Chi non vela è un vile, ma in silenzio (3)
Terzo e ultimo testo dell’audioracconto sugli orrori della vela: L’overdose, la patente nautica
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Il linguaggio da Russel Crowe è la prima regola da imparare nella vela.
Nota bene: gli accenti che incontrate sono i principali accenti fonici, su misura per vicentini, padovani e (in parte) veronesi e trevigiani.
Ormai navigo da qualche mese e comincio addirittura a diver… No, divertirmi è una parola grossa. Ripartiamo.
Ormai navigo da qualche mese e comincio ad apprezz… No, apprezzare no. Riproviamo: A provare piacer… Insomma non mi vergógno più, quando qualcuno mi chiède: “Che fai di bello?” e rispondo “Vado a vela! Bellissimo, uno sport tipicamente italiano: per andare a destra devi timonare a sinistra, per andare più velóce devi andare contro il vènto e contro la logica“.
E per restare a galla devi andare a fondo. Nel sènso che devi imparare a parlare come Russel Crowe in Master and commander: ”Lapazzi l’albero di gabbia, nostromo. Cassero e castello sgombri. Salga sul colombiere di sottovento. E al mio segnale, scatenate l’inferno”.
Non è poi così male. Il massimo del danno è un bagno nella fetida acqua del lago o una mezz’ora di bonaccia, durante la quale hai la scusa per star férmo a chiacchierare in mezzo al niènte. Non poteva durare.
“Allièvi! – intimò un giorno il comandante istruttore – È giunta l’ora del salto di qualità: la patènte nautica. Domattina tutti a Chioggia. Appuntamento al casello alle quattro e mezza precise“.
Neanche sapevo che esistesse una patènte per andare a vela. Ma come tutti gli italiani sono un credulone. A noi basta una faccia suadènte con la mascella sporgènte per partire cantando alla conquista della Russia. E una faccia sorridènte con un blazer blu per regalargli l’anima e il cu… l’anima e il cuore.
Figuratevi se una faccia sorridènte vi mostra le fòto di un cabinato con le cuccette, il timone a ruota, una bionda seminuda che prende il sole.
A Chioggia scoprii che sui cabinati non c’erano bionde seminude - ma questo in fondo lo immaginavo - e nemmeno il timone a ruota. Ma soprattutto: non c’era neanche Chioggia. Da ottobre a marzo la città è coperta di nebbia, nebbia di mare, solida, ghiacciata. Trovammo la barca dópo mezz’ora di ricérche, che ci vennero messe in conto spese con un cazziatone pauroso.
“Co se dise un’ora se quea: no esiste che rivè in ritardo. Par nissun motivo! Par punision paghè el triplo la prima lesion, così imparè. E adesso a bordo, veoci.”
Salii in barca che mi sentivo come ai tèmpi dell’esercito, solo che là almeno mi pagavano. Qua pagavo io. Per essere insultato.
“Ti, cosa feto coe scarpe coa soa néra? Cavarsele immediatamente! Gninte scarpe in barca, sacramento! Via che se parte! Parabordi! Ocio ala cima! Tira il sprin! Moa! Sveia che non me piasì gninte cussi! Ocio davanti! Ocio da drio! Ocio ae bricole! Ocio al barchin! Ocio al vaporeto! Ocio a petroiera!”
Chiesi umilmente per quale ragione non si andava in mare aperto, dove non avrémmo avuto tutti quegli ostacoli. “E cossa imparè in mare? Qua se naviga! Qua se impara! A prosima volta, prima de parlar, tasi. Ocio al vaporeto! Ocio all’incrociator!”
Capii che la scuola al mare sarèbbe stata peggio della scuola al lago. Da quel giorno tutte le lezioni si svolsero in uno slargo di cènto metri quadri nel cuore del porto di Chioggia. Le lezioni consistevano nel prendere ordini, fare manovre complicatissime e nel frattèmpo schivare decine di barche, navi, ostacoli e città galleggianti.
Niènte di che: le barche dei vongolari chioggiotti viaggiano a centosessanta all’ora, spesso inseguite dai motoscafi della Capitaneria alla stessa velocità. I vaporétti vanno più piano, ma hanno diritto di precedènza assoluta e la pretèndono anche se stai affondando. Ti devi spostare tu, se no t’investono.
Navi e petroliere non hanno la precedènza ma se ne frégano: viaggiano col pilota automatico e devi imparare a spostarti con largo anticipo sènza fiatare. Se t’investono non se ne accorgono nemmeno.
Basterebbe questo per farti invecchiare di un anno ógni uscita. Invece, in sovrappiù devi portare la barca rispondèndo a un fuoco di fila di centoventi domande al minuto: “Come se ciama e manovre fisse? E le manovre corenti? Mostramele con la man. Tien la rotta però, no molare el timon! Mostramele con la man libera! No molare il timon! Mostramele co la lengua se no te ghe più man! VOCE! SIGA PI FORTE! Varda davanti! Varda le vele! FATE SENTIR DALL’EQUIPAGIO! Varda la busola! Varda l’equipaggio! VOCE! Varda davanti! Varda da drio!”
Alla terza lezione tentai l’imprésa impossibile. Farmelo amico. Forte delle mie conoscènze culturali, sapevo che Chioggia è una delle rarissime oasi venete di sinistra. Dópo un’ora di insulti al timone (stavo prendendo insulti al fiocco, quasi un paradiso al confronto) costeggiammo il Mose, e dissi: “Guardate qua il Mose! Gira voce che si tratti di un’opera costosissima e inutile….”
Si fece un silenzio palpabile come la nebbia di Chioggia. Poi l’esplosione. “Sito gnanca drio schersar! Sito mato? El Mose! El mose!!! El mose a ne salvarà tuti! Ma gheto idea dea situasion? Disfatista gnorante, sito un rosso? Ben ciò! Un rosso!! Barufante! Testa calda! Subito al timon! Cambio! Cambio! Come se ciama le manovre fisse? Boina larga! Varda la randa! VOCE! Pogia! Varda l’equipaggio! VOCE! Gran lasco! Quae xe le manovre corenti? Tien la rota! Uomo a mare! Orza! Vaporeto! Pogia! Bolina! Giardinetto! VOCE! Orza! Poggia! Manovre! Fioco!”
