La vera voce del pensiero positivo

Nessuno di noi si rende conto della voce con cui dà vita ai pensieri. Men che meno dei danni che spesso provoca, a sé stesso in primis, animando idee e sensazioni in modo sbagliato. Il pensiero, si pensa, è un pensiero e basta. Non è vero: il pensiero è un dialogo tra noi e noi, che ha voci, colori, toni e parole che usiamo in modo inconsapevole

Dopo anni di lavoro con le voci, ho capito che io per primo non ho mai dato il giusto peso alla voce che accendo tra me e me. Ma quando la voce è sbagliata come ne esco? Che passi avanti posso fare se l’unico contraltare che ho… predica dall’altare?

Prima cosa da fare: essere più consapevoli. Provate. Pensate a quel che state leggendo, in questo esatto momento. Con che voce lo fate?

Scoprirete presto che le nostre idee prendono vita con una voce spesso sbagliata. Se il pensiero è difficile, la voce che lo accompagna sarà negativa. Una voce negativa è un freno: ci impedisce di dialogare davvero e di trovare vere soluzioni.

Vogliamo migliorare? Sto costruendo un corso che permetta a tutti di fare un passo avanti, con un lavoro di gruppo. Lo immagino in un ambiente particolare: una giornata alle Terme euganee, con parte del lavoro in aula e parte in acqua. Perché l’acqua, ambiente reale, è molto simile all’ambiente “virtuale” in cui la testa s’immerge quando ragiona con sé stessa.

L’obiettivo è dare la giusta voce ai pensieri, fare ordine nelle idee, essere coordinati, capaci, sereni. Evitando i soliti pensieri circolari.

Prossimamente su questi schermi. Nel frattempo, provate ad ascoltare con un po’ d’attenzione la voce che usate tra voi e voi. Soprattutto quando i pensieri sono difficili, critici, preoccupati, impegnativi. Non sarà una bella scoperta; ma sarà utile per capire e cominciare a migliorare.

Matteo Rinaldi

Una serata con Igor Sibaldi

Una serata con Igor Sibaldi. Per capire come ragioniamo e perché siamo tutti vittime della nostra cultura e delle nostre abitudini. Ma anche come venirne fuori per diventare chi siamo davvero.

(Attenzione: pezzo lunghissimo e ormai d’epoca (2016): ma mi serviva per reimpostare il sito. E comunque leggere on line fa bene, altro che su carta!)

Vi racconto una serata con Igor Sibaldi. Igor è un pensatore, scrittore, filosofo, teologo… No, con tutte queste cariche rischio già di farlo apparire molto meno chiaro di quanto realmente sia. Forse, per provare a definirlo davvero, è meglio prestargli un nome meno banale. Sibaldi è un uomo che cerca di dare alla vita un senso. Madonna, che promessa. Eppure fa proprio questo. Lo fa attraverso le parole, perché sono loro che ci aiutano, e ci fregano, quando cerchiamo il senso della vita. E lo fa narrando storie, a partire dai testi sacri, Bibbia in primis. Testi che studia e riscrive con traduzioni e chiavi di lettura che ne cambiano completamente il significato più comune. Infine fa l’allenatore. Sì, l’allenatore del pensiero, perché ti invita a giocare con le tue stesse sensazioni, intuizioni, logiche. Per farti capire che spesso ti prendi in giro da solo. Insomma, Igor è soprattutto una chiave: una chiave di lettura per i tuoi stessi pensieri, sentimenti, paure, domande e risposte. E quindi  un aiuto per trovare strade che ti portino alla cosa più difficile del mondo: te stesso.

Ma prima di cominciare mettiamoci d’accordo:
1) una serata “con” non significa “a fianco a fianco” ma tra il pubblico.
2) Igor Sibaldi va comunque scoperto di persona. Potete cominciare con un video su Youtube: se superate lo scoglio dell’audio, sempre pessimo, trovate lunghi filmati dei suoi incontri pubblici. Difficile restare indifferenti:se vi irrita abbandonate subito; se vi piace arrivate in fondo. Nell’ultimo caso, questo pezzo può fare al caso vostro.

A me piace ascoltare Igor come un narratore che, partendo dalle sacre scritture, cerca chiavi originali e verosimili per capire il nostro presente e il nostro futuro. Lo fa con il valore in più della leggerezza e dell’ironia; e con una testa che pensa veloce, improvvisa, lega senza fatica apparente concetti lontani tra loro. E che ogni tanto – c’è sempre il rovescio della medaglia – ingarbuglia il filo logico e ti lascia a bocca aperta a chiederti: sono scemo io o sta facendo casino lui? Io ho stabilito che la responsabilità è al 50%. Voi fate come volete.

Pst: post mortem (la mia, non la sua), quando il mondo recupererà tutti i miei testi e capirà che razza di scrittore-cronista si è lasciato sfuggire, Sibaldi sarà molto fiero di questo resoconto. E soprattutto imparerà a usare il microfono e a regolare l’audio nei suoi seminari. Nel frattempo, vado a cominciare.

Arrivo alla serata sibaldiana con una prenotazione a voce. L’associazione La Corte di Creazzo (Vicenza) che organizza l’incontro chiede 50 euro, sacranon: un prezzo da rockstar. Pago volentieri solo perché Igor è diventato Igor senza bisogno di tivù o grande stampa; solo web e passaparola. E perché le donne della Corte sono molto simpatiche e si fidano della parola data.

All’ingresso si accalca un centinaio di persone. A una prima occhiata penso “belle persone”. Sorridenti, abiti tipo i miei (cioè un po’ slandroni), qualche freak e post freak, gruppetti new age, un paio di uomini con pantaloni a coste larghe che andavano di moda negli anni settanta e oggi sono ammessi solo in libreria, tra gli scaffali dei libroni intellettuali.

Ma mi colpiscono soprattutto i volti e le espressioni, senza troppe smorfie e rigidità. Insomma: persone in cerca di equilibrio. E quindi già ricche di equilibrio, come tutti quelli che stanno cercando sé stessi, la cosa più difficile e bella da cercare. Ho dimenticato computer, carta e penna ma ci vuol altro a fermarmi: prendo appunti sul telefono, via wattsapp.

Entro in sala: siamo più di cento, età dai 35 ai 65. Faccio un conto alla bell’e meglio: quanto fa 100 persone per 50 euro? Fa una bella cifra, sacranon. Sibaldi si affida da qualche tempo a una società di promozione, antipaticissima a partire dal nome, anglofono e paraculo. Ma evidentemente efficace, stando al pienone. Intanto l’inizio ritarda di un quarto d’ora. Forse è una scelta della rockstar, che si fa un po’ attendere. Forse aspetta che i ritardatari s’accomodino. O forse è proprio arrivato all’ultimo perché, ci avvisa la presentatrice, viaggia in treno. Anche questo me lo rende più simpatico del simpatico.

Noto che uno dei tipi all’ingresso ha gli stessi lineamenti di Sibaldi, ma più duri: sta in piedi al banchetto dei libri in vendita, controlla con aria truce, valuta l’andazzo. Secondo me è il fratello cattivo, quello che si occupa dei soldi. Prendo appunto: devo procurarmi anch’io un fratello cattivo.

A proposito: magari comincio dal titolo. Il seminario si chiama “Intuizione e attenzione: come non rimanere indietro nell’evoluzione” e non c’è modo di capire di che si tratti se non proseguendo nella serata e nella lettura. Igor saluta e comincia: ha la battuta pronta, un sorriso rilassato e nessuna aria da fenomeno. Spiegatelo a quelli che vorrebbero apparire fenomeni: è proprio cercando di esserlo che non riusciranno mai.

Osservo Igor da comunicatore: è bravo perché sta sempre in piedi, perché cerca e trova il contatto col pubblico, perché ha un colore di voce molto particolare di cui, credo, non è nemmeno consapevole. È proprio quel colore di voce che gli permette – oltre alle parole, ai concetti, alle idee – di tenere l’attenzione del pubblico anche per tre ore di fila, senza stancare.

Nella comunicazione fisica è decisamente meno efficace: se il viso sorride e cerca un contatto, il corpo tende a nascondersi e chiudersi. Arretra, forse involontariamente, appoggiandosi al tavolo alle sue spalle. La mano destra si rifugia troppo spesso in tasca o cerca un appiglio sul tavolo.

La sinistra fa di peggio: tiene ben stretto il vero incubo di ogni incontro sibaldiano: il microfono. Igor parla sempre al microfono, che in una sala di cento persone serve solo a creare distacco. Ma soprattutto: ci fosse una volta che regoli l’audio in modo decente. La sua voce, attraverso le casse, è distorta da un gracchiare continuo e da echi e riverberi dei toni alti. Da buon maniaco, li sento più degli altri. Ma anche sul Tubo ascoltare la sua voce è quasi sempre un’impresa.

Ho scoperto che parlare preparato e organizzato non mi aiuta – comincia Igor – Perciò facciamo così: il trenta per cento di quel che dico è quel che so. Il resto lo improvviso. È un vantaggio anche per chi è qui ma mi ha già seguito di recente”. Bravo. Non è facile improvvisare. Ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.

“Vi ringrazio soprattutto per essere venuti qui a farvi mettere nuovi problemi addosso”, ammicca. Ma questa la dice sempre, mi sussurra una vicina esperta. Ah, a proposito: novanta persone su cento sono donne. Vorrà pur dir qualcosa. Anche ai corsi di comunicazione la media è la stessa, a partire da quelli che tengo io. Le donne capiscono molto meglio difficoltà e bellezze del comunicare.

Il cuore della serata sibaldona lo possiamo riassumere così: ho cercato di tradurre in scrittura le due ore e mezza di racconto, in parte improvvisato, dal quale non sempre ho trovato una logica ferrea. Chissà che non sia proprio la scrittura a rendermelo più chiaro e trasparente.

“Ci sono cambiamenti improvvisi in natura. Cambiamenti profondi che non rispettano le logiche evolutive. Si chiamano Speciazione. Così come è successo nella storia dell’evoluzione animale, non sempre il cambiamento avviene per gradi. Non sempre ha bisogno di migliaia d’anni. Ogni tanto ci sono cambiamenti improvvisi che mettono i crisi gli studiosi. La pianta di una specie produce una nuova pianta che si distacca nettamente dalla specie madre. Ecco, la nostra evoluzione oggi segue la stessa strada: è un momento di grande cambiamento e la differenza che già vediamo è nettissima”.

“Prima cosa: i grandi cambiamenti oggi non sono fisici ma psicologici. Il futuro non porterà grandi novità tecniche o scoperte rivoluzionarie, ma un nuovo modo di guardare la vita. E quindi soprattutto sé stessi. Questo modo nuovo va preso al volo. Altrimenti si resta inchiodati a un passato per il quale non c’è più spazio. Di alcune cose ce ne accorgiamo già tutti: il passato fatto di impieghi sicuri, di geografie precise, di modi di vivere radicati non esiste già più. Prima lo si accetta, prima si impara a trovare nuovi equilibri. Ma lavoro a parte, tutto sta cambiando a una velocità impressionante. Restare fermi significa far parte della specie che non si evolve più.”

Se la prima parola chiave è Speciazione, cioè diventare persone che appartengono a una nuova specie per modo di vedere, sentire, affrontare e amare la vita, la seconda parola chiave è Situazione“Situazione è quella in cui viviamo. In questi anni è una Situazione unica nella storia. Se chiedete a mille persone quali saranno le prossime grandi scoperte tecnologiche, otterrete risposte sorprendenti: ‘Non ci sarà niente di più di questa tecnologia, solo piccoli cambiamenti’, vi diranno quasi tutti. Nessuno oggi riesce a immaginare uno sviluppo rivoluzionario come quello che abbiamo appena vissuto. Nessuno immagina qualcosa che abbia la forza innovativa di computer, telefonini, internet, eccetera. Ricordate trent’anni fa, quando arrivarono i primi fax? Eravamo tutti sconvolti dalla novità. Pareva impossibile andare oltre. Dopo vent’anni il fax è già preistoria. La stessa cosa avverrà tra trent’anni per la maggior parte delle cose con cui conviviamo. Ma stavolta non pensate agli oggetti, ma agli atteggiamenti, alle idee, al modo di affrontare la vita.

“Oggi non riusciamo nemmeno a immaginare il futuro. Viviamo quello che in psicologia si chiama ‘Shock del presente’. Comprensibile, ma pericoloso: chi ragiona pensando che non stia succedendo niente è fregato. Sta sempre accadendo qualcosa. Non solo è necessario staccarsi da questa idea di immobilità: è indispensabile staccarsi anche dalle persone che la pensano così. Se non metti distanza tra te e loro sei già perduto. Fai parte del passato. Non tradisci loro ma te stesso, che è il tradimento peggiore.”

Trovo una certa difficoltà nel far quadrare i concetti, ordinarli, dar loro una logica: parlando a braccio, Sibaldi salta nel tempo, nel modo e nello spazio. Mi pareva di seguirlo perfettamente finché ero lì, ma fuori dalla sala, mezz’ora dopo, senza gli appunti avrei già perso la logica e la continuità. Perfino con gli appunti, qualche collegamento mi sfugge. Ma la voglio, una logica.

“La nostra testa funziona un po’ come il motore di un’auto: rispetta l’ordine delle marce. Quando guidi devi cambiare: all’inizio meccanicamente, poi in automatico. Anche la testa lavora così. Peccato che questo automatismo sia spesso controproducente. Perché i suoi sette “rapporti”, quelli con cui diamo ordine a tutto ciò che facciamo, pensiamo e crediamo non sono sempre un vantaggio. I nostri sette rapporti si chiamano: Sensazione, Pensiero, Ragione, Sentimento, Morale, Intuizione e Attenzione. Sono le sette chiavi con cui diamo vita alla nostra realtà. Vediamo di capirli, per capire come funzioniamo.

“La Sensazione è qualcosa che conosciamo bene: quando arriva la sentiamo. È importante, eppure spesso la lasciamo in secondo piano perché la consideriamo meno importante rispetto alla Ragione. Di lei ci fidiamo. Eppure la Ragione lavora in modo meccanico: non chiede mai il perché delle cose. Chiede dove, come e quando: devo andare, devo fare, comincio alle otto, agisco così, rispondo colà… E siccome non si chiede il perché, va a finire che agisce usando esperienze e obiettivi di altri, che abbiamo preso per buoni senza farli nostri. Quando pensiamo “È ragionevole fare così”, significa “altri lo hanno fatto e lo trovano giusto”. Quasi mai “è giusto per me.

“Il Pensiero agisce libero, ma solo apparentemente. Perché alla fine fa sempre i conti con la Ragione. Pensiamo a una cosa che ci piacerebbe fare: senza il benestare della Ragione, non la facciamo mai. Quindi il Pensiero ha un limite fortissimo, perché non ha quasi mai vera libertà.

