Suoni e visioni

I magic moments esistono. Tutti ne abbiamo persi parecchi. Qualcuno magari anche no

Ho quasi visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Quasi, purtroppo. Quasi viste, quasi sentite.

Per esempio ho visto Paolo Rossi che dribblava tutta la Lazio, l’arbitro, il guardalinee, il pubblico e poi andava a fare tre gol tre di fila al miglior marcatore italiano del momento, Lionello Manfredonia. Ma in realtà l’ho quasi visto: ero sotto il metro e cinquanta allora. Allo stadio Menti c’era un tale casino che non vedevo nemmeno il colore del cielo. Pazienza.

Raggiunto il metro e 74 ho visto un bambino magro di nome Roby Baggio che saltava tre uomini di fila danzando a pelo d’erba con la maglia biancorossa. Il giorno prima mi aveva detto: Il mio più grande sogno è comperarmi una Golf. Chissà se ci riuscirò mai!.

Neanche un cane libero. Allora il bambino ne saltava un quarto. Niente. Non si smarcava nessuno. Il bambino alzava la testa e, da quaranta metri, tirava una botta paurosa a effetto. Il portiere restava immobile da una parte e palla cadeva dall’altra, battendo però sull’incrocio dei pali e schizzando fuori.

Io stavo già per spellarmi le mani, in gradinata, quando ho sentito forte e chiaro l’intero settore distinti che chiariva al mister, Bruno Giorgi, quant’è sacro il calcio per i vicentini: “Tire’o fóra, porco dindio! Non te vedi mìa che’l bocia non ne intìva una, uncò!

A due metri e settanta di altezza ho visto Andrea Garzotto segnare il più bel gol della mia carriera di calciatore amatoriale. Si appese nel nulla per due eterni secondi lasciandosi sotto tutti gli altri e mollò con la fronte una sventola al pallone che piegò le mani al portiere. Uno a zero per noi. Durò poco, va bene, ma questo è un altro discorso.

A mezzo metro di distanza ho guardato Gelindo Bordin correre e sbuffare poco prima di partire per un lungo viaggio in Asia. Pensavo avesse una faccia troppo sofferente per fare il maratoneta. Lui mi disse che la fatica è niente, nelle corse lunghe. Nella maratona quello che ti ammazza è lo schifo, l’orrore, il senso di annientamento che ti prende dopo due ore. La fatica è un’amica, sorrideva. Da quel viaggio tornò con la medaglia d’oro.

A mille metri d’altezza ho pilotato un aereo concedendomi pure l’onore di un mezzo tonneau delicatissimo e incassando i complimenti del pilota (ce n’era anche uno vero a bordo). Avevo letto tutti i libri dei migliori piloti della seconda guerra mondiale e sapevo almeno l’abc. “Lei è proprio portato: deve continuare!” mi disse. Ma appena rimesso i piedi a terra cancellai seduta stante dieci anni di sogni e decisi che mai più sarei salito su una simile scatoletta in vita mia. La barca a vela al confronto è una cosa che dà sicurezza. Non se se rendo l’idea.

A dodici anni ho guidato un treno. Il controllore disse che assomigliavo a suo figlio e mi fece sedere al volante del Venezia-Vicenza. Il fatto che il volante non c’era mi sconvolse e nello stesso tempo mi rassicurò. C’era solo una leva: in avanti acceleravi, all’indietro frenavi. Sbarcai una cinquantina di passeggeri a Grisignano di Zocco, ripartii dolcemente e tra me e Zeus, in quel momento, non c’era davvero molta differenza.

Ma questo è niente. Perché migliaia sono le cose che invece non ho visto e sentito. E che avrei potuto vedere e sentire solo con un po’ meno di pigrizia. E non è delle finali di coppa, dei mondiali, dei concerti stratosferici che m’importa. È di momenti come questo. Che una volta persi, son persi per sempre. Ma che devono essere lo stimolo per non smettere mai di cercare, provare, apprezzare, rischiare, sognare.

(I Csi in And the radio plays, concerto semiacustico. La canzone, l’atmosfera, le sonorità sono magia. Le facce soprattutto, sono magia).

Matteo Rinaldi

ottobre 30th, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti

Mettiamoci la faccia

Abbiamo una vaga idea della faccia che indossiamo quando ci rivolgiamo al resto del mondo? Due esempi con cui confrontarsi

Un tempo noi italiani eravamo gli indiscussi campioni mondiali dell’espressività. Purtroppo abbiamo perso punti negli ultimi decenni. Basta passare davanti a un televisore acceso mentre trasmette Amici (ma anche Porta a Porta, un tigì, una trasmissione di calcio) per rimpiangere il calore emanato da un marziano, da un sasso o da un russo, fosse anche l’allegrone di Putin.

Porto a supporto di questa teoria le nostre facce mentre sono occupate in una delle attività più belle e piacevoli: cantare. È un bell’esempio perché cantare è difficile. Quasi come parlare. Parlare è più difficile ancora, in realtà. Nel canto sei obbligato a faticare di più, con la voce, e hai dunque meno possibilità di perderti in sciocchezze. Meglio ancora se hai una chitarra in mano – come in questi esempi – perché ti impegna il corpo e le mani.

Eppure, anche cantando l’espressività è uno sforzo. Porto a mio supporto un celebre professore di Tristezza Assoluta, il dottor Nick Drake, autore di una serie di canzoni meravigliose ma caratterizzate dalla capacità di indurre l’ascoltatore al suicidio.