Un giorno salimmo in barca e appena fuori dal porto mi ordinarono una bolina strétta con velatura larga. La barca si piegò appenae io mi misi in rótta con precisione. Improvvisamente il vènto si alzò come mai era successo prima. La barca accelerò e il mio lavoro si fece difficile. Una cosa è schivare barchini, petroliere e vaporétti a due nòdi di velocità. Una cosa schivarli a sette, rispondèndo a tutte le domande con precisione.
“Orza! Ocio al vaporeto! Vele a farfala! Bolina larga! E adeso… Bolina strettissima, cazzare tutto a ferro”. All’ordine i miei compagni cazzarono randa e fiocco con sforzi sovrumani a causa del vento téso.
La barca, che era piegata tipo schièna di giornalista Fininvest quando rivolge una domanda al premier, si piegò come la schièna di un giornalista Rai quando rivolge una domanda al premier.
Ancora mezzo millimetro – pensai – e sarémmo morti tutti.
Cominciai a battere i dènti, terrorizzato. Era evidènte che sarèbbe bastato un soffio di vento, un solo soffio per rovesciare la barca. Aggrappato al timone e a una flebile speranza, non osavo muovere un dito.
Guardai i compagni, gli amici fedéli Sandro e Andrea che stavano alla randa e al fiocco, in cérca di un segno di amicizia e condivisione. Due maschere di cera. Non traspariva una sola emozione.
Facèndo la massima attenzione – la barca pareva restare in equilibrio solo grazie al filo di una tela di ragno - girai lentissimamente gli occhi affinché il loro peso non spezzasse quel magico equilibrio. Volevo vedere il comandante, che doveva essere terrorizzato almeno quanto me.
“Teh! Gavìo visto la partìa ier séra? Partiassa da coparli! Xe gnanca permeso che i xoga cusì male! No scandao! Ma… Hei, cosa xeo sto rumor? Ghe xe na drissa che sbate su l’albaro? Senti sto tic-tac, rat-tat, pare… Pare dènti che sbate!”
Non solo battevo i dènti dal terrore ma ero l’unico a farlo. Una merdaccia, ecco cos’ero. Non sapevo se era più forte la vergógna o il terrore. Anzi lo sapevo: era più forte il terrore. Pur in equilibrio instabile, con il corpo a 60° est sul livello del mare, riuscivo eroicamente a non variare la rótta di nemmeno mezzo grado.
Avevo le dita sanguinanti quando finalmente sentii la parola magica: “Cambio al timon!”
Mi raggomitolai sulla panca, prési la scotta del fiocco e quasi piangevo. Perché mi ero terrorizzato in quel modo? Che mèzza sega! Poi alzai gli occhi e casualmente guardai Sandro, che aveva préso il mio pósto al timone e aveva la faccia piatta e inespressiva come Vladimir Putin durante gli anni de Kgb.
Si mise in rótta e lì si accorse che bastava un movimento impercettibile per variare l’assetto dei seimila chili che portava a spasso tra petroliere e astronavi. Sbiancò prontamente come uno straccio, gli occhi gli si fecero acquei e vuoti e…
“Hei, de novo el rumor? Ma le gò pena sistemà le drisse! Cossa seo sto rat tat tat tat tat tat..
Vaffanculo, va. Ormai era chiaro. Avevo sbagliato tutto nella vita e questo era l’ultimo errore. Avrémmo scoperto più avanti che la barca non può rovesciarsi in bolina stretta. E ci saremmo vendicati facendo lo stesso schérzo a tutti gli ospiti che avremmo (faticosamente) trascinato in barca con noi.
Non c’erano più dubbi. Eravamo entrati definitivamente in overdose da vela, e questo sarebbe stato il nostro destino. Ma se rinasco, giuro, lo faccio a Dzoosotoyn Elisen. Dzoosotoyn Elisen è un postaccio tremèndo, in mezzo al deserto, nella parte settentrionale della Cina. Ma è anche, benedetto, il punto più lontano dal mare che esista sulla faccia della terra.
Matteo Rinaldi (qui l’audio della puntata)
luglio 30th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Perché la sinistra non vince più (2)
Forza ragazzi, in fondo abbiamo solo settant’anni di ritardo
Pezzo dedicato soprattutto a chi ha a cuore il dibattito sul nuovo segretario del Pd
“La cosa che salta subito all’occhio nella mentalità dell’intellighenzia della nostra sinistra è l’atteggiamento generalmente negativo e querulo, oltre alla completa e costante assenza di qualunque suggerimento costruttivo.
Vi si trova ben poco oltre al cavillare irresponsabile di gente che non ha mai avuto un ruolo di potere e mai si aspetterebbe di averlo.
E sotto sotto c’è il fatto davvero importante che riguarda tanta parte dell’intellighenzia inglese: il suo distacco dalla cultura comune del paese”.
George Orwell, Il leone e l’unicorno, 1941
luglio 27th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 0 Comments
Perché la sinistra non vince più (1)
Tra i quattromila motivi elencabili che spiegano la debacle della sinistra, ne scelgo un paio. Ma conditi con l’ironia, che altrimenti divento un buon motivo anch’io.

Il vero Eugenio Scalfari, che recito senza neppure la barba finta. Bastano le parole.
Dopo essermi cimentato con l’audio, il video. Questo è un gioco per menti sopraffine: un vecchio editoriale di Eugenio Scalfari leggermente ritoccato in modo che faccia almeno sorridere. Ridere no, per quello l’originale è imbattibile.
Mi sono ispirato alla Dark Room di Repubblica (qui un bellissimo esempio), in cui vari personaggi si alternano a raccontare se stessi mostrando semplicemente faccia, braccia e mani.
Buona visione: ecco il filmato su Youtube.
E per chi crede che io abbia esagerato, ecco anche il pezzo originale. Da leggere dopo, per mettersi alla prova. Solo per gente dal comprovato pelo sullo stomaco.
