Cercavo Quentin. Ho trovato l’orrore
Per capire il segreto dei film di Tarantino ho commesso un tremendo errore: affidarmi ai cinefili intellettuali
Dai tempi di Fantozzi l’intellettuale appassionato di cinema è una figura mitica del nostro paese. Attenzione: induce a soluzioni estreme
Volevo capire perché Quentin Tarantino arriva dove altri non arrivano. Come riesce a farsi amare da un pubblico trasversale. Cosa racconta, attraverso i film, per entusiasmare Guidobaldo Maria Ricciardelli e contemporaneamente Paolo Villaggio; il mio amico Luciano (uno che va a Pordenone a vedere il festival del cinema muto) e il sottoscritto; il dottor Hellingen e Cico.
Alla fine l’ho capito. Ma non è stato facile: bisogna sbagliare, per arrivare alla verità. Ho sbagliato eccome.
L’errore clamoroso è stato acquistare un po’ di libri sul suo cinema. Speravo nell’aiuto degli intellettuali. L’ultimo è stato “Quentin Tarantino”, collana Moviement, a cura di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, Gemma Lanzo Editore. Raccoglie recensioni firmate da autori quali Alessandro Baratti, David Del Valle, Luigi Castellitto, Vlad Dima, Gianni Rondolino.
Dopo la lettura – centinaia di pagine – di Tarantino ho capito niente, ma niente davvero. Linea del cervello piatta, linea delle emozioni sotto al pavimento. Degli autori qualcosa di più: molti scrivono (pensano?) peggio dei filosofi decostruttivisti zen dell’Alta Scandinavia.
Centinaia di parole, purché difficili. Decine di frasi, purché cariche di inquietanti incisi. Costruzioni che neanche col meccano della sintassi. Il libro l’ho buttato via, ma per capire bastano le poche righe con cui presentano l’opera al pubblico. Badate: la presentazione è, per definizione, la cosa più chiara. “L’approccio scelto per tracciare i contorni del fenomeno pulp, pop, post Quentin Tarantino parte da una premessa essenziale: la considerazione dell’opera del grande cineasta americano come un corpus unitario, sia dal punto di vista delle sue diverse declinazioni di film-maker, sia da quello di una poetica riconoscibilissima eppure in costante evoluzione, testimonianza della sorprendente vitalità di un autore che negli anni ha saputo sfuggire alle mode e alla maniera di se stesso”.
Insomma: badilate di virgole e aggettivi inutilmente enfatici. E soprattutto pochi punti, pochissimi, come se facesse schifo ogni tanto fermarsi a respirare. Ma soprattutto, concetti talmente ondivaghi che mi domando: come parlano costoro nella vita normale?
Chiederanno un caffè al bar allo stesso modo? “Nell’ipotesi di un momento di ristoro, purché sia evidente a tutti che il ristoro così inteso non è sintassi di prammatica ma esclusione cosciente dell’impegno razionale, è d’uopo ch’io mi rivolga a chi ha le competenze e le assonanze logistiche per produrre quel che, in gergo populista-nazionalpopolare, viene definito caffè, senza per questo negare la sua profonda essenza di bevanda carica di storia e culture lontane, sia pur ormai autoctona e capace di diventare un simbolo che va ben oltre la sua apparente costruzione semantica ed olfattiva”.
Insomma, la morale me la sono trovata da solo. Dopo molte visioni, ma ci sono arrivato. Non qui, che a questo post manca la leggerezza necessaria. Domani.
Matteo Rinaldi
febbraio 20th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Non capisci un Balasso
“Non penso affatto bene del web. Mi basta leggere i compulsivi commentatori dei blog che non possono far mancare al mondo i loro indispensabili commenti perché mi venga l’uggia, come diceva Pinocchio. Il web riflette la società, è triste ed è la realizzazione degli istinti più biechi. I video più ricercati sono i peggiori, non c’è molto da vantarsi ad avere successo su web”.
Natalino Balasso – da tempo internettiano – dipinge questo mondo in una bella intervista su nuovavicenza.it. Magari lo carica un po’, ma concordo con quel che dice.
Il fatto è che la mitizzata rete non ha niente di meglio di tutto il resto. Avere successo qui ha in fondo le stesse regole degli altri media. È sul valore della parola “successo” che bisogna chiarirsi le idee. E comunque permette almeno di coltivare il proprio giardino. Pst: ho scritto giardino, non orticello.
