In barca con Cristina Donà

La scorsa estate ho comprato l’ultimo cd di Cristina Donà. Ne parlo sei mesi dopo perché sono duro d’orecchi. Mi ci vogliono sedici ascolti prima di apprezzare un giro di sol, figurarsi una melodia ricercata.

L’opera si chiama Torno a casa a piedi. Il pezzo d’impatto – quello più orecchiabile insomma - Miracoli. Premetto che Cristina Donà mi piace come mi è piaciuto solo Neil Young quand’ero ragazzino; David Bowie quand’ero ragazzone; e poi Rino Gaetano, gli Everly Brothers, Nick Drake in età adulta. Ma solo in Cristina Donà – nei testi, nella voce, nelle armonie – ho trovato cose che non avevo trovato mai. Di quelle che ti chiedi: le ha scritte per me? O insomma, ha vissuto le cose che racconta proprio come mi sembra di averle vissute anch’io?

Torno a casa a piedi purtroppo non mi dice ancora niente. Può darsi che sia colpa mia. O che la decina di ascolti (in sei mesi di musica random è impossibile fare di più) sia troppo poco per scalfire le mie orecchie da cavernicolo. L’ho già detto: a me ci vogliono dodici ascolti anche per trovare orecchiabile Hotel California. L’unico pezzo degli ultimi vent’anni di cui ho predetto il successo al primo ascolto è stato Dimmi tre parole sole cuore amore. Ma ero in giornata di grazia.

Nel frattempo, di Cristina ascolto i pezzi che amo. Quelli con cui ho superato estati e inverni, chilometri di strade e autostrade, ore di lavoro al computer. Quelli che arrivano con ascolto casuale, mentre sto correggendo i testi di una strategia o di un corso, e mi trovi con le mani sospese a mezz’aria, la bocca semiaperta, gli occhi che guardano attraverso lo schermo, oltre le pareti, oltre spazio e tempo.

Sono i pezzi che mi dicono qualcosa anche se non capisco cosa. Ma il messaggio è forte, più forte di un discorso preciso e compiuto. Non serve nemmeno che sia logico.

Una di queste canzoni si chiama Goccia. Nel ritornello ho scoperto parole che, oltre a procurarmi forti effetti collaterali,  mi fanno sorridere per quella spocchia da marittimo dilettante che mi ritrovo: “Piccole navi col motore spento / aspettano un segno dal faro / così lontano“. Ci sorrido ogni volta perché l’immagine è assurda come quella di un auto che aspetta segnali da un cartello stradale. Le navi non stanno mai col motore spento. E soprattutto: non aspettano alcun segnale dal faro. Il faro serve… Ma che c’entra ora spiegare il funzionamento dei fari?

Però al trecentesimo ascolto (eh!) forse ho capito cosa vuol dire. Non è così assurdo, il discorso. Le navi siamo noi, quando pretendiamo di aspettare segnali che dobbiamo invece cercare dentro di noi. Ma chissà. Forse capisco, molto più banalmente, solo quello che voglio capire.

Cristina Donà va ascoltata solo se siete disposti a soffrire un po’. Dovete discernere le canzoni compiute da quelle abbozzate. I capolavori dai pezzi di secondo piano. Pazientando sulle note lunghe e sui pezzi meno immediati. Lasciando correre le strofe più oscure. Oppure aspettate con calma un segno dal faro.

Matteo Rinaldi

febbraio 2nd, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti

Ho visto sparire l’argenteria

Non ho mai ascoltato un brano jazz per più di quaranta secondi senza la tentazione di uccidere tutti i musicisti. Ma si invecchia per qualcosa.

Mi hanno invitato al Panic Jazz Club di Marostica. Ho accettato nonostante la mia indole e un orario d’inizio da bisca clandestina. A quelle ore di solito dormo. Si invecchia per qualcosa.

Il nostro tavolino era davanti ai musicisti. Mi sono accomodato pronto a guardarli malissimo. Eventualmente anche a fare smorfie e boccacce.

Il leader, un americano di colore (Sherman Irby), si è presentato dal fondo della sala con un sassofono minuscolo. Non sapevo che ne esistessero di così piccoli. Era la prospettiva che mi fregava: via via che s’avvicinavano, capivo che il sax era regolare. Quello fuori misura era Sherman. Gigantesco. Ho deciso di evitare smorfie e boccacce. Si invecchia per qualcosa.

Il jazz è una musica strana. Ognuno sembra andare per conto suo. Ma soprattutto, c’è questa scommessa sempre in ballo tra loro: chi produce meno note paga da bere per tutti a fine serata.

Devono essere molto tirchi e molto assetati: ottantaquattromila note al minuto. A testa. Un’iperbole iperrealista. C’erano più note in un solo pezzo che diti medi in dieci anni di comizi bossiani.

Il tastierista suonava godendo senza ritegno. Con la faccia e con il corpo, nessuna parte esclusa. A guardarlo ti passava qualunque malumore. Sarebbe passato anche a Bossi nonostante l’amputazione forzata delle dita medie.

Il bassista suonava immusonendo senza ritegno. La faccia di uno che deve gridare “Viva il governo Monti” in mezzo ai taxisti di piazza Plebiscito.

Mi divertivo. Mi piaceva. Capivo niente, ma mi piaceva.

A fine serata avevo sentito più note che in quasi mezzo secolo di vita. Ma ero riuscito, senza sforzo, a captare la bellezza di ogni strumento e pure quella dell’insieme.

Perché non c’ero mai riuscito? Credo per colpa dei trecento esperti che in vent’anni mi hanno descritto il jazz come una musica difficile, di spessore e tecnica raffinata, di grande levatura, inavvicinabile per i più. Siccome faccio parte dei più, mi hanno dato indirettamente del musicane.

Ma recentemente ho scoperto questa vecchia canzone di Paolo Conte: Sotto le stelle del jazz.

Non racconta niente di spessore, raffinatezza e levatura. Tutt’altro. “Certi capivano il jazz / l’argenteria spariva / ladri di stelle e di jazz / così eravamo noi / troppe cravatte sbagliate / sotto le stelle del jazz / è stato un sogno fortissimo / Le donne odiavano il jazz / e non si capisce il motivo / Duemila enigmi nel jazz / e non si capisce il motivo / nel tempo fatto di attimi / e settimane enigmistiche”

Bastava spiegarmelo così, con le cravatte sbagliate e l’argenteria, e ci sarei arrivato vent’anni prima. Il segreto, credo, è sempre quello: prendersi un po’ in giro.

Cliccando sulla foto di Paolo Conte, il pezzo live da youtube. (m.r.)

paolo conte

gennaio 30th, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti

Musicisti da marciapiede

 In questo periodo Vicenza è piena di chitarristi. Uno suona sotto alla Basilica: niente amplificatore, Francesco Guccini di repertorio, tecnica 5 e mezzo, voce 5 e mezzo, impegno 8. L’impegno vale più di tutto, però resisto quattro strofe poi scappo via.

In Corso Palladio c’è una fricchettona. Pare svedese o norvegese, ma magari è di Barletta. Canta a squarciagola e suona a squarciachitarra. Le dò 8 perché è radiosa nel suo sorriso incurante ma scappo alla seconda strofa.

Altri vanno e vengono. Un chitarrista che pare peruviano, ma magari è di Gorizia. Canta e suona pulito e preciso ma senza sentimento. Un altro ha una fender elettrica e un ampli da stadio. Sta sempre accordando, come se il suono non lo convincesse appieno. Ci impiegava meno tempo Herbert von Karajan, noto perfezionista, a preparare la sua orchestra di 101 elementi.

L’altro giorno ne ho visto un altro da lontano. Ho sentito il suono. Sei secondi di suono. Meraviglioso. Inimitabile. Anche da lontano. Mi sono avvicinato: era Valter Tessaris, di cui ho già parlato in un vecchio post. L’ho salutato, felice di sentirlo nella mia città. Aveva un piccolo ma potente ampli, un paio di effetti da rockstar e una bicicletta da acrobazie con cui li porta al traino.

Mi ha svelato l’arcano: “A Padova non puoi più suonare amplificato. A Vicenza basta una licenza. Dunque eccomi qua. Suono anche in giro per locali e a qualche festa“.

Sono rimasto ad ascoltarlo osservando le persone. Nove decimi nemmeno si accorgevano di cosa esce dalla chitarra acustica e dalle mani di questo tipo. Qualcuno, più sensibile, si fermava a distanza ad osservare. Uno su trenta (chitarrista o musicista, senza dubbio) inchiodava la morosa sul posto, sgranava gli occhi ed entrava praticamente in trance. Il più simpatico ha tirato fuori dalla tasca non gli spiccioli ma cinque euro tondi dicendo “Quando una roba merita, merita“.

Prima volta che conosco uno che mette cinque euro come me. Ma lui ha fatto di più: ha chiesto un brano. Cristo. Pensavo non fosse possibile. Anzi, ha chiesto la strasentita e strapetulante Stairway to heaven dei Led Zeppelin. Volevo fuggire ma ho avuto l’illuminazione: se uno è davvero bravo, con la testa e con il cuore prima che con la tecnica, riesce a rendere ascoltabile anche il brano più abusato del mondo. Riuscirà a renderlo personale senza volerlo rendere per forza originale?

C’è riuscito eccome. È piaciuto perfino a me. Allora mi sono buttato anch’io: gli ho chiesto di improvvisare qualcosa in stile Nick Drake. “L’ho sentito – ha detto lui – ma molto tempo fa. Non ho presente, non ricordo nemmeno un pezzo. Comunque ci provo“.

“Usava accordature aperte” ho suggerito per aiutarlo. Va detto che ci sono circa seicento tipi di accordature aperte.

Mi ha guardato pensieroso e ha riaccordato la chitarra: otto secondi ci ha messo. Poi ha dato una pennata e ho sentito l’anima di Nick  che sospirava con un sorriso. Ha improvvisato cinque minuti di Drake che non sembravano nessun pezzo di Drake ma in un certo modo li contenevano tutti.

Se vivi a Vicenza in questo momento non vale la pena di fare scambio nemmeno con New York.

Matteo Rinaldi

gennaio 23rd, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 1 Comments

Patrizia e la canzone fondamentale

Ad agosto ho comperato l’ultima opera di Patrizia Laquidara. La cantante e autrice catanes-vicentina è considerata da anni una delle più belle voci nazionali e come tale beatamente ignorata. Il cd si chiama Il canto dell’Anguana e mette in musica filastrocche popolari dell’Alto Vicentino.

I testi avrebbero fatto la felicità di Luigi Meneghello. La voce di Patrizia fa la mia. Il brano più bello, curiosamente, non ha niente a che fare con il Vicentino: è il Canto dei battipali, canzone che intonavano gli operai veneziani quando piantavano le briccole, i pali di legno che da centinaia d’anni sostengono la città.

Immagino le ore di fatica. Ore, giorni, mesi, anni, decenni. Sopra questi pali, milioni, poggiano tutt’ora i più bei edifici in pietra d’Istria del mondo. Sostengono le più belle visioni del pianeta. Supportano milioni di passi quotidiani, in lento e democratico incedere da ogni terra.

A questo penso, ogni volta che l’ascolto. Perché da sopra non lo sai, non lo immagini nemmeno, la semplicità e la fatica che stanno sotto. Se la canzone fosse stata cantata per ogni palo piantato, anche una volta soltanto, altro che O sole mio, altro che Yesterday: sarebbe la più cantata del mondo.

Ps: un tempo si cantava lavorando non solo per far passare il tempo o per darsi il ritmo, come molti pensano. Si cantava per aprire i polmoni, rifiatare, sentire meno la fatica.

Qui Patrizia e i bravissimi Hotel Rif piantano un nuovo palo su youtube.

Matteo Rinaldi

gennaio 19th, 2012 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti

Guarda che luna

Sapevate che uno dei grandi musicisti meno interpretati al mondo è, paradossamente, proprio uno tra i più amati?

Parlo di Nick Drake, mito di chiunque ami la musica acustica e il suo strumento per eccellenza, la chitarra. Il cantautore inglese, morto giovanissimo, si distingueva per una voce fuori dal comune e uno stile unico nel comporre e nel suonare la chitarra, che accordava e adoperava con logiche tutte sue. A me è bastato un solo ascolto per sentire brividi lungo la schiena.

Sulle sue canzoni si sono cimentati in pochi. Una ragione c’è: i risultati sono sempre inferiori all’originale. Troppo inferiori perché le vanitose stelle del mondo musicale corrano il rischio.

Tra i pochi c’è Beck, che ha il vantaggio di interpretare Nick Drake ragionando semplicemente: Nick è inimitabile, quindi inutile imitarlo. Ma è anche impossibile da reinterpretare: inutile provarci. Perciò suona Pink Moon (uno dei capolavori di Drake) discostandosene il meno possibile: la rallenta un po’, non aggiunge quasi niente. Gli riesce benissimo.

E poi c’è questo tizio. Pare suoni una Taylor acustica formato ridotto: ne aveva una simile anche Drake. Ha un microfono e un Mac. Ha inciso una prima chitarra e una seconda per riempire i vuoti. Ha registrato una prima voce, che imita Nick, e una seconda più in linea con le sue corde.

Le immagini sono raccattate tra i suoi filmati amatoriali. Robaccia con qualche chicca, come la linea ferroviaria Mandas-Arbatax, la più bella d’Italia, che conta più curve di una strada di montagna.

Se lo ascolta a occhi chiusi magari Nick fa pure un sorriso.

La luna rosa raccontata nella canzone è, secondo tutti gli appassionati, una metafora della morte. Possibile. Ma sono convinto che Nick amasse ironizzare su tutto, morte compresa.

Matteo Rinaldi

(Pst: cliccare sulla foto)

giugno 21st, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 2 commenti

Non suono più, me ne vado

Lo incontro ogni volta che cammini per Padova. Freddo o caldo che sia, ha preso possesso di qualche metro quadrato di marciapiede nell’asse pedonale del centro storico.

Lo riconosci da lontano. Ha un modo di muoversi molto jazzistico, apparentemente scoordinato. La faccia è, nello stesso tempo, seriosa e compiaciuta.

Suona e sembra pensareSuono bene, signori. Anzi da dio. Ma se non lo capite pazienza: mi diverto comunque”.

Io veramente lo capisco. Già a venti metri di distanza, con le prime note, sento quella sensazione che nei libri d’amore chiamano “farfalle nello stomaco”.

Non sono farfalle: è una specie di vuoto, la stessa vertigine che senti quando decolli con l’aereo, ti tuffi in acqua, ti trovi davanti a qualcosa che non sai spiegare, ti spaventa e ti piace.

Il suo segreto non è la mano sinistra: milioni di chitarristi, con la sinistra, fanno cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Così incredibili che sono venute a noia.

Il segreto è la mano destra, che fa le parti di basso e percussioni saltellando dalla cassa al manico ai capotasti, laddove la mano destra non sarebbe nemmeno ammessa. Ma la bellezza, da sempre, è rompere le regole dopo aver imparato ad amarle.

Vedere un chitarrista talentuoso fa sempre venir voglia di buttar via la chitarra, perché rende evidente la disparità tra la sua classe e la nostra pochezza. Vedere Valter Tessaris ti invoglia a prenderla e lasciarti andare.

In ogni caso è un ottimo motivo per andare a camminare a Padova: buon ascolto su youtube.

Matteo Rinaldi

marzo 24th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 7 commenti

Ma quanti anni hai

Il più efficace metodo anti-aging: né lifting né botulino.

Che significa invecchiare? Non sono sicuro di saperlo. Cerco di farmi un’idea giorno per giorno. I capelli bianchi e le rughe sembrano un segnale preciso e dunque una risposta. Ma non è così.

Conosco persone con tutti i capelli bianchi e rughe che nessun lifting potrebbe coprire. Eppure non sono vecchie.

Ho provato a studiarle. Mi sono convinto che le mantengono giovani soprattutto tre cose: lo stupore, l’entusiasmo, la dolcezza.

La capacità di stupirsi è la prima: per un racconto, per un incontro, per una visione, per un’idea.

L’entusiasmo è la seconda: ne mettono in almeno tre cose su cinque, soprattutto quelle che sognano e non faranno mai.

L’ultima è la dolcezza: indispensabile. Senza, sei un’anticaglia che imita un sedicenne. Perché la dolcezza non si può millantare. E poi è uno dei pochi vantaggi che ci aspettiamo dall’età.

Basta che manchi un solo elemento e la vecchiaia avanza. Stupore ed entusiasmo senza dolcezza non servono a niente. E  nemmeno le altre combinazioni a due.

Quindi la formula perfetta è questa: smetterla con l’incapacità di stupirsi. Quante volte! Davanti a un film, a un racconto degli under 14, a una proposta. Smetterla di frenare gli entusiasmi. Per un’idea, per una passeggiata, per una partita. Smetterla con l’atteggiamento autorevole che hanno tutti gli ex-giovani e provarci con la dolcezza. Perché è proprio quel che ci aspettiamo dagli ex-giovani.

Quando non riesco ricorro alle mie droghe artificiali: gli esempi. Non intellettuali, asceti, filosofi e pensatori: mi ispiro con cantanti, comici e attori.

Questo funziona benissimo: Art Garfunkel settantenne che canta Bridge over troubled water. Ha le rughe, la fronte ampia come un piazzale, la voce che non ci arriva più. Ma che magia quelle rughe, quella fronte, quella voce che non ci arriva più.

Non scambio questo Garfunkel con quello ventenne per nessuna ragione. E nemmeno Sharon Stone con la Stone ventenne, che ci crediate o no.

Matteo Rinaldi

febbraio 2nd, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 9 commenti

No limits

Perché sono convinto che le nostre difficoltà siano quasi sempre autoimposizioni.

La protagonista del post: matta come un cavallo. Però off limits

Quest post è un augurio. A trovare il coraggio per superare i nostri limiti. Mai così solidi come li immaginiamo.

È la storia di una ragazzina americana che sogna di fare la cantautrice. Forse non sa cosa bisogna fare per guadagnare un palco più esteso della propria camera da letto.

Prima cosa: bisogna scrivere canzoni con uno strumento adatto. Una chitarra o un pianoforte, di norma. Da escludere il corno o l’arpa.

Seconda cosa: bisogna cantarle con una voce piacevole. Una voce capace di avvinghiarsi alle note in modo semplice e pulito.

Terza e ultima: bisogna trovare il coraggio per presentarsi al pubblico.

Il mondo è pieno di strepitosi musicanti che riescono benissimo nelle prime due fasi ma crollano alla tre. Il coraggio di mettersi in gioco in pubblico, cioè di far tesoro delle tante delusioni e concentrarsi sulle poche soddisfazioni, è merce rarissima.

La ragazzina in oggetto parte sfavorita. Non suona la chitarra e non ama il piano. L’hanno obbligata a imparare l’arpa. Uno degli strumenti più infelici del mondo. Senza un’orchestra non esisti nemmeno.

Almeno ha una bella voce? Sì, a patto che vi piacciano quelle che camminano sul filo tra l’intonazione e la stonatura. E a patto che vi piacciano calde come un frigo abbandonato sulla banchina polare. La sua è acutissima, capace di far saltare non solo i cristalli Swarovski ma anche i vetri antiproiettile della Papamobile.

La verità è che non serve la chitarra e nemmeno la voce sensuale. È il coraggio che conta, la faccia tosta, la voglia di esprimere quello che si ha dentro a squarciagola. E a squarciaorecchie, se necessario.

Per me il risultato è bellissimo. Una musica che al primo ascolto ti lascia perplesso. Al secondo stranito. Al terzo ridi. Dal quarto in poi cominci a sentire qualcosa che si muove, nella testa e nello stomaco.

Io sono già oltre. Ormai ascolto anche tre pezzi di fila. Quattro non ho mai provato.

Il mondo è tuo, Joanna. Anzi, una piccola parte del mondo. Ma è quella che piace molto anche a me.

Joanna Newsom suona “81″ su youtube

Matteo Rinaldi

gennaio 19th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 2 commenti

Ci vuole orecchio

(m.r.) Sul valore di iTunes, iPod e Mp3 non si discute. Ma ammetto di aver sbagliato su una cosa: la qualità.

La qualità sonora dell’Mp3 è inferiore  al cd e al vinile. Lo ammetto dopo aver sostenuto il contrario, per anni, litigando con agguerriti e numerosi appassionati di musica. Mi ricredo e dò loro ragione.

Ne ho avuto la prova qualche giorno fa: ho comprato il cd di un autore che pure ho scoperto e amato con iTunes.

Quello che esce dal cd, anche in un impianto semplice come quello della mia auto (autoradio Sony, casse di serie della Fiat) è un’altra cosa. Più calore, pienezza, vita.

Mi tengo iTunes con tutti i suoi vantaggi. Ma ammetto la superiorità della concorrenza.

Magari è colpa del cd. Che dà molto e di conseguenza pretende molto da chi ascolta: Five leaves left, Nick Drake, 1969.

gennaio 18th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti

L’importante è sentire

iTunes compie 10 anni: finalmente ho imparato a usarlo

Lavoro con macchine Apple fin dai primi Classic: scoprii la rivoluzione iTunes all’indomani del lancio. A dire il vero non ci capii niente. Come tutte le vere rivoluzioni, non fu subito comprensibile. Lo divenne solo qualche mese dopo, con l’arrivo del primo iPod: una minuscola discoteca che  ti metteva a portata di tasca un mondo intero.

Penso di aver imparato solo col tempo. Ho cominciato con dodici pezzi e li ricordo ancora. C’era l’introduzione blues del vecchio telefilm Sulle strade della California e il pezzo chiave dell’Impero del sole di Spielberg. C’erano poche canzoni del tempo che fu, da Wuthering heights di Kate Bush alla ballata di Fantozzi.

Con quelle prime ricerche, su Napster e gli antenati della condivisione, non miravo ad accaparrarmi la discografia mondiale. Tantomeno le novità. Puntavo semplicemente a quel che non avrei trovato in nessun altro modo: sigle di antichi sceneggiati, brani dell’infanzia e dell’adolescenza, canzoni fuori produzione da decenni.

In dieci anni sono arrivato a quattromila pezzi. Lentamente, senza strafare. Ho cominciato con la musica della mia vita, quella che più amo. Un pezzo alla volta, una capolavoro personale dopo l’altro. Per un paio d’anni ho sfruttato iTunes solo così: un ottantina di pezzi e niente di più.

Ma non andava. Non poteva durare. Troppo pochi, direte. No, troppo troppi.

Se il tuo iTunes contiene solo i pezzi più belli, quelli che ami di più, come fai a usarlo mentre lavori, mentre chiacchieri, mentre scrivi? Come fai ad ascoltare un tuo capolavoro dopo l’altro mentre fai cose che pretendono una parte importante della tua attenzione?

Non puoi. Infatti mi fermavo continuamente ad ascoltare. Quarti d’ora con le dita a mezz’aria, sospese sulla tastiera, gli occhi verso l’alto, incapace di proseguire.

Allora ho capito. Troppa bellezza non si può. Serviva una soluzione.

Era semplice. Bastava fare come i cocktail. Mischiare, allungare, diluire. Da allora faccio così per costruire il mio iTunes e di conseguenza il mio iPod: un sesto di capolavori, due sesti di roba buona, un sesto di musica da scoprire, intercambiabile, e due sesti di musica difficile, tipo la classica, il jazz, le colonne sonore.

Così ho imparato a fare tutto – guidare, lavorare, vivere – con iTunes che mi lancia tutto ciò che vuole. Nel tempo di questo pezzo: i bassi assassini di Tom Waits seguiti dalle mazzate di grancassa della geniale disco funk di Fatboy Slim seguito da un sano Battiato d’annata seguito da un Van De Sfroos in dialetto comasco seguito proprio ora dal violino elettrico di Laurie Anderson.

Poi possono arrivare Mozart, Neil Young, Laura Veirs o Anna Oxa. Al massimo mi fermo un paio di minuti, poi riprendo. Se anche arriva la Valsugana o un introvabile bootleg di Iggy Pop (non mi manca niente, dopo dieci anni) canticchio a bassa voce o a squarciagola, ma non perdo il ritmo di quel che sto facendo.

Mai rimpianto l’epoca dei dischi. Tantomeno dei Cd. La logica di iTunes, dell’iPod e degli Mp3 mi sembra perfetta. I regali che ti fa la casualità sono memorabili. Nemmeno il dj più geniale o squilibrato sarebbe capace di tanto.

Matteo Rinaldi

gennaio 12th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti

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