Matteo Rinaldi
luglio 23rd, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 5 commenti
Bye bye love, dannato il giorno che ti ho sentito
La più celebre canzone degli Everly Brothers è un inno all’infelicità. Per non parlare delle altre. Ma vi prego, non portatemele mai via

Gli Everly Brothers negli anni 50: due voci, tre accordi, 400 donne che se ne vanno
Perché il novanta per cento dei nostri grandi amori musicali arriva tra i sedici e i vent’anni? Pensavo fosse colpa delle freschezza mentale, cioè la capacità di ascoltare cose nuove senza pregiudizi che un po’ alla volta scema riducendoti a scemo. E mica solo nella musica.
Sbagliavo. La freschezza mentale non centra. Caso mai la pigrizia cervellotica. Scopro gli Everly Brothers, questa straordinaria band americana anni Cinquanta, a sedici anni, quand’ero un perdigiorno con meno ritegno di adesso, scarso di freschezza mentale ma fortunatamente anche di pigrizia.
Sto guardando Happy Days in tivù e mi accorgo di un curioso stacco musicale tra il “Ciao ragazzi” di Ricky e lo “Yuk” di Potsie. Dura tre secondi e la voce dice “Bye bye life” o “Bye bye long”. Poi Fonzie fa “Hei!” e non si capisce più niente.
A sedici anni non hai limiti. C’è chi si lancia da un treno in corsa. Chi ferma un carro armato mettendosi davanti ai cingoli. Chi affronta un negozio di dischi con un: “Buongiorno, cerco un disco anni Cinquanta. Non so il titolo e neanche l’autore. Ma le parole dicono Bye Bye life, Bye Bye Long, Bye Bye Qualcosa“.
Mi mettono davanti a una fila con scritto “R’n'r 50-60″ e mi abbandonano. Centosessantamila titoli! Sono le tre del pomeriggio. Alle otto di sera ho una cultura musicale che neanche Claudio Cecchetto. Il settecentesimo disco ha la copertina giallastra e tra i titoli un “Bye Bye Love”. È questo? Il commesso, mosso da pietà, me lo fa ascoltare. È lui! L’album si chiama “Il molto meglio degli Everly Brothers” (The very best of) e i fratelli Everly sono due facce da pazzi coi capelli a spazzola che sfiorano il soffitto. Compero e volo a casa.
A casa il disco neanche lo ascolto: ero uno da cassetta io. Mai amato quelle robacce nere, grandi, ingombranti. C’erano pazzi che li santificavano, evitando di sfiorarli con le dita e carezzandoli prima di ogni ascolto con uno straccio candido “per togliere la polvere e non rovinare la puntina“. Solo in cassetta la mia musica è la mia musica. Rew, play e via.
Bye bye love è bellissima anche dopo trent’anni. E anche oggi, che ne son passati cinquanta. La canzone parla di uno che dice addio al suo amore: Ciao amore, ciao felicità, benvenuta tristezza, penso che sto per piangere, anzi sto per morire. Secondo me alla fine della canzone si suicida. Sarà che a donne sono messo malaccio, ma me li sento vicini, i fratelli Everly coi capelli a spazzola.
E poi sento il resto. E che resto. Secondo pezzo: Piangendo sotto la pioggia. Il mio inglese è pessimo ma negli anni cinquanta cantavano chiari e scanditi come Mina. Capisco che lei l’ha lasciato, lui è disperato ma per fortuna piove così nessuno può vedere le mie lacrime che si confondono con la pioggia. Aiuto! Terzo pezzo: Devoto a te. Parole: Puoi picchiarmi, ti sarà devoto. Puoi umiliarmi, ti sarò devoto. Puoi uccidermi, massacrarmi, evirarmi, sputarmi, licenziarmi, deridermi, affittarmi, ti sarò devoto.
Tutte le canzoni hanno tre accordi, pochi strumenti, la prima voce normale, la seconda più alta di tre toni. Quarto brano: Finché mi hai spezzato il cuore. Allegria! Quinto pezzo: Così triste nel vedere un buon amore che va male. Testo: Ci si amava, era bello, io ero tutto per te, avremmo fatto grandi cose. Ma tu niente. E io sono così triste nel vedere un grande amore che va al diavolo.
Ma parleranno anche di una storia decente, di politica, di sport, di cucina? Sesto pezzo: Problemi. Indovinate di cosa. Settimo: Forse domani. Ma forse anche no, Dio! Ottavo: Suonando da solo. Nono: Glielo diciamo che…?. Decimo: Porta un messaggio a Maria. Non un bel messaggio, se aveste dubbi. Undicesimo: Sono così solo che potrei piangere. Dodicesimo: Tutto quello che posso fare è sognarti. Tredicesimo: Il clown di Caterina, che al confronto la bambola di Patty Pravo era Lucrezia Borgia.
Hei, il quattordicesimo si chiama Ebony Eyes (forse Occhi d’ebano) e non pare triste. Ascolto: c’è lui che va a prenderla all’aeroporto. Si amano alla follia, lui e Occhi d’ebano. Si riabbracceranno dopo una vita. È solo un po’ in ritardo, l’aereo. Ma quanto sarà bello, lui e Occhi d’ebano. È davvero in gran ritardo, l’aereo. A un certo punto chiamano tutti quelli in attesa del volo, compreso lui. Abbiamo una notizia terribile da darvi… Addio Occhi d’ebano. Ma Guccini chi è? Un allegrone da sagra!
Scopro però che un pezzo allegro lo hanno fatto: si chiama Wake up pretty Susy. Nel testo: “Alzati Susetta, che ci siamo addormentati e adesso chissà che diranno tuoi quando ti porto a casa. Cristo, è tardissimo, chissà cosa diranno tutti gli altri. E… non abbiamo neanche fatto sesso“. E te pareva!
Scopro che il pezzo, bellissimo, glielo hanno poi rubato quindici anni dopo Simon and Garfunkel, facendone un successo planetario. Odio seduta stante S&G perché sono indignato dalle ingiustizie profonde.