“Il Sentimento è una forza apparentemente incontrollabile, nella quale crediamo moltissimo. Ma anche lei è sotto il controllo della Ragione. Faccio bene a provare questo sentimento, ci chiediamo. Se la risposta della Ragione è no, neghiamo il Sentimento. Fino ad abbandonarlo, lentamente ma inesorabilmente. Tanto più che fa i conti con la Morale. 

“Impietosa, la Morale. È lei che ci chiede: “È giusto quel che fai?” e di solito risponde a frasi fatte. Fateci caso: la risposta è “Sì perché così bisogna fare, così è scritto, così mi hanno educato. E soprattutto: sì perché lo fanno anche gli altri, lo fanno tutti”. Non è quindi un vera risposta: è una convenzione. Significa accettare regole imposte da altri, che non sentiamo nel profondo di noi.

“Eccoci all’Intuizione. Si distingue nettamente dalle altre perché agisce libera. L’intuizione arriva dal niente, lancia un’idea, vede quel che il Pensiero non vede e che Ragione e Morale ci impediscono di guardare. Pensateci: fin dall’anima della parola stessa (“in-tui” sta per “in-tuo”, ovvero in te) ti dice che quella è la chiave per andare d’accordo con te stesso. È una delle cose più nostre su cui contare. Eppure, frenata da Ragione, Pensiero e Morale, sparisce senza lasciare traccia. Infatti oggi c’è pochissima intuizione in giro. Sia dentro che fuori di noi. 

“Quante volte le persone dicono: ah, se avessi dato retta al mio intuito! Mai avete sentite dire: ‘Purtroppo ho dato retta al mio intuito’. L’intuizione oggi va usata e sfruttata. Dobbiamo valorizzarla al massimo, perché è lei che ci porta verso un futuro tutto da inventare. Senza farsi frenare da Morale, Ragione e Pensiero. Altrimenti non si cambia, non si cresce, non si va da nessuna parte. E qui bisogna mettere all’opera la settima marcia: l’Attenzione.

“L’Attenzione è una specie di funzione extra: consiste nel prestare attenzione al nostro io. Qualunque sia il vostro obiettivo, il vostro sogno, la vostra idea, qualunque sia l’Intuizione che avete avuto, dovete accendere l’Attenzione per capire se è in linea con il vostro io. Volete veramente quel che pensate di volere?” 

È una gran bella domanda. Porsela aiuta a capire chi siamo davvero. Ho scoperto che nella vita è difficilissimo raggiungere desideri apparentemente semplici, nonostante anni di lavoro e mille e più sforzi. Basta qualcosa in noi che ci impedisce di volerli davvero. Ma per la stessa logica, desideri impossibili arrivano con molta più facilità. Perché quel che conta è soprattutto l’intensità e l’attenzione con cui li nutriamo, non la razionalità. Perché buona parte dei nostri obiettivi non sono veri obiettivi: crediamo di desiderarli, in realtà li temiamo. (chiudo con le mie note e arrivo fino in fondo)

“Per dare vita all’Intuizione dobbiamo usare molta immaginazione. È una delle cose più sottovalutate ed efficaci su cui possiamo contare. In Occidente si parla al massimo di “visualizzazione”, che consiste nel vedere, con la fantasia, quel che vorresti nel futuro. Ma l’immaginazione è molto di più. Puoi forse visualizzare un odore? Una sensazione di pancia? L’immaginazione offre tutto questo. È figlia non solo del futuro e della fantasia, ma anche del ricordo. Usa anche quel che conosci e ricordi, per immaginare. Siamo abituati a ricordare soprattutto pericoli, errori e fallimenti; ma proviamo a ricordare anche i successi, le bellezze, le soddisfazioni, le grandi gioie. Impariamo a ricordare quel che conta davvero, che è importante per noi, non che importa agli altri.

“Immaginare è bellissimo. È il primo passo per imparare anche chiedere e quindi a ottenere. Immaginare mette in moto un’altra arma potentissima, la “competenza senza comprensione”. Si tratta della capacità di fare cose difficilissime, a volte impensabili, senza la sicurezza di saperle fare. Non siamo consapevoli di tutto quello che in realtà sappiamo fare benissimo. Ma solo così raggiungiamo le migliori bellezze della nostra vita.

“Non pensate che si tratti di cose nuove da aggiungere alle già tante che abbiamo dentro e fuori. È soprattutto un lavoro di liberazione. Dai pesi che ci tengono inchiodati. Dalle parole che usiamo e ci imprigionano. Sono tantissime. A partire da parole come consapevole, comprendere, comunicare. La loro parte iniziale è “con” e ci appare bellissima, perché condivide. È invece il loro limite maggiore. Perché dobbiamo liberarcene, per fare un vero passo in avanti, verso il futuro. Agire senza coinvolgere altri. Agire seguendo sé stessi, le proprie intuizioni. A volte quello che ci impedisce di usare l’intuizione è proprio quel che ci lega agli altri. E ci fa paura.

“La Paura è il nostro nemico numero uno. Un nemico assurdo, perché in realtà abbiamo paura di una cosa sola: della paura stessa. Non faccio una cosa perché ho paura di avere paura. Invece bisogna fare ogni cosa, perché solo la paura ci tiene inchiodati nella nostra ‘zona di confort’. Bel nome per una situazione triste: non c’è nessun confort lì dentro, ma solo qualcosa che ti è noto. Magari brutto, scomodo, triste ma noto. E tanto ci basta per restare lì.

“La paura spegne l’intuizione. Dalla paura devi liberarti, per cominciare davvero. Ma è facilissimo: basta riconoscerla e chiamarla per nome. Appena lo fai è già sconfitta. Quando impari a sentire la paura, impari a superarla. È il tuo inizio. Pensate solo a quella che è una delle nostre peggiori paure: la “paura dei nostri limiti”. Non capiste che è assurda, a partire dal nome? Se riconosciamo i nostri limiti, ovvero i confini, se già li vediamo, vuol dire che abbiamo visto quel che c’è oltre. Quindi siamo già al di là. Dei limiti e della paura.

“E dopo la paura, addio al Senso di colpa. Un altro problema chiave. Noi ragioniamo così: esistiamo nella misura in cui non abbiamo ottenuto risultati nella vita. Diamo forma a quel che siamo in base a ciò che non siamo riusciti a fare e ottenere. Il senso di colpa ti dice: “Sento che sono qualcosa con dei limiti”. Questa consapevolezza non dà scampo. Perciò va risolto, perché frena il desiderio di conoscere e cambiare. Pensate a quanto è facile quando fate una cosa semplicissima: mettete distanza fisica. Basta un viaggio, qualche centinaio di chilometri, e sentite che il senso di colpa sparisce. A volte basta spostarsi di pochissimi chilometri.

“I freni da cui liberarsi sono quasi finiti. Per dare spazio all’intuizione bisogna abbandonare anche rancore, rabbia, rimorso e rimpianto. Pericolosissimi perché figli della ragione, del pensiero e del sentimento. Eppure tutti, liberando l’intuizione, spariscono. E arriviamo agli ultimi ostacoli da cui bisogna liberarsi. Sono millenari, tant’è che ce ci hanno tramandati attraverso i ‘sette vizi capitali’, cambiandone però il vero significato. Ira, superbia, invidia, accidia, lussuria, avarizia, gola. Questi vanno analizzati meglio, per fare il salto di qualità.

“L’ira significa la ragione. Come la intendiamo noi, non è altro che una reazione all’eccesso di ragione. Conviene lasciar perdere la ragione, lasciala da parte, almeno ogni tanto.