Sono felice di avere un sito in cui nessuno manda commenti compulsivi. E please, non fatelo ora per farmi rabbia. O vi mando Natalino Balasso che vi insulta in rovigotto stretto. Vi assicuro che fa male.
Matteo Rinaldi
febbraio 16th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 3 commenti
Io a me mi capisco al volo
Il dolore non nasce dalla siringa ma dall’evidente comunicazione negativa del paziente (foto) con sé stesso.
Ora vi spiego un segreto della comunicazione. Che spesso – a me per primo – non funziona nelle situazioni più semplici. Ma supera ogni aspettativa in quelle più complesse.
L’altro giorno ero dal dentista: una carie e un altro lavoro di cui non ho capito il nome, ma è meglio così. Faceva orrore da solo.
Come sempre, chiedo “Niente anestesia”. Sono convinto che il dolore sia semplicemente una forma di comunicazione: il corpo ti avvisa che qualcosa non va. Quindi basta comunicare al corpo che in realtà va tutto bene. Semplice, no? Lo è davvero.
Siccome non sono più scemo di voi, se mi devono togliere un dente del giudizio l’anestesia la pretendo anch’io. Ma per una piccola carie? Siamo sicuri che sia necessaria? Io dico di no.
Vedete, penso che in molti casi il corpo comunichi dolore per abitudine, per esperienza, per partito preso. E ancor più perché risponde ai nostri segnali: lo avvisiamo in mille modi che presto soffrirà. Allora il segreto è fargli capire che non ci sarà dolore.
Dal dentista è semplice. 1. Bisogna accomodarsi sulla poltrona, non ingrugnirsi irrigidendo ogni muscolo del corpo, a partire dalle dita dei piedi per arrivare alla fronte. Certo, non è facile. Ma provate a lasciare le gambe rilassate, le mani morbide lungo i fianchi, un bel sorriso in faccia (anche con a bocca spalancata, certo) e il respiro calmo e profondo.
2. Provate a sentire quel che succede: l’opera del dentista sui vostri denti è un lavoro da artigiano, delicato e creativo. Senza anestesia capite tutto quello che accade: assaporate la delicatezza del trapano sul vostro amato dente, avvertite la precisione della fresa e della lima.
Ogni tanto sentite un po’ di dolore: continuate a sorridere e respirate profondamente. Lasciate il corpo rilassato. Pochi istanti e tutto sparisce. Quel quarto d’ora che pare eterno diventa un interessante dialogo con sé stessi.
“Sentito male?” mi chiede la dentista alla fine. Zero, rispondo.
“Allora adesso facciamo la seconda cosa. Pronto?”
Mi buca da qualche parte, mi guarda e con aria trionfante dice: “Ah ah! Ecco la prova! Ti ho bucato un punto infetto da cui è uscito di tutto. Quando faccio questa cosa, tutti i clienti saltano letteralmente dalla sedia. Tu non hai fatto una piega, perciò avevo ragione io: hai semplicemente una soglia del dolore molto alta!”
Non puoi discutere con qualcuno mentre stai disteso con la bocca aperta.
Ma non è vero, ho una soglia del dolore normalissima. Provate a darmi un pizzicotto, una sberla, un calcio sugli stinchi: mi lamento come Fantozzi. È proprio questione di comunicazione con sé stessi. Noi umani siamo macchine semplici: se ti convinci che non fa male, il male non c’è. Se poi il male è eccessivo, lo senti come tutti gli altri. Magari meno forte, ma lo senti.
Non avrei immaginato che la buona comunicazione mi sarebbe servita per andare dal dentista.
Matteo Rinaldi
febbraio 13th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 5 commenti
Come lanciare un corso di scrittura
Mi hanno chiamato a tenere un corso di scrittura. Bella soddisfazione per due motivi: il secondo è la paga; il primo la soddisfazione di rifare, dopo moltissimo tempo, Carta incanta. È il corso che più sento mio.
Gli altri corsi che propongo li ho sviluppati in seguito, per ovviare alla difficoltà di trovare iscritti al corso di scrittura.
Inutile piangere il morto. Sebbene la scrittura oggi conti moltissimo (tra e-mail, blog, social network, sms, twitter e siti internet, scrivere bene è essenziale) pochi si mettono in gioco. Chi scrive poco non sente il bisogno. Chi scrive un po’ di più si sente appena sotto Hemingway.
Dopo le presentazioni ho chiesto ai corsisti cosa si aspettavano. Mi hanno risposto che volevano diventare più efficaci nella scrittura e nella comunicazione.