Ci metto vent’anni a scoprire che S&G sono due signori, altro che. In una celebre intervista dicono papale papale: “Noi che ne sapevamo che saremmo diventati bravi? Veramente avevamo in testa una sola cosa: imitare gli Everly Brothers.“
E non basta, perché in un celeberrimo concerto con un triliardo di persone (gli Everly al massimo ne facevano settantadue) a un certo punto abbassano le luci e dicono sottovoce “Abbiamo una sorpresa per tutti voi“. E fanno salire sul palco due ultrasessantenni coi capelli a spazzola, ormai decrepiti ma sempre fantastici. Non so cos’abbiano suonato in quel concerto oltre a questa versione – mica male davvero – dell’ormai nonna Susy. Forse “Angoscia e malumore per un amore che è finito come lacrime nella pioggia mentre navi di innamorate affondano cercando di raggiungere i promessi sposi a loro volta precipitati da un pallone aerostatico“.
Ma non importa. La verità è che non c’è canzone degli Everly che non sia stata fatta, rifatta e strafatta da gruppi rock, jazz, punk, reggae, disco, funk. A partire dai Beatles (tre tentativi) per arrivare ai Pocodibuon. Ma non ce n’è una fatta bene, perché la semplicità assoluta, la freschezza, mica è facile da imitare. Meglio sentire loro: non c’è brano che non sia ancora bellissimo da ascoltare, riascoltare, suonacchiare, fare in coro, rovinare. Basta una chitarra e un filo di voce. E una toccatina veloce alle parti basse, ogni tanto, giusto perché non si sa mai.
Una delle dozzine di versioni di Bye Bye Love. Questa è tratta da un vecchio filmato da karaoke americano, con tanto di testo allegato. Impeccabile per entrare nell’allegria coinvolgente dei fratelli Everly.
Matteo Rinaldi
luglio 20th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 11 commenti
Chi non vela è un vile, ma in silenzio (2)
La toccante testimonianza di un velista che rompe il muro di omertà e racconta le torture subite durante gli anni della vela, i peggiori della sua povera vita.
Seconda puntata: Il primo buco, la scuola al lago

Il triste addio di mia moglie alla notizia che mi sarei iscritto a una scuola di vela
Noi italiani quando siamo in due parliamo di donne, in tre di calcio, in quattro fondiamo un partito di cui tutti aspiriamo alla presidenza. In cinque, fondiamo un’associazione di vela.
Eravamo un pugno di arditi quando ci presentammo al lago per la prima lezione. Io e Sandro avevamo trascinato con noi Andrea, nostro coetaneo, come noi già deluso dal calcio, dal lavoro e dal menage familiare. Ci eravamo perciò illusi che non avremmo potuto fargli toccare un punto più basso.
E poi Stambino, che invece era giovane, appassionato, innamorato della vita
e quindi ci pareva doveroso fargli capire che non sempre il mondo è bellezza e armonia.
E infine Alberto, che avevamo portato perché è uno che sa cavarsela in ógni occasione. Volevo vedere, stavolta.
Al lago, il commodoro comandante ci accolse in uno stanzino lurido, quasi interamente occupato da sacchi di vele putrefatte, remi spaiati, motori fuoribordo e certamente fuorilegge, chè perdevano liquidi e odori misteriosamente arcaici.
Qui prese carta e penna e cominciò a tracciare linee e segni su una carta oleosa, che probabimente aveva ripulito uno dei motori la scorsa settimana o protetto il panino del pranzo, la scorsa stagione.
Aveva una calligrafia incèrta e incomprensibile: quella del medico della mutua, al confronto, era limpida e brillante come la scrittura di un monaco amanuense mentre verga la prima copia del Vangelo secondo Giovanni.
“Vènto incidènza randa scarróccio, orzare poggiare traverso poppa prua abbrivio scotta bolina scotta bordeggio bugna randa caricabbasso carabottino wing scarroccio…”
Non capivo assolutamente nulla e sono sicuro che neppure gli altri capivano, anche se annuivano sorridendo, falsi come amministratori di condominio. Ora so per certo che non capiva nulla nemmeno lui, come nessuno ha mai capito niente di tutto questo.
Neppure gli economisti che discettano di economia, i giornalisti che parlan di calcio, i maschi del punto G hanno idee così confuse come chi parla di vela.
“Ma ora basta teoria, ragazzi. Alla pratica! Prendete”. Ci mise in mano degli spezzoni di corda, che s’affrettò subito a chiamare “cime” e s’ingegnò a mostrarci dozzine di nodi, a suo dire fon-da-men-ta-li per portare una barca.
“Nòdo piano, scarroccio, anche con la mano sola, pure bendati, SAVOIA, fondamentale, alla cieca, bastan due dita, GASSA D’AMANTE, miracoloso, inaudito, facile da fare, facilissimo da sciogliere, maipiùssènza…”
Se non avevo capito nulla prima, ora cominciavo a capire. A capire che dovevo inventare subito una scusa, un problema, una malattia, una calamità naturale che mi permettesse di tornare al mondo degli umani.
I miei pensieri vennero interrotti da un ordine perentorio: “A bordo ora: è tempo di affrontare il nostro elemento naturale: l’acqua”.
Avvertivo un fastidio profondo allo stomaco, che per fortuna era vuoto. A essere piena era la testa, che rimbombava di nomi, di azioni ma soprattutto di angosce: l’ombrinale era un nodo o un secchio? La sentina era il marinaio di sentinella o l’indistinto bisbigliare della ciurma che prepara una sommossa in stile Bounty?

Nella foto Ansa-Ansia un momento di placida serenità a bordo di una barca a vela.
Un attimo prima di salire a bordo, il commodoro ebbe un’illuminazione: “Ah, unica cosa fondamentale: sapete tutti nuotare vero?“
Il più rapido fu Alberto: “Accidenti, io no. Non ho mai imparato purtroppo! Neppure a rana. Neppure a cagnolino. Vado proprio giù come un sasso. Perché? Sarà mica importante no?”
“Santo scarroccio! Saper nuotare è fondamentale! Saper stare almeno a galla!” disse deluso il commodoro.
Alberto sorrise impercettibilmente e disse: “Oh mi dispiace. Non sapevo… Diavolo, che delusione! Ma non preoccupatevi: andate pure senza di me. Vi guardo da riva. Non vado via, eh? Vi guardo!”
Lo odiai. Mi ripromisi di dirgliene quattro alla prima occasione. Solo che da allora sono passati dodici anni e, strano a dirsi, non c’è mai più stata una sola occasione.
Salii a bordo per primo e quel dannato scafo, che era dieci volte più leggero di quel che pensavo, si piegò vorticosamente dalla mia parte, esattamente come avrebbe fatto una tigre a cui avessi pestato la coda.
Per non cadere mi aggrappai con le unghie al bordo, spezzandomene un paio e digrignando i denti per il dolore. Proprio in quell’istante il boma partì come un siluro, seguendo il movimento della barca e incocciò sui miei denti, sfasciandone un paio e scheggiandone altrettanti.
“Santo Scarroccio! Tu! Tu sali dall’altro lato che controbilanci” gridò il commodoro. Sandrò eseguì e la tigre s’inclinò paurosamente verso di lui.
Lui però aveva fatto tesoro dell’esperienza e aveva prudenzialmente tenuto la bocca chiusa.
Il boma partì a doppia velocità con un cigolio che pareva una risata di scherno e incocciò sul suo naso che cominciò a sanguinare copiosamente.
In quell’attimo di distrazione generale Stambino si gettò in acqua con la rapidità di una coccodrillo del Nilo. Anche Andrea tentò la fuga via terra ma imbolsito com’era non riuscì nel suo intènto: il commodoro lanciò la cima e lo catturò con un doppio savoia scorsoio.
Fu punito con sedici giri di chiglia e da allora più nessuno tentò l’inutile fuga.
Tiriamo su le vele? chiedemmo per stemperare la tensione. “Ha! Le vele si issano, non si tirano! Tre giri di chiglia! La vela non è uno sport per signorine!” Fummo puniti con tre giri di chiglia per ciascuno.
Issiamo le scotte? chiedemmo appena ripresa conoscenza. “Ha! Le scotte non si issano, si cazzano. Sei giri di chiglia! Nella vela ogni parola dev’essere precisa! Sei giri di chiglia! La vela non è uno sport per signorine!”
Non osammo più aprire bocca fino al rientro. Andrea, che non è esattamente un chiacchierone, per sicurezza non rivolse più la parola a nessuno, neppure a moglie e figlie, fino all’anno nuovo.
Ma quelle ore a bordo ci regalarono anche momenti di gioia. Il lago di Fimon è incastonato tra sedici diverse colline, ognuna con caratteristiche proprie: una vulcanica, una fitta di vegetazione, una totalmente arsa dal sole una a forma di pugno col dito medio alzato.
Tutto questo fa sì che vi soffino dodici venti diversi, quattordici brezze, nove tifoni e trentadue calme equatoriali. In questo maledetto lago, per fare cinquanta metri in linea d’aria bisogna cambiare ottantasei andature, dalla bolina impiccata al gran lasco sborone, una ogni otto secondi primi.
Un’esperienza indimenticabile e totalmente incomprensibile, un po’ come quando scoprite il sesso femminile. Che però avete almeno visto in fotografia. Il vento, in foto, non lo hanno ancora inventato.
“Il vento dovete capirlo dal volto! Dovete sentire in faccia, da dove arriva!” urlava il commodoro. Che nel frattempo urlava anche di tenere il timone, di orzare e/o poggiare, di lascare e/o cazzare, di sventare e/o portare barra al centro. Tutto contemporaneamente. Tutto alla prima lezione. Il metodo montessoriano, nel mondo della vela arriverà forse tra cent’anni, se siamo fortunati.
Dopo venti minuti di quella tortura passai il timone a Sandro e per un attimo fui lasciato a me stesso. Era l’occasione buona per fuggire. In quel punto il lago è profondo solo novantasei metri, con l’85 per cento di possibilità di essere attaccati dagli affamati pesci siluro e il 92 per cènto di essere colpiti da leptospirosi fulminante. Eppure nulla pareva peggiore di restare a bórdo un secondo di più.
Ma un attimo prima di tuffarmi ebbi l’illuminazione. Pensai alla fede. Per la prima volta in vita mia pensai alla fede. Se avessi resistito, pensai, sarei stato salvato. No, non solo salvato. Sarei stato santo. Più che santo. Divinità. Se solo avessi resistito almeno un’altra lezione.
La prova era scritta. Anche nel Vangelo. Neppure Gesù Cristo – pensai - neppure Gesù Cristo, l’uomo più buono e paziente della storia, avrebbe avuto la forza di restare se stesso a bordo di una barca a vela.
Non si spiega altrimenti il fatto che la prima cosa che fece, per attraversare il placido lago di Tiberiade, fu lasciar da parte la modestia e camminare sulle acque.
Rimasi a bordo. Avrei scoperto fino in fondo, fino al fondo, l’orrore. L’orrore. L’orrore.
Matteo Rinaldi
luglio 17th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti
Confessioni di una mente pericolosa
Un film da guardare e riguardare, soprattutto se non sopportate Julia Roberts e pensate di appartenere a un popolo passabilmente sveglio

Foto di scena da “Confessioni di una mente pericolosa”. Qui uno spezzone del finale, con l’ultimo gioco ideato (e mai prodotto, ma non si sa mai) da Barris
Secondo voi esiste un film con Julia Roberts capace di non farvi odiare Julia Roberts? Anche se pare impossibile, la risposta è sì. Il film si chiama Confessioni di una mente pericolosa. È uno di quei film per cui vale la pena di abbonarsi a Sky.
Lo trasmettono almeno un paio di volte al mese, secondo me a beneficio degli imbecilli come me che se lo guardano ogni volta daccapo, in inglese o in italiano, trovandoci sempre qualcosa di nuovo.
Che ha questo film di particolare? Che il regista George Clooney (voto otto) ha il grandioso merito di aver diretto l’odiosa Julia:
a. facendola apparire in tutto per meno di dieci minuti;
b. contenendo i suoi sorrisi-fornace nel limite sopportabile di tre:
c. facendola morire con gli occhi spalancati e la bocca saldamente chiusa.
Vabbè, non è per questo che il film merita davvero. È la combinazione di elementi. George sceglie una storia fuori dal comune e la dirige con ironia e leggerezza. Pazienza se i critici italiani lo stroncano: guardano il film una volta sola, mica cinque come me. Come possono capire certe finezze?