La canzone si chiama Northern Sky ed è uno dei massimi capolavori dell’umanità, a prescindere dai gusti personali. Migliaia di persone la suonano a trent’anni di distanza e moltissimi si cimentano anche in video. Ma il fatto di cantare una canzone triste non ha niente a che vedere col cantarla in modo triste. Al contrario. Scommettiamo?

Questa è la versione audio originale. Qui è usata per dare un tocco di qualità a un mediocre film (ma ben interpretato). Ascoltare solo per captare la linea generale, gli strumenti, la voce.

E ora andiamo a vedere come la interpretiamo noi. L’autore che segue è uno dei migliori musici che ripropongono Drake: è praticamente identico all’originale. Questo fenomeno registra tutte le basi, strumento per strumento, suona la chitarra allo stesso modo e canta praticamente con la stessa voce. Che effetto vi fa?

Musicalmente è un mostro, c’è poco da dire. Ma la faccia? Che cosa vi comunica un viso così?

Bene. Sappiate che otto decimi dell’umanità usano la faccia allo stesso modo. Cioè otto decimi tra noi usano la faccia con un’espressività addirittura inferiore, nella vita quotidiana. E siccome non abbiamo il vantaggio di stringere una chitarra siamo costretti a tenere le mani in tasca, aggrappate al petto o dietro la schiena.

Che cosa pensiamo di comunicare in questo modo? Allegria? Benessere? Vitalità? No.La stessa cosa che comunica lui: un grigiore assoluto.

Eppure ci vuol poco. Ancora Northern Sky suonata senza eccessiva tecnica. Ma con l’anima! E l’anima non arriva dalla tecnica, che qui è decisamente inferiore al primo esempio, ma proprio dalla faccia e dalla voce. Dalla voglia di vivere che trasmettono.

Questa ragazza la canzone la vive: con i capelli, con la testa, col sorriso. Con la bocca spalancata quando è il caso. Con il corpo che si piega, si butta, si anima. E con la voce che sale e scende senza troppe preoccupazioni per eventuali errori. Anzi, la vive soprattutto con tutti gli errori con cui infarcisce la canzone e la sua espressività. Al punto che sparisce perfino l’orripilante tenda alle spalle.

Quando comunichiamo così siamo vivi e colorati. Altrimenti soltanto cadaverici e grigi. Chi ha il coraggio di non essere d’accordo?

Matteo Rinaldi

ottobre 26th, 2009 - Posted in Chi non spiega si piega | | 7 commenti

Che fatica dire chi sei

Il giornale Vicenza Più mi chiede un profilo botta e risposta da affiancare a quello di altri miei concittadini musici, scultori, pensatori, eccetera. Non so perché merito questo spazio, ma a domanda ho risposto. A modo mio.

Ecco come dovrebbe essere la mia faccia tra ventisei anni esatti. A  onor del vero, rispetto a papà non ho gli occhi chiari ma un naso decisamente più grifagno.

In neretto la botta, in chiaro la risposta.

Nome e cognome. Matteo Rinaldi
Età. 4 anni e 44 gatti in casa. O forse il contrario.
Luogo di nascita. Vicenza. Terra da cui bisognerebbe fuggire, se non fossimo così pigri.
Titolo di studio. Liceo linguistico. Ma non so nemmeno spiegare dov’è la Rotonda a un americano.
Professione. 50% formatore. Insegno a tirar fuori il meglio che c’è in voi. 50% scribacchino. Cerco di tirar fuori il meglio che c’è in me.
Segni particolari. Mai perso un capello.
Il tratto principale del mio carattere. Lo stesso entusiasmo di un quindicenne. Purtroppo anche la stessa volubilità.

La qualità che preferisco in un uomo. Voglia di vivere. Possibilmente non con me.
La qualità che preferisco in una donna. Voglia di vivere. Non necessariamente con me.
Quel che apprezzo di più nei miei amici. Le loro mogli o fidanzate.
Il mio principale difetto. Non capisco niente al volo. Ma proprio niente.
La mia occupazione preferita. Scrivere. Con la musica sempre accesa.

Il mio sogno di felicità. Navigare a vela con i compagni giusti, vento giusto e poco mare. Ah, ogni tanto lo realizzo.
La più grande disgrazia. Navigare a vela con la gente sbagliata, poco vento e tanto mare. Succede sempre meno, per fortuna.

Quel che vorrei essere. Un premier plenipotenziario, dittatoriale e sorridente. Io ho pure i capelli naturali. E anche qualcos’altro, di naturale.
Il paese dove vorrei vivere. L’Italia, ma sotto la dominazione austriaca. Se proprio non si può, va bene la Nuova Zelanda.
Il piatto a cui non so rinunciare. La pizza! Sapete mica se la fanno, in Nuova Zelanda?
I miei libri della vita. Quello che me l’ha segnata: 1984 di Orwell. Quelli che me l’hanno migliorata: tutti gli altri di Orwell.
I miei poeti preferiti.
Carducci perché recitare La nebbia agli irti colli alle elementari è un’emozione.
Leopardi perché L’infinito letto da Vittorio Gassman mi fa piangere.
Ungaretti perché Soldati mi fa piangere anche se la leggo io.