“La superbia non c’entra niente col sentirsi superiori: è qualcosa di più grave. Significa: siccome loro non lo meritano, non tiro fuori chi sono davvero. Consiste dunque nel non aprirsi, nel non cercare un contatto possibile, restando a un livello più alto. Apriamoci, invece. Apriamoci e basta.

“Anche l’invidia, nel suo vero significato, è un problema da evitare. Invidia significa guardare il mondo con gli occhi degli altri. Ragionare con gli occhi altrui, con le loro visioni e i loro pensieri. Cerca invece le tue visioni e fidati di loro.

“L’accidia è la pre-depressione. Quella sensazione di stanchezza, svogliatezza, tristezza che ti impedisce di vivere. Superala, vivi, guarda in faccia il mondo e fatti guardare.

“La lussuria è un’altro vizio cui diamo il significato sbagliato. Significa giudicare gli altri in base all’aspetto, al fisico, alla superficie. Dire che qualcosa o qualcuno è bello o brutto significa vederne solo il corpo. Quindi negare personalità e profondità. Ma soprattutto la nostra! Andiamo oltre le apparenze, sempre.

“L’avarizia è carenza di parole, di tempo, di gentilezze. Dobbiamo invece liberarle sempre, le parole.

“E infine la gola, che non c’entra niente con il cibo. Gola significa vivere senza gusto; staccare i sensori del mi piace davvero / non mi piace affatto e accettare tutto, senza che il nostro gusto ne sia protagonista. Dobbiamo sempre gustare davvero quel che facciamo. 

“Personalmente uso i 7 vizi anche per risolvere molti problemi. Faccio così: isolo il problema e poi prendo in esame i 7 cercando di capire al quale sto lasciando spazio. Appena lo trovo, il problema sparisce. Provate a farlo pensando a un piccolo problema che avete: elencate i sette vizi uno dopo l’altro. Quello che non vi viene in mente è proprio quello che vi sta frenando ora. Provate.

“Allena e libera l’intuizione, ogni giorno di più. Fallo scacciando senso di colpa, paure, vizi, eccesso di pensieri e razionalità. Lasciati guidare da quel che intuisci. Fallo con rispetto, ma ricorda che la parola rispetto significa “guardare a distanza”. Che vuol dire: non stare troppo addosso alle cose, giudicale con una visione più generale ed efficace. E trasgredisci spesso, perché trasgredire significa superare il confine. Fai il tuo salto di qualità, e sii leggero: non puoi saltare con troppe cose addosso: la tua parte più vecchia e radicata lasciala dov’era. Deve morire e la devi seppellire.

“Se usi l’intuizione solo un po’, la tua vita cambierà solo un po’ oppure per niente. La devi liberare. Chiediti sempre: questa cosa, questa situazione, questa attività mi piace o non mi piace? E decidi che il “non mi piace” vuol dire “non lo voglio più fare”. Davanti a un paio di jeans, in negozio, il tuo “non mi piace” ti basta per cercare qualcosa d’altro. Perché nelle cose più importanti non lo fai? Fallo ovunque, sempre. E fatti aiutare dall’intuizione: è lei a dirti cosa c’è oltre, a insegnarti cosa ti piace di più. Usala per cambiare il mondo. Sembra una frase esagerata? Non lo è, perché il mondo che devi cambiare è il tuo ed è tutto tuo.”

Matteo Rinaldi

Il Mare d’inferno: perché deridere è amare

Viaggi e miraggi di un navigatore senz’arte né parte: è on line “Il mare d’inferno, confessioni di un velista eretico”. Navigazioni, tempeste, miti e riti di una passione da cui è doveroso star lontani.

Il Mare d’inferno è on line ormai da parecchi anni. E continua a vendere, poco ma regolarmente. D’altro canto non faccio nessuna promozione.

Il libro è lungo, per accontentare anche gli amanti delle trecento pagine; ma  diviso in capitoli agili, brevi e indipendenti per raccontare il mondo della vela come non l’ha mai raccontato nessuno. Vi descrive soprattutto le assurdità, le incomprensioni, gli errori e orrori di questa insana ma inarrestabile passione.

Si parte dall’iniziazione, quando tra nodi complicatissimi e parole oscure si comincia a cercare un impossibile equilibrio nell’acqua. E c’è poi la trasformazione da umani a sub-umani, quando si cominciano ad affrontare le navigazioni, le complicatissime organizzazioni, i charter, le prime regate, le fiere. Tutto da ridere, giuro. Per non piangere.

Ma ci sono anche i viaggi più belli e avventurosi, le visioni indimenticabili, le barche e i personaggi che fanno di questo sport uno degli sport più amati nel mondo civile e, non a caso, quasi ignorato in Italia.

Se non siete mai saliti in una barca vi divertirete. E se già lo avete fatto, e siete ormai drogati cronici come quasi tutti i velisti, vi divertirete uguale. Sempre che non abbiate perso anche l’autoironia, oltre che la dignità.

Ultima cosa: perché on line? Che discorsi: per un libro nato sull’acqua, sballottato a destra e sinistra, non potevo che pubblicarlo nel modo meno solido che esista.

Lo trovate qua:

http://www.digitalindex.it/il-mare-d-inferno

e questa è la sua pagina Facebook per vedere, capire, commentare:

facebook.com/ilmaredinferno

Matteo Rinaldi

In guardia sul Garda

(Attenzione: pezzo lunghissimo e ormai d’epoca (2015): ma vado così poco in barca che mi devo accontare dei ricordi scritti. E comunque leggere on line fa bene!!)

Dopo molto, molto tempo sono risalito in barca a vela. C’erano ottime possibilità che non lo facessi più: pubblicare Il mare d’inferno mi ha rimesso in pace con l’acqua e la terraferma. Nel senso che ho optato decisamente per quest’ultima: quando riesci a raccontare l’orrore di una passione, te le ne liberi per sempre.

Ma ai primi di giugno ci sono ricascato. Ne scrivo tre mesi dopo perché a causa di quell’esperienza ho avuto le mani fuori uso per l’intera estate.

Peggio del volo charter c’è solo il vela charter.

A giugno la vela è ancora sopportabile: né afa né superprezzi estivi. Chiamo un charter del lago di Garda in zona Toscolano Maderno. Lo avevo sfruttato assieme a due amici ad inizio primavera. Ma avevo parlato chiaro al tipo: Amico, se siamo in tre non abbiamo difficoltà a pagarti la (spropositata) tariffa che chiedi. Ma se vengo un’altra volta da solo, o con le figlie, o con la compagna, insomma se a pagare sono solo io, me lo fai lo sconto?

“Certo, ci mancherebbe, figurati, vai tranquillo!”

Gli avevamo pagato il furto (180 euro al giorno; sopportabile solo perché diviso in tre) e via. Ci eravamo divertiti. Bel vento, bella temperatura, pace e tranquillità.

A giugno mi viene l’idea di invitare una persona mai salita in barca a vela: prometto laghi e monti, virate e panorami, armonia e bellezza. Chiamo il charter e dai che si par… Si parla la solita lingua triforcuta dei charter.

“Sconto? Quale sconto? Te lo avevo promesso in bassa stagione. Adesso è altissima. Non se ne parla neanche. Anzi, sono 40 euro in più con le tariffe estive. Posso mica rimetterci. Se no vado a coltivare mele. Guarda, inutile insistere”.

Penso: ci vado comunque, ma non a navigare: lo uccido con le mie mani. Poi mi calmo: ho fatto una promessa e non voglio tirarmi indietro. Dico: Ok, arrivo alle tue condizioni, alle 18 sono lì.

“Alle sei di sera? Mica mi trovi alle sei di sera. Vado a casa, alle sei di sera. Vado a coltivare mele se devo stare qua fino alle sei di sera”.

(Stai calmo, perdio. Poi lo uccidi, ma ora stai calmo). Ok, lasciami la barca da qualche parte e dimmi dove ti lascio i soldi.

“La barca te la lascio sul lungolago, comodissima. Ma i soldi? Non mi fido. Mi devi fare un vaglia prima, se no niente. E voglio la ricevuta via sms.”

?? KOME? MA SE SONO GIA PER STRADA, KOME FACCIO A MANDARTI I SOLDI?? (Stai calmo, calmo, poi lo uccidi ma adesso calmo).

“Problemi tuoi: o così o niente. Vendo mica mele, io.”

Guardate che non esagero. Buona parte dei charter velici ragiona così. Un senso degli affari che nega 12 mila anni di arte umana del commercio e della negoziazione.

Ripasso per casa, invio il bonifico (secondo voi l’home banking funziona al primo colpo o ci vogliono quaranta minuti di tentativi?), riparto.

Mi calmo. Che altro può succedere? La barca è mia dalle sei di sera fino alla stessa ora del giorno dopo: pizza, notte a bordo, partenza rilassata alle prime luci del giorno. Dai che la vita è bella.

La vita sarebbe ancora più bella se attorno al lago di Garda non ci fossero le strade del Garda. Bellissime per girarci i film di 007. Pessime per arrivare di venerdì a giugno. Code ciclopiche. Pensionati centenari a 12 km/h su gigantesche Mercedes Diktator. Fighetti ventenni scatenati a 140 mp/h su Harley Davidson di valore superiore al mio fatturato esistenziale.

Passo d’uomo per quaranta chilometri. Parcheggi pubblici al prezzo orario di una consulenza da Tony Robbins. Dove si infilano le banconote? Macché, vogliono quindici euro al giorno ma solo in moneta. Otto negozi su dieci espongono il cartello “Non si cambiano monete. Nemmeno se comprate qualcosa”. Sono i migliori. Gli altri scrivono: “Dieci euro in monete = venticinque euro di carta”).

Notte in braghe di vela.

Il peggio deve ancora venire. La barca è effettivamente ormeggiata sulla bellissima riva di Toscolano. Ma per l’infondata paura che la corrente la possa sbattere contro il molo (quale corrente poi? siamo al lago) l’hanno ormeggiata alla boa, che dista dieci metri dal molo, e collegata a terra con un cavo d’acciaio lungo sei.

Per recuperare la barca bisogna tirare il cavo a mani nude (chi ha pensato ai guanti?) e trascinare verso di sé una tonnellata di barca, vincendo la forza dell’acqua, della corrente e soprattutto del cavo della boa d’ormeggio ancorata sul fondo, elastico quanto il cervello del noleggiatore. Più o meno come tirare a mani nude un pianoforte a coda con un filo interdentale.

La porto a riva sbuffando, sudando, sacramentando e scorticandomi per sempre le mani. Saltiamo a bordo per scoprire che non c’è nemmeno una luce che funziona. Scopro che manca del tutto la batteria. Eh? Pago una notte per non avere nemmeno una lampadina?

Pronto charter? Mi fate pagare la notte in barca e non mi collegate nemmeno la luce? Pronto? Pronto?” Mi mette giù, il bastardo. Probabilmente è andato a raccogliere mele per costruirsi un futuro vero.

La mattina partiamo. Vento zero. Cento metri in un’ora. Poco male, la vela è così. Tre ore di niente. Accendere il motore giammai: quello che muove lo scafo l’ho sperimentato per staccarmi dal molo: è un vecchio due tempi, puzzolente, rumoroso e capace di raggiungere i cento metri in due ore. Ma almeno funziona.

Improvvisamente arriva il vento: è il celebre Peler del Garda. non so perché questo nome. So che si veleggia alla grande. Al punto che faccio la cazzata – non quella nautica – liberando il Fantozzi che è in me: a petto nudo, anzi in costume, alla faccia di tutti gli altri navigatori che incrociamo, vestiti di tutto punto. Chissà perché poi: incapaci, freddolosi e femminucce!

All’ora di pranzo punto il porticciolo di Torri del Benaco. Due mesi fa era un bijoux: deserto, silenzioso, tutto per noi. Oggi no. Oggi ci sono sedici motoscafi che lo occupano e altrettanti che fanno la posta, appena fuori, aspettando che si liberi un posto. Tutti girano in cerchio col motore rombante, pronti ad approfittare del primo buco libero. Il peggiore di tutti – un pazzo totale – ha tagliato la testa al toro e gettato l’ancora proprio davanti all’ingresso del porto. In linguaggio automobilistico, sarebbe come se vedeste uno che parcheggia nella corsia centrale dell’A4 alle sette di mattina.

Si libera clamorosamente un buco sulla sinistra. I motoscafi si scontrano rombando tra di loro. Sento bestemmie nei peggiori dialetti del nord Europa. Ho appena tolto le vele e acceso il motore: mi infilo miracolosamente tra l’ammasso di motori e le rocce, puntando verso l’approdo. Una manovra perfetta! Ma proprio lì, succede quel che sempre succede. Il motore si spegne. Così, senza ragione, esattamente mentre entro, con rocce a destra, rocce a sinistra e barche davanti e dietro. Si spegne con malizia e non riparte più.

Chi spera e chi sperona.

La barca, senza più controllo, punta verso un’altra vela ormeggiata. Ovviamente il proprietario è a bordo, disteso, panino in mano e bibita. È grosso e potenzialmente cattivo. “Ehi, EHI, FERMAAAAA!” mi urla con gli occhi fuori orbita. “Impossibile – gli replico – aiutami invece, aiutami a fermare lo scafoooo!”

SKRATCH! SBENG!

L’urto per fortuna è meno tragico del previsto. Le barche di sei-sette metri le fermi con una mano, se ci metti un po’ di forza. Noi ci mettiamo mani, piedi, parabordi, sudore e bestemmie. Dopo una mezza dozzina di Sbeng! e Thud! finalmente mi fermo.

Il tipo mi perdona. Deve averne viste di ben peggiori, da queste parti. Ormeggio come un professionista ma a niente serve: i motoscafi giranti che girano in cerchio, sempre più furiosi, creano un’onda che sbatte lo scafo un po’ dove gli pare.

SKRATCH! SBENG! “Pronto, charter? PAM! SCRASH! Che cazzo succede al motore che mi ha piantato nelle bocche di porto?” RUMBLE! PACK!

“Eh, è colpa tua! L’avevo spiegato bene al tuo amico due mesi fa: bisogna prima premere la smulfa dell’aria, sotto a sinistra, poi tirare il caragnello della testata, in alto a destra, quindi spingere lo scribbolo anteriore ruotando su se stessi. Se hai spinto il caragnello e tirato la smulfa è normale che si spenga”.

Quand’è( SKRATCH!) che i motoristi della nautica capiranno (SBENG!) che non è complicando le cose semplici (SCRASH!) che venderanno più barche e motori?

Alla fine ripartiamo: il vento ci fa veleggiare e godere. Poi, improvvisamente, a metà strada, finisce. Zero,  calma piatta come la mattina. Sono le tre del pomeriggio e siamo fermi in mezzo al lago.

Ma il problema non è il vento. Del vero problema me ne accorgo solo ora. Ecco perché gli altri naviganti erano tutti vestiti: il sole! Mi sono ustionato come un norvegese al primo giorno di ferie a Rimini. Ahi, chi l’avrebbe mai detto che, ahi, già ai primi di giugno il sole, ahi, scotti così tanto?

Dopo un’ora di improbabili tentativi di recuperare un po’ di vento immaginario, con la pelle che sfrigola come la padella della frittata, decido di rientrare lentamente a motore, controllando attentamente la smulfa, il caragnello e lo scribbolo. Ogni tanto, per vendicarsi delle offese, il motore mi spruzza uno schizzo di olio malefico e bollente sulla pelle arroventata.

Pronto charter? Stiamo rientrando. Ma abbiamo bisogno di bere qualcosa prima di recuperare la roba e liberare la barca. “Ok, lasciatela pure ormeggiata a riva che mando il ragazzo a controllare”.

Ormeggiamo con le mani ustionate dal sole, dalle scotte e dagli ormeggi. Cerchiamo un bar per riprendere sembianze umane e torniamo alla barca. Dieci minuti in tutto. Nel frattempo il ragazzo è arrivato, ha controllato che tutto fosse a posto e ha… Riormeggiato la barca come la sera prima! A sedici metri dalla riva, con lo stesso filo interdentale d’acciaio, teso, rabbioso e, a quest’ora del giorno, arroventato.

Non ho nemmeno la forza di chiamare il charter per insultarlo. Finisco di rovinarmi le mani, recupero la roba, carico l’auto e riparto. La coda per uscire dal lago è tripla rispetto all’andata.

Oggi è settembre. C’è quest’arietta di fine estate, la vita che torna alla normalità, i primi freschi della sera, la luminosità asciutta del tramonto… Ho annusato l’aria è ho sentito la voglia che ritorna. È il momento ideale per un giro in barca. Chi viene con me? Sono disposto anche a pagare; voi però informatevi sulla smulfa, lo scribbolo e il caragnello.

Matteo Rinaldi

Qui un passato (prossimo) di disavventure che a questa le fanno un baffo. Il mare d’inferno, solo on line.

C’è un Pippo Baudo per ognuno di noi

Resoconto della serata con Patrizia Laquidara, Officina del Talento (Unisef Treviso, 3 dicembre 2014)

(Attenzione: pezzo ormai d’epoca (2015): ma vale ancora la pena. Anche per ripassare quel che serve per arrivare a grandi risultati nella vita)

Dopo le prime due serate dell’Officina del talento giungo a una conclusione: è meglio avere pochissimo talento ma lavorare per farlo fruttare piuttosto che averne molto ma ignorare le logiche per metterlo in luce.

Chiedo scusa a romantici e puristi ma la realtà è questa: potete essere dei magnifici artisti, commercianti, condottieri ma dovete mettervi in testa che sta a voi farlo capire al mondo. Il vostro talento, da solo, non vi porta da nessuna parte. In novantanove casi su cento il mondo non lo capirà, a partire dalle persone che vi stanno più vicino.

Ne ho avuto l’ennesima prova lo scorso 3 dicembre, quando ho condotto la seconda serata dell’Officina del talento, con protagonista Patrizia Laquidara. Patrizia è da anni una delle mie voci preferite: canta da dio, scrive testi che parlano al corpo e all’anima, sa muoversi sul palco, comunica, scalda il cuore. Insomma, ha talento da vendere. Ma per farlo capire al mondo ha dovuto superare sé stessa.

Patrizia ha dovuto inventarsi una strada tutta sua per essere finalmente riconosciuta. È infatti un’artista che non ha mai accettato i classici compromessi del mondo della musica: non ha mai cantato una canzone che non sentisse sua, giusto per dire la più importante. Ma è andata oltre, rifiutandosi di seguire le classiche logiche dei musicisti che vogliono sfondare: 1) concentrarsi su brani sempre orecchiabili, commerciali e in linea con i gusti del periodo; 2) farsi conoscere con mille presenze nei media, a partire dai programmi tivù.

Patrizia è diventata Patrizia lavorando come voleva lei: affinando la voce in modo impeccabile e soprattutto concentrando i suoi sforzi su un repertorio alternativo, spesso improponibile nei media tradizionali. Infine se l’è cavata senza accettare quasi nessun consiglio. Insomma, un talento da studiare.

Il suo segreto è questo: fare di testa propria ma con una convinzione fuori dal comune, ostinata e spesso contraria. Ma nello stesso tempo ha seguito i (cinque) punti chiave che permettono a chiunque di arrivare agli obiettivi più importanti. Come spesso succede, lo ha fatto senza nemmeno saperlo.

I punti chiave sono a volte banali, a volte insospettabili. Non sono nemmeno garantiti e universali. Ma sono stati studiati e ordinati dai tanti che, nei secoli, hanno lavorato per mettere nero su bianco le cause di successi e insuccessi umani.

Il pubblico della serata trevigiana è stato colpito soprattutto da una delle tante esperienze raccontate da Patrizia. “Un mio amico inviò una mia cassetta alle selezioni di Sanremo giovani. Una sorpresa, perché non mi sarei mai sognata di farlo. Mi ritrovai, dall’oggi al domani, tra le finaliste: sul treno per Roma decisi che avrei cantato“Cuccurucu Paloma”, un brano celebre che reinterpretavo in una mia versione per sola voce.”

“I responsabili del concorso accolsero la mia idea con due occhi così: Un brano senza nemmeno uno strumento non è mai stato fatto e mai si farà, dissero. M’impuntai: o così o niente, risposi. Avevo tutti contro ed ero pronta a fare dietro front per tornare a casa. Si alzò Pippo Baudo, che era il direttore creativo del concorso. Disse: Fammi sentire come la canti. Ascoltò, guardò gli altri e disse: Visto che è così convinta, fatelo fare come dice lei. Lo interpretai da sola e vinsi”.

La morale è molto semplice: se siete convinti di un’idea, di un progetto, di un sogno, è normale che non troverete incoraggiamenti e aiuti. Ma un Pippo Baudo (ce ne sono tanti, anche in mezzo a noi) c’è sempre, quando dimostrate la giusta convinzione.

Matteo Rinaldi

Officina del Talento, "Personaggio"
Patrizia Laquidara all’Officina del talento: “Personaggio” per voce e chitarra acustica: cliccate la foto e alzate il volume

Le parole per dirlo a Pagliai

(Attenzione: pezzo lunghissimo e preistorico: ma secondo me merita ancora. Ah, è tutto vero, giuro.)

Mercoledì primo ottobre 2015 sono salito sul palco del Cubo Rosso, a Padova, con il maestro Ugo Pagliai. Titolo dell’evento: “Le parole per dirlo”, ovvero una lezione spettacolo sull’uso della voce. Ecco com’è andata: non tanto il “durante” ma il “prima”, dietro le maledette quinte.

Non ero mai salito sul palco assieme a un grande attore, prendendo la stessa quantità di applausi senza aver mai studiato da attore. E non importa se quelli per lui erano di soddisfazione e quelli per me di incoraggiamento.

In realtà non ero mai salito su un palco tout court, ma tant’è. Però vi racconto com’è andata davvero. Anche questa è buona comunicazione. Fatemi solo trovare… Le parole per dirlo.

Forema Padova è la società che si occupa di formazione per le associazioni industriali di Padova e Vicenza. Da anni organizza il “Mese della formazione”, un festival che nell’arco di ottobre presenta alla città le iniziative in programma: dai corsi ai convegni.

Collaboro da anni con Forema, che mi considera un bravo comunicatore. Con questa scusa mi riserva alcune responsabilità, molto belle ma tutt’altro che rilassanti.

“Abbiamo la possibilità di avere Ugo Pagliai per una serata: che dici se lo sfruttiamo per aprire alla grande il mese della formazione? Te ne occupi tu?”

Certo ragazzi, sarà fatto. Ma come si fa? La mia sola certezza è che non ho certezze. Debbo inventare. Devo trovare le parole per dirlo e per farlo. Non ho mai lavorato con un attore di questo livello. Come sfruttarlo per i nostri obiettivi? Pagliai è un uomo di spettacolo, abituato a portare in scena il suo stile, la sua cultura, la sua personalità. A noi servirebbe un docente. Come si convince Pagliai a fare il maestro, ma con la emme minuscola?

Decido che potrebbe giocare in un ruolo originale: il testimone. Ovvero la prova vivente di quanto sia utile, anzi indispensabile, lavorare sulla comunicazione. Ma è chiaro che non servirebbe a niente fargli recitare Shakespeare: bisogna fare in modo che i valori e le esperienze che un attore porta sul palco siano traducibili in valori ed esperienze per chi i discorsi deve farli a clienti, pubblico, collaboratori, fornitori, istituzioni.

Perciò invento un tema conduttore, che titolo “I cinque segreti della voce”. In realtà i segreti non esistono. O meglio, possono essere cinque, dodici o settantadue: le regole non sono mai rigide, in comunicazione. Ma mettere in ordine le cose è il primo passo per arrivare a un risultato.

Scelgo le cinque chiavi su cui lavorare e dò a ognuna un titolo simpatico:  “Sempre convinti anche se stinti”, per presentare l’importanza dell’intenzione, vera chiave di ogni cosa che diciamo; “Più positivi per essere vivi” per raccontare l’importanza del sorriso, che non usiamo quasi mai perché fin da bambini ci hanno raccontato che la faccia seria è la miglior dimostrazione della nostra serietà.

E così via, fino al quinto. Quindi scelgo un paio di testi adatti  per ogni segreto e invio il tutto a Pagliai. Gli scrivo come imposterei la serata: a me il compito di presentare i cinque segreti; a lui quello di comprovarli, dando vita ai testi, e di coinvolgere le persone, mettendole alla prova sopra il palco.

Purtroppo non c’è modo di parlargli, nei giorni precedenti. Riesco a strappare un appuntamento un paio d’ore prima della serata. È quanto mi basta per gli ultimi accordi e un accenno di prova. Due ore mi sembrano tantissime.

Arrivo in leggero ritardo per una sbarra ferroviaria che si blocca appena dentro Padova (lo so da una vita che succedono sempre, queste cose; lo so da una vita che bisogna partire ben prima del prevedibile) e incontro Pagliai nella hall dell’albergo. Abbiamo un’ora a disposizione. Bene.

Ma ecco il primo errore: ascoltando attentamente Pagliai mentre spiega quel che ha capito dalla mia email, avverto dietro alla sua cadenza romana (il Maestro vive a Roma da una vita) gli echi dell’alta Toscana. Sparo: “Maestro, ma lei è toscano d’origine?”

S’illumina:Certo! Di Pistoia. L’hai sentito dall’accento?

“Sì, Maestro. Si avverte appena ma c’è, sebbene la sua toscanità sia impastata col romano”.

Gelo improvviso nella stanza. Pare di essere a teatro, quando Macbeth guarda il pubblico con il teschio in mano. Solo che lui è Macbeth, io il teschio.

“Cosa? Come sarebbe a dire? Non c’è nessuna cadenza romana nella mia voce!”

Ecco, non ho mai visto Pagliai a teatro, ma penso che da Macbeth al Re Lear, i personaggi incazzati li porti in scena proprio così.

“Certo che la sento! Maestro, è impossibile non prendere la cadenza del posto in cui si vive. Le basterebbe uscire di trenta chilometri dal Lazio e la noterebbero tutti, perfino un immigrato siriano arrivato in Italia da due mesi”. Questo mi verrebbe da dirgli, ma non glielo dico mica. Balbetto un “Hum, si sente appena appena, proprio di striscio, impercettibile… Sa, sono io che ho un orecchio abbastanza allenato…”

Re Lear mi guarda chiedendosi se deve proseguire o farmi decapitare. Sceglie la via intermedia: prosegue torturandomi.

“Dunque, il primo testo che mi ha mandato… Huuum… Bello. Bello davvero, quasi… Poetico. Forse anche… Estetico ed… Estatico. Certo, ci vorrebbe uno stile da… Sala doppiaggio, per farlo rendere al massimo… In modo coerente e nello stesso tempo fedele alla quotidianità… Ma forse, pensavo… Forse preferirei usarne uno… Diverso. Ecco qua, l’ho portato con me… È una lettera, una vecchia lettera di Anton Čechov… Il grande, sempre attualissimo Čechov… Descrive Venezia, ma con un’anima e un’intenzione tale che… È assolutamente oltre ogni concezione di tempo… Ora te la leggo però… Tutta, da cima a fondo…”

Tre minuti di premessa, sette di lettera! Vorrei concentrarmi sulla bellezza della lettura, che è in effetti una bellezza, ma guardo soprattutto l’orologio. Non posso dirgli “Tagliamo corto, Maestro!” perché è evidente che Re Lear taglierebbe a fette me.

Čechov è il primo testo: ce ne sono altri nove. E in mezzo, una scena teatrale alla Jonesco che vi racconto.

Maestro“La musica di sottofondo (la filodiffusione dell’albergo, ndr)… Non è un po’ alta? Non trovi che… Disturbi un pochino?”

Spalla (io): “No Maestro, non direi”.

Maestro“Hum, forse è meglio… Chiamare qualcuno perché la abbassi… C’è un addetto, un cameriere disponibile?”

Il cameriere ci mette dieci minuti ad arrivare, due a prendere la richiesta, dieci a tornare da dov’era venuto e abbassare il volume. Ovviamente nel frattempo nessuno può proferire verbo. A volume finalmente abbassato, il maestro riprende.

Maestro: “Anche questo testo che mi hai inviato è molto bello. Però… C’è qualcosa che non… Lo leggiamo assieme, così capiamo cosa non va? Aspetta… Sai che forse… Sarebbe il caso di… Richiamare il cameriere e far spegnere del tutto la musica? Che dici? Io penso… di sì. Mi sa che è meglio… Farla spegnere del tutto…”

Eppure arriviamo in orario. Guido l’auto come su Vivere e morire a Los Angeles. Il Maestro non fa una piega: dev’essere abituato alla guida di Vittorio Gassman, che frequentava regolarmente anche ai tempi del Sorpasso. Arriviamo fin troppo in orario, purtroppo: e non va bene. Si è mai visto un grande attore in orario? Il Maestro si chiude in una stanza a riordinare i testi. Innervosendosi (con me) perché un po’ di Čechov si è sparpagliato tra i poeti e la tonalità si è nascosta tra tempo e ritmo. Sbuffa (educatamente) e mi guarda: “Ma perché mai… Non abbiamo dedicato un po’ più di tempo… A questa cosa? Non sarebbe stato meglio se… Ci fossimo sentiti prima?”

Adesso capisco perché Shakespeare fa fuori anche Re Lear, senza apparente motivo, alla fine del dramma. Ma poi, quando finalmente  saliamo sul palco del Cubo Rosso, tutto va alla grande. Presento il Maestro, presento i segreti (con un ritmo altissimo, quasi sentissi la necessità di rifarmi delle ore precedenti) e il pubblico capisce, ride, sta al gioco.