Confessioni di una mente pericolosa racconta la storia di Chuck Barris (1929) conduttore televisivo americano negli anni Sessanta e poi produttore. È lui il (vero) inventore di popolarissimi programmi quali Il gioco delle coppie, La corrida, Il prezzo è giusto. Anni fa Barris scrisse una singolare autobiografia, Confessioni di una mente pericolosa, in cui racconta di essere stato, grazie alla copertura del suo lavoro, un sicario della Cia, inviato a uccidere persone in giro per il mondo durante gli anni della Guerra fredda.
Clooney (che si ritaglia un piccolo ruolo) racconta la storia così come la descrive l’autore: Barris inventa i giochi, convince i produttori a metterli in onda, lavora ai suoi show e li conduce. Ogni tanto, parte per il mondo ad accoppare qualcuno. Talmente assurda da apparire plausibile.
Il protagonista, Sam Rockwell, è bravissimo: eccessivo, delirante, sornione. Una specie di Al Pacino dei nostri tempi. Il ritmo è altissimo tra colori sgargianti e particolari che sfuggono rapidi: ho capito che un tizio muore solo alla terza visione.
E infine le curiosità che sbucano dietro ogni scena. Come la rapida ascesa professionale – e l’altrettanto rapida discesa – in un paese meritocratico come l’America. Dove basta una buona idea e una bella faccia tosta per arrivare dovunque, ma anche un errore per finire in mezzo alla strada. Il nostro protagonista deve infatti cambiare vita da un giorno all’altro perché alcuni suoi programmi diventano, improvvisamente, vecchi e superati per il pubblico americano. Tutti a casa dall’oggi al domani e buona fortuna.
Il film cita proprio quei programmi lì: Il gioco delle coppie, La corrida, Il prezzo è giusto. Che nel 1967 diventano improvvisamente vecchi, superati e cancellati. Non so perché, ma quella cosa mi ha inquietato più delle fauci di Julia Roberts.
Matteo Rinaldi
luglio 15th, 2009 - Posted in Chi ha Sky non lo fa mai | | 3 commenti
È Cristina Donà, ma non ditelo in giro
Voi godetevi gli U2. Io aspetto il concerto di questa mia splendida coetanea.

Cristina Donà dal vivo. Anche su youtube si vede che schitarra con stile tipicamente femminile: pare sempre che la mano sinistra arrivi in ritardo per chiudere l’accordo. Ma forse siamo noi maschi che tendiamo ad anticipare troppo (event. rif. son. puram. casual.)
Per quali assurdi percorsi viaggia il gusto musicale? Perché non sono mica sicuro di preferire Paolo Conte a Gino Paoli per merito mio. Ho paura che le scelte, le mitiche scelte di vita, nascano spesso per puro caso.
Come quel giorno, nel cortile della scuola. Mi fermo a guardare uno che schitarra Teach your children accerchiato da un pugno di ragazze sorridenti. Con un ordine logico totalmente diverso da quello auspicabile, scopro che il mio interesse parte dalla canzone, passa per il tizio e arriva alle ragazze. Ti ci vogliono vent’anni per rimettere tutto nel giusto ordine, poi.
Da lì cambia tutto. Hai preso una strada. Sei fregato e nemmeno te ne accorgi. Perché quella strada è totalmente diversa dalla quella che ti avrebbe portato a innamorarti dei Genesis, delle auto veloci o delle donne procaci. Ma che puoi farci?Da Teach your Children arrivi ai Cure, dai Cure ai Proclaimers fino a Cristina Donà. Puoi mica farci niente. Ti conviene sorridere. E apprezzarne i vantaggi.
Cristina mi piace perché ha una testa tutta sua. Scrive canzoni che mi appaiono ora sbracate, ora raffinatissime. Canta storpiando gli accenti al servizio delle rime. A volte storpia le rime. Spesso tutt’e due. Scrive testi calienti e li canta freddamente (i critici dicono “algidamente”). Poi testi ghiacciolo che canta con voce sorridente e sensuale. No, non sensuale: erotica proprio. Poi prende un pezzo che sarebbe perfetto con tre strumenti e ci piazza sedici percussioni, disturbi sonori, sei filtri vocali e distorsione. Il pezzo seguente: chitarra acustica e voce. Se il tecnico audio prova a mettere un filo di riverbero lo prende a schiaffoni.
Ascoltandola, la immaginavo proprio come i testi delle sue canzoni. Me la vedevo salire sul palco e mettere in fila quindici pezzi senza guardare in faccia nessuno, grazie a tutti e addio. Sbagliato tutto. In concerto è gentilissima, chiacchiera col pubblico, sembra timida invece intrattiene, dialoga, gioca con i silenzi, monologa e fa battute pungenti. Una battuta pungente con una voce così ti stende a distanza, anche se la guardi nei dieci centimetri quadrati di youtube.
Se non la conoscete partite da qui: il pezzo si chiama Nel mio giardino e in questo video la registrazione è mediocre e si sente pure la voce del pubblico. Ma è bello sentirla parlare ed è inoltre una buona base di partenza per arrivare dappertutto, da Universo a Niente di particolare fino ai pezzi di cui sopra, quelli coi filtri e quelli che il mixerista ha ancora i segni sulle guance.
En passant: sarà magari colpa del liceo ma anche io nel Giardino ci avevo capito quello che hanno capito tre quarti di spettatori maschi. Scusa Cristina. Ma lo avevo detto subito: quando prendi una brutta strada sei fregato. E adesso mi tocca rinunciare al concerto degli U2 per aspettare il tuo.
Matteo Rinaldi
luglio 13th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti
Tenete d’occhio questo blogger
(m.r.) Scrive da una zona di guerra, si chiama Giorgio Orvelli e secondo me ha dei numeri. Buona lettura

venerdì 3 luglio
Terribilmente depresso per come vanno le cose. Questa mattina davanti alla commissione medica mi hanno respinto perché al momento non reclutano uomni della mia fascia per nessun corpo.
Lascia sbigottiti la mancanza di immaginazione di un sistema che non riesce a trovare nessun utilizzo per un uomo che, pur sotto la media efficienza, non è un invalido. Un esercito ha bisogno di svolgere un’immensa quantità di lavoro d’uffico, gran parte del quale viene svolto da uomini in perfetta salute ma solo parzialmente alfabetizzati.
sabato 4 luglio
Benché le locandine dei quotidiani siano state soppresse, si vedono ancora piuttosto spesso gli strilloni con manifesti in mano. Sembra recuperino e riutilizzino le locandine vecchie e che quelle con titoli come “Raid aereo della Raf sulla Germania” o “Enormi perdite tedesche” vadano bene quasi sempre.
Questa mattina allarme antiaereo attorno alle tre. Mi sono alzato, ho guardato l’ora, mi sono sentito incapace di fare qualsiasi cosa e prontamente sono tornato a letto.
domenica 5 luglio
Fatto un giro per capire se i danni ai negozi italiani fossero davvero quelli riportati dalla stampa. Sembrava che i giornali avessero esagerato, ma in effetti abbiamo visto tre negozi con le vetrine spaccate. Per la maggior parte si erano affrettati a etichettarsi British. La drogheria italiana di Gennari era costellata di manifesti con sopra stampato Questo esercizio è interamente inglese. La Spaghetti house si era ribattezzata British food shop.
lunedì 6 luglio
C’è da sperare che la stampa mantenga la propria indipendenza anche con la guerra in corso. Qui però nasce un problema: quando è libera, di fatto dipende da interessi forti nonché dal mercato dei prodotti di lusso attraverso le inserzioni pubblicitarie. Se i giornali in questo periodo devono vivere pubblicizzando cioccolato e calze di seta, non possono certo tenere la linea dura sul taglio dei beni di lusso.
martedì 7 luglio
Camminando per le stazioni della metro, immancabile sensazione di nausea davanti ai manifesti pubblicitari, stupidi volti fissi e colori stridenti, frenetico martellamento che spinge a sprecare soldi e fatica in cambio di inutili beni di lusso e farmaci pericolosi. Quanta immondizia spazzerà via questa guerra, se solo riusciremo a resistere per tutta l’estate! La guerra non è altro che un capovolgimento della vita civilizzata. Il suo motto è Male, sii tu il mio bene.
mercoledì 8 luglio
Sembra che l’altro ieri, durante l’allarme aereo, molte persone si siano svegliate solo al segnale di allarme cessato e prendendolo per quello di pericolo imminente siano andate al rifugio e vi abbiano passato la notte.
Questo dopo 10 mesi di guerra e chissà quante parole spese.
giovedì 9 luglio
Molte persone che hanno mandato i bambini all’estero se ne stanno pentendo. Le vittime, cioè i morti dei raid aerei dell’ultimo mese, a quanto viene riferito sono circa 340.
Se è vero, in sostanza sono meno numerosi dei decessi per incidente stradale nello stesso periodo.
Da George Orwell, “Diari di Guerra”, 1941-45. Ma cosa abbiamo inventato noi blogger?
luglio 10th, 2009 - Posted in Chi non legge non regge | | 4 commenti
Nel tunnel della vela, ma zitto (1)
I testi dell’audioracconto “Chi non vela è un vile”, la toccante e sconvolgente testimonianza di un velista che rompe il muro di omertà e racconta le torture subite durante gli anni della vela, i peggiori della sua povera vita.
Prima puntata: l’ingresso nel tunnel

Caratteristica pregnante del velista è quella di assumere sempre posizioni sgraziate come la sua passione
Come si diventa velisti? Qual è l’errore, qual è l’incongruenza che ci porta a trasferire il nostro amore, fino al giorno prima riservato a passioni dignitose quali l’astronomia, la tassidermia, l’ipotermia a una mania così demenziale, deleteria, distruttiva come la vela?
Fino al giorno prima io facevo il calciatore. Il calciatore amatoriale. Sapete cos’è un calciatore amatoriale? È uno che l’erba non l’ha mai vista in vita sua. Nel Vicentino, dove ho giocato io, l’erba cresce in un solo campo su 2643. È un ciuffo superstite, color verde angoscia, tra l’area del portiere e il calcio d’angolo, protetto appositamente da uno sbarramento di filo spinato e difeso da guardie armate e mine antiuomo.
Negli altri campi dove ho giocato, al posto dell’erba ci sono misture di materiali
che voi umani non potete nemmeno immaginare. La lussuosa terra battuta e il delicatissimo fango sono appannaggio dei giocatori dilettanti: ai giocatori amatoriali spettano campi il cui fondo è composto da ghiaia appuntita, scaglie di vetro, resti di scavi abusivi, rifiuti solidi urbani. In qualche rara occasione, anche rifiuti tossico-nocivi.
Ma la mancanza d’erba è niente. Il problema è tutto il resto: la mancanza di arbitri, di spogliatoi, di organizzazione, di squadre, di palloni, di mute. E principalmente, di calciatori. Calciatori veri, intendo. Nel calcio amatoriale ce ne sono al massimo due per squadra. Ma giocano solo perché sono invecchiati, imbolsiti o completamente rincoglioniti e il calcio dilettante li ha per sempre esclusi.
Nonostante tutto questo, non c’è paragone tra il calcio amatoriale e la vela. Perché con o senza erba, con o senza palloni, con o senza giocatori, il calcio amatoriale sa essere appassionante, soddisfacente, divertente. La vela no.
Eppure centinaia di persone, ogni anno sono trascinate in questo tunnel senza uscita. Io ci sono arrivato accausa di un amico. Amico… Ero molto depresso in quel periodo, e vagavo per la città alla ricerca di una passione che mi riempisse il cuore e le giornate. Ero indeciso tra il bowling, l’iridologia e il fisting quando incontrai Sandro.
“Vieni con me. Ti porto al lago di Fimon. Hanno messo in piedi una scuola di vela.”
Avrei potuto nicchiare con un scusa qualsiasi. Sandro, per capirci, è uno che è stato cacciato perfino dal calcio amatoriale.
Avrei dovuto nicchiare. Avrei dovuto dire no, non m’interessa, penso che il fisting sia decisamente più rilassante. Avrei dovuto schiaffeggiarlo, sputargli in faccia, colpirlo in pieno viso con un diretto. Avrei potuto fare qualsiasi cosa. Sarebbe stato sempre meglio di ciò che ho fatto.
