Ho fatto la iena per diventare meno cane

Report del seminario di recitazione con Massimo Alì: tre segreti per recitare e vivere meglio

Non smettere mai di imparare, disse qualcuno millenni fa. Mi tengo buona questa massima per tutte le cose che faccio, a partire dal mio mestiere. Perciò, visto che insegno comunicazione, mi picco di impararla, giorno per giorno, approfittando di tutte le occasioni possibili.

A volte le occasioni sono buchi nell’acqua. A volte belle sorprese. A Firenze ho partecipato a un seminario di recitazione tenuto da Massimo Alì per conto della Frame School: due giorni di belle sorprese.

Massimo è un regista e attore, ma soprattutto un docente, cioè un uomo che insegna il mestiere con passione evidente, tanto agli attori in potenza quanto ai professionisti.

Io non ho aspirazioni per il set ma baso i miei corsi di comunicazione partendo proprio dalle logiche della recitazione cinematografica. Chi sono infatti i migliori comunicatori del mondo se non gli attori, gente capace di essere credibile recitando la parte di un portuale oggi e di un aviatore domani?

Massimo mi ha convinto dopo una telefonata: bellissimo modo di parlare, pacato, sorridente, ironico. Così ho portato con me Diego Illetterati, amico e direttore di una grande agenzia di pubblicità, cioè un uomo che con la comunicazione ci vive.

Che cosa mi aspettavo da un seminario di recitazione per la mia vita e il mio mestiere? Beh, certo non immaginavo che avrei girato la scena d’apertura delle Jene di Tarantino (questa l’originale su You Tube: se non mi vergogno troppo metto on line anche la nostra, appena Massimo me la invia) assieme a una frittura mista di attori veri, attori in potenza, attori giammai e attori vorrei. Né immaginavo di fare più attività fisica che in palestra.

Interpretare Nice Guy Eddie mi è comunque servito. Si impara di più dicendo trenta parole davanti a una macchina da presa che mille davanti a cento persone. La macchina, diversamente dalle persone, non ha pietà degli errori, nemmeno dei più impercettibili.

Tre gli insegnamenti principali.
Uno: su dieci gesti con cui accompagniamo le parole, nove sono inutili. Fino a sette ci ero arrivato da solo: la macchina da presa mi fa capire che bisogna tagliare ancora. Vale anche per la vita: quell’uno su dieci che fai correttamente (quando spieghi un’idea o racconti un’emozione) parla per te più di un discorso di Barak Obama.

Due: recitare (nella vita: farsi riconoscere e capire) è una questione di scioltezza. Ma la scioltezza non arriva da sola. Quella che a noi sembra scioltezza è svacco totale. La scioltezza arriva solo attraverso l’enfasi, l’esercizio, lo sforzo. E parte dall’eleganza, dalla precisione, dalla postura, da prove e controprove. È come imparare ad andare in bici. Avete voglia di reimparare ad andare in bici?

Tre: c’è una ginnastica fisica propedeutica anche per recitare e, di conseguenza, per comunicare: esercizi che sciolgono il fisico e soprattutto la testa. Lo scoprite subito davanti al primo, terrificante esercizio. Il vostro vicino comincia una storia inventata e a un segnale preciso dovete proseguirla voi, con un filo logico perfetto e senza interruzioni. Io me la sono cavata perché scrivere, e quindi inventare, è il mio pane quotidiano. Però ragazzi, alla fine dell’esercizio era come aver fatto cinque piani a piedi.

Ora piango a comando come De Niro. Ma per dire “Hey Joe, lascia lì il dollaro” giuro che me lo son dovuto scrivere sulla mano, come a scuola.

Matteo Rinaldi

marzo 29th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 6 commenti

Tutto il Benni che ti voglio

Un paio di settimane fa, alla libreria Galla di Vicenza, è passato Stefano Benni. Sono entrato a tempo ormai scaduto ma l’ho visto che firmava un libro all’ultima lettrice rispettosamente in fila.

Io che mi vanto di essere un bravo comunicatore avrei dovuto comunicare bravamente. Cioè saltargli al collo, baciarlo e abbracciarlo, stringergli le guance come si fa con i bambini e urlargli quanto ho goduto e godo a leggerlo, quanto ho riso e rido, quanto l’ho invidiato e ammirato per la sua ironia, la sua semplicità così difficile da ottenere, la sua profondità così difficile da non ostentare.

E poi avrei dovuto pregarlo e magari picchiarlo per farmi confidare come ha potuto inventare storie come quella di Pronto Soccorso e Beauty Case e nello stesso tempo coltivare uno stile così semplice da leggere e mostruosamente difficile da scrivere. E poi…

E poi niente. Gli ho dato la mano e ho detto: “Grazie per il piacere che mi ha dato la lettura dei suoi libri”.

Che non è neanche una frase mia: l’ho presa in prestito da Raymond Chandler.

Lui ha sorriso e rivolto l’attenzione verso mia figlia, che pur avendolo letto a sua volta, si era timidamente nascosta poco distante. “Wow, una lettrice così giovane è una soddisfazione: vuol dire che posso scrivere altri libri almeno per vent’anni con un lettore garantito!

È andata così. La prossima volta però, giuro, un bacio sulla guancia non glielo risparmia nessuno.

Matteo Rinaldi

marzo 23rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 2 commenti

Satisfaction

(m.r.) Soddisfazioni della vita dopo i quaranta.

Da sette: andare a tagliarsi i capelli cortissimi perché ormai è primavera. E scoprire che li hai ancora tutti, i capelli.

Da dieci: andare in pattini per strada con le figlie. E gioire perché a te non diventano più stretti.

marzo 15th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti

Italians do it better

(m.r.) Cena vicentina – polenta e baccalà – a chi indovina senza indugi e senza vocabolario la città dove ho fotografato questo cartello.

marzo 9th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 13 commenti

Bruno e il terrore delle lettere arrotate

Federica, mia amica e collega disegnatrice, mi ha chiesto di scrivere un racconto per bambini. “Fammelo appena puoi che io lo illustro”. Un anno che l’ho consegnato nelle sue artistiche mani. Niente! Chissà che a vederlo pubblicato qui… Vai Fede!

C’era una volta Piero se volta. Ma oggi Piero se volta non c’è più.

Oggi i ragazzi si chiamano Alberto, Manuele, Filippo, Enrico. I grandi dicono che hanno tutto e che non hanno più paura di niente.

Ma non è mica vero che hanno tutto. E nemmeno che non hanno paura. Hanno paura di tante cose. Delle interrogazioni a scuola. Dei compiti delle vacanze. Del brutto tempo quando è domenica. Di attraversare la strada quando c’è traffico. E soprattutto, hanno paura del buio.

Questa è la storia di un ragazzo che aveva più paura degli altri. Si chiamava Bruno, un altro di quei nomi che oggi non si usano più. Sarà stata forse colpa del nome, che comincia con Br, ma a lui veniva naturale fare Br… Br… Brrr… ogni volta che aveva paura. Cioè tutte le sere.

Povero Bruno: aveva così tanta paura del buio che appena spegneva la luce, disteso sul letto, cominciava a battere i denti e rabbrividire.
Brrr… Rat tat tat… Brrr… Rat tat tat…

Più batteva i denti e più rabbrividiva. Sarà che battendo i denti faceva quel suono pieno di erre (Brrr… Brrr… Rat… Brrr… Rat…). Sarà che tutte le parole che indicano paura sono piene di erre (pauRa, oRRoRe, teRRoRe, bRividi). Saranno tutte queste cose, ma finalmente un giorno capì che a fargli paura erano soprattutto le parole.
Non tutte: solo quelle che contengono la lettera erre.

Scoprì che usava pochissimo la erre, quand’era felice e calmo.
Quando faceva colazione ad esempio, diceva: ”Mamma, mi fai la colazione davanti alla televisione con un caffelatte bello caldo, la Nutella e i biscotti?”. Nemmeno una erre.

Ma allorché arrivava sera, il pomeriggio si oscurava, terminava le prove di storia e gli esercizi di aritmetica ma era ancora troppo presto per mangiare, allora pronunciava: “CaRa madRe, VoRRei faRe meRenda: pan caRRè abbRustolito, maRmellata di maRRoni, una toRta Ricca di zuccheRo…”
E ripartiva a tremare, pur senza neppure capire il perché.

Soprattutto le ore notturne erano tremende. Paurose. Tremolanti. Trucide. Tristi. Atroci.
Bruno s’infrattava dentro le coperte, si stringeva rabbrividendo, serrava occhi e orecchie.
Poveretto! Stretto e rigido, non si accorgeva neppure che perfino tutte le parole nei suoi pensieri erano ricche di erre che lo costringevano a tremare sempre più forte.

Ma qualcuno venne in suo aiuto. Era il folletto Nobur, uno di quei personaggi che vivono solo nelle favole ma qualche volta scappano fuori e vengono a fare due passi nella vita normale. Provate voi a stare chiusi tra le pagine di un libro tutto il tempo. Ogni tanto dovete scappare fuori. E così Nobur, che viveva in un libro sullo scaffale della camera di Bruno, scappò. E ora eccolo qui, in piena notte, mentre si arrampica sul letto della camera di Bruno. E sente qualcuno che trema e rabbrividisce sotto le coperte.

I folletti sono curiosi come i gatti: Nobur si infila sotto le coperte e va a vedere che  succede là sotto. Quando Bruno lo vede quasi si spaventa. Ma non è facile spaventarsi davanti a un folletto: non è mica brutto come un Gormita. Nobur poi vestiva di rosso, con un cappello a punta tipo gnomo del bosco, le guance rosse, gli occhi azzurri e buoni. E faceva luce. Come certamente sapete, tutti gli gnomi del mondo sono illuminati. Una via di mezzo tra una lampadina dell’albero di Natale e lo schermo di un telefonino. Come si fa ad avere paura di un albero di Natale o di un telefonino?

Brrr… Rat rat rat… BuonaseRa signoRe. Brrr… Rat rat rat… Sono Bruno, un Ragazzo, e ceRco di doRmiRe peRò pRoseguo a tRemare. Brrr… Rat rat rat… PeRché mi ha Raggiunto nelle tetRe pRofondità delle mie coltRi?

Buonasera, giovanotto. Sentivo uno strano rumore e sono venuto a curiosare. Per quale ragione mi appari così agitato?

Brrr… Rat rat rat… CRedo puRtroppo di esseRe teRRorizzato dall’oscuRità. Brrr… Rat rat rat… Non Riesco a tRatteneRmi… Ho tRoppa pauRa se puRe ne ignoRo la Ragione… Brrr… Rat rat rat…

Accidenti, giovanotto. Ma è tutto così semplice. La soluzione è sotto gli occhi di tutti.

Brrr… Rat rat rat… PotRebbe faRmi compRendere in manieRa miglioRe peR favoRe?

Ascoltami bene Bruno: sei tu stesso ad alimentare lo spavento. La paura cresce con le parole che costruiscono la paura. A cominciare proprio dalle lettere. E qual è la lettera della paura? La erre, la cruda, rude e tremolante erre. Maggiore è il numero di lettere erre, maggiore è il terrore che voi ragazzini create fuori e dentro il vostro corpo e spirito. Non avverti ora più paura?

Brrr… Rat rat rat… CeRto! Mi paRe pRoprio coRRetto, sono Ricolmo di teRRore o oRRoRe Brrr… Rat rat rat…

Cambia musica dunque: metti insieme quello che senti senza quella lettera. Pensa più calmo e pacifico, dici quello che è giusto, abbi cura delle espressioni che usi. Sto facendo  questo anch’io. Non ti senti già meglio?

Brrr… ? At at at… Va bene, ci pRovo… Ops! Scusa, ma non è mica facile… Ci tento, ecco ci tento: sento una sensazione di inquietudine ma piano piano il battito del mio cuoR.. ops! del mio petto si abbassa. Ecco che mi calmo, sto già un po’ meglio. Ecco sì, sto già decisamente meglio ed è passato solo un attimo!

Eccellente, piccolo amico mio! Avanti così e in poche settimane, senza quella lettera, niente più spaventi anche col buio più buio.

E andò esattamente così. Da quel momento Bruno non ha più nessuna angoscia quando fa buio. E pensate: è diventato un campione mondiale di parole inventate. Perché non sempre è facile spiegarsi senza una lettera importante come la erre. Per non dire Buongiorno signora basta dire I miei omaggi gentile dama. Ma per chiedere Permesso! salendo sul bus pieno di gente mica si può dire Sia compiacente, si sposti più in là che ho bisogno di spazio. Rischiate di restare a terra ogni mattina.

Spesso sembra stanco: sembra! Si sta solo sforzando e scervellando: scrive, sbuffando, storielle senza senso. Suvvia, scommetto siete sorpresi, scoprendo simpatici scherzetti sfogliando sorridenti ‘sta stralunata, sibilante storia.
Matteo inaldi

marzo 3rd, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 11 commenti