Se fate i bastardi, fatelo con stile
Da una scena di Inglorious Basterds l’ennesima prova che la buona comunicazione è un mestiere duro. E che dagli attori c’è sempre da imparare.

Riprendo quanto ho scritto una manciata di post fa: il miglior modo per comunicare è quello di non fare mai la cosa più ovvia.
Per fare la prova del nove ho comprato la sceneggiatura di Inglorious Basterds di Quentin Tarantino. Prima di diventare un grande regista, Tarantino è stato un ottimo sceneggiatore. Con la scrittura ci ha vissuto e si vede: leggere una sua sceneggiatura è un vero piacere.
Nel film ci sono dialoghi efficacissimi. Purtroppo alcuni sono difficilmente traducibili in italiano, per cui vale la pena di guardarlo e riguardarlo in lingua originale a costo di perdere il magnifico doppiaggio.
Ma c’è soprattutto l’ennesima prova di quel che penso. Comunicare bene è difficile, ma solo perché partiamo quasi sempre da presupposti sbagliati.
Vi regalo un esercizio. Quello che segue è il dialogo della sceneggiatura originale tra il tenente Aldo dei bastardi ingloriosi e il sergente Rachtman, un tedesco appena catturato. Aldo vuole informazioni. Il sergente sa che se non parla sarà ucciso violentemente e poi scalpato.
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Ten. Aldo: Ora Werner, immagino che tu sappia chi siamo?
Serg. Rachtman: Aldo l’Apache.
I Basterds in cerchio ridono.
Ten. Aldo: Ebbene Werner, se hai sentito parlare di noi, probabilmente sai che far prigionieri non è il nostro mestiere. Il nostro mestiere è uccidere i nazisti. E ci riusciamo molto bene, amico.
I Basterds ridono.
Ten. Aldo: Ora ci sono due modi per risolvere la situazione. O ti uccidiamo o ti lasciamo andare. Ebbene, se lascerai questo cerchio da vivo o da morto dipende interamente da te.
Aldo tira fuori una mappa della zona e la spiega davanti al prigioniero.
Ten. Aldo: Più avanti lungo la strada c’è un frutteto. Oltre a voi, sappiamo che c’è un’altra pattuglia di crucchi da qualche parte qui attorno. Ora, se in quella pattuglia ci sono dei bravi tiratori, quel frutteto sarebbe il paradiso dei cecchini. Ebbene, se vuoi mangiare ancora un panino coi crauti, devi farmi vedere su questa mappa dove sono, devi dirmi quanti sono e devi dirmi che tipo di armi hanno.
Serg. Rachtman: Non si aspetterà che le dia informazioni che potrebbero mettere in pericolo delle vite tedesche?
Ten. Aldo: Bè, Werner, è qui che ti sbagli, perché questo è proprio quello che mi aspetto. Ho bisogno di sapere se ci sono dei tedeschi nascosti fra gli alberi. E devi dirmelo subito. Allunga il dito e fammi vedere sulla mappa dove sono i soldati, quanti ne stanno arrivando e che giocattoli hanno con sé.
Werner resta seduto con la testa alta, la schiena eretta, il mento in su. La perfetta immagine dell’eroico tedesco di fronte alla morte.
Serg. Rachtman: Con tutto il rispetto, mi rifiuto, signore.
Invece di arrabbiarsi, i basterds scoppiano a ridere.
Ten. Aldo: In verità Werner, siamo tutti contenti che tu abbia detto così. Francamente, guardare Donny che pesta un nazista fino alla morte è la cosa più simile al cinema che ci possa capitare.
Hei Donny! Qui c’è un nazista che vuol morire per la sua patria!
_____________
L’esercizio: leggete a voce alta il dialogo così come lo intepretereste voi. Poi tornate a queste ultime righe.
Io immaginavo un colloquio duro, secco e senza sorrisi. Così lo avrei interpretato. Penso che tutti lo interpreteremmo così. Perché nelle situazioni quotidiane tutti viviamo in modo duro e secco un dialogo di questo tenore. Anche se parliamo di cose che niente hanno a che fare con questioni di morte, guerra e violenza.
Invece questa è la scena del film. Dove scopriamo le scene più memorabili sono quelle dove domina il sorriso e l’ironia. Che non sono mai fuori posto.
Buona visione. Poi datemi ragione e imparate a sorridere il triplo. Anche davanti alla morte, come il sergente Rachtman.
Matteo Rinaldi
luglio 12th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Tu sei la mia simpatia
Finalmente ho visto Cristina Donà in concerto. Torno con un’ammaccatura, una certezza e un dubbio amletico

Lo so. Questo è il titolo più imbecille in quasi trent’anni di disonorata carriera scrivana. Ma non importa. Per Cristina Donà, che è in realtà la mia David Bowie personale, mi concedo questo e altro.
L’ho vista a viva voce dopo due anni di attesa. Attesa attiva però: non ho fatto che inseguirla. Trentino, Lombardia, Umbria, Afghanistan. Ovunque ho fatto il possibile per andare. Ovunque ho fallito.
Le prime volte non immaginavo che vedere CD dal vivo fosse un’impresa: biglietti sempre pochi e rapidamente esauriti. Lentamente ho imparato ad attrezzarmi. Una volta ho chiamato il giorno stesso dell’annuncio sul web, sei mesi prima dell’evento.
Sono sicuramente il primo, pensavo. Pronto, buongiorno, vorrei prenotare due bigl… “La mettiamo subito in lista. Ne ha solo duecento davanti“. Possibile? Sì. Aveva scelto un teatro bellissimo, però con soli cento posti. “Ci dispiace, ma Cristina è fatta così. Non c’è modo di convincerla a spostare il concerto al palasport, che ne tiene tre volte tanto“.
E se rubassi un biglietto? Mi informo. Scopro che li tengono nel caveau della più inaccessibile banca svizzera.
Qualche mese fa pare fatta: canta sul lago di Levico, in Trentino. Mai così vicina. Non mi illudo. Probabilmente il concerto non è sul lago. È nel lago, in immersione. Comunque non ho il piacere di scoprirlo: il biglietto c’è ma non si può comperare. Troppo facile andare a Levico o fare un bonifico. “Solo attraverso gli istituti di credito di un solo circuito” mi informano gli organizzatori. L’isitituto è una roba tipo Cassa rurale di San Martignacco in Pastellonia. Nessuna filiale nel raggio di chilometri. Nessuno sportello. Nessun telefono.
