La rivincita dei Nerds
Lo sport più bello del mondo (5). Dopo dieci anni di umiliazioni, la rinascita

Nella foto Ansa, una fase di gioco che ricorda da vicino le nostre partite. Noi siamo quelli a sinistra
Dopo quattro puntate credo non abbiate più dubbi: la mia carriera di calciatore è stata semplicemente miseranda. Così miseranda da essere raccontabile: gli sfigati aiutano a sentirsi meglio.
Ma in tutta questa miseria, la stagione 1996-97 è quella che porterò sempre nel cuore. Non è stata la migliore: nel 2003-04 dominammo mezzo campionato maramaldeggiando in ogni campo. Ma contavamo su tre fuoriclasse, allora. In quel 96-97 non avevamo niente e nessuno.
Con otto sconfitte nelle prime nove partite capimmo presto che sarebbe stata la peggior stagione della carriera. Io ero in forma smagliante ma non se n’era accorto nessuno. Credevo che a correre molto si diventasse automaticamente più forti. Invece no: a correre molto si tende a strafare e a sbagliare il triplo. Visto che già sbagliavo un pallone su due, a sbagliare il triplo ne buttavo via tre su due. Il che è francamente insopportabile, oltre che matematicamente impossibile.
Avevamo un allenatore che non capiva niente di calcio ma viveva di sogni e ottimismo. Arrivò promettendo vittorie, cene gratis, godimento per tutti e uno sponsor pronto a mettere un milione di lire tutto per noi. Mi ricordava un tizio che prometteva un milione di qualcos’altro, ma non ci feci caso.
Ci mettemmo poco a realizzare che non capiva niente di calcio. In compenso era furbo come una volpe. Inquadrati i sei elementi più pericolosi per lui, ne faceva giocare tre alla volta, lasciando gli altri in panchina o direttamente a casa. Costoro davano di matto e ne chiedevano la testa ma erano frenati dai tre titolari. Mancava la maggioranza per farlo fuori. Ogni tanto invertiva il trio e si garantiva così il posto saldo e l’odio di tutti. Un capolavoro tattico.
Ma era pazzo oltre ogni aspettativa. Prima di una partita molto sentita a San Gottardo, radunò la squadra e disse: “Da oggi giochiamo tutti al servizio dei due uomini che io considero i più importanti e decisivi: Edo e Andrea. Vi voglio tutti per loro. Correte, date l’anima, serviteli più che potete, stancatevi pure che tanto abbiamo cambi. Saranno il cuore e l’anima del nostro gioco“.
Cominciò la partita. Dopo cinque minuti esatti chiamò il primo cambio: dentro due panchinari, fuori Edo e Andrea. Aveva cambiato idea e strategia politica in soli trecento secondi!
Perdemmo quella partita. E ne perdemmo tante altre. Io giocai in tutti i ruoli possibili, purché sbagliati. Finché la squadra si ribellò. Con un’insurrezione degna delle peggiori rivolte sudamericane, i nuovi vecchi, cioè noi, cacciammo l’allenatore, i vecchi vecchi e prendemmo per la prima volta il potere.
Fu un potere molto fragile perché l’allenatore si portò via tutti i fedelissimi oltre a tutti i vecchi vecchi. Restammo un pugno di disperati, molto scarsi ma molto incazzati.
Non eravamo una squadra. Eravamo un insulto. Avevamo un portiere che cominciava a urlare di paura e insultare i compagni non appena gli avversari superavano la metà campo. Siccome nella nostra metà campo si accampavano fin dal primo minuto, gridava senza sosta per tutta la partita. Inoltre era terrorizzato dalle uscite, viveva aggrappato sulla linea di porta e non parava un pallone che fosse uno.
Il momento peggiore erano i calci d’angolo. Oh, bè: ne subivamo solo 50 a partita. In quei casi pretendeva che ogni avversario fosse marcato da almeno due uomini. Impossibile fargli capire che non era realizzabile: triplicava le urla e prendeva a calci il palo della porta.
In difesa però eravamo strepitosi. Un libero e due marcatori totalmente negati per il calcio ma formidabili, uno di testa e l’altro nel recupero. L’uno era Andrea G, che non avrebbe fatto un passaggio giusto nemmeno sotto ipnosi ma con la testa, e con la grinta, fermava attaccanti dall’Eccellenza. L’altro, Andrea D, si faceva regolarmente saltare dall’uomo ma in un decimo di secondo gli era di nuovo addosso. Gli si incollava letteramente con il petto, con le cosce, con la lingua senza mai fare un fallo che fosse uno. Una mosca, fastidiosa e petulante ma indistruttibile.
In mediana combattevo io. Grazie alle mie nuove capacità atletiche, il nuovo allenatore mi aveva offerto la maglia numero otto. Otto! La carezzai con gli occhi che luccicavano, ma ebbi un moto d’umiltà e scelsi la quattro che mi pareva meno impegnativa.
Non è vero che i numero non contano. Contavano eccome, in quegli anni. Finché eri un marcatore puro (numeri 2, 3, 5, 6) vivevi in un mondo pericoloso e limitato. La difesa è una vita d’angoscia, come la trincea nella prima guerra mondiale. Non puoi mai guardare avanti, tentare un dribbling, superare il centrocampo, tirare in porta. Mai!
Veramente anche con il quattro, nel nostro centrocampo, era praticamente impossibile guardare avanti, tentare un dribbling eccetera eccetera. Ma l’idea! L’idea che una volta persa palla non sarei stato fucilato! L’idea che a un tuo errore non corrisponderà automaticamente un gol subito era meravigliosa. Anche a quindici anni di distanza, la numero quattro me la porterei tuttora a letto, accarezzandola come se fosse una pin up.
Se a centrocampo avevamo poco, in attacco ancora meno. I nostri punti di forza erano mio cugino Tomas, uno degli attaccanti più pigri del mondo. Non avrebbe corso nemmeno se inseguito da una pattuglia di talebani inferociti. In fascia contavamo su Fabio, un’ala destra coi capelli rossi, semplicemente fortissimo ma con idee granitiche: faceva cinque fughe a partita e metteva in mezzo tre cross perfetti, non uno di più. O sfruttavamo quelli o se ne lavava le mani. Però difendeva meglio di un terzino da galera. A tutta grinta, senza sceneggiate e cattiverie inutili.
A parte le otto sconfitte consecutive, quel girone d’andata ci regalò un cinque a zero subito in casa della squadra che più odiavamo: i nemici storici del Nanto, formazione marpiona e carognesca, nella quale oltretutto giocava il nostro ex portiere, lavativo senza pari e tignoso: con noi, in dieci anni di campionato non aveva mai pagato la quota e si era sempre comportato da primadonna permalosa.
Cominciammo il girone di ritorno con l’idea di fare un po’ meglio dell’andata. Non pareva difficile, vista una media sconfitte del 96%. Il nuovo allenatore, Andrea F, non capiva niente di calcio ma per sua fortuna c’era poco da capire. Se ogni tiro in porta era gol, bisognava che non tirassero mai in porta. Chiaro? Se riuscivamo a superare la metà campo al massimo tre volte in una partita, bisognava fare un gol ogni tre azioni. Chiaro? Lampante.
Impostò la squadra come neanche Nereo Rocco nei suoi sogni erotici col Padova: in dieci sul limite dell’area a proteggere il portiere con i piedi, con le gambe, con la schiena, con la faccia, con gli attributi. Difesa strenua e centonove falli sistematici, ma sempre col sorriso e a braccia larghe. Subivamo dozzine di punizioni e calci d’angolo a a fine partita avevamo mal di testa dalla quantità di palloni che ribattevamo con fronte, nuca, tempie, naso.
Ma non ci segnavano mai. Terminammo l’intero girone di ritorno imbattuti, pareggiando zero e zero la metà delle partite e vincendo uno a zero o due a uno tutte le altre, a partire dalle sfide con le squadre più forti. Contro il Nanto giocammo la nostra partita più epica: sedici volte inferiori a loro, ci difendemmo con i denti (non è un modo di dire: credo che arrivai ad attaccarmi alla maglia del loro regista anche così) e vincemmo due a zero. Un gol strepitoso di Fabio il rosso che finse di crossare, si accentrò e dal vertice dell’area fulminò il portiere. Il raddoppio mio, in contropiede, col gol più bello che potessi sognare: un tiro da 35 metri con la palla che si impennò in direzione campo di grano ma all’ultimo istante s’abbassò in picchiata e finì sotto la traversa.
A tutti quelli che da allora mi dicono “Nella vita cosa c’è meglio del sesso?” non rispondo nemmeno. Ma la risposta la so.
Vincemmo e segnammo solo così, ogni volta soffrendo come bestie, ogni volta ancorati davanti alla porta, ogni volta con tre contropiede casuali e fortunosi. Pensavamo che fosse un inizio e che il nostro mondo potesse cambiare. Che cretini. All’ultima puntata.
Matteo Rinaldi
novembre 11th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 7 commenti

on novembre 11th, 2009 at 10:51 AM
…e che rinascita! Ma quindi la prossima è l’ultima ultima? (il tuo calcio è troppo divertente!)
on novembre 11th, 2009 at 11:15 AM
Di solito mi facevano giocare in porta e questo già fa capire la mia incapacità. Poi una sera mi fanno giocare fuori e segno tre gol.
Non mi hanno più chiamato a giocare.
boh?!
on novembre 11th, 2009 at 3:08 PM
Ho ascoltato “lo sport più bello” con gli occhi chiusi, come quando a teatro voglio assaporare ogni parola. E’ un testo molto bello, merita una turnè.
on novembre 11th, 2009 at 6:59 PM
Guido, hai ragione.
Matteo, ci vedrei bene Paolini a raccontare queste storie. Tu no, per favore!
on novembre 11th, 2009 at 10:16 PM
Te la recita Gianni scritto in grassetto. Lui deve fare teatro e adora il calcio.
on novembre 12th, 2009 at 12:54 AM
Spl: vada per Gianni. Così se viene male dò la colpa a lui. Diego: mi ferisci l’ego. Laura: me lo guarisci. Guido: me lo esalti.
on novembre 12th, 2009 at 11:18 AM
ok mi presterò al “reading”
)))))))))