In mattinata abbiamo scritto e ragionato, ragionato come i cronisti di nera, riscritto e imparato a titolare, imitato gli addetti stampa, riscritto cercando nuove strade, giocato ai copywriter, riscritto e riprovato ancora. Insomma, abbiamo scritto.
In pausa pranzo, a metà corso esatto, una corsista mi ha chiesto timidamente se nel pomeriggio avremmo fatto tutto il resto. Quale resto, ho chiesto interdetto. Beh, lo spot pubblicitario, la recitazione, la barca a vela… Gli altri annuivano: Sìii! E poi il film, le tecniche cinematografiche, le manovre al timone…
Ci ho messo un po’ a capire. Lo stampatore del materiale di presentazione aveva probabilmente confuso le carte, inserendo nel programma la mia intera offerta formativa. Risultava che in otto ore avremmo fatto scrittura efficace ma anche comunicazione ed espressività, negoziazione, tecniche cinematografiche e la ciliegina sulla torta: team building in barca a vela.
Con grande efficacia ho insegnato loro l’espressività di quando si resta a bocca aperta e occhi spalancati. Meglio di Jim Carrey, giuro. Ma mi sono ripreso subito: si impara a comunicare per qualcosa.
Mi fossi impegnato, tra un sottotitolo e una chiusa avrei spiegato loro almeno il nodo Savoia. Ma alla fine della fiera i miei corsisti si sono comunque divertiti. Credo abbiano imparato qualcosa di buono anche senza timone e gassa d’amante.
Ma soprattutto ho avuto la prova che, a scriverla degnamente, anche un’assurdità diventa sensata.
E ora scusate: vado a preparare un corso di cucina creativa in mountain bike.
Matteo Rinaldi
febbraio 9th, 2012 - Posted in Chi non ride si rode, Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Sul posto sono arrivati i giornalisti
“Col vento portante, a quasi venti nodi di velocità, è partita l’ultima sfida in oceano di Giovanni Soldini. Sul suo Maserati, e con altri sette membri dell’equipaggio, è salpato alle 11.50 dal porto di Cadice alla volta di San Salvador (Bahamas). L’obiettivo è stabilire il record del percorso Cadice-San Salvador, 3884 miglia in Atlantico sulle rotte di Colombo, una corsa al primato mai tentata prima da un monoscafo”.
Questo estratto dal sito di Repubblica a firma Simona Casalini è un esempio perfetto di quello che chiamo giornalismo pigro e superficiale. Di cui sono pieni tutti i giornali, i siti e le televisioni.
Lo trovo insopportabile perché rappresenta il giornalismo sdraiato, quello che riporta le notizie così come sono e non si preoccupa di riscriverle in modo che diventino comprensibili e piacevoli per il lettore qualunque. Ps: il lettore qualunque sono io.
Chi, senza esperienza nautica, potrà mai capire cos’è il vento portante? Chi potrà mai tradurre i venti nodi di velocità? Chi le 3884 miglia? Chi sa visualizzare sui due piedi un monoscafo?
La stessa cosa fanno sempre i giornalisti sportivi, quelli economici, quelli politici, quelli delle pagine culturali (i peggiori per l’insopportabile spocchia).
Ci sarebbero anche quelli di nera, di norma i meno dotati a scrivere. Siccome non dormono mai e lavorano il triplo degli altri riesco a perdonare i loro eterni e inquietanti “sul posto sono arrivati i carabinieri“. Così, dalla notte dei tempi, chiudono il racconto di ogni incidente stradale. Ogni volta mi chiedo in quale altro posto avrebbero potuto arrivare i carabinieri.
Matteo Rinaldi
febbraio 6th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Eeeh?
A.a.a. formatore di comunicazione con esperienza, già copy writer pubblicitario con esperienza, offresi gratuitamente per realizzare campagne più efficaci.
Disponibile anche a pagare di persona pur di non vedere più messaggi così insulsi, vuoti e irritanti, assicura che tra “Meno tasse per tutti” e “Ti presento i miei” c’è perfino una terza via, necessariamente più dignitosa e percorribile.
Matteo Rinaldi
gennaio 27th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
De Sanctis a Lie to me
Polemiche sul web per le immagini del portiere del Napoli contrariato dopo un gol della sua squadra. Combine andata buca o comunicazione non verbale mal interpretata?
Così De Sanctis dopo il gol della sua squadra: espressione contrariata o liberatoria?
“Il video sta facendo il giro della rete” scrivono i giornali stamattina. “In tempi di sospetti sul mondo del calcio, molti esigono spiegazioni. La partita è Napoli-Lecce dello scorso 3 dicembre. Mancano sette minuti alla fine e il Napoli segna il gol del 4 a 1. La telecamera di Sky riprende la reazione del numero 1 napoletano, Morgan De Sanctis. Che non esulta ma scuote la testa. Lui replica: “Una reazione istintiva, avevamo appena rischiato di subirlo“. A voi cosa sembra? Questo il video dal sito di Repubblica.
Secondo me - che la comunicazione non verbale studio e insegno - De Sanctis reagisce come un portiere che vede la sua squadra segnare dopo aver sbagliato molto e dunque rischiato. È come se commentasse: “Io avrei segnato mezz’ora fa!” La reazione di chi vede sfumare una combine – di questo lo accusano – è completamente diversa. Chi si sente tradito comunica rabbia e delusione. Con tutt’altri gesti inconsci.
Il viso di De Sanctis esprime liberazione da una situazione fastidiosa: l’espressività è cadente, quasi sfinita, contrariata per l’attesa troppo lunga. Se il gol lo avesse preso in contropiede (scusate il gioco di parole), avrebbe espresso tensione e rigidità: occhi più penetranti, labbra strette, pelle tirata.
Anche il suo corpo mi dice la stessa cosa: De Sanctis allarga appena le braccia. Ci intuisco un “Finalmente, ci voleva tanto?“. Tutt’altri movimenti avrebbero sottolineato un “No! Non doveva andare così!”
Poi torna indietro, verso la porta, con passi stanchi e braccia quasi penzoloni. Finalmente è fatta, mi dicono. Tant’è che chiede “Quanto manca?” al compagno dietro alla porta. Quando invece subiamo una delusione, irrigidiamo le spalle e le portiamo in avanti. Allo stesso modo irrigidiamo le braccia, le mani e i movimenti. Diventiamo quasi meccanici.
Così la vedo io. Scommetto che Tim Roth di Lie to me la vedrebbe allo stesso modo.
Matteo Rinaldi
gennaio 10th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 2 commenti
Comunicome?
(m.r.) L’attore greco Polos (V secolo A.C.) si vantava del fatto che quando parlava in scena non era distinguibile da quando parlava nella vita. Pensate a dov’erano arrivati 2500 anni fa. Eppure, da allora, ci sono due scuole: a chi piace, a chi no. Chi vuole naturalezza, chi predilige l’enfasi.
gennaio 6th, 2012 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
L’Overlook hotel apre a Venezia
Conclusa la nuova edizione del corso “Al mio segnale scatenate l’inferno” organizzato dall’Ebt di Venezia per gli albergatori. Speriamo non trasformi le protagoniste in nuovi Jack Torrance
Jack Nicholson, campione di espressività nella parte di Jack Torrance, in una celebre foto dal film Shining
“Al mio segnale scatenate l’inferno” è il corso che ho ideato un anno fa e proposto con successo al Forema, la società che si occupa di formazione per Unindustria Padova. In attesa di organizzare la seconda puntata ho sperimentato una nuova edizione, con nuovi formatori, per l’Ente Bilaterale Turismo di Venezia.
Ho diviso il corso in tre giornate dedicate una corpo, una alla voce e una alla parola. Rispetto all’esordio ho affidato la parte riservata al corpo (gestualità ed espressività) a Pino Costalunga, attore e insegnante di recitazione. Pino è bravissimo a lavorare con ragazzi e bambini: una garanzia, perché se riesci a motivare un minorenne non hai nessuna difficoltà con un adulto.
Così è stato. Pino ha lavorato con sistemi che vale la pena di scopiazzare senza pietà. Ad esempio facendo indossare ai partecipanti maschere bianche e inespressive, tipo quelle del film Eyes wide shut. Una bella idea perché fa capire al volo quanto sia essenziale affidarsi al corpo e alla voce quando la nostra faccia non è più in gioco. E quanto sottovalutiamo l’espressività del corpo, della voce e del gesto nella vita quotidiana.
La parte dedicata alla voce è toccata a Massimo Alì, che la scorsa primavera si era occupato del corpo. Perché Massimo è un actor coach ma anche un insegnante di doppiaggio, nella sua Firenze. Con lui gli albergatori hanno lavorato sulla voce e contemporaneamente sul corpo, applicando esperienze e suggerimenti in diretta dal mondo del cinema, raddoppiando difficoltà e consapevolezza.
Mi ero tenuto la parte finale: la parola. Con una premessa rischiosa alla sala: “Prometto che farò meglio dei miei due colleghi“. Pur avendo dato il massimo, non so davvero se ci sono riuscito. Perché ho messo assieme le tre cose e non è sempre automatico, nemmeno con l’esperienza, arrivare al massimo obiettivo. Aspetto i giudizi finali.
Ma va bene così. Ci sono colleghi formatori che pur di non sfigurare si circondano di collaboratori evidentemente inferiori. Quasi ci tenessero a marcare la differenza. Io pretendo di lavorare con persone che stimo e che hanno sempre qualcosa da insegnarmi. Se sono più brave di me, tanto di guadagnato.
Eventualmente mi vendico: faccio a meno di chiamarle la prossima volta.
Matteo Rinaldi
dicembre 20th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments
Motore e comunicazione
Prime scene sull’improvvisato set delle colline fiorentine. Al celebre grido: “Motore e… Azione!” impaccio e rigidità sono automatici. Un po’ alla volta spariranno, lasciando posto a consapevolezza e serenità. Proprio come dovrebbe accadere nella vita.
Imparare dagli attori a diventare meno attori. E più reali, semplici, spogliati. Più bravi nel valorizzare i punti forti della comunicazione e nel riconoscere e disinnescare i punti deboli. Senza mai fingere. Anzi.
Era l’obiettivo di questo corso, andato in scena a novembre nelle colline fiorentine. Protagonisti un gruppo di responsabili commerciali e amministrativi del Gruppo Silva, concessionario veneto dei marchi Ford, Mazda e Volvo. Un lavoro da attori per portare a casa nuovi strumenti che migliorino la comunicazione con i clienti, i dipendenti e i colleghi.
Assieme a Massimo Alì, regista e actor coach fiorentino che spesso collabora con me, ho preparato un fine settimana a sorpresa. Volevo che nessuno sapesse cosa lo aspettava.
Appena arrivati, gli inconsapevoli attori sono stati accomodati davanti a una telecamera con luci, scenografia, regista e operatore: “Spieghi chi è e cosa fa per la sua azienda. Tempo: da uno a tre minuti. Pronto? Motore e… Azione!“.
Parlare due minuti sembra facile. Ma davanti a una videocamera, alle luci che battono sugli occhi, al silenzio attorno, agli occhi che ti guardano, i discorsi logici se ne vanno altrove. Assieme alla voce. Al corpo. Alla calma. Ci si accorge che niente è come immaginavi: quel che volevi dire, quel che dici, quel che sei, quel che ti illudevi di comunicare. Insomma, ti accorgi che nessun te stesso, vero o costruito che sia, è quel che avresti voluto.
Ti accorgi che i discorsi, inizialmente semplici, si sfilacciano, si perdono per strade sconosciute, arrivano a conclusioni insensate. Che dici parole positive con una faccia che grida angoscia. O peggio ancora, apatia.
È una mezza carognata, ma funziona. Perché poi si comincia a lavorare senza videocamere. Faccia a faccia, esercizio dopo esercizio. Ci si rilassa, si gioca, ci si confronta. Si arriva da soli alle grandi verità. Si scoprono i valori della buona comunicazione attraverso l’uso del corpo, della parola, della voce. Si scopre il peso dei gesti più semplici, che sono invece complicati: anche il semplice atto di avvicinarsi a una persona – pare il movimento più semplice del mondo – nasconde messaggi inconsci cui non avevamo mai fatto caso.
La domenica mattina abbiamo girato un’altro breve video. Il ghiaccio era rotto. la comunicazione più semplice e consapevole. Ovviamente non basta per essere migliori: due giorni offrono un po’ di conoscenze, una traccia, un metodo per migliorare un po’ alla volta. Chi ci crede, migliora. Chi lascia perdere, torna la stessa persona di prima. Ma la differenza è già evidente e netta.
Alla fine ho tirato le somme. Dagli abbracci dei corsisti mi porto a casa l’idea di aver dato loro tutto quel che potevo. Dall’abbraccio delle colline di Fiesole la convinzione che gli abitanti dovrebbero pagare una sovrattassa per eccesso di bellezza. Monti risolverebbe il debito e noi saremmo obbligati ad andarci un po’ più spesso.
Matteo Rinaldi
dicembre 16th, 2011 - Posted in Chi non spiega si piega | | 0 Comments