I musicisti che mi piacciono di più. Dagli Abba a Zucchero l’elenco è lungo. Attualmente, Cristina Donà. Non vedo l’ora di vederla dal vivo.
I miei pittori preferiti. Eh? Dice a me?
I miei film preferiti.
L’Armata Brancaleone, capolavoro di Monicelli (ideale per capire l’Italia).
I Blues Brothers, capolavoro dell’Unesco (ideale per capire gli americani).
Oh, la botta cinefila:
Il Secondo tragico Fantozzi, capolavoro dell’umanità (ideale per capire gli italiani).

Quel che detesto più di tutto. Chi ti frega e non ti spiega il perché. Ditelo chiaro, così torniamo subito amici.
Il personaggio storico più ammirato. L’inventore dello zero. Un cervello mostruosamente carico di realismo, iperrealismo e fantasia.
E quello più disprezzato. Il capo della Spectre. Come si fa a catturare James Bond dodici volte e non ucciderlo mai?
Il dono di natura che vorrei avere. La costanza. Ma mi sto impegnando.
Come vorrei morire. Buona la prima*.
(*l’autore ha già sperimentato un arresto cardiaco).
Stato attuale del mio animo. Inquieto. Ma con grande dignità.
Il mio prossimo impegno nella vita. Ricordare di ritirare la macchina dal meccanico a mezzogiorno.
Il mio credo politico o ideale. Anarchico di centro.

Cosa mi piace e cosa non mi piace di Vicenza. È un paesotto, creativo ma pigro. Ha un grande passato ma un  mediocre presente. E sul futuro, lasciamo perdere. Avete visto i bambini delle elementari? Più rari dei conciari che non evadono le tasse.

Cosa mi piace e cosa non mi piace dei vicentini. Mi piacciono da matti perché tifano il Vicenza in C piuttosto che uno squadrone in A. Mi piacciono perché votano un colpo a destra e uno a sinistra, senza troppi preconcetti. Non mi piacciono perché sono troppo rassegnati e non ci mettono più la voglia di rischiare. Il benessere impigrisce.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Facciamo l’opposto. Indulgenza su tutto, escluso:
- rubare troppo;
- correre in macchina nei centri abitati;
- ingrigire nell’animo e inaridirsi.

Il mio motto
“Grandi sogni ma basse aspettative.”
Ma vanno bene anche “Memento audere semper” di D’Annunzio e “W la foca, che dio la benedoca” del’istituto tecnico Rossi.

Matteo Rinaldi

ottobre 21st, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 19 commenti

C’è posto per te

I posti più assurdi dove sono stato invitato in vita mia: dal mutande-show di Tomba al congresso di ufologia erotica

Il congresso massonico è, assieme alle selezioni di Miss Italia, una delle prime prove da superare per il giovane cronista specializzato in pezzi di colore (in foto: Corrado Guzzanti)

A fare il giornalista (ma anche no) capita di finire nei posti più strani. Per i giornali sono stato a congressi di ufologia, processi bunker, riunioni segrete di carbonari, messe sataniche. Ho avuto la fortuna di vedere giovani pornostar (festival dell’hard) che si spalmavano crema antismagliature (le smagliature erano vere) e giovani Cassano e Baggio presi a sculaccioni dall’allenatore. Perfino uomini politici, oggi celeberrimi, presi a risate in faccia dalla sala stampa. E pazienza se era la stessa sala che oggi li beatifica.

Come quella coppia di piccoletti che a un noiosissimo congresso industriale si agitava lontano dai riflettori. Qualcuno mi chiamò: “Senti questi, c’è da morir dal ridere”. Ero convinto fossero una coppia di comici: troppo bravi. Infatti ridevano tutti, senza neanche nascondersi. Uno era basso e l’altro minuscolo, con due facce meravigliose da squilibrati – ma con entusiasmo e senza vergogna – che parlavano di economia e altre amenità in un italiano improbabile ed esilarante.

Io, che ho sense of humor, me ne innamorai: parevano la parodia di una parodia. Avrei scoperto molti anni dopo che parodiavano direttamente loro stessi. Si chiamavano Trenetta e Brumonti o qualcosa del genere. Avessimo tutti quel coraggio lì.

Trenette a parte, ecco i tre posti più strani dove sono stato invitato in vita mia. Con o senza l’accredito stampa.

3°. Le mutande di Alberto Tomba. A fare il cronista a Milano ti può capitare di raccontare la kermesse di intimo con Claudia Shiffer. E di vederlo a trenta centimetri, l’intimo di Claudia Shiffer. A farlo in provincia no. “Toh, Alberto Tomba presenta una collezione di intimo. Vai tu: sei quello che scrive più colorato” mi dicono sogghignando.

Mi preparo un paio di domandine ironiche e parto. Sono troppo giovane per capire che c’è una logica in questa storia: un campione che comincia a invecchiare e si prepara un po’ di strade per il futuro. Questa però non è la migliore: la mutanda si chiama “La Bomba che indossa Alberto tomba” e mi pare improbabile raggiungere il successo con un marchio che pare un titolo della Wertmuller. Inoltre nella mega villa dell’evento siamo quattro gatti. Tomba arriva, guarda e s’incazza nero. Fatele voi le domandine ironiche a Tomba incazzato nero.

Inoltre le mutande… sono invisibili. Nel senso che stanno dentro le scatole – di latta, bellissime – e non si possono aprire.

