In guardia sul Garda

(Attenzione: pezzo lunghissimo e ormai d’epoca (2015): ma vado così poco in barca che mi devo accontare dei ricordi scritti. E comunque leggere on line fa bene!!)

Dopo molto, molto tempo sono risalito in barca a vela. C’erano ottime possibilità che non lo facessi più: pubblicare Il mare d’inferno mi ha rimesso in pace con l’acqua e la terraferma. Nel senso che ho optato decisamente per quest’ultima: quando riesci a raccontare l’orrore di una passione, te le ne liberi per sempre.

Ma ai primi di giugno ci sono ricascato. Ne scrivo tre mesi dopo perché a causa di quell’esperienza ho avuto le mani fuori uso per l’intera estate.

Peggio del volo charter c’è solo il vela charter.

A giugno la vela è ancora sopportabile: né afa né superprezzi estivi. Chiamo un charter del lago di Garda in zona Toscolano Maderno. Lo avevo sfruttato assieme a due amici ad inizio primavera. Ma avevo parlato chiaro al tipo: Amico, se siamo in tre non abbiamo difficoltà a pagarti la (spropositata) tariffa che chiedi. Ma se vengo un’altra volta da solo, o con le figlie, o con la compagna, insomma se a pagare sono solo io, me lo fai lo sconto?

“Certo, ci mancherebbe, figurati, vai tranquillo!”

Gli avevamo pagato il furto (180 euro al giorno; sopportabile solo perché diviso in tre) e via. Ci eravamo divertiti. Bel vento, bella temperatura, pace e tranquillità.

A giugno mi viene l’idea di invitare una persona mai salita in barca a vela: prometto laghi e monti, virate e panorami, armonia e bellezza. Chiamo il charter e dai che si par… Si parla la solita lingua triforcuta dei charter.

“Sconto? Quale sconto? Te lo avevo promesso in bassa stagione. Adesso è altissima. Non se ne parla neanche. Anzi, sono 40 euro in più con le tariffe estive. Posso mica rimetterci. Se no vado a coltivare mele. Guarda, inutile insistere”.

Penso: ci vado comunque, ma non a navigare: lo uccido con le mie mani. Poi mi calmo: ho fatto una promessa e non voglio tirarmi indietro. Dico: Ok, arrivo alle tue condizioni, alle 18 sono lì.

“Alle sei di sera? Mica mi trovi alle sei di sera. Vado a casa, alle sei di sera. Vado a coltivare mele se devo stare qua fino alle sei di sera”.

(Stai calmo, perdio. Poi lo uccidi, ma ora stai calmo). Ok, lasciami la barca da qualche parte e dimmi dove ti lascio i soldi.

“La barca te la lascio sul lungolago, comodissima. Ma i soldi? Non mi fido. Mi devi fare un vaglia prima, se no niente. E voglio la ricevuta via sms.”

?? KOME? MA SE SONO GIA PER STRADA, KOME FACCIO A MANDARