Ma quanti anni hai
Il più efficace metodo anti-aging: né lifting né botulino.
Che significa invecchiare? Non sono sicuro di saperlo. Cerco di farmi un’idea giorno per giorno. I capelli bianchi e le rughe sembrano un segnale preciso e dunque una risposta. Ma non è così.
Conosco persone con tutti i capelli bianchi e rughe che nessun lifting potrebbe coprire. Eppure non sono vecchie.
Ho provato a studiarle. Mi sono convinto che le mantengono giovani soprattutto tre cose: lo stupore, l’entusiasmo, la dolcezza.
La capacità di stupirsi è la prima: per un racconto, per un incontro, per una visione, per un’idea.
L’entusiasmo è la seconda: ne mettono in almeno tre cose su cinque, soprattutto quelle che sognano e non faranno mai.
L’ultima è la dolcezza: indispensabile. Senza, sei un’anticaglia che imita un sedicenne. Perché la dolcezza non si può millantare. E poi è uno dei pochi vantaggi che ci aspettiamo dall’età.
Basta che manchi un solo elemento e la vecchiaia avanza. Stupore ed entusiasmo senza dolcezza non servono a niente. E nemmeno le altre combinazioni a due.
Quindi la formula perfetta è questa: smetterla con l’incapacità di stupirsi. Quante volte! Davanti a un film, a un racconto degli under 14, a una proposta. Smetterla di frenare gli entusiasmi. Per un’idea, per una passeggiata, per una partita. Smetterla con l’atteggiamento autorevole che hanno tutti gli ex-giovani e provarci con la dolcezza. Perché è proprio quel che ci aspettiamo dagli ex-giovani.
Quando non riesco ricorro alle mie droghe artificiali: gli esempi. Non intellettuali, asceti, filosofi e pensatori: mi ispiro con cantanti, comici e attori.
Questo funziona benissimo: Art Garfunkel settantenne che canta Bridge over troubled water. Ha le rughe, la fronte ampia come un piazzale, la voce che non ci arriva più. Ma che magia quelle rughe, quella fronte, quella voce che non ci arriva più.
Non scambio questo Garfunkel con quello ventenne per nessuna ragione. E nemmeno Sharon Stone con la Stone ventenne, che ci crediate o no.
Matteo Rinaldi
febbraio 2nd, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 9 commenti
No limits
Perché sono convinto che le nostre difficoltà siano quasi sempre autoimposizioni.
La protagonista del post: matta come un cavallo. Però off limits
Quest post è un augurio. A trovare il coraggio per superare i nostri limiti. Mai così solidi come li immaginiamo.
È la storia di una ragazzina americana che sogna di fare la cantautrice. Forse non sa cosa bisogna fare per guadagnare un palco più esteso della propria camera da letto.
Prima cosa: bisogna scrivere canzoni con uno strumento adatto. Una chitarra o un pianoforte, di norma. Da escludere il corno o l’arpa.
Seconda cosa: bisogna cantarle con una voce piacevole. Una voce capace di avvinghiarsi alle note in modo semplice e pulito.
Terza e ultima: bisogna trovare il coraggio per presentarsi al pubblico.
Il mondo è pieno di strepitosi musicanti che riescono benissimo nelle prime due fasi ma crollano alla tre. Il coraggio di mettersi in gioco in pubblico, cioè di far tesoro delle tante delusioni e concentrarsi sulle poche soddisfazioni, è merce rarissima.
La ragazzina in oggetto parte sfavorita. Non suona la chitarra e non ama il piano. L’hanno obbligata a imparare l’arpa. Uno degli strumenti più infelici del mondo. Senza un’orchestra non esisti nemmeno.
Almeno ha una bella voce? Sì, a patto che vi piacciano quelle che camminano sul filo tra l’intonazione e la stonatura. E a patto che vi piacciano calde come un frigo abbandonato sulla banchina polare. La sua è acutissima, capace di far saltare non solo i cristalli Swarovski ma anche i vetri antiproiettile della Papamobile.
La verità è che non serve la chitarra e nemmeno la voce sensuale. È il coraggio che conta, la faccia tosta, la voglia di esprimere quello che si ha dentro a squarciagola. E a squarciaorecchie, se necessario.
Per me il risultato è bellissimo. Una musica che al primo ascolto ti lascia perplesso. Al secondo stranito. Al terzo ridi. Dal quarto in poi cominci a sentire qualcosa che si muove, nella testa e nello stomaco.
Io sono già oltre. Ormai ascolto anche tre pezzi di fila. Quattro non ho mai provato.
Il mondo è tuo, Joanna. Anzi, una piccola parte del mondo. Ma è quella che piace molto anche a me.
Joanna Newsom suona “81″ su youtube
Matteo Rinaldi
gennaio 19th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Ci vuole orecchio
(m.r.) Sul valore di iTunes, iPod e Mp3 non si discute. Ma ammetto di aver sbagliato su una cosa: la qualità.
La qualità sonora dell’Mp3 è inferiore al cd e al vinile. Lo ammetto dopo aver sostenuto il contrario, per anni, litigando con agguerriti e numerosi appassionati di musica. Mi ricredo e dò loro ragione.
Ne ho avuto la prova qualche giorno fa: ho comprato il cd di un autore che pure ho scoperto e amato con iTunes.
Quello che esce dal cd, anche in un impianto semplice come quello della mia auto (autoradio Sony, casse di serie della Fiat) è un’altra cosa. Più calore, pienezza, vita.
Mi tengo iTunes con tutti i suoi vantaggi. Ma ammetto la superiorità della concorrenza.
Magari è colpa del cd. Che dà molto e di conseguenza pretende molto da chi ascolta: Five leaves left, Nick Drake, 1969.
gennaio 18th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 3 commenti
L’importante è sentire
iTunes compie 10 anni: finalmente ho imparato a usarlo
Lavoro con macchine Apple fin dai primi Classic: scoprii la rivoluzione iTunes all’indomani del lancio. A dire il vero non ci capii niente. Come tutte le vere rivoluzioni, non fu subito comprensibile. Lo divenne solo qualche mese dopo, con l’arrivo del primo iPod: una minuscola discoteca che ti metteva a portata di tasca un mondo intero.
Penso di aver imparato solo col tempo. Ho cominciato con dodici pezzi e li ricordo ancora. C’era l’introduzione blues del vecchio telefilm Sulle strade della California e il pezzo chiave dell’Impero del sole di Spielberg. C’erano poche canzoni del tempo che fu, da Wuthering heights di Kate Bush alla ballata di Fantozzi.
Con quelle prime ricerche, su Napster e gli antenati della condivisione, non miravo ad accaparrarmi la discografia mondiale. Tantomeno le novità. Puntavo semplicemente a quel che non avrei trovato in nessun altro modo: sigle di antichi sceneggiati, brani dell’infanzia e dell’adolescenza, canzoni fuori produzione da decenni.
In dieci anni sono arrivato a quattromila pezzi. Lentamente, senza strafare. Ho cominciato con la musica della mia vita, quella che più amo. Un pezzo alla volta, una capolavoro personale dopo l’altro. Per un paio d’anni ho sfruttato iTunes solo così: un ottantina di pezzi e niente di più.
Ma non andava. Non poteva durare. Troppo pochi, direte. No, troppo troppi.
Se il tuo iTunes contiene solo i pezzi più belli, quelli che ami di più, come fai a usarlo mentre lavori, mentre chiacchieri, mentre scrivi? Come fai ad ascoltare un tuo capolavoro dopo l’altro mentre fai cose che pretendono una parte importante della tua attenzione?
Non puoi. Infatti mi fermavo continuamente ad ascoltare. Quarti d’ora con le dita a mezz’aria, sospese sulla tastiera, gli occhi verso l’alto, incapace di proseguire.
Allora ho capito. Troppa bellezza non si può. Serviva una soluzione.
Era semplice. Bastava fare come i cocktail. Mischiare, allungare, diluire. Da allora faccio così per costruire il mio iTunes e di conseguenza il mio iPod: un sesto di capolavori, due sesti di roba buona, un sesto di musica da scoprire, intercambiabile, e due sesti di musica difficile, tipo la classica, il jazz, le colonne sonore.
Così ho imparato a fare tutto – guidare, lavorare, vivere – con iTunes che mi lancia tutto ciò che vuole. Nel tempo di questo pezzo: i bassi assassini di Tom Waits seguiti dalle mazzate di grancassa della geniale disco funk di Fatboy Slim seguito da un sano Battiato d’annata seguito da un Van De Sfroos in dialetto comasco seguito proprio ora dal violino elettrico di Laurie Anderson.
Poi possono arrivare Mozart, Neil Young, Laura Veirs o Anna Oxa. Al massimo mi fermo un paio di minuti, poi riprendo. Se anche arriva la Valsugana o un introvabile bootleg di Iggy Pop (non mi manca niente, dopo dieci anni) canticchio a bassa voce o a squarciagola, ma non perdo il ritmo di quel che sto facendo.
Mai rimpianto l’epoca dei dischi. Tantomeno dei Cd. La logica di iTunes, dell’iPod e degli Mp3 mi sembra perfetta. I regali che ti fa la casualità sono memorabili. Nemmeno il dj più geniale o squilibrato sarebbe capace di tanto.
Matteo Rinaldi
gennaio 12th, 2011 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti
Vorremmo tutti far corriera
Grazie a Davide Van de Sfroos scopro che non siamo mai troppo soli. Né troppo sognatori
Foto: Davide Van De Sfroos in concerto. Mai visto dal vivo, ma rimedierò.
Questa storia senza capo né coda comincia qualche anno fa. Passo davanti alla stazione delle corriere e qui mi fermo, ipnotizzato. Da quanto non le osservo con un po’ d’attenzione? Saranno vent’anni. Entro a vedere. Studio i nuovi modelli, quasi tutti stranieri. I possenti autoarticolati, con la parte centrale che ruota in curva. Chissà come si sta a fare un viaggio intero là dentro. Come in giostra, magari.
Facile scoprirlo. In quegli anni ho un pomeriggio settimanale tutto per me e le mie figlie. Le vado a prendere alla scuola elementare, alle quattro. Fino a sera il mondo è nostro. “Che si fa di bello papà?” Sì va in corriera, ragazze. “Wow! Dove?” Boh, non importa dove. Ne prendiamo una che va lontano e poi torniamo indietro. Se si fa tardi, mangiamo per strada. Con la scusa dei figli puoi fare qualunque cosa.
Oggi il mondo è cambiato. Il problema non è il mio pomeriggio libero. È che se mai accettassero di venire con me, passerebbero tutto il tempo a scrivere sms col cellulare. Allora erano emozionate quanto me.
Sarò scemo ma queste cose mi emozionano ancora: fare il biglietto, scegliere la linea, capire gli orari, salire, cercare il posto con la visuale migliore, spiare il guidatore. Il guidatore è un mestiere che da bambino consideravo mitico: meglio del calciatore, meglio dell’astronauta.
Parliamoci chiaro: è facile fare il turista. In corriera, come in treno, viaggio solo occasionalmente. Così è facile vedere la bellezza e ignorare le brutture. Andassi a lavorare tutte le mattine probabilmente l’odierei. Ma magari anche no.
La corriera e le sue persone sono un mondo a parte. Un mondo ristretto: studenti senza patente, lavoratori senza patente, anziani senza patente. Se hanno la patente non hanno l’auto. Insomma, non trovate dottori, modelle, commercialisti. Non trovate negozianti, imprenditori, intellettuali.
Trovate un motore possente e cavernoso: la cilindrata media è dodicimila. Non ditelo agli amanti delle auto grosse: la pretenderebbero anche loro. Il rombo è delicato, la visuale ottima.
Le strade della corriera sono un viaggio complicato. Per fare un tragitto che in auto richiederebbe venti minuti (l’auto segue vene e arterie della circolazione), la corriera impiega un’ora. Viaggiate attraverso i capillari, lungo strade provinciali che ti portano in centri dei quali nemmeno sospettavi l’esistenza.
Ti senti sicuro così in alto. Hai una stazza che non teme nemmeno gli arroganti in fuoristrada. Infatti gli autisti non cedono un centimetro: s’infilano dovunque, lenti ma costanti, obbligando le auto a frenare e rallentare. Sono più grosso io, amico. Se mi dai la precedenza ti ringrazio, se non me la dai la prendo senza ringraziare.
Ogni due fermate sale un vecchio. Si arrampica sui gradini, riprende fiato aggrappato alla biglietteria e si ferma a chiacchierare col guidatore. Entrano donne di colore e donne dell’est, uomini di mezza età che trascinano piedi e orlo dei pantaloni, barbe lunghe, occhi stanchi.
Quelli del guidatore non staccano mai dalla strada e dagli specchietti. Attraverso un gioco di riflessi perfettamente organizzato, tengono d’occhio il mondo esterno e contemporaneamente quello interno. Quando sale una ragazza con mise ottimamente fornita, l’autista la tiene sotto mira, senza muovere la testa, dalla porta di ingresso fino al sedile in fondo. Salta semplicemente con le pupille da uno specchietto all’altro. Esperienza.
Questo bestione è un pezzo semovente di passato. Un passato prossimo già remoto. La corriera è pubblica e come tale superata e arcaica. Sopravvive solo perché ci manca il coraggio di essere fedeli fino in fondo allo stile di vita che abbiamo scelto: l’individualismo, il privato, il mio al posto della condivisione, del pubblico, del nostro. Mi rendo conto che sto viaggiando su un dinosauro di lamiera, estinto da anni senza nemmeno saperlo.
Non sono più risalito, da quella volta. Poi un giorno ascolto un pezzo che si chiama La curiera, di Davide Van De Sfroos, cantautore che scrive e canta in dialetto comasco. Racconta le stesse cose che avevo pensato allora, però meglio. Anzi molto meglio, perché le veste di musica e di allegria. Le semplifica e riempie di vita.
Bello scoprire qualcun altro che vive le corriere come le vivo io. Non solo le corriere: perfino le imprecazioni, come racconta il bellissimo pezzo Poor’ Italia. Mi sento decisamente meno solo e in migliore compagnia.
Buon ascolto, se vi capita. Il dialetto comasco è meno complicato del bergamasco. E poi l’anima, per arrivare al cuore, non ha bisogno di tradurre le parole.
Matteo Rinaldi
dicembre 13th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 4 commenti
Cialtroni alla riscossa
Dedicato a chi non ce l’ha ancora fatta (nel lavoro, nella vita, nei sogni) ma ha le carte in regola per provarci ancora
Ho avuto un piacevole scambio di mail con una bravissima cantautrice che non ha, secondo me, il successo che le spetta. Le ho scritto che merita palcoscenici da stadio metropolitano, non da teatro di provincia. Mi ha risposto – gentile, misurata e leggera – che ama i teatri di provincia. E che sono i manager a invitarla, non lei a scegliere.
È vero. Com’è vero che sono il primo ad apprezzare i teatri di provincia. Sarei uno spettatore stupido se preferissi vederla a San Siro, a ottanta metri di distanza, piuttosto che sotto un palco, a portata di sorriso, senza code, biglietti, pedaggi e altre diavolerie.
Ma il fatto è un altro. Il fatto è che bisognerebbe sempre lottare per quel che è giusto. A partire dal riconoscimento del vero valore, compreso il proprio. Chi ha delle qualità ha il dovere di metterle in luce.
Guardate che lo dice la storia, non io. Einstein fu rifiutato all’università e sviluppò le sue teorie lavorando all’ufficio brevetti. Ma era un rompiballe che non si arrendeva mai. E dall’ufficio brevetti tediava mezzo mondo per farsi dare ascolto. Avesse aspettato la chiamata dei cervelloni, sarebbe morto buffone e sconosciuto.
Chissà quanti Einstein abbiamo perso per strada. Il punto è proprio questo: a me dispiace perdere gli Einstein per strada. Vivrei in un mondo migliore, circondato da storie migliori, libri migliori, oggetti migliori, cibi migliori, parole migliori, lavori migliori se tutti i fenomeni avessero la forza di credere in loro stessi. Almeno quanto crede in se stessa l’infinità di mediocri che prende spesso il loro posto.
Siamo un po’ tutti cantautori quando si tratta di tirar fuori i nostri valori. “Mica posso cambiare lavoro: magari non ne trovo uno migliore”. “Sono bravo, eppure nessuno mi chiama”. “Accidenti, vorrei tanto amare ma non trovo un referente all’altezza”.
Così ragioniamo tutti. E restiamo bravi cuochi, fotografi, musicisti ma non Vissani, Capa, Lou Reed. Ma sapete come fa un Lou Reed a diventare davvero Lou Reed, in qualunque campo della vita? Sentite questa storia. Vale per tutti.
Lou Reed e David Bowie in un celebre scatto: sembrano intimi, ma è un falso storico. Questo pezzo ve lo dimostra
Dopo i tempi d’oro con i Velvet Underground, sua prima storica band, Lou aveva pubblicato due dischi mediocri. Anzi, il primo mediocre: il secondo, da solista, un insuccesso totale. Guardate che non è facile fare due dischi inascoltabili dopo aver firmato capolavori come Sunday Morning e Rock’n'roll. Roba da impiccarsi con le corde della chitarra.
Papà Reed gli aveva detto: “Da domani smetti di drogarti e vieni a lavorare con me”. Quel giorno Lou, uno dei più grandi estimatori dell’eroina usata con discrezione, decide di usarla con meno discrezione e passa la notte a lamentarsi come un italiano degli anni Duemila: “Eh, cazzofuck, i produttori non mi chiamano più…” “Fuck, sono bravo ma, cazzofuck, che ci posso fare, sono mica io che decido dove suonare fuck…” “Fuck, nessuno mi capisce, colpa del pubblico, colpa della sfiga, fuck…”
Però il giorno dopo si sveglia, fa colazione (si droga), fa una passeggiata al porto di New York e poi si convince a chiamare un po’ di gente brava per un nuovo disco. Ritentarci. Ma stavolta sul serio.
Chi avreste chiamato voi? Gente brava, professionale, capace. Musicisti che fanno quello che chiedete senza rompere l’anima. Così si fa, no?
No. Infatti Lou esagera. Telefona addirittura a Londra e chiama un certo David Bowie. Uno a caso: il migliore! Secondo voi Bowie risponde al telefono al primo colpo? Ma va! Lou deve promettere droga newyorkese ad almeno tre filtri telefonici – segretaria, amica, moglie – prima di riuscire a parlarci di persona.
“Mr. Bowie, do you fuck know me? I’m Lou fuck Reed. Voglio fare un nuovo disco. Ma non mi riesce, fuck. Viene a darmi lei una mano?”
Sui libri del rock scrivono che “Bowie accettò di far da produttore” a Reed. Bum. Avete idea di che rompicoglioni possa essere David Bowie in sala d’incisione? Se vi aspettate uno che viene e fa quello che volete, vi dice “Bravo!”, esegue gli ordini, vi dà il consiglio giusto al momento giusto, siete completamente fuori strada.
Bowie arriva quando vuole e dice: “Prima regola: voglio tre quarti di tutto quello che incasserai. Seconda regola: scelgo io i musicisti da chiamare, scelgo i tempi, scelgo i luoghi, scelgo le musiche. Tu ti occupi del catering. Terza regola: entro in tutte le canzoni. Tutte. Faccio i cori, sistemo i testi, suono, metto le mani dove voglio. Quarta regola: chi è quella tipa laggiù? Oh, la tua signora? Stasera esce con me: tu hai da fare. Devi provare i pezzi, dal primo all’ultimo. No, non quella robaccia che scrivi tu. I miei, quelli che ti ho portato io. Avanti, al lavoro.”
Ecco, questo succede. Mica lo raccontano questo. Lo immagino io. Ma lo immagino bene, perché nelle interviste che trovate su Youtube, il chitarrista di quel disco, il celebre Mike Ronson (serve dire che lo aveva voluto Bowie?) racconta: “Era il suo disco eppure Lou non partecipava molto in sala d’incisione: se ne stava sempre seduto in un angolo, parlava mai, cantava e suonava la chitarra. A dire il vero la chitarra era sempre scordata: dovevo accordargliela di nascosto”.
Mi ricorda un po’ Fantozzi, il grande Lou. Chissà cosa pensava lui, newyorkese e amico intimo di Andy Warhol, circondato da quelle Drug queen inglesi, invadenti e petulanti.
Non è tutto. Avete presente la canzone più celebre di quel disco, Walk on the wild side, quella col giro di basso che pare ideato da Mozart in persona? (Se non avete presente, fate finta di niente: eccola. Ascoltate e tornate subito).
I musici raccontano che il me-ra-vi-glio-so giro di basso che dà il cuore a tutta la canzone, a tutto il disco ((Transformer si chiama, meraviglia pura), a tutto il decennio e forse a tutto il rock’n'roll da lì in avanti, lo inventò il bassista, un session man pagato a ore, Herbie Flowers.
Racconta Herbie: “Noi musicisti a ore guadagnavamo poco. Però c’era una strana regola: per ogni sovraincisione, la paga quotidiana veniva raddoppiata. Decisi così di aggiungere un contrabbasso in extremis a quella canzone. Mi uscì questa roba qui”.
Questa roba qui, il risultato, è una delle più belle canzoni di uno dei più bei dischi dell’universo. E da allora Lou Reed è Lou Reed, e non un impiegato del catasto che però suonava tanto bene.
Ecco come vanno le cose nel mondo. E se vanno così nel mondo, figurarsi in Italia, dove la meritocrazia è una parola che non appare nemmeno più sui dizionari.
Scrivo queste cose per me stesso, anzitutto. Non per imparare a diventare Lou Reed. O forse anche un po’ per questo. Magari lo faccio solo per dare una spiegazione, per darmi una spiegazione più realista di quella, pigra e fatalista, che viene così naturale darsi.
Ora, se il vostro problema è diventare dei bravi cuochi e domattina chiamate David Bowie… ecco, non avete capito il senso. A ognuno la sua strada, ma con questa mentalità. Ragionate e datevi da fare. Poi fatemi sapere com’è andata.
Matteo Rinaldi
agosto 26th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta, Chi non spiega si piega | | 14 commenti
Il sole del nord
A un certo punto ti accorgi che cominci a invecchiare. Capelli grigi, rughe più marcate, schiena che si inchioda senza motivo.
Non mi preoccupo. Per prima cosa l’adolescenza oggi finisce a sessant’anni. Tra i cinquantenni che conosco non ce n’è uno che consideri il futuro una strada tracciata. Tra i sessantenni meno che meno.
Poi mi piacciono i segni del tempo. I miei e quelli di chi mi sta vicino. Infine: l’età vera è quella che hai dentro. Pare una frase da cioccolatini ma è una magnifica verità.
Ogni tanto però mi attanaglia la paura. Le rughe mi appaiono profonde, gli anni mi pesano, le angosce serpeggiano.
La cura più semplice: non smettere di cercare l’entusiasmo, cioè la giovinezza, dentro di noi. La realtà è che a 45 anni molte cose riescono meglio che a venti e trenta. Perfino le più insospettabili.
I bravissimi Stranglers negli anni Ottanta in uno dei loro capolavori: Always the sun. C’è sempre il sole.
Gli Stranglers qualche anno fa ci riprovano con un cantante giovane, bello, grintoso. Emozioni zero. Altro che sole.
Il vecchio cantante degli Stranglers, Hugh Cornwell, ritrova il sole da solo. Sbagliando gli accordi, stonando, mimando gli strumenti con la bocca. Io però mi emoziono più che a quindici anni. Ritrovo il sole.
Matteo Rinaldi
luglio 16th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 6 commenti
Tu sei la mia simpatia
Finalmente ho visto Cristina Donà in concerto. Torno con un’ammaccatura, una certezza e un dubbio amletico

Lo so. Questo è il titolo più imbecille in quasi trent’anni di disonorata carriera scrivana. Ma non importa. Per Cristina Donà, che è in realtà la mia David Bowie personale, mi concedo questo e altro.
L’ho vista a viva voce dopo due anni di attesa. Attesa attiva però: non ho fatto che inseguirla. Trentino, Lombardia, Umbria, Afghanistan. Ovunque ho fatto il possibile per andare. Ovunque ho fallito.
Le prime volte non immaginavo che vedere CD dal vivo fosse un’impresa: biglietti sempre pochi e rapidamente esauriti. Lentamente ho imparato ad attrezzarmi. Una volta ho chiamato il giorno stesso dell’annuncio sul web, sei mesi prima dell’evento.
Sono sicuramente il primo, pensavo. Pronto, buongiorno, vorrei prenotare due bigl… “La mettiamo subito in lista. Ne ha solo duecento davanti“. Possibile? Sì. Aveva scelto un teatro bellissimo, però con soli cento posti. “Ci dispiace, ma Cristina è fatta così. Non c’è modo di convincerla a spostare il concerto al palasport, che ne tiene tre volte tanto“.
E se rubassi un biglietto? Mi informo. Scopro che li tengono nel caveau della più inaccessibile banca svizzera.
Qualche mese fa pare fatta: canta sul lago di Levico, in Trentino. Mai così vicina. Non mi illudo. Probabilmente il concerto non è sul lago. È nel lago, in immersione. Comunque non ho il piacere di scoprirlo: il biglietto c’è ma non si può comperare. Troppo facile andare a Levico o fare un bonifico. “Solo attraverso gli istituti di credito di un solo circuito” mi informano gli organizzatori. L’isitituto è una roba tipo Cassa rurale di San Martignacco in Pastellonia. Nessuna filiale nel raggio di chilometri. Nessuno sportello. Nessun telefono.
Ma non mi arrendo. Scopro dal suo sito che Cristina è in concerto a Erbezzo, colli veronesi, sul piazzale della chiesa, domenica 4 luglio. Stavolta nessuno mi fermerà.
Erbezzo è a 80 chilometri da casa. Parto in anticipo fantozziano – tre ore – perché sospetto agguati della malasorte: la piazza invasa da dodicimila donaisti esagitati; code di veronesi di ritorno dagli alpeggi; e soprattutto scherzi degli organizzatori. Magari hanno deciso di spostare il concerto in una baita a settemila metri di quota.
Invece tutto bene. Niente mi può fermare. Ma poco prima di Erbezzo freno a uno stop, sento un tremendo PUM! e un secondo dopo un BANG! Un’auto mi tampona e sbalza tre metri avanti. Scendo calmissimo. Tanto so bene chi è stato: sono gli organizzatori del concerto che mi vogliono fermare!
Ho subìto lo stesso incidente qualche anno fa. Perciò sono esperto. Sono semplicemente l’ultimo protagonista di un tamponamento a catena: un’auto non ha frenato in tempo e ha centrato l’auto davanti che è rimbalzata contro una terza auto rimbalzata a sua volta sulla mia.
La prima auto è distrutta ma nessuno si è fatto niente. Le altre appena ammaccate. Figuratevi se me la prendo per una bottarella alla Multipla. E poi non ho tempo, dobbiamo fuggire al concerto. Ma mia moglie, presa a compassione, aiuta una coppia di signori sotto shock (sono i primi colpiti) a compilare le carte assicurative in burocratese.
Il tempo corre. Il signore che mi ha tamponato mi lascia il numero di telefono dicendo “Scusate, ma io devo scappare”. Beato lei. “Sa, sono l’organizzatore di un concerto che inizia tra poco a Erbezzo e…”
Giuro! Tutto vero! Ho testimoni. Trattenetemi o faccio una strage!
Invece dài, alla fine ripartiamo e arriviamo. Miracolo, troviamo anche parcheggio comodo e posto a sedere a tre metri dal palco.
Cristina, a questo punto puoi anche suonare e cantare malissimo. Puoi anche ripudiare i tuoi capolavori e presentare tutte le canzoni del tuo prossimo album segreto: “The best of Laura Pausini and Black Sabbath“.
Invece canta e suona benissimo, anzi meglio. Se dodici sono i suoi pezzi che amo più di tutti, me ne regala dieci, uno in fila all’altro. Ha una band di onesti session men, che suonano divertendosi, semplici e impeccabili. Bravissimi, ma mi convinco una volta di più che Cristina è ancora meglio da sola, voce e chitarra acustica. Una band, secondo me, ha un senso se vive le canzoni dalla loro nascita. Se è un accompagnamento, un arricchimento, se ne può fare a meno.
Me ne convinco del tutto quando Cristina canta Settembre (oh!) senza neppure la chitarra: solo voce e un filo di batteria. Me ne riconvinco quando suona un paio di pezzi solo in acustica. È come ascoltare Neil Young che fa Cowgirl in the sand. Ci sono diecimila versioni, sul tubo, di Cowgirl in the sand. Con orchestre, grandi orchestre, bande, virtuosi, elettronici e elettrolitici. Nessuna vale quella in acustica. Young ha solo un’armonica. Cristina nemmeno: stringe le labbra e mima il suono della tromba, ma così bene che tra il pubblico ci si domanda dove sia il trucco.
E poi è simpatica, fa battute, sorride benissimo. Ha una dolcezza infinita nel dedicare un pezzo a una bambina scomparsa da poco, nominandola appena. Non serve sbattere in faccia a tutti quello che si sente davvero.
Presenta tre volte la band, come se fosse la grande protagonista della serata. Bello il feeling che sa creare. Si muove con semplicità, ma non rinuncia a un po’ di teatralità, sopra le righe e dunque accattivante. Bella voce quando parla con il pubblico e con la band. Bellissima quando canta. E poi è una voce sua, tutta sua, del tutto priva di tecniche ricercate eppure carica di personalità e intensità che mi lasciano ogni volta a occhi sgranati. Ecco, l’unico neo: non guarda quasi mai le persone negli occhi. Un po’ perché li tiene strettissimi, anche a causa delle luci, un po’ perché glieli copre una frangetta da quindicenne.
Eppure, se oltre alla voce ci inchiodasse alle sedie anche con un paio di sguardi, secondo me sarebbe costretta a suonare davvero nei palasport. Ma quali palasport: negli stadi.
Ed ecco infatti il dubbio amletico. Me lo chiedo mentre la guardo suonare le ultime canzoni, quando regala un po’ di rock’n'roll ammericano scusandosi con la piazza per il rumore. Ma una Cristina Donà non s’incazza a pensare che suona a Erbezzo invece che a San Siro? Perché sono sicuro che si renda conto che le sue canzoni, la sua voce, la sua presenza sul palco valgono cento stelle, stellone e stelline della musica italiana ed europea.
Com’è possibile continuare a suonare (e lavorare, e vivere, e immaginare) sorridenti e incuranti quando ci si accorge di com’è ingiusto tutto questo? Ingiusto, semplicemente ingiusto. Scusa Cristina, ma io non sono così bravo. La soluzione tu la dai. È nella tua canzone più battistiana, Migrazioni: Pensa leggero, come un foglio leggero / assecondando anche le curve violente / Vola leggero su di un foglio leggero / La paura appesantisce la mente.
Non è mica facile, ma ascolto e provo. Alla prossima. PS: ci vado in treno, alla prossima. Vediamo che si inventano stavolta.
Matteo Rinaldi
luglio 7th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 8 commenti
Mai coverto
L’arte di proporre le cosiddette cover, i rifacimenti dei pezzi altrui: per un capolavoro, dieci orrori. Ma con Neil Young mi ricredo

Neil Young in uno scatto d’epoca. Ci crediate o no, quando suonava con i Buffalo Springfield non lo facevano cantare perché consideravano inadatta la sua voce. Patti chiari: se non vi piace Young, saltate il pezzo e amici come prima.
“Alzi la mano chi, qua dentro, non ha mai suonato la chitarra in vita sua” disse un giorno un grande chitarrista in concerto al palasport di Vicenza. Su tremila presenti, cinque mani timidamente alzate. Mi resi conto allora che diventare un bravo chitarrista sarebbe stato molto più difficile che vincere al totocalcio.
Non sapevo ancora che tra quei 2995 chitarristi la stragrande maggioranza si sarebbe rovinata l’esistenza – oltre a momenti di esistenze altrui – suonando e violentando pezzi degli altri. Gli americani le chiamano cover, e allo stesso modo ormai le chiamiamo anche noi.
Fare cover non è difficile. Lo diventa solo per un grande errore di fondo: chi interpreta brani altrui pretende di abbellirli con variazioni, colpi d’ala, reinterpretazioni, spruzzi di strumenti nuovi e svolazzi rococò. Risultato: ho visto cose che voi umani non vorreste nemmeno immaginare.
Qualche giorno fa gironzolavo per youtube in cerca di un vecchissimo filmato di Neil Young. Un amico si è procurato il film girato dal cantautore quarant’anni fa e ha organizzato una serata nostalgia tra vecchi younghiani a base di capelli lunghi, com’eravamo, Don’t let it bring you down.
A me Young ha già rovinato la giovinezza: mi sono massacrato le corde vocali cercando di cantare con il suo altissimo semifalsetto. Avendo un tono più simile a Tom Waits, il risultato era tremendo e soprattutto massacrante.
Però, di nascosto, Neil Young mi piace ancora. Volevo solo fuggire dalla visione del film. Sono sicuro che mi avrebbero obbligato a fare il coro finale con (signore, pietà) The needle and the damage done, canzone che ha un doppio effetto: calamita sfighe atroci e fa saltare le corde vocali con la frequenza dei mi cantino nelle chitarre maltrattate.
Ho scoperto così che il vecchio Young è stato rifatto da moltissimi grandi. A volte bene, più spesso male: la bravissima Annie Lennox ad esempio, lo reinterpreta facendo solo rimpiangere l’originale.
Ma centinaia di gruppi e di solisti, anche giovanissimi, omaggiano Young con versioni davvero notevoli. Tra i tanti, per me spiccano nettamente i Radiohead, che già ascolto ma che da oggi ascolterò con più piacere. Sa questo video (qualità pessima, ma chi se ne frega) scopro che a fine concerto spengono tutta la roba elettrica, indossano due acustiche e fanno Tell me why, un pezzo stra-minore. Anch’io io lo suono di nascosto e a bassa voce da venticinque anni.
Ecco, anche loro lo suonano un po’ di nascosto e a bassa voce, ma il più possibile fedele all’originale. Tre punti in più ai Radiohead.
E poi scopro una versione eccezionale di Harvest fatta dai Verdena. Più la ascolto, più mi piace: sono letteralmente incollati all’originale. Guardate che non è facile: duro tenere a freno l’istinto di metterci del tuo. Harvest poi è un pezzo semplicissimo da suonare, perciò facilissimo da rovinare. Questa versione, perfetta, mi obbliga a diventare seduta stante ascoltatore dei Verdena.
Poi c’è da perdersi tra i video fatti in casa. Questa cantautrice yankee ad esempio merita dieci e lode non solo perché è simpatica e canta benissimo, ma perché riesce a rendere bella perfino una delle rarissime canzoni di Neil Young che di suo fa letteralmente pena: A man needs a maid, letteralmente “Un uomo ha bisogno di una donna di servizio”. Ci vuole coraggio. Ma che brava, accidenti.
Chiudo con quest’altra chitarrista, che si lancia con Long may you run (Possa tu correre a lungo), piccolo grande pezzo younghiano degli anni Settanta. Il video è opaco, lo sguardo sempre basso, la voce tremolante, la mano sinistra sempre in leggero ritardo, la destra che spennetta a tutto pollice e contro ogni logica. Eppure c’è tutta l’anima che serve. E c’è voce. Che anima. Che voce.
Oh, lo avevo detto forte e chiaro che chi non ama Neil Young doveva saltare a piè pari. Chi lo ama invece, apprezzi e si lanci: intubi la sua versione senza vergogna.
Matteo Rinaldi
febbraio 20th, 2010 - Posted in Chi non canta non conta | | 15 commenti
Avion Travel, arriva la banda larga
Piccola Orchestra Avion Travel: un gruppo che pare una formazione di calcio degli anni Sessanta. Servono altre ragioni per amarla?

La Piccola Orchestra dal vivo. Perfetti come in sala d’incisione. Da rodersi d’invidia
Debbo la scoperta di questa band all’amico Michele, musicista dai gusti orrendi che ogni tanto la imbrocca. Qualche anno fa gli rubai una cassetta che mi interessava e sul lato B trovai questo gruppo dal nome infinito. Piccola Orchestra Avion Travel.
L’avrei saltato a piè pari (musicisti classici dalla tristezza infinita, mi parevano dal nome) quando buttai l’occhio sui componenti, che Michele aveva vergato a penna biro come fanno solo i quindicenni ad aeternum.
Non mi parevano veri: Peppe Servillo, Fausto Mesolella, Mimì Ciaramella, Peppe D’Argenzio e Ferruccio Spinetti. Avessi dovuto inventare cinque nomi così colorati non mi sarebbe bastato un mese. Incassai nello stereo dell’auto.
Non c’erano neanche i titoli delle canzoni, sulla cassetta. Ora che ci penso: non c’era neanche internet, allora. Era impossibile scoprire qualcosa in quattro e quattr’otto. Però, le canzoni!
La prima si chiamava Cuore Grammatico e al terzo ascolto mi aveva già conquistato. E nello stesso tempo, umiliato: non avevo capito né gli accordi, né il tempo, niente. Non c’era niente che assomigliasse ai solito do-fa-sol-la minore-do con cui si fa il novantanove per cento della musica occidentale. E niente che si avvicinasse al solito quattro quarti, tum-ta-ta-ta, tum, ta-ta-ta. Niente che assomigliasse alle solite armonie. E soprattutto: avevo capito che neanche sotto acido lisergico sarei mai riuscito a immaginarlo un pezzo costruito così.
Anche le parole erano la negazione della semplicità. E la batteria, il contrabbasso. Della chitarra neanche a parlarne: io che sono un discreto chitarrista non riesco neanche ora, a distanza di anni, a imitare un accordo uno.
Eppure, tutti assieme, sono una meraviglia di leggerezza, armonia, semplicità. Dopo Cuore Grammatico ascoltai tutte le altre. Aria di te. Capolavoro totale. Belle caviglie. Ma che titolo è? Ma chi sono questi? E poi il capolavoro: La famiglia. È la storia di due fratelli della malavita campana: uno tranquillo, magro e capace; l’altro grasso e chiacchierone. A causa delle sue sparate, ogni colpo che va a segno finisce male. Gli piombano addosso poliziotti e mettono tutti in galera, compreso il fratello sveglio e sempre più incazzato.
Si sente al volo che per cantarla non hanno dovuto andare a farle davero, le rapine. Ma si sente anche che l’aria della canzone non è così diversa dall’aria che tirava attorno a case e cantine dove andavano a suonare.
Ma soprattutto si sente – e si vede, da righe e rughe nelle loro facce – che questi Avion Travel sono gli stessi musicanti che vent’anni fa suonavano assieme a me e migliaia di altri gruppetti. E che a suon di punk, rock, new wave, capolavori e orrori hanno cercato fortuna smarrendo, uno alla volta, la strada. Loro no.
Nelle facce, nei suoni e nelle parole degli Avion ci leggo tutto questo: le centinaia di di trasferte per partecipare a concertini e concertacci (Michele li conobbe che dormivano in un prato per un festival di serie C a mille chilometri da casa), concorsi e concorsacci, insulti e applausi, stanchezze e rinascite. Vita dura, insomma. Come quando, all’indomani di un capolavoro come questo ellepi titolato Opplà, scopri magari che hai venduto duemila copie in tutto, sei più povero di prima e ai concerti non fai il pienone nemmeno a Caserta. Però decidi di continuare.
E per fortuna. Perché sentire – e vedere – suonare questi ex ragazzi mi esalta e mi emoziona. Servillo, Mesolella e Ciaramella suonano chitarre e batterie come le suonerei io se avessi avuto la forza e il coraggio di non mollare mai. Ok, di D’Argenzio e Spinetti magari non è pieno il mondo, ma ce n’erano tanti che avevano i numeri. Non la stessa grinta, evidentemente.
Scopro su internet che il cantante Peppe Servillo è fratello dell’attore Toni Servillo. Curioso che nella stessa famiglia possano crescere due artisti così diversi ma altrettanto bravi. Curioso che il caso metta assieme un chitarrista come Fausto Mesolella e un bassista come Ferruccio Spinetti, che oggi ha lasciato la band (ma ogni tanto torna) per suonare in duo con Petra Magoni.
dicembre 23rd, 2009 - Posted in Chi non canta non conta | | 5 commenti