Quelli dello staff le presentano come se fossero la penicillina. Raccontano meraviglie sulla qualità dei materiali, sulla resistenza, su questo e quello. Però nessuno può sfiorare una mutanda finché non arriva in negozio, tra due mesi.

Una cronista carinissima tira fuori un po’ di coraggio e chiede al campione del mondo di farcele almeno vedere addosso a lui, le mutande.

Lui non fa una piega e cala i jeans. Oh! Umiliante. No, non il pacco: tutto il resto. Con una chiappa sola, Tomba assomma tutta la muscolatura della sala. Non ci arriviamo nemmeno mettendo assieme tutti i nostri polpacci, bicipiti, tricipiti e le tette delle croniste. Gliene avanzava pure.

Faccio l’occhiolino ad Andrea Lazzari del Gazzettino, che mi siede a fianco ed è un ragazzo compitissimo. Le mutande segrete? Ratto come la folgore ne rubo due confezioni: una per lui, una per me. Mi fanno una pippa, le guardie del corpo di Albertone.

La linea è un insuccesso, da quel che mi risulta. Oh beh. Sono uno dei pochi ad aver portato le mutande Bomba di Alberto Tomba. Mai avuto il coraggio di farle vedere a nessuno. Ma giuro: potenziavano davvero.

2. La scuola senza tivù. Il mio caposervizio Claudio Tessarolo (Tex per gli amici) al Giornale di Vicenza mi manda a fare venti righe su una scuola elementare di Sandrigo: il preside ha ideato la “Settimana senza tivù”, un piccolo esperimento per far provare ai ragazzi un’esperienza diversa: si può anche vivere qualche giorno senza televisione, giocando con la fantasia e chiacchierando con genitori e nonni.

L’idea è simpatica. Il pezzo che scrivo, dignitoso. Le 20 righe diventano uno, poi due, tre servizi. Uno di questi arriva a un giornale nazionale che lo riprende. Nel giro di una settimana Sandrigo diventa caput mundi: dal Corrierone alla Gazzetta del Sud, dalla Rai alla Fininvest, la nostra settimana senza tivù viene ripresa da giornali e reti nazionali e straniere, Australia compresa.

Scoppia una singolare guerra tra stampa e televisioni: i giornali difendono l’esperimento, le tivù lo bastonano. In prima serata compaiono esclusive di bambini sandricensi che ammettono: “Io la guardo di nascosto, non posso farne senza”, mentre nei quotidiani gli stessi pargoli raccontano la meraviglia di aver chiacchierato, per la prima volta in vita loro, con il nonno Attilio.

La scuola pare il set di un film di fantascienza. I ragazzini arrivano al mattino e sono rapiti da cronisti e telecamere. Si sentono un po’ divi del cinema, un po’ animali da laboratorio. “Allora, dì la verità: l’hai guardata eh? Non mentire, lo so che hai visto l’Uomo tigre ieri sera!”

Mentre fanno merenda, giornalisti e psicologi disquisiscono. Capto frasi come: “Ti sembra che appaiano ancora normali o vedi già dei segni di cambiamento?” Il preside, che è persona gentilissima e posata, si prende di tutto: dall’eroe al pazzo visionario, dal perdigiorno al mitomane. Ricordo con orrore pazzeschi editoriali alla Alberoni da buttarsi nell’Astico, che scorre lì vicino. Quando la settimana finisce, Sandrigo torna a essere la capitale del buon baccalà e tutti a casa.

1. Ma il posto più strano a cui mi hanno invitato è il Festival di poesia di Riccione. Già l’idea di un festival di poesia m’inquieta: gente vestita da D’Annunzio o da Leopardi che declama odi col dito alzato tra panchine e fontane. A Riccione poi! La capitale dei manzi latini, costumati e scostumati.

Immagino la scena: glabri palestrati che lumano vichinghe svedesi mentre noi, pochi metri più in là, discorriamo col nuovo Carducci di postermetismo e neoumanesimo, pallidi e smunti nelle nostre maglie girocollo e giacchette marrone. Robe da non credere. Mi sa proprio che ci andrò.

Matteo Rinaldi

ottobre 19th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 7 commenti

Mi sazia la Dalmazia (extra)

L’intera veleggiata in 120 secondi: se è noiosa così, figuratevi intera

Dal Kubrick dei Berici (io) ecco il video del Quarnaro Tour appena raccontato in quattro puntate. Tenete presente che: a) la videocamera è una macchina fotografica portatile. b) non sono un maniaco: ho ripreso al massimo per due minuti al giorno. c) quando la barca sraboneggia e tantufella è difficile stare in piedi. E le macchine cadono in acqua. d) lavoro in pubblicità e sono fedele al detto: prima elimina l’ottanta per cento; poi comincia seriamente a tagliare. Buona visione. La musica èThe kids all alright“, Who, 1966. Perché in barca questo ci vuole: ragazzi a posto. E pazienza se eravamo kids proprio in quel periodo là. Nb: si vede meglio cliccando sul logo youtube.

Matteo Rinaldi

ottobre 16th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 7 commenti

Mi sazia la Dalmazia (4)

I tre giorni del velista fancazzista 2009: ultima puntata.

Marco, a bordo dell’Elan rivale, mentre mi invita a riprovare il tuffo sulla draglia da una prospettiva più eroica.

