La zampata del mollusco
Lo sport più bello del mondo, ultima puntata: da Big Jim a Barbapapà

È in occasioni come questa che il calciatore amatoriale entra in crisi mistica. È più forte la gioia per aver staccato meglio dell’avversario o la sofferenza per la testata in faccia?
Mezzo campionato vincente non lo avevo mai fatto in vita mia. Ma non pretendevo mica di rifarne uno uguale, no. Migliore, lo volevo.
La mente del calciatore amatoriale aspira sempre all’impossibile. Non a caso gioca a calcio, invece di fare modellismo o bricolage.
Partimmo per il futuro convinti di spaccare il mondo. Spaccarono noi. E mi spaccai anch’io, dalla testa ai piedi. Nell’ordine: un legamento collaterale (guarire è lungo e faticoso), una pubalgia (guarire è lungo e doloroso), sei stiramenti, un trauma facciale per una testata (con parte del naso definitivamente compromesso), sette distorsioni alla caviglia sinistra e cinque alla destra (guarire del tutto è impossibile).
Quando si infortuna un professionista lo compatiscono e lo curano. A noi amatori ci disprezzano e insultano. Per non prendere parole a casa dobbiamo far finta di niente e nascondere ossa tumefatte ed escoriazioni sanguinanti.
Ma il problema era un altro: perché mi facevo male con regolarità se per tutta la carriera non mi ero mai fatto niente? Una ragione l’avevo intuita: se tocchi cinquanta palloni invece che cinque hai il decuplo di possibilità di farti male. Ma i miei infortuni erano davvero troppi.
Dopo la dodicesima distorsione chiesi spiegazioni a Marco Sinicato, gran visir vicentino delle cure articolari e splendido preparatore atletico dalla leggendaria gentilezza. “Hai un fisico di merda – mi spiegò – Muscolarmente sei un’ameba, una medusa, un mollusco. È lapalissiano: devi fare palestra“. Finsi di ignorare che lui è titolare di una palestra e mi misi all’opera. Quando uno perde la testa, la perde davvero. Dovevo tentarle tutte.
Avevo sempre odiato la palestra, che consideravo un covo di debosciati, brutte copie di Schwarzenegger vestiti come Truciolo a fare Hop hop hop! tra inutili e roboanti macchinari.
Dopo un mese mi innamorai. In fondo bastava vestirsi da calciatore invece che da Truciolo, fare Snort invece di Hop, guardare male tutti (non era difficile) e sorridere alle belle donne (questo era difficile: non ce n’era una).
Scoprii che fare palestra è meglio che correre. I muscoli sono persone per bene: se tu ripeti un esercizio con calma e impegno, loro capiscono cosa vuoi e ti assecondano. Migliorano giorno dopo giorno. Polmoni e cuore, quando corri, se ne fregano delle tue richieste e si ostinano a frenarti e farti soffrire.
Dopo tre mesi di hop hop hop ero già accettabile. Tornai in campo convinto di spaccare il mondo. Scoprii che: a. Non riuscivo più a correre come prima (colpa delle nuove fibre muscolari, nemiche di quelle da corsa). b. Avevo la stessa mobilità articolare di Big Jim.
In palestra chiesi spiegazioni. “È lapalissiano! Ci vuole un po’ di tempo per abituare il corpo. Porta pazienza e prosegui“.
Ci volle un po’ di tempo, in effetti: un anno. Un altro campionato buttato via. L’ennesimo.
Ma ero un duro. Sabato giocavo la partita, lunedì e giovedì allenamento con la squadra, martedì palestra, mercoledì corsa per conto mio.
Nella stagione 2003, l’unica della mia vita in cui mi stabilii per mesi in testa alla classifica (poi crollammo nel finale), dentro ero una specie di toro, anche se visto da fuori restavo la pippa di sempre. E il fisico da atleta?
Chiesi spiegazioni. “È lapalissiano! Dopo una certa età il muscolo si rinforza senza cambiare aspetto. Dopo i trent’anni non puoi pretendere di sviluppare i pettorali“. Era lapalissiano tutto, dannazione.
Però mi divertivo. Con la pressa (macchina arcaica ma proprio per questo bellissima, che sviluppa gambe e glutei, dove la media nazionale solleva circa 80 chili) sfioravo i 300. E in campo, a spallate, neanche i montoni dell’Altopiano mi schiodavano più dalla posizione.
Raggiunsi soddisfazioni mistiche per un calciatore amatoriale: calciare sempre le rimesse dal fondo oltre la metà campo. Battere i corner e metterla senza fatica in mezzo all’area senza sapere come si fa. E soprattutto: battere i falli laterali con una potenza tale che segnammo addirittura tre o quattro gol lanciando l’uomo a rete e scavalcando i difensori.
Segnai più gol in quei mesi che in tutta la vita e in tutti i miei sogni. Il migliore fu il colpo di testa, all’ultimo minuto, che ci diede la vittoria contro la squadra con cui dividevamo la vetta della classifica. Il portiere mi uscì in piena faccia ma riuscii ad anticiparlo e a deviare in rete la palla prima di incontrare i suoi guantoni. Caddi col sorriso e sentii dolce come una carezza il peso fisico e fangoso di dieci imbecilli vestiti come me che mi saltavano sopra.
Ero il fiero basamento di un monumento vivente dedicato alla vendetta degli ultimi dopo quindici anni di sconfitte e umiliazioni.
E poi basta. Finì tutto così. Gli anni seguenti più correvo e meno rendevo. Non capivo perché, finché lo capii una volta per tutte. Senza rimpianti dissi addio questa passione. Neanche il calcio ebbe mai il minimo rimpianto. Era difficile trovare una passione ancora più folle e distruttiva, ma ci riuscii: la vela.
In palestra però vado ancora. 300 chili non li sollevo più ma vi sfido tutti quanti in addominali e pressa. Non provateci neppure: giuro che vi spiezzo in due.
Se non ne avete abbastanza, parte delle avventure di quegli anni sono raccontate qui, sul mio vecchio Pennarossa. Ma per capire chi eravamo davvero, in quel magnifico campionato, non c’è niente di meglio che leggere qui il profilo di quei cess… di quei campioni.
Matteo Rinaldi
novembre 13th, 2009 - Posted in Chi non ride si rode | | 12 commenti

on novembre 16th, 2009 at 00:03
300 chili? Naaaaaa
on novembre 16th, 2009 at 00:46
A 300 chili ci arrivi col castello: 12 ripetute da 180, 8 da 210, 4 da 250 e una da 300. Ma le gambe sempre due sedani uguali, lapalissiano.
on novembre 16th, 2009 at 00:47
E noi a sciropparci per più di vent’anni di sequel e repliche di Rocky quando potevamo avere QUESTO! E chi se la sarebbe filata più la boxe? Il calcio era il soggetto ideale: la partita come metafora di vita, l’allenamento come vittoria della determinazione e del coraggio sulla natura matrigna (si fa per dire, eh, Matteo, senz’offesa: è che l’entusiasmo prende un pò la mano…), il difficile ma proficuo rapporto tra l’eroe e l’allenatore-guru ruspio ma giusto, il sangue ed il sudore.
Poteva essere i Sevenhouses’ Recreational Soccer (tra l’altro si pronuncia in modo pertinente, socca) Players: titolo magari un pò criptico per i più ma di respiro e tema universali.
Già mi vedo il fermo immagine sul tuo viso rigato di lacrime e sudore mentre corri intorno al campo dopo aver segnato il gol della tua vita urlando ADRIAANAAAAAAAAAAAAAA!!!
on novembre 16th, 2009 at 11:03
…Che poi, Matteo, con la vela, tra tutte le altre cose, devi ricordare un sacco di nomi a memoria (ma quanti???), col calcio no!
on novembre 16th, 2009 at 11:29
Senti, io certi pezzi non riesco nemmeno più a commentarli.
Mi fermo ai titoli ed ai sottotitoli e già sono sazia, con gli angoli della bocca clamorosamente spostati all’insù.
Poi però, siccome non mi accontento, vado a fare scorpacciate di pennarossa e lì gli angoli si stirano ulteriormente. Urge un lifting o mi si accentuano davvero troppo i segni d’espressione!
on novembre 16th, 2009 at 12:27
Tre commenti di donne di fila parlando di calcio. Dio, il mondo è davvero un posto meraviglioso.
Stefi: Quando giochi a calcio sei asessuato: manco te li ricordi, i nomi delle fidanzate.
Laura: Una volta Germi perse il conto (eravamo 2-1 per noi, mica 12 a 10) e mi chiese: “Ma quanto siamo?” Vedi? È più facile ricordare la redancia e il paterazzo.
Elle: Su Pennarossa giocavo davvero. Più umorismo, meno romanticismo.
on novembre 18th, 2009 at 18:56
Caro Matteo,
L’unica cosa che ti ho sempre invidiato è come suoni la chitarra.
on novembre 18th, 2009 at 22:22
E adesso strimpello senz’arte nè parte. Ma la redancia e il paterazzo…
on novembre 19th, 2009 at 20:04
Insomma, abbiamo perso un calciatore di cui non avremmo mai compreso abbastanza il cuore.
Abbiamo guadagnato uno scrittore che farebbe digerire il calcio anche ai più intolleranti. (sic!)
on novembre 20th, 2009 at 10:41
Doriana, se non la smetti ti invito a una navigata invernale sul Garda. Poi vedi come ti passa la voglia di essere gentile.
on novembre 20th, 2009 at 12:30
Le mie sono semplici constatazioni, tra l’altro largamente diffuse.
I complimenti, come diceva qualcuno, lasciamoli “altrui”…
on dicembre 14th, 2009 at 18:57
Sai che forse abbiamo giocato contro?
Nella mia ingloriosa carriera di pseudocalciatore ho incrociato più volte la strada degli amatori settecà…
Tutto bello, in questo post, tranne una cosa: la palestra non può essere meglio di una bella corsa. Punto e basta. Se affermi il contrario, giuro che ti spiezzo in due…
ciao