Ma non mi arrendo. Scopro dal suo sito che Cristina è in concerto a Erbezzo, colli veronesi, sul piazzale della chiesa, domenica 4 luglio. Stavolta nessuno mi fermerà.
Erbezzo è a 80 chilometri da casa. Parto in anticipo fantozziano – tre ore – perché sospetto agguati della malasorte: la piazza invasa da dodicimila donaisti esagitati; code di veronesi di ritorno dagli alpeggi; e soprattutto scherzi degli organizzatori. Magari hanno deciso di spostare il concerto in una baita a settemila metri di quota.
Invece tutto bene. Niente mi può fermare. Ma poco prima di Erbezzo freno a uno stop, sento un tremendo PUM! e un secondo dopo un BANG! Un’auto mi tampona e sbalza tre metri avanti. Scendo calmissimo. Tanto so bene chi è stato: sono gli organizzatori del concerto che mi vogliono fermare!
Ho subìto lo stesso incidente qualche anno fa. Perciò sono esperto. Sono semplicemente l’ultimo protagonista di un tamponamento a catena: un’auto non ha frenato in tempo e ha centrato l’auto davanti che è rimbalzata contro una terza auto rimbalzata a sua volta sulla mia.
La prima auto è distrutta ma nessuno si è fatto niente. Le altre appena ammaccate. Figuratevi se me la prendo per una bottarella alla Multipla. E poi non ho tempo, dobbiamo fuggire al concerto. Ma mia moglie, presa a compassione, aiuta una coppia di signori sotto shock (sono i primi colpiti) a compilare le carte assicurative in burocratese.
Il tempo corre. Il signore che mi ha tamponato mi lascia il numero di telefono dicendo “Scusate, ma io devo scappare”. Beato lei. “Sa, sono l’organizzatore di un concerto che inizia tra poco a Erbezzo e…”
Giuro! Tutto vero! Ho testimoni. Trattenetemi o faccio una strage!
Invece dài, alla fine ripartiamo e arriviamo. Miracolo, troviamo anche parcheggio comodo e posto a sedere a tre metri dal palco.
Cristina, a questo punto puoi anche suonare e cantare malissimo. Puoi anche ripudiare i tuoi capolavori e presentare tutte le canzoni del tuo prossimo album segreto: “The best of Laura Pausini and Black Sabbath“.
Invece canta e suona benissimo, anzi meglio. Se dodici sono i suoi pezzi che amo più di tutti, me ne regala dieci, uno in fila all’altro. Ha una band di onesti session men, che suonano divertendosi, semplici e impeccabili. Bravissimi, ma mi convinco una volta di più che Cristina è ancora meglio da sola, voce e chitarra acustica. Una band, secondo me, ha un senso se vive le canzoni dalla loro nascita. Se è un accompagnamento, un arricchimento, se ne può fare a meno.
Me ne convinco del tutto quando Cristina canta Settembre (oh!) senza neppure la chitarra: solo voce e un filo di batteria. Me ne riconvinco quando suona un paio di pezzi solo in acustica. È come ascoltare Neil Young che fa Cowgirl in the sand. Ci sono diecimila versioni, sul tubo, di Cowgirl in the sand. Con orchestre, grandi orchestre, bande, virtuosi, elettronici e elettrolitici. Nessuna vale quella in acustica. Young ha solo un’armonica. Cristina nemmeno: stringe le labbra e mima il suono della tromba, ma così bene che tra il pubblico ci si domanda dove sia il trucco.
E poi è simpatica, fa battute, sorride benissimo. Ha una dolcezza infinita nel dedicare un pezzo a una bambina scomparsa da poco, nominandola appena. Non serve sbattere in faccia a tutti quello che si sente davvero.
Presenta tre volte la band, come se fosse la grande protagonista della serata. Bello il feeling che sa creare. Si muove con semplicità, ma non rinuncia a un po’ di teatralità, sopra le righe e dunque accattivante. Bella voce quando parla con il pubblico e con la band. Bellissima quando canta. E poi è una voce sua, tutta sua, del tutto priva di tecniche ricercate eppure carica di personalità e intensità che mi lasciano ogni volta a occhi sgranati. Ecco, l’unico neo: non guarda quasi mai le persone negli occhi. Un po’ perché li tiene strettissimi, anche a causa delle luci, un po’ perché glieli copre una frangetta da quindicenne.
Eppure, se oltre alla voce ci inchiodasse alle sedie anche con un paio di sguardi, secondo me sarebbe costretta a suonare davvero nei palasport. Ma quali palasport: negli stadi.
Ed ecco infatti il dubbio amletico. Me lo chiedo mentre la guardo suonare le ultime canzoni, quando regala un po’ di rock’n'roll ammericano scusandosi con la piazza per il rumore. Ma una Cristina Donà non s’incazza a pensare che suona a Erbezzo invece che a San Siro? Perché sono sicuro che si renda conto che le sue canzoni, la sua voce, la sua presenza sul palco valgono cento stelle, stellone e stelline della musica italiana ed europea.
Com’è possibile continuare a suonare (e lavorare, e vivere, e immaginare) sorridenti e incuranti quando ci si accorge di com’è ingiusto tutto questo? Ingiusto, semplicemente ingiusto. Scusa Cristina, ma io non sono così bravo. La soluzione tu la dai. È nella tua canzone più battistiana, Migrazioni: Pensa leggero, come un foglio leggero / assecondando anche le curve violente / Vola leggero su di un foglio leggero / La paura appesantisce la mente.
Non è mica facile, ma ascolto e provo. Alla prossima. PS: ci vado in treno, alla prossima. Vediamo che si inventano stavolta.
Matteo Rinaldi
luglio 7th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 8 commenti
Il mare a Portogruaro
Una chicca firmata Paolini-Calzavara sul piccolo comune veneziano neopromosso in serie B
Ho messo piede a Portogruaro la prima volta lo scorso settembre. Mi avevano mandato a tenere un corso di comunicazione in sostituzione di un collega malato. Por-to-gru-a-ro. Senti come suona questo nome.