Mi sveglio dopo una notte in pozzetto, baciato dal sole e, purtroppo, anche da Sandro: ormai in irreversibile crisi d’astinenza, tenta di riversare su di me una vita coniugale di scarsa soddisfazione. Purtroppo Sandro è la prova vivente che i pelati non sono affatto sessualmente più efficaci. Noi con tutti i capelli ce li mangiamo a colazione.

Ho giusto il tempo di vedere il comandante Giorgio che prende il largo sul suo Bavarione Over 70. Declina il nostro invito a navigare assieme: dopo i gulag di Tito, va a caccia dei Lager di Bersani e dei Campi di rieducazione Franceschini che – l’ha letto sul Giornale – sono nascosti in qualche isola nei paraggi.

L’Elan 40 di Cesare oggi viaggerà con noi. Purtroppo il vento scarseggia e non abbiamo la minima possibilità di tenere il loro passo. Così ricorriamo ai trucchi più infami, a partire dal motore acceso mascherato dalla radio di bordo ad alto volume. Sarà dura: l’autoradio (barcaradio?) del Bavaria è dotata di una cd-compilation di gusto puramente teutonico: The best of Laura Pausini è il massimo dell’avanguardia.

Raggiungiamo per primi un’insenatura naturale nell’isola di Nonsoche. Un luogo in cui d’estate, per gettare l’ancora, dovete arrivare alle cinque di mattina e lottare all’arma bianca con diciassette vele nemiche, seicento yacht arroganti e tredicimila motoscafi briatoriani.

Oggi non c’è anima viva. Ancoriamo facendo merenda (abbiamo fatto colazione due ore prima) e stiamo benissimo: peso solo novantasei chili nudo e Antonio sta preparando una marmitta di pasta ai frutti di mare. Oh beh: il piatto non è grande come la ruota del timone. E la botte di vino che porta in tavola è decisamente inferiore al serbatoio carburante.

L’Elan ci raggiunge con Marco che si pavoneggia appeso in testa d’albero. Sono contento di non essere con loro: mi sarei sentito obbligato a salirci anch’io. Le draglie, da lassù, appaiono ancor più inquietanti.

Il tempo di un bagno, una nuotata, un’immersione, poi una voce dal pozzetto: “A tavola, c’è il secondo: pesce, raznici e civabcici. Questo tipico piatto slavo ha origini antichissime: pare infatti che l’antico condottiero Vercingetorige…” E poi mi chiedono: perché non vai più spesso in barca a vela?

Abbiamo navigato suppergiù qua. Siccome il commodoro Giorgio si ostina a chiamare questi luoghi col nome italiano (Rab = Arbe, Krk = Veglia, Cres = Cherso) non ho capito bene dove siamo andati. Ma ci siamo andati. Questo conta.

Il pomeriggio si rientra a motore. Si parte sempre in ritardo, l’ultimo giorno di viaggio. Il timone, per il quale ci si è scannati fino a un’ora prima, diventa un peso col monotono pot pot pot del ritorno. Scappo a prua. I veri marinai sfruttano questo paio d’ore per i piccoli lavori di manutenzione. Il commodoro Giorgio, l’anno scorso, aveva ricucito vele, scotte e tessuti. I falsi marinai si rilassano.

Mi sbrago, come si diceva a militare. Ho mezza visuale su un cielo azzurro modello Celentano. L’altra mezza su un mare blu come quando Di Caprio e Kate Winslet si baciano e… Sto mica ragionando come un quindicenne? No di certo. Cosa farebbe un quindicenne in questo momento? Per esempio si perderebbe la meraviglia del silenzio infilandosi le cuffiette.

Mi infilo le cuffiette. Scelgo Invisibile, Dove sei tu, Un giorno perfetto, Settembre (Cristina Donà), Lividi e fiori (Patrizia Laquidara). Entro in trip cosciente, uno stato della mente che neanche col nero africano.

Arriva qualcuno a dirmi qualcosa. Sono un comunicatore io: non capisco una sillaba ma rispondo annuendo a gesti ampi e sorrisi. Spero non mi abbia detto che sta andando a fuoco il motore. Se ne va soddisfatto. Torno in acido: In fondo al mare, Universo, Niente di particolare, Conosci, L’ultima giornata di sole (Cristina Donà). I fought the law and I won (Buddy Holly, chissà perché). Un po’ alla volta torno a casa, con la testa: Without you, Criminal world, Fantastic voyage, Be my wife, Sorrow (David Bowie). Creuza de ma (De andrè). Piccolo Uomo. Finale impeccabile: Goin’ back (Neil Young con Nicolette Larson alla seconda voce). Si torna a casa davvero. E non c’è modo migliore per dirselo. Neanche Cristiana F e Lou Reed avevano un’eroina di questa qualità.

All’ingresso del porto, Antonio mi chiama. Hei, si mangia! Solo solo le quattro ma ho già un certo appetito… Eh? Macché, mi chiedono di prendere il timone per la manovra di ormeggio. Non so se è un segnale di grande stima o un modo gentile di dirmi “Fai qualcosa anche tu, testa di cazzo”. Penso positivo: è un segno di stima.

Ormeggio alla grande, in effetti. Se riesco a non cadere dalla scaletta, è stata davvero una vacanza favolosa. Uno, due, tre… a terra!

Dann… Il tedesco del charter ha la faccia nera come il carbon. “Ziete partiti e avete nafigato gon fento forte: io kontrolla tutte fele, adezzo”. E le controlla tutte. Mi verrebbe da dirgli: “Lei potrebbe fare il kapò in uno sceneggiato Rai che…” ma mi sa che l’ha già detta qualche altro comico d’avanspettacolo. Il tedesco ci stringe la mano: non c’è un filo fuori posto. Poteva andare meglio?

Obiettivamente no. Certo, potevo tuffarmi soltanto in mare, invece che sulla draglia. Ma potevo anche infilarmi su un candeliere. Un’esperienza peggiore del pescespada di Antonio. A proposito: lui non torna con noi. Sono diventati buoni amici e hanno deciso di vivere assieme, là in porto. E poi dicono che andare in barca non libera.

Matteo Rinaldi

ottobre 14th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 8 commenti

Mi sazia la Dalmazia (3)

I tre giorni del velista fancazzista 2009: il sole e le stelle

Puntata uno, per chi vuol partire col piede giusto.

Momento di grande vela tra le isole alto adriatiche. Sguardi carichi di passione, coraggio e imprudenza.

Vuoti i locali, piena la vita. Così ti accoglie il Quarnero quando navighi a ottobre. I nostri ex compatrioti veneti – ieri jugoslavi, oggi croati – ti aprono la porta spiegando che parlano poco l’italiano. Ma poi capiscono anche la frase smozzicata in dialetto stretto. Mangiamo bene e spendiamo poco. Bello soprattutto sentirsi ospiti, non solo turisti da servire, spennare e cacciare fuori per liberare in fretta il tavolo. Potremmo stare a sbevazzare tutta la notte tra sorrisi amici.

A letto, invece. Domani bisogna raggiungere un qualche posto distante di cui non ho capito il nome. In realtà non voglio capire: viaggio senza meta, ignorando bellamente cartine e gps. La notte è inquieta: una corrente fastidiosa arriva fino in banchina e sballonzola la barca. Ci svegliamo leggermente disturbati e per rifarci ricorriamo a una bella doccia nel marina, colazione e passeggiata. Partiamo dopo un pieno di acqua ed energia. Quanto abbiamo speso? Tre euro a testa, più o meno.

Incrociamo i due equipaggi amici, che hanno dormito all’ancora prendendoci in giro. “Buongiorno ragazzi, come va?” Non ci rispondono nemmeno millantando serbatoi da riempire e telefonate urgenti. Ma se qua il telefono non prende nemmeno!

“Tutta la notte con l’ancora che arava!” mi confida Marco con gli occhi pallati. “Dormito neanche un minuto, dannazione!”. Marco oggi naviga col nemico ma l’anno scorso ha condiviso con me tutto il viaggio, il mal di mare, l’orrore e il piacere.

Partiamo senza vento e con mare piatto e azzurro. Antonio prepara una seconda colazione alla bulgara, raccontando ogni portata dalle origini ai giorni nostri. “Questo tipo di tè arriva dall’estremo Oriente, laddove la gloriosa Repubblica di Venezia…” A me piace da matti quando mi spiegano le cose. E non importa neppure se, preso dalla foga, Antonio ne sta inventando metà. Conta l’entusiasmo.

Poi arriva il vento. Senza preavviso, com’è tipico in questa parte di Adriatico. Ci scambiamo il timone con la delicatezza di sei dame attorno al tavolo del bridge. “È il suo turno, comandante Luciano. Le consegno il timone a 120 gradi, bolina larga, temperatura 25 gradi e l’aperitivo in arrivo da sottocoperta”.

Il vento esplode mentre il timone tocca a me. La barca piega sinistramente, ma ormai ho imparato il trucco. Bisogna parlare, parlare, parlare, sparare cazzate senza posa e a voce alta. Non importa che tu non capisca niente di quel che dici: l’importante è che, parlando come un generale prussiamo durante l’attacco, gli altri capiscano meno di te.

Il mondo a 45 gradi non è affatto male. Lo guardo soddisfatto col timone stretto tra le mani. “Io ridurrei un po’ le vele, che ne dite?” chiede Luciano con delicatezza.  “Eventualmente, se arriva un colpo di vento improvviso, certamente vorrai orzare così ci raddrizziamo un po’” mi consiglia Andrea. “Sto preparando involtini di pesce spada e zucchine al pompelmo, non cambiate andatura senza preavviso” grida Antonio dai bassifondi. “Eh? Se arriva una folata devo poggiare, non orzare” replico io. “Hum, mi par di ricordare che si debba orzare” dice Andrea. “No, poggiare!”.

Arriva una sberla di vento da paura. Lo so che avrei dovuto vederla: me lo ha insegnato Mistro che basta guardare il mare davanti a sé per vedere chiaramente la cresta dell’acqua che cambia colore e annuncia l’arrivo della folata. Ma stavo guardando sul Gps se compariva da qualche parte la scritta Quarnaro, che non ho ancora capito dove sia.
“Io poggereeeeeeei!” fa Andrea.
“Io orzereiiiiiiiiii” fa Sandro.
“Io ridurrei un po’ le veleeeeee!” fa Luciano.
“Sbadabam! Thud! Tataklung!” fa Antonio, sottocoperta, che si ritrova con le zucchine in testa, il pompelmo nelle mutande e il combattivo pescespada non vi dico dove.

Io cerco di poggiare, orzare, zuntappare e pluricammellare ma non succede niente. Dove sto sbagliando? Mi accorgo che abbiamo la pala del timone fuori dall’acqua. Hem, che si fa in questi casi? Mumble mumble… “Allegria ragazzi! Dio è con noi! Avanti, verso l’infinito e oltre! Viva la marineria veneta!” Ecco, ho trovato la soluzione.

Poi la barca si raddrizza, riduciamo le vele, liberiamo Antonio dal pescespada e continuiamo a divertirci.

L’equipaggio al gran completo si sottopone a uno dei tristissimi autoscatti obbligatori. Manca solo il pescespada appeso in prima fila.

Troviamo una rada in un’isola a me sconosciuta e facciamo il bagno. Mi tuffo dalla coperta e mi faccio pure riprendere perché sono vanitoso. Non soddisfatto, mi rituffo e mi faccio pure male perché sono mona, come si dice nella marineria veneta. Scivolo al momento dello stacco, rimbalzo sulla draglia d’acciaio con lo stomaco, sfioro la murata con la faccia e finisco finalmente in acqua, felice come una pasqua.

Mentre riemergo penso che se mi fossi fatto male davvero sarei morto: i maledetti che mi affiancano, pur di non perdersi un’ora di vacanza, mi avrebbero abbandonato in mare come su Master & Commander.

Alla sera invitiamo tutti a cena nella nostra nave per fumare il calumet della pace. Il commodoro Giorgio non accetta e mangia pane e salame chiuso nel suo 47 piedi. Ci (si) punisce perché non siamo andati con lui a vedere i lager di Tito: “visita obbligatoria per voi, maledetti comunisti!”.

Quando gli racconto quel che ci è accaduto col vento chiede: “Ma l’albero è finito in acqua?” Eh? Mi pare di no!” “Bah, allora non vi è successo niente, merdacce”.

Passo la notte sotto le stelle, in pozzetto da solo. È un’emozione che bisogna provare ogni tanto. E poi Sandro, la cui attività sessuale casalinga è già piuttosto limitata, mi guarda da un paio di notti con occhio libidinoso. Mi addormento guardando Cassiopea, la Polare, Faringea, Platasmonia, Iside, Zabbina, Rampavida. Non ne riconosco una (e le altre proprio non esistono), ma pare che anche Colombo non se la cavasse tanto bene con l’astronomia.

Matteo Rinaldi

ottobre 12th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 12 commenti

Mi sazia la Dalmazia (2)

I tre giorni del velista fancazzista 2009: la paura e il delirio

Il nostro Bavaria in navigazione con la Bora. Foto scattata dal comandante Giorgio, a bordo della barca rivale (mi pare la stessimo sorpassando, incuranti dei loro 10 piedi in più)

Raggiungiamo Cherso nella tarda serata di giovedì. Buoni ultimi, perché il navigatore di Andrea allunga il viaggio a suo totale piacimento: per tagliare i sei chilometri di Slovenia che separano Italia e Croazia, il macchinario ci spedisce prima a Lubiana, poi nella foresta nera e infine nel cuore dell’Austria tirolese. Andrea è uno che per staccarlo dal timone ci vuole la tenaglia: col volante meglio lasciar perdere.

Arriviamo nel cuore della notte accompagnati da una pioggia umida e depressiva. Lo stomaco già ballonzola. Continuo a chiedermi cosa sia la redancia e ho dubbi anche su golfare e presa al gavitello.

La notte in barca mi porta una sola buona notizia: Antonio non fuma più. Temevo che mi rovesciasse la cenere direttamente nelle scarpe o sul cuscino.

La mattina il cielo è grigio, piovoso e battuto dalla Bora. Il mare è appiccicaticcio come il petrolio. La sartie delle barche all’ormeggio fanno tling tling rattle rattle sdleng sdleng. Pressapoco lo stesso rumore dei miei denti.

Ma la sorte è con noi. Il responsabile del charter, un tedesco dell’alta Alsazia, passa a salutarci con un sorriso ironico: “Zgommetto foi rezta qui ztamatina, ja. Troppo fento, ja?

Noi? Noi figli di Vicenza, terra natale di Pigafetta? Tre minuti di carteggio, due di briefing e in un quarto d’ora siamo tutti in mare. Tre scafi, un destino. Uniti come la Nina, la Pinta e la Santa Maria. Avanti, verso il Quornuro! A propositoooooo, c’è qualcuno che sa dirmi dov’èeeee?

Piega della barca in bolina. In foto fa sorridere, ma a bordo – tra swiiiis, thud e sbadadam – pare di essere a Capo nord.

I terrestri che vedono partire una barca con mare nervoso e vento forte ci guardano con ammirazione ma ignorano la verità. Non sanno che la fortuna è con noi: più il vento è rabbioso infatti, più il mal di mare si tiene a distanza. Sarà questo, sarà la Xamamina preventiva (otto pastiglie) ma mi sento benissimo.

E poi i tedeschi le barche le sanno fare. Lo scafo del Bavaria dà sicurezza, la randa rollabile è praticissima (chi osa sostenere il contrario andrebbe fucilato come chi difende la stufa a petrolio), l’equipaggio strepitoso. Patti chiari tra di noi: a) il timoniere fa quel che vuole per mezz’ora; b) gli altri devono eseguire e al limite consigliare.

Un sistema eccezionale, soprattutto se usate la giusta cortesia. Per dire al timoniere ”Stringi un po’ il vento che le vele non portano bene” si fa così: “Egregio, certamente stai pensando che è il caso di orzare un pochettino. Indubbiamente ritieni che in questo modo stringeremo un po’ meglio il vento. Sappi che io condivido appieno e ti sostengo”.

Se vi sembra ridicolo, provate. Il sorriso trionfa. I coltelli restano confinati nei cassetti chiusi.

Con randa e fiocco ridotti viaggiamo a otto nodi e dominiamo mari, venti e passioni. Insomma: siamo felici. Tanto più che Nina, Pinta e Santa Maria prendono tre diverse direzioni: ognuno per sé e ci vediamo la sera, ad Arbe. Così non c’è neanche motivo di litigare. Cosa chiedere di più?

Improvvisamente Antonio scappa sotto coperta. Ah, va a fumare di nascosto, il maledetto! Altro che smesso! Lo seguo come una tigre per accoltellarlo alla spalle e gettare il corpo in mare. Ma no, va a… eh? A cucinare?

“In questi anni, dopo aver smesso col fumo, mi sono appassionato di cucina – spiega quasi scusandosi – Ora vi preparo un pranzetto favoloso. Che ne dite di antipasto di crostacei e verdure seguito da riso agli scampi per chiudere con orata e branzino?” E lo prepara davvero, a barca sbandata!

Cristo, che bella la vita. Arriviamo ad Arbe, ormeggiamo in porto, visitiamo la città. Peso già due chili in più rispetto alla partenza e sono molto preoccupato: “C’è un’altra fetta di dolce per favore?”

Gli altri arrivano più tardi e ci deridono aspramente: vanno tutti ad ancorare in una splendida insenatura.

Il fatto non mi tange. Ho da fare stasera: vado a caccia. Ci sarà pur qualcuno in tutta l’isola che sa dirmi cosa sia il maledetto Cuornero.

Matteo Rinaldi

ottobre 8th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 10 commenti

Mi sazia la Dalmazia (1)

I tre giorni del velista fancazzista 2009: la partenza

Qui la strepitosa veleggiata del 2008: sale, sangue e sudore.

La faccia del velista prima dei giri: angoscia, titubanza, complessi di inferiorità, depressione.

Parto per il Quarnero con molti dubbi e una sola certezza. I dubbi sono i grandi classici del velista da ultima domenica del mese. Affonderò? Vomiterò? Cos’è la redancia? Chi ha la precedenza mure a sinistra?

Per fortuna ho una certezza: il Quarnero. Nel senso che non so nemmeno cosa sia. Per quanto mi sforzi di cercarlo nelle carte, non riesco a trovarlo.

Io sono uno di quelli che amano viaggiare alla cieca. Veleggio proprio per questo con gli amici della Lega Navale vicentina. Conto su uomini come Luciano, Giorgio, Cesare: organizzatori nati. Eroi ai quali bisognerebbe erigere monumenti portatili, da applicare sul cruscotto dell’auto o almeno sul mobiletto del bagno. Gente di abnorme levatura morale, disposta a perdere ore del giorno e amori della notte per prenotare barche, scegliere località, litigare con i charter, studiare percorsi, armonizzare equipaggi e preventivi.

Il loro è un lavoro ambito come quello del minatore in Congo. Più ti sforzi e lavori, più sarai criticato e disprezzato. Eppure lo fanno. E io ne approfitto. Non solo: io critico, senza pietà: come quando scopro che a me tocca la barca più corta, un Bavaria Cruiser 37 piedi. Al secondo equipaggio spetta un Elan 40. Al terzo – scandalo! – un mostruoso Bavaria 47. Roba da miliardari ciprioti.

Per correre con una barca a vela contano soprattutto le dimensioni. Avete presente il sesso? Ecco, la stessa cosa! La barca funziona così: più ce l’hai lunga, più vai veloce. È una legge matematica e fisica, non c’è niente da fare. Tre piedi in meno (circa un metro) significa un nodo in meno. Con tre piedi in meno non c’è partita. Con dieci, poi!

Per fortuna ho un equipaggio eccezionale. Assieme a me (caratteristiche: simpaticissimo, capace, gentile, accomodante e soprattutto bravissimo alle manovre), viaggeranno gli amici storici Sandro e Andrea (caratteristiche: gente meglio da perdere che da trovarla, sopportabile solo a tratti, pigra, musona, inaffidabile), Luciano (un organizzatore: simpatico e propositivo), Bepi (l’unico senza patente ma esperto e capace; e poi non ci litighi neanche se vuoi) e Antonio.

Antonio è l’unica novità. Non lo vedo da 23 anni, quando ci incrociammo cronisti allo stesso giornale. Fumava quaranta sigarette al giorno e spargeva la cenere su tutte le macchine da scrivere della redazione. Lo odiavo: io ne fumavo solo venticinque. Tanto bastava per rendere la convivenza impossibile.

Partiamo, dunque. Che cosa mi aspetterà quest’anno? E soprattutto: dove cazzo sarà questo misterioso Quarnero? (fine prima puntata)

Nella foto: la mano a destra è la mia. Ho una mano tipo pianista, con dita lunghe. Quella di sinistra è del mio compagno di equipaggio Bepi. È più avanti di venti centimetri ma appare praticamente uguale: una vanga, una pala, un remo d’emergenza. Ecco perché non ci litighi neanche se vuoi.

Matteo Rinaldi

ottobre 6th, 2009 - Posted in Chi non vela è un vile | | 4 commenti