Passo la palla al Maestro che rallenta, abbassa toni e volumi, fa la sua parte. Torno sul palco e cambio di nuovo ritmo e volumi. Le persone si divertono, partecipano.

Qui scopro cosa significa essere un grande, un artista, un animale da palco. Il Maestro cambia ritmo, accordandolo con l’atmosfera. Accelera, gioca con me e con il pubblico, strappa emozioni e risate. Solo ogni tanto torna a rallentare dimostrandomi, ancora una volta, che la vera differenza tra essere bravi ed essere mostri è proprio la capacità di rallentare, fare pause, prendersi tutto il tempo necessario anche se il tempo non c’è.

Il punto più bello, per me, è quando prende in mano il foglio con una poesia che gli ho portato. Si prepara a cominciare, mi lancia uno sguardo ironico e poi butta via il foglio. La recita perfettamente a memoria, dimostrandomi che non esistono limiti, né anagrafici né cervellotici, quando c’è la passione.

Guardo come si muove, l’equilibrio di ogni movimento fisico, l’uso degli occhi. Guardo la perfetta reazione agli imprevisti: come quando una ragazza, tacchettando rumorosamente nel silenzio assoluto, scappa via proprio nel cuore dell’Infinito di Leopardi. Nel cuore dell’Infinito dico. Un sacrilegio perfino per me. Il Maestro ne accompagna l’uscita con una battuta ironica, ma delicata e gentile.

Non salgo più sul palco, se non per i saluti finali. Una spalla, sono convinto, dev’essere brava anche a levarsi di torno.

Va tutto benissimo. Serata impeccabile e poi a cena assieme, dove mi regala un po’ di racconti della sua giovinezza assieme all’amico Gassman e altri mostri sacri del cinema e del teatro. Alla fine mi saluta con un “Però Mattè, j’ammolli te al pubblico eh?”, che sembra una parolaccia e invece è un gran complimento. Che a me – non so a voi, pare in romano de Roma. Ma forse perché ho l’orecchio molto, molto allenato.

Matteo Rinaldi

Un mese in tivù, ma non ditelo a nessuno

Come dare voce a uno spot, vincere un concorso nazionale e far finta di niente per la vergogna.

Ho vinto un concorso nazionale dando voce a uno spot per il Ministero dei Trasporti. Un’avventura all’italiana che merita di essere raccontata. Contiene tutti gli ingredienti nazionali: cialtroneria, professionalità, fantasia e perfino l’immancabile raccomandazione.

Tutto nasce quando Corrado Ceron, giovane regista di talento, decide di partecipare a un concorso nazionale per il Ministero dei Trasporti. Il tema è: il valore dell’autotrasporto. Al primo classificato un premio in denaro e la visibilità televisiva per un mese intero.

Corrado s’inventa una bella storia per i trenta secondi canonici di uno spot, sceglie due bambini come protagonisti e gira. Per la voce fuori campo chiama una professionista. Ma un attimo prima di inviare il lavoro alla giuria ha un ripensamento: la voce non lo convince più.

Chiama il suo autore delle musiche nonché addetto al suono. “Filippo, emergenza: voglio una nuova voce ma domani devo consegnare. Come facciamo?” Il musico replica: Che problema c’è? Ne conosco una perfetta. “Ha esperienza? Già fatto spot o altro?” Vent’anni di incisioni radio e tivù! “Che sollievo, buon lavoro.”

Il musico chiama me. Il fatto che sia mio fratello è del tutto casuale: siamo gente seria noi. Come il fatto che non ho mai inciso niente in vita mia, a parte i messaggi in segreteria. “Mat, mi serve un favore: mi faresti la voce per uno spot? Però ho solo un’ora di tempo. Stanotte, dalle due alle tre. Poi ti spiego, ciao“.

Alle due dormo. Ma per un fratello nottambulo si fa questo e altro. Mi ritrovo nelle cantine di un condominio di periferia: il furbo amministratore le ha trasformate in sale prove per una dozzina di gruppi rock, punk, reggae, funky, purché nottambuli e molto rumorosi.

Entriamo nella sua cantina. “Abbiamo i minuti contati: non ho tempo di spiegarti e mostrarti lo spot. Sappi che c’è un bambino, un triciclo, una bambina. Lui gioca, porta cose per le stanze… Ecco il testo: leggilo come sembra giusto a te”. Snort, fammi almeno ascoltare la voce originale!

La voce originale è perfetta. Calda, elegante, precisa. “Io non la so fare in questo modo. Ho le esse che fischiano, le zeta che stridono, le pi che sparano, la lingua che si incarta nelle assonanze”. Ho un vantaggio però: so scrivere. Così correggo il testo per le mie corde. Mi basta togliere tutte le sillabe complesse, la metà delle esse, tre quarti di zeta, tutte le p, le assonanze strette, i periodi troppo lunghi. Possiamo cominciare: Abbiamo quaranta minuti, forse ce la facciamo.

Pronti, via! Comincio a leggere: “Ci sono viaggi che cominciano all’alb…” SBADABANG, RUMBLE, THUD!

“Filippo, che succede?” Succede che nella cantina di destra il gruppo di celtic-grunge “Brothers of Satan” ha cominciato le prove. Pestano come disperati. È impossibile registrare la voce senza catturare, attraverso il muro, batteria, basso e stonature del cantante.

“Tranqui, Matt. Sfruttiamo le pause tra un pezzo e l’altro. Vedrai che tra un attimo si fermano a litigare. Ecco, vai!”

Riparto. “Ci sono viaggi che cominciano all’alb…” YEEEH! FUCK YOUR SKIN, FUCK TO CUGIN! RUMBLE, CRASH! Ma cosa? Ah, capisco: nella stanza di sinistra hanno attaccato i “Vainmones“, punk-veneto orientale. Impossibile proseguire.

E adesso come si fa? “Fly down, Matt. Incastriamo la registrazione tra le litigate del primo gruppo e le pause del secondo. Per sicurezza ti metto in testa una coperta da sei chili che copre il rumore. Veloce però.” 

Sparo una lettura rapidissima ed elettrica, sperando che nella stanza a sud non attacchi la terza band, i “Faganels” (death funky).

Ce la facciamo. Non so come ho fatto ma l’ho fatto. Non so nemmeno cosa ho fatto, perché i tre gruppi riattaccano assieme e nemmeno con le cuffie, sotto alla coperta da due chili, riesco a capire una (mia) parola.

Inviamo a Corrado che monta e invia. Due settimane dopo la notizia: vittoria! Al regista gloria e premio, a noi l’onere (leggete bene, con la e) di finire, per un mese di fila, su La7, Italia 1, Canale 5 e Retequattro. Badando a non farlo sapere a nessuno, in quel mese di fila.

Fortuna che nessuno mi riconosce. Amo treni, bici e carburanti alternativi: qui pubblicizzo camion e furgoni. Roba da prendermi a schiaffi da solo.

Non abbiamo vinto per merito mio, evidentemente. Ma credo di aver dato toni e colori corretti: la voce è solare, quasi radiofonica, però senza il me-la-tiro-un-po’ del buon dj che se la tira sempre un po’.

Comunque, se ascoltate bene, in sottofondo sentite la chitarra scordata dei Faganels e un bestemmione da paura del bassista dei Vainmones. Ma per favore, non ditelo al Ministero dei Trasporti.

la voce giusta per uno spot
la voce giusta per uno spot