Sapevo da alcune letture intellettuali, Gazzetta e Ognisport, che la sua squadra di calcio era stata appena promossa in serie C. Sappiatelo: bisogna avere una società di ferro e una squadra di acciaio per arrivare in C (oggi Lega Pro) con un comune di ventimila abitanti alle spalle. Il Bassano, per dire, ci tenta da una vita. Nonostante i miliardi di Renzo Rosso e della sua Diesel non ce l’ha ancora fatta. Por-to-gru-a-ro.
Accetto il corso volentieri: mi piacciono mi porti. So che Portogruaro è lungo l’autostrada A4 dopo Venezia, dopo Quarto d’Altino, dopo il Piave, dopo San Donà, dopo il Sile, dopo Caorle.
Un sacco di dopo. È lontana, Portogruaro. È quasi Friuli Venezia Giulia. Immagino un porto pieno di gru, che caricano e scaricano enormi navi container ventiquattr’ore su ventiquattro.
A settembre non posso sapere che il Portogruaro, appena promosso in C, farà un campionato strepitoso. In testa va subito il Verona. Ogni volta che vado a tenere corsi nella città dell’Adige, discuto con i veronesi del mio argomento preferito: Come si fa a vivere a Verona e non tifare Chievo? Non riesco a spiegarmelo. Nemmeno loro riescono. Ci prova seriamente un veronese furbo, che mi dice: “È come se chiedessero a te di tifare Bassano”.
Eh no, questo mai. Ma a ripensarci la spiegazione non vale. Chievo è praticamente un quartiere di Verona, non un comune a venti chilometri, con una lingua e una filosofia tutta sua. È come se a Vicenza andassero in A l’Altair o il Villaggio del Sole: come potrei non tifare per loro?
Comunque il Verona vola verso la B. Inseguono squadroni come Pescara, Rimini, Reggiana, Ternana. Niente ironie: per la C sono squadroni. Il Porto dietro. Ma poi crolla - dicono a Verona - quest’anno andiamo su noi, sparati come pallettoni. E poi vi facciamo un culo così - aggiungono. Haimé, il mio Vicenza è gestito così squallidamente che già tremo all’idea.
Invece il Porto non crolla. Resiste. Accorcia le distanze. Ma tiene duro anche il Verona. Come se il campionato fosse stato immaginato da un regista di filmacci d’azione, Verona e Porto arrivano all’ultima giornata testa e testa. E l’ultima partita è… Verona-Portogruaro!
I veronesi fanno le cose in grande e riempiono lo stadio. Se vincono sono matematicamente promossi. Il Bentegodi pieno è enorme: fa paura. Da Porto arrivano un migliaio di impavidi. Fossero anche tutti allievi di Pavarotti, neanche li sentiresti quando canta la sud veronese. Qui hanno l’Arena che fa scuola: i cori della sud sono roba da far tremare i polsi.
I veronesi hanno il dono della sincerità. Un dirigente, poco prima della partita, ammette che solo due giocatori del Porto potrebbero giocare col Verona. Per di più in panchina. Ma il calcio è strano. Il Verona non passa. A pochi attimi dalla fine il Porto tenta l’ultimo assalto: azione rocambolesca, cross, girata e strepitoso gol di Bocalon, un nome che sembra uno scherzo. Bocalon in veneto è uno che ci casca sempre: Te si un bocalon, abbocchi ogni volta. Alla faccia del bocalon. Il Porto va in serie B. Il Verona crolla e perde pure gli spareggi contro il Pescara.
Ma lo scorso settembre tutto questo è fantascienza. Faccio il mio corso e alla fine chiedo ai corsisti di indicarmi il porto sul mare. Risata generale: il mare è a venti chilometri. Il porto era sul fiume e non c’è più. Che delusione. Por-to-gru-a-ro.
Un mese fa, in libreria, mi cade l’occhio su un libro del giornalista Francesco Jori: L’ultimo dei barcari. Racconta la storia di Riccardo Cappellozza, fondatore del museo della navigazione interna di Battaglia Terme (questo il sito). Cappellozza racconta la storia della navigazione interna quando il Veneto, assieme a Lombardia ed Emilia, era quasi interamente navigabile. Il commercio via acqua era floridissimo. Pare impossibile ma è storia recente, anche se dimenticata: fino agli anni settanta gli ultimi burci, le barche fluviali da carico, resistevano alla fame camionara di Gianni Agnelli.
Il libro è molto bello e soprattutto mi conforta: a Portogruaro c’era uno dei più bei porti della nostra navigazione interna.
L’ultima sorpresa me la regala Marco Paolini. Nel suo primo Bestiario veneto recita una poesia di Ernesto Calzavara dedicata proprio a Portogruaro. In bocca al lupo per la B. Secondo me neanche Calzavara sapeva che il mare era a venti chilometri. Non gli sarebbe uscita così bene.
giugno 28th, 2010 - Posted in Chi non legge non regge | | 5 commenti
Umore nero, chiama sei uno zero
Il potere immenso della voce nella trasmissione radio più divertente di questi anni: Seicentodieci. O Sei uno zero, come preferite
Un esempio della comicità di Sei uno zero: radio Madjana.
Dovete sopportare pubblicità a tonnellate, tg e canzoni, Anas, Aci, Aiscad e autostrade per l’Italia. Ma va bene così, perché Sei uno zero (Radio Due, ore 17, estate esclusa) ha bisogno di pause e tempi morti. E poi ogni tanto, al volante, bisogna concentrarsi sulla strada.
Il terzetto che guida la trasmissione è una macchina di cialtro-creatività. Due autori comici, Lillo e Greg, già visti nella tivù dandiniana degli anni Novanta e Alex Braga a rinforzo. A turno Paola Minaccioni, Alex Frosi, Virginia Raffaele (divina).
Tutti hanno voci strepitose: bassa e profonda Greg, bassa e incazzata Lillo, forte e radiofonica Alex. Virgina Raffaele è fuori concorso: con la voce fa cose che non potreste nemmeno immaginare.
Il resto lo fanno i testi. Spot pubblicitari, interviste, personaggi, avvenimenti: tutto fittizio e paradossale. Talmente paradossale da essere divertente. Più che paradossale: demenziale proprio. Come la grande autrice di testi Metal (“Mi nutrirò con le tue viscere inondandomi del tuo sangue“) che è in realtà una pensionata che scrive coccolando il suo gatto e scaldando il minestrone; come la celebre psicologa infantile che, nelle interviste, fa i capricci come un bambino di cinque anni; come il nuovo primario ospedaliero che faceva l’arrotino e parla esattamente come…
Ma che ve lo dico a fare? Aprite le orecchie, non serve altro. Dopo cinque anni ho scoperto che le puntate si possono scaricare anche gratis, via i-pod, mondate da canzoni e pubblicità.
Questo è solo un assaggio. Purtroppo non riesco a trovare la psicologa infantile. Trovatela voi: vi sarò grato (mi sarete grati) per sempre.
Matteo Rinaldi
James Bond (Lillo) alle prese con uno zelante Greg impiegato comunale
L’intervista all’arrotino che ha cambiato lavoro
Un paio di minuti all’ascolto di “Radio coatta classica”
giugno 23rd, 2010 - Posted in Chi non ride si rode | | 4 commenti
Falso come un attore
Soluzione al post precedente: la miglior recitazione è quella che unisce semplicità, entusiasmo, sorpresa. Esattamente come nella vita
Gentili e amabili lettori,
grazie dei vostri commenti al post precedente. Purtroppo nessuno di voi ha scoperto la soluzione anche se tutti vi siete avvicinati. Il semplice fatto di porsi una domanda, nella vita, avvicina in qualche modo alla risposta.
Ora, la risposta che provo a darvi ha lo stesso valore delle vostre. È poco più di una sensazione. Però è frutto anche di molti anni di comunicazione, centinaia di persone che ho visto parlare, muoversi, ascoltare, ridere, piangere, gridare. Dai pochi bravi comunicatori che hanno magari un solo valore e lo sfruttano bene, fino ai tanti grandi comunicatori (sì, anche voi) che ne hanno addirittura dieci, ma li tengono nascosti perché si vergognano un po’. Così va il mondo.
La soluzione al post. Attori e doppiatori sono migliori di noi perché sfruttano molto bene tre valori: semplicità, entusiasmo, sorpresa. Mi spiego.
Semplicità e sorpresa: “Hei figlio! Sono davvero furioso con te! Non hai fatto i compiti!” Immaginatevi mentre pronunciate questa frase, a casa. Avete il dito della mano destra puntato come una colt e oscillante dall’altro verso il basso. Avete occhi sbarrati, fronte aggrottata e labbra strette. Avete il corpo in avanti e la voce alta e dura.
Guardate la stessa scena in un film decente. L’attore che la interpreta è dieci volte più convincente e credibile di voi proprio perché comunica in modo completamente diverso. Con semplicità, perché usa solo il dito indice per comunicare l’accusa. Niente altro. A che serve caricare con lo sguardo, la voce e le parole? Il vostro interlocutore (figlio, cliente, moglie, marito) non è scemo. Perciò lo sguardo resta sereno, la voce addirittura dolce, se non ironica.
Provate a fare la stessa cosa. L’effetto che ottenete è sei volte migliore. L’incazzatura la comunicate comunque, con il dito e con le parole. Ma nel contempo spiazzate l’interlocutore con il tono di voce, non disturbate, alleggerite, arricchite il messaggio. Siete incazzati, ma dimostrate di avere anche un cervello e di saper andate ben oltre il semplice sfogo. Risultato: fate arrivare molto meglio il messaggio. Fate arrivare molto meglio anche voi stessi.
Questo fanno attori e doppiatori, anche nella scena delle Iene. Riguardatela. Ci scoprirete anche l’ultimo segreto: l’entusiasmo. Gli sguardi, i gesti, il tono della voce sono dieci volte più positivi dei nostri (e dei vostri). Un attore, mi spiegano da sempre registi, sceneggiatori e gli stessi attori, ci mette l’anima anche per dire “ba”. Anche se lo dice sottovoce. Ancora di più, se lo dice sottovoce.
Così fanno tutti i grandi, in ogni situazione e in ogni professione. Che siano astronauti o scalpellini, scrittori o borseggiatori. Gli amici ex professionisti dell’associazione calciatori mi raccontavano che la differenza tra molti giocatori di serie A e molti dilettanti sta semplicemente nella voglia, nell’entusiasmo, nell’andare oltre. Ci sono migliaia di potenziali fenomeni, ma un’infinità di loro non riesce a sfondare.
Il professionista che deve marcare Maradona decide che non gli farà toccare un solo pallone e gli ruberà pure l’orecchino. Però al primo gol di Maradona mica si suicida: lascia perdere l’orecchino e ricomincia da capo, con più entusiasmo di prima.
E ora scusate: vado a rifare la scena, poi la spedisco al vecchio Quentin. Nel prossimo film il protagonista sarò io.
Matteo Rinaldi
giugno 19th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 1 Comments
Recitare sul set per vivere sul serio
Cosa s’impara davanti alla macchina da presa. Dare vita a un personaggio è difficile, ma darla a se stessi ancora di più

Quentin Tarantino, regista e attore del film “Le iene”. La sua è una recitazione pessima, ma ironica e consapevole. Dunque positiva
Quello che segue è il video registrato alla Frame School di Firenze, dove ho seguito un breve ma intenso seminario di recitazione cinematografica con il regista Massimo Alì e il direttore della fotografia Davide Santi.
Scoprire come si lavora guardando una macchina da presa (tra parentesi: non bisogna mai guardare la macchina da presa) non è solo affascinante ma sorprendente: mai avrei immaginato come lavorano i grandi attori, da Hopkins (che impara a memoria tutte le parti oltre alla sua) a Leonard Di Caprio.
Mai avrei sospettato che un attore è più apprezzato se ricorda dove ha appoggiato il bicchiere nella scena girata la settimana precedente piuttosto che l’intera parte a memoria (tra parentesi: perché, secondo voi?).
Né sapevo che le principali difficoltà di questo lavoro sono i tempi morti: aspettare cinque ore per girare una scena di dieci secondi è del tutto normale.
Anche noi abbiamo dedicato un paio d’ore per girare una scena: l’apertura delle Iene, il fim che ha lanciato Quentin Tarantino. Obiettivo: conoscere alcune logiche del cinema e, soprattutto, capire come i grandi attori interpretano le sceneggiature.
Per far questo il regista ci aveva dato una sola indicazione: imparare il testo ma recitarlo in totale libertà e soprattutto senza andare a vedere l’originale.
Ho obbedito e interpretato le mie due battute come mi pareva giusto. Solo dopo essermi rivisto ho capito la ragione di questa strana richiesta: Alì voleva farci capire che un testo, anche banalissimo, può essere interpretato in molti modi. Ma soprattutto che il modo giusto non è quello che appare più logico.
Vediamo se concordate: in questo video ho montato la scena originale del film con quella interpretata da noi. Assieme a me e Diego Illetterati (che dite, si capisce da dove veniamo?) c’è una iena di origine campana. Il resto del set è toscano puro. Qualcuno recita da molto tempo, altri da molto meno.
Io e Diego siamo dilettanti totali. Ma a noi interessava ben altro. Per esempio verificare che i valori e gli errori della comunicazione, nella vita reale, non sono dissimili da quelli di un set.
Ecco appunto la terza questione: che differenza c’è tra la nostra recitazione e quella dei professionisti? Occhio e orecchio, che la domanda non è facile. Perché non sta ovviamente nella qualità degli attori: vorrei ben vedere, cani contro iene. Né nelle riprese: un paio d’ore noi, almeno due giorni loro. Non sta neppure nella scenografia, inesistente da noi. O nelle inquadrature: tre noi, duecento loro. Neppure nelle luci o nel doppiaggio. Dove allora?
Buona visione. Bastano tre minuti per capire una delle principali ragioni per cui spesso comunichiamo male. Con i colleghi, con i figli, con mogli e mariti. Con clienti, amici, vigili urbani, negozianti. Con tappezzieri e trapezisti. Non ultimo, con noi stessi.
Matteo Rinaldi
giugno 15th, 2010 - Posted in Chi non spiega si piega | | 9 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (5)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Quinta e ultima puntata

Perché la nostra barca Cyclades appariva più lenta dell’Oceanis amico? La foto Onisto scioglie ogni dubbio: l’Oceanis, che è considerata una barca grassoccia, è quella a destra. La nostra, a sinistra, era praticamente un babà con le vele
Il viaggio di ritorno è un film senza audio, come tutti i miei viaggi di ritorno. Costeggiamo la costa napoletana navigando… a motore, chiacchierando e mangiucchiando. Dopo sei brioche, tre caffé, otto aperitivi mi eclisso a prua. Infilo l’I-Pod, ascolto, guardo il mare e lungo la costa. Sul mare: un tappeto di meduse. Meglio lungo la costa.
Siamo discretamente soddisfatti: puzziamo di benzina più di Tazio Nuvolari dopo la Mille miglia. Siamo ingrassati più di un montenegrino dopo una festa di matrimonio. Abbiamo visto posti più belli dell’immaginabile. Ma senza vela che navigazione è? Si sorride, non si gioisce.
Improvvisamente il telefono: è Cesare dell’Equipaggio combattivo, che ci avvisa delle novità. Si sono alzati alle cinque di mattina, a Ventotene, per arrivare a Napoli con una tiratona a vela pazzesca e goduriosa. Invece il motore del loro Oceanis li ha piantati in asso mentre uscivano dal porto. Hanno dovuto fare miracoli per non finire sugli scogli, tuffandosi nelle acque catramose e medusose del porto, fissando cime dappertutto, cercando aiuto, sistemando la barca da qualche parte, correndo a cercare un traghetto veloce per arrivare in tempo a Terracina, dove saltare su un treno per arrivare a Napoli e non perdere l’aereo.
Cinque secondi di raccoglimento amico in loro onore. Poi esplode la festa. Har haaaaaaar! Volevano fare la tiratona! Haaaar! E dire che… quella barca dovevamo prenderla noi! Har haaaaar haaaaaaar! Il nostro Cyclades si rianima e il buonumore torna sovrano. Ma ecco il porto di Napoli. Com’è tradizione, la manovra d’attracco nel decimetro quadrato dell’ormeggio la riservano a me, fingendo di darmi una grande responsabilità e complimentandosi in modo fasullo e untuoso. Ma recitano così bene che ci credo.
E adesso cosa facciamo per quattro ore? Hei, ho un’idea meravigliosa: andiamo a mangiare! Due ore da Gambrinus in piazza Plebiscito (aperitivi, timballi dolci e salati, ipercaloriche meraviglie dell’umanità) e poi, giusto per non dimenticare la cultura, tutti a pranzo nel celeberrimo locale laddove fu inventata la pizza Margherita. Che è buonissima, dannazione. Buona davvero, anche se l’avete arricchita con sei antipasti e perfino se due cantori napoletani suonano per voi O surdato innamorato e l’intero repertorio estivo.
Inutile dirlo, ma lo dico lo stesso: spendiamo pochissimo. Un pensiero di raccoglimento e un brindisi per gli amici: “Glom, certamente anche loro si staranno gustando prestigiosi crackers umidicci e e tramezzini stantii al bar del traghetto. Har haaar haaaaar!”
È andato tutto bene e non mi sono fatto niente. Nemmeno una puntura di medusa, una spina di orata di traverso, niente. Ora, a distanza di giorni, guardo questa foto e cerco di capire chi è il primo a destra, un tipo che ho visto uscire dalla cabina pochi secondi dopo aver attraccato. Ci conto: uno, due, tre, quattro… Sette? Ma non eravamo in sei? Mah…

L’Equipaggio filosofico all’arrivo a Napoli. Neanche il tempo di scendere a terra che si parla già di futuro: “Hei, che ne dite a ottobre di prenotare un sessanta piedi? Potremmo circumnavigare le Scarfuzze, o fare il periplo delle Naccottiglie. Ho sentito che cucinano l’asgorzo coi tarbellicci e… Non è mai finita, dannazione.
Matteo Rinaldi
giugno 11th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 6 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (4)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Quarta puntata: ultima notte di follie
.L’arrivo a Procida, ultima meta del nostro viaggio, è un piccolo evento. Dopo aver navigato e ormeggiato a Ischia (gratis), a Ponza (gratis), a Ventotene (gratis), ormeggeremo nel pontile della Lega Navale. Essendo iscritti alla Lega Navale, ci accoglieranno non soltanto gratis, ma anche con gentilezza e onori, come si conviene agli amici che arrivano da lontano.
Ha organizzato tutto Luciano, che da mesi telefona all’amico X della Lega Navale di Procida. “Ci ha promesso posto barca, feste danzanti, ristoranti lussuosi, scampagnate. Pare anche sette marinaie mediterranee, ilari e disinibite”.
Arriviamo dopo lunga navigazione (strano: a motore) e nell’esatto momento in cui affrontiamo le bocche di porto il tempo gira impetuoso: un vento che neanche Ulisse dopo aver accecato Polifemo. L’amico X non arriva: un impedimento lo ha bloccato da qualche parte. Al suo posto un losco figuro, che ci accoglie con lo stesso sguardo con cui Mouriño entra in sala stampa.
Il pontile della Lega Navale è interamente occupato da barche. L’unico spazio disponibile è quello per una bicicletta Graziella. Chi mai navigherà con una bici Graziella? “Ormeggiate qua, ma attenti: se fate danni pagate!” Luciano sbianca ma fa finta di nulla e comincia la manovra. Ci sono diciotto nodi di vento, onde di tre metri, folate di ghiaccio irlandese e alcuni squali in attesa che qualcuno finisca in acqua durante le manovre.
Luciano imbrocca eroicamente il passaggio al primo colpo. È fatta! È fatt… “Che cazzo fate? Qua si ormeggia solo di prua. Di poppa è proibito”. Acc, dannaz, malediz! Luciano ingiallisce ma fa finta di nulla, esce, si gira, ricomincia daccapo. Ci sono trentadue nodi di vento, onde di trentasei metri, folate di ghiaccio siberiano e pirati vichinghi che tentano di abbordarci a poppa. Luciano ce la fa di nuovo!
Auff, forza, scendiamo. Ma… Scendiamo come? Dalla prua al pontile ci sono dodici metri di dislivello. Proviamo a calare la scaletta. Non arriva neppure a terra, ma legandola a una cima… “Che cazzo fate? Non vedete che strisciate il pontile?” Groan, lasciamo perdere la scaletta. Scendiamo passando per la barca vicina. È buona norma tra i marinai essere cortesi e…
“Che cazzo fate? Non potete passare su questa barca: il proprietario è delicato, s’incazza come una bestia!” Luciano inverdisce, ma tiene duro: “Scusate, dov’è il bagno?” “Eh? quale bagno?” “Beh, allora andiamo a cercarne uno in paese e… “Dove cazzo andate? Prima i documenti: quelli vostri e quelli della barca. C’è pure un questionario d’ormeggio da compilare: di che anno è la barca? Quanti metri è lunga? Qual è il baglio massimo? Chi era il padre dei figli di Zebedeo?” Luciano assume colori che ricordano la Pop Art di Andy Warhol.
Dopo aver compilato carte che neanche all’epoca della burocrazia borbonica, finalmente andiam… “Ma dove cazzo andate? Pagare prima! Sono ottanta euro. E silenzio pure”. Portiamo fuori Luciano prima che sia troppo tardi. Per distrarlo, gli facciamo vedere la marina privata lì di fianco: moquette sul pontile, addette in minigonna che offrono l’aperitivo ai marinai, bagni e docce istoriate da Andy Warhol, 22 euro tutto compreso. Vedi che adesso Luciano non è più arrabbiato? Ride felice e saltella sul molo lanciando gridolini pregnanti e acuti.
Che si fa a Procida alle otto di sera? Beh, io un’idea ce l’avrei: tutti a mangiare! A tavola pesce per tutti: solo una pizza margherita, indovinate per chi, e poi a nanna. Domattina… bisogna alzarsi prestissimo (“Che cazzo dormite? Il pontile dev’essere liberato prima delle sei”).
La notte, l’ultima notte, è tranquilla e delicata come devono essere le notti romantiche partenopee. Solo un impercettibile spluf, nel silenzio del mare, di nuovo dolce e suadente dopo la sfuriata. Guardo dal piccolo oblò. Quello che mi sembra un marò della Serenissima Repubblica, forse un po’ sovrappeso, sta silenziosamente segando i piloni del pontile con un taglierino da carteggio. Burp, mi sa che ho mangiato e bevuto troppo anche stasera, dannazione. (fine della quarta puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 10th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (3)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Terza puntata: docce, delfini e mostri marini

La foto Onisto lascia intravvedere la magnifico visione sopra la porta: “Barbiere e Doccia”
Dopo due giorni di navigazione non sono le levatacce, il caldofreddo, le fughe, le corse, le litigate, le ore a motore, i digiuni, le abbuffate a massacrarmi: è la mancanza di acqua per lavarsi. Quella del mare è ghiacciata, i marina sono sprovvisti di docce, la barca non ha acqua a sufficienza. Fortuna che sono ancora un cronista dentro: la soluzione si trova sempre, basta non smettere di cercarla.
Ragiono: noi siamo dei provinciali, ma i marinai dei grandi yacht? Dove troveranno una doccia? Probabilmente entrano in una sala parrucchiera. Entro anch’io in una sala parrucchiera. Non posso credere che Briatore sia venuto all’isola di Dfghjkl senza mai farsi una doccia.
“Da noi niente, ma a trecento metri c’è un barbiere con doccia“ mi spiega la parrucchiera isolana. Vedi che avevo ragione? Ci vado assieme ad Andrea. Il barbiere è un uomo mite, avanti con l’età. Il locale, deserto, sembra il set di un film d’epoca. Ma a spandere bellezza tutto attorno c’è un vecchio stereo con un live di Paolo Conte. “La doccia ce l’avimme, ma non l’ho ancora predisposta. Nun è ancora staggione, scusate….”
Non accettiamo le scuse: ci laveremmo anche sotto un rigagnolo, se ne esistesse uno a Sldsjfgs. Il barbiere comprende e in quattro e quattr’otto riassetta alla bell’e meglio la doccia. Magari il merito va alla colonna sonora di Paolo Conte, ma credo sia stata la doccia più piacevole della mia vita. Pago i quattro euro più felici del decennio.
Quasi quasi comincio a guardarmi attorno e a dare un senso a questa navigata. Allora, cominciamo dalle cose semplici: “Scusi signor barbiere, come si chiama quest’isola?” La domanda ignobile non stupisce il barbiere (probabilmente ha ospitato anche Briatore): “Ponza. Questa è l’isola di Ponza”. Sono un signore e non gli dico “Quella della paranza?” perché lo avranno già fatto in sedicimila, compreso Briatore.
La sera mangiamo pesce favoloso in un posto eccellente, spendendo neanche trenta euro a testa. Altrove ne avremmo spesi cento.

Tre delfini ci accompagnano per un buon quarto d’ora tra Ponza e Ventotene: qui anche il filmato Onisto. La mia voce non la sentite: stavo al timone, ignorando beatamente lo spettacolo.
La mattina dopo, puliti e rinfrancati, ripartiamo. A causa del traghetto la sveglia è alle sei (e tre levatacce) ma almeno oggi si veleggerà in pace.
“Haem ragazzi, ho fatto due conti. Da Ponza a Napoli è una bella tirata: il porto di Napoli chiude da mezzogiorno alle quattro, perciò dopodomani dobbiamo assolutamente essere là entro mezzogiorno. Quindi stanotte dobbiamo essere a Procida. Morale: abbiamo un bel po’ di miglia da fare anche oggi.”
Ovviamente il vento è lo stesso di ieri, perfettamente a poppa. Proviamo a bordeggiare, ma il nostro Cyclades (comincio a sospettare che non sia la barca di punta del cantiere) pretende angoli da compito di geometria. Dopo un quarto d’ora ci accorgiamo che avanziamo praticamente in retromarcia. Di questo passo domani saremo a Terracina, invece che a Napoli. Beh, ma la soluzione esiste: motore!
Stamattina almeno è caldo. Mi faccio un bagno di quelli che non si dimenticano. A casa ho giurato che non mi sarei buttato sopra una draglia come lo scorso ottobre. Ho promesso che sarei stato attentissimo, ma il bagno devo farlo: tre giorni di barca e penso di essere già ingrassato sedici chili. Qua non si fa alto che mangiare e andare a motore, andare a motore e mangiare!
Mi preparo: costume, occhialini, crema solare, ginocchiere. Casco, guanti, salvagente, pinne. Ciambella, gps, life line, paradenti. Non corro davvero nessun rischio. Mi tuffo.
Guardo in volo la meravigliosa acqua blu, così bella e trasparente che si vede tutto il fondale. Mentre volo sopra l’acqua guardo il meraviglioso mondo marino. C’è un pesce pagliaccio, un’orata, una medusa. Una seconda medusa. Una terza medusa. Un tappeto di meduse.
Avete presente i cartoni animati, quando i personaggi si tuffano nel vuoto e fanno retromarcia in aria? Si può fare davvero! Io l’ho fatta. E senza neanche sfiorare una draglia. E adesso che cosa faccio? Mumble. “Antonio, c’è ancora qualcosa da mangiare? Una fetta di tonno, pane e maionese? La Nutella dov’è?” Mi consolo facile, io.

Il tappeto di meduse che in quei giorni caratterizzava il Tirreno. Magari non facevano niente. Magari lo sperimentate voi.
Sapete che belle le isole Pontine? Ventotene ancor più di Procida. Come ogni buon posto nel mondo, meno sono facili da raggiungere meglio è. Ventotene ha un antico porto romano che emoziona: ci sono le bitte scavate nella roccia. A due passi c’è l’isola di Santo Stefano, laddove il fascismo incarcerava gli oppositori. È così bella che non posso fare a meno di pensare a quel che disse qualcuno: “Il fascismo gli oppositori li mandava in vacanza”. A vederlo nella pace, sotto la luce di questa stagione, pare davvero un posto da vacanza.
Arriviamo a Procida a motore. Ormai riconosco tutte le isole: è ora che mi concentri anche sull’equipaggio. Dopo tre giorni di navigazione, sarò onesto, non ho ancora ben capito quanti siamo. Mi pareva sette, ma ne vedo solo sei. Dunque: siamo io, il mio amico magistrato, Andrea Onisto, il comandante Luciano, il capo organizzazione Bepi, il cuciniere Antonio. Fanno sei…
Alle sette della sera, dalla cabina di prua esce un giovane sconosciuto. Chi è? È il settimo dell’equipaggio, il figlio diciassettenne di Luciano. Perché non l’ho mai visto? Perché essendo diciassettenne, viaggia come viaggiano i diciassettenni: dorme fino a mezzogiorno, ma a volte anche fino a sera. Dice quindici parole al giorno, ma a volte si ferma a dodici. Mangia solo e sempre pizza Margherita, ma a volte anche pizza Capricciosa. Sospetto che quando noi dormiamo, di notte, esca dall’oblò e vada di nascosto in qualche discoteca. Con chi? Ma è ovvio. Con Briatore. (fine della terza puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 9th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 3 commenti
Ventotene è megl’e Pelè (2)
Sul golfo di Napoli, tra pizze, panze e speranze. Seconda puntata: le isole Qwertine

L’isola di Qwerty in uno scatto del nostro Andrea Onisto. Pigro come non mai, ho viaggiato senza sapere dov’ero e senza fare nemmeno una foto
All’arrivo in porto, a Napoli, scopriamo che ci hanno rifilato una barca diversa dal previsto. Siamo pronti alla pugna quando ci accorgiamo che invece del 38 piedi prenotato c’è un 43. Sapete bene che la barca è l’unico attributo per cui, alla pari del sesso maschile, le dimensioni contano: cinque piedi significano un metro e mezzo in più di spazio, di stabilità, di velocità.
Neanche il tempo di gioire che Cesare, comandante dell’Equipaggio Combattivo (noi siamo l’Equipaggio Filosofico) salta a bordo della barca a noi destinata, un filante Beneteau Oceanis 43. “Hei, ci stanno fregando la barca!” grido ai miei truci Marò. “Mumble, che dite di ordinare una pizza prima di partire? In alternativa comprerei un paio di mozzarelle in carrozza che qui cucinano in modo davvero mirabile, accompagnata da una bottiglia di rosso d’Ischia e…”
Ecco, sono già partiti quei cani. E qui parlano di cambusa. “Avite da salpare subbito pure avuie: il porto chiude, da mezzociorno alle quattro d’o pomeriggio“, spiega l’uomo del charter.
Il porto chiude? Ma da quando in qua i porti chiudono? Quattro ore poi. Mah! Ma nel dubbio, siamo veneti, salpiamo. Neanche il tempo di annusare la barca, accidenti. Pare ottima però. È un Beneteau Cyclades 43, che a naso dovrebbe essere il modello più prestigioso del cantiere. Wow, che lussuria! Forza ragazzi, il mare è nostro! Prepariamoci a quattro giorni di vento e godimento. “C’è solo una cosa da fare – spiego – Dobbiamo andare a prendere un mio caro amico magistrato, che però non ha potuto arrivare oggi e ci raggiunge da qualche parte domani”.
Ci raggiunge dove, mi chiedono. “All’isola di Sldsjherf”, rispondo. Chiariamoci: l’isola non si chiama Sldsjherf, ovviamente. Sono io che non ho studiato la rotta e non ho la minima idea di dove siamo e dove andiamo. I nomi dei posti mi fluttuano in testa senza che io sia in grado di distinguerne nessuno.
“Sldsjherf? Ma stai scherzando? È lontanissima Sldsjherf. Ci toccherà fare una tirata pazzesca”. Diavolo, non lo sapevo. Mi dispiace mettere tensione nel mio equipaggio. Che sta appunto discutendo sul contrattempo da me creato: “È un bel problema, tanto più che siamo partiti senza far cambusa. Cosa mangeremo a pranzo? Ci toccherà resistere fino a sera con sedici confezioni di salatini e quindici pinte di aperitivo”.
Abbiamo il vento sul naso, dannazione. Proviamo a fare un po’ di bordi, ma dopo due ore di dest-sinist-dest-sinist, scopriamo di aver percorso sedici metri in linea d’aria. Vai col motore.
Costeggiamo la bellissima isola di Qwerty (non proprio bellissima, a motore) e dopo un altro po’ di ore eccoci all’isola di Asdfgh. Meravigliosa anche questa, devo dire (un po’ meno meravigliosa, a motore). Ma dobbiamo proseguire: ancora motore e motore fino a Zxcvbn, dove finalmente troviamo un porto, stanchi e affamati. Prima scherzavo: in realtà non avevamo nemmeno salatini e aperitivi: nemmeno una bottiglia d’acqua, avevamo!

L’isola di Asdfgh, lungo la rotta per Zxcvbn. Qui c’è anche un antico porto romano, con le bitte scavate sulla roccia.
A Zxcvbn ormeggiamo in un marina che ci dicono appartenga al Comune. Andiamo a pagare subito (siamo veneti) ma non c’è nessuno. Allora andiamo a fare una doccia. Scusate, le docce? “Eh? Quali docce?” Chiediamo ci indichino il bagno. “Eh? Quale bagno?”
Ormai è sera: tutti a mangiare la pizza. Percorriamo l’isola coi mezzi pubblici (quanta gente, di tutte le età, sui mezzi pubblici delle isole: basterebbe questa ragione per andarci) e poi in cuccetta. Cerchiamo prima di pagare (“Eh? Pagare?”) ma non c’è nessuno neanche la sera. Cristo, le isole.
La mattina partiamo prestissimo (e due) per raggiungere il mio amico magistrato all’isola di Mnbvcx. Per vendicarci del disservizio, fuggiamo senza pagare. Fuggiamo per modo di dire: non c’è anima viva a battere cassa.

Alba fotografata da Andrea nell’isola di Fghjk. Oppure tramonto nell’isola di Ertyuio. Non ne ho idea.
Secondo giorno, alba. Stamattina la vita è bellissima. Abbiamo la barca carica di cibarie e il nostro pregevole cuoco Antonio si scatena ai fornelli. Però abbiamo il vento ancora sul naso: motore, motore e motore.
Ma eccoci finalmente a Ghjklas, dove abbracciamo l’amico magistrato. O meglio, io vorrei abbracciarlo, lui un po’ meno visto che non mi lavo da due giorni. Cerchiamo subito un marina. Eccolo laggiù, non possiamo sbagliare. È l’unico su questo lato dell’isola.
Scusate, le docce? “Eh? Quali docce?” Chiediamo ci indichino il bagno. “Eh? Quale bagno?” Cristo, le isole. A questo punto ci incazziamo: anzi, s’incazza il comandante Luciano, che essendo buonissimo ogni tanto perde la testa. “Ormeggiamo sul primo pontile disponibile, alla faccia dei regolamenti. Qua ci mettiamo, proprio sul molo del traghetto!” ordina. Sembra il capitano Achab e certamente puzza più di lui.
Mi sa che ha perso la testa e rischia grosso: penso con orrore a cosa succederebbe se a Venezia, a Chioggia, in Istria o in qualunque altro luogo da me conosciuto provassimo a ormeggiare sul molo di un traghetto. Dall’affondamento alla galera, senza processo.
Infatti neanche il tempo di buttare una cima che si avvicina un uomo della Capitaneria: “Datemi un vostro numero di telefono” ordina. Ecco, lo sapevo, ora ci fa chiamare dal capo della marina italiana, ci arresta tutti e… “Così vi sveglio io domattina, poco prima che arrivi il traghetto: fate colazione, con tutta calma, e partite senza preoccupazioni. Buona serata, marinai”. Cristo, le isole. (fine della seconda puntata)
Matteo Rinaldi
giugno 8th, 2010 - Posted in Chi non vela è un vile | | 2 commenti