Andai con lui.
Sulla via per il lago, lui magnificava questa attività sconosciuta e le parole che ripeteva più spesso erano divertimento, pace, silenzio, amicizia e un agghiacciante il rapporto dell’uomo con la natura.
Ci cascai. Ci cascai come molti di noi sono caduti, nel passato, in una delle vergogne più distruttive del genere umano: il Club degli Editori.
Eppure lo avrei rimpianto, il Club degli Editori, assieme al fisting, all’iridologia, alla cucina creativa lucana, alla tassidermia.
Raggiungemmo il lago e Sandro disse “Guarda che meraviglia!” In realtà io vedevo una pozza maleodorante, asfittica, nauseabonda. ”Guarda che magnifici velieri! Io vedevo dei rottami plasticosi e unti che s’agitavano tra bolle e schiuma. E non avevo ancora visto il peggio.
Poi guardai i velisti. Ce n’erano due al momento. Armeggiavano attorno a una bagnarola in procinto di salire a bordo. Uno era alto un metro e novanta ma, a occhio e croce, pesava trenta chili vestito. L’altro era più umano: ottanta chili buoni. Ma quando s’alzò in piedi scoprii che non raggiungeva il metro e mezzo di statura.
“Buon vento!” gridò una voce alle mie spalle. Mi girai e mi trovai faccia a faccia con il comandante della scuola, un vecchio lupo di mare che si era ritirato sul lago. Si presentò con parole che avrebbero dovuto farmi fuggire subito, a gambe levate: “Oilà, baldi giovanotti: pronti a ranzare la sbanda e rabberciare l’astromaglio?“
Ora lo capivo. Avevo fatto bene a non colpire Sandro con un pesante pugno sul naso. Avrei inutilmente affaticato la mano, impedendole di essere forte e giusta per colpire costui. Avrei dovuto infierire sul colonnello, comandante, commodoro, commissario, insomma, chiunque fosse questo pazzo e liberare il mondo da una simile follia.
Ma sono un debole. Non solo non lo colpii ma feci sì con la testa, rassegnato. “Bene! Allora v’aspetto domattina per la prima lezione. Cinque e mezzo precise, mi raccomando, puntuali: la vela non aspetta i dormiglioni.”
Tornato a casa dissi a mia moglie che avevo cambiato idea sul fisting e lei si rassicurò. Da qualche tempo temeva che qualcosa in me non andasse. Scoprire che avrei evitato pratiche sadomasochiste la rassicurava. “Che farai allora caro?” chiese dolcemente.
Farò il velista! risposi. Il sorriso le morì sul volto. Sbiancò, arretrò, si chiuse in bagno e pianse per tutta la notte.
Non ci diedi peso. Già mi vedevo a sbuzzare l’amantiglio, flenuflettere la stramateschia, gingere il mascone e sgottare le effemeridi. Come potevo sapere, come potevo immaginare che avrei invece conosciuto… l’orrore… L’orrore… L’orrore…
Matteo Rinaldi
Legenda
* Il tris di “orrore” finale è una citazione colta, da Apocalypse now.
* La frase “il rapporto dell’uomo con la natura” è una citazione coltissima, da Pentothal di Andrea Pazienza.
Della serie: me le faccio e me le godo.
luglio 9th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Una città per cantare
Qual è secondo voi la più bella canzone dedicata a una città italiana?
C’è un grande pezzo dedicato a una città italiana? Scelta mica facile. Più di cento sono le nostre città, più di ottomila i comuni e nessuno ancora si è preso la briga di contare le frazioni. Eppure le canzoni dedicate ai questi nostri piccoli stati (l’Italia non è lo è mai diventato) sono quasi sempre bruttissime, spesso inascoltabili, in rari casi appena sufficienti.
Tra i pochissimi capolavori spicca Milano e Vincenzo. Opinione tutta mia, ovviamente. Sarà che Alberto Fortis (di Domodossola) aveva cercato fortuna a Roma, aveva litigato con il suo produttore romano – canzone bellissima A voi Romani, che se io fossi romano ne andrei fiero ben più della piaciona Roma Capoccia di Venditti – sarà quel che sarà, ma Milano e Vincenzo è poesia: “Mi piacciono i tuoi quadri grigi, le tue luci e i tuoi cortei / Milano sono contento che ci sei”.
E poi? Nel Paese che non è un Paese ma un guazzabuglio di città, non ci si è affatto sforzati di cantarle, le nostre città. D’accordo, impossibile passare per Firenze senza pensare a Firenze canzone triste di Ivan Graziani. Ma non parla di Firenze: parla di una donna, d’amore, dei vent’anni andati. Poteva fare Aosta canzone triste e non cambiava niente.
Difficile anche passare per Venezia e non ricordare Venezia che muore di Francesco Guccini. Qui è automatico portarsi le mani là sotto, perché Venezia che muore è una sfiga peggio di Lungha e dirittha corrheva la strhada. Guccini ha provato a passare anche per Bologna, la sua Bologna, “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli”. Sai che sforzo.
Perciò Bologna va in silenzio tra le canzoni minori, mai capaci di accendere emozioni. Magari gradevoli, come Verona Beat dei Gatti di vicolo miracoli, ma niente più.
Un capolavoro però c’è. È Genova per noi di Paolo Conte. Che di Genova parla appena di striscio: parla della campagna astigiana, delle case contadine, con la lavanda negli armadi e le piazze bagnate dei paesi. Era una carogna, Paolo Conte. Genova per noi è un’idea come un’altra / lasciaci tornare ai nostri temporali / Genova ha i giorni tutti uguali.
Però che meraviglia, anche dopo una vita che la ascolto. Ogni volta che Paolo Conte canta “Ma che paura ci fa quel mare scuro /che si muove anche di notte e non sta fermo mai”, ogni volta mi viene in mente lo stesso stupore che avevo provato anch’io, bambino, dalla finestra delle vacanze a Jesolo, meravigliandomi che il mare si muoveva anche di notte e non stava fermo mai.
Quanto è bella Genova, anche grazie a questa canzone.
Matteo Rinaldi
luglio 8th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti
