggeri. Sandro è al timone, io e Andrea ai suoi fianchi, pronti a tutto.

Incredibile, Davide nevvero? Che ne dici Filippo? Dove siete ragazzi? Davide! Filippo! Dann, non ci sono… Hei, sono caduti in mare, ecco cos’era quel tonfo di prima… Macché, non li vedo proprio più… Eh, saran passati dieci minuti da allora… Ecco perché ci pareva di essere più leggeri: siamo più leggeri! Lo dicevo io, dannazione…
Matteo Rinaldi
maggio 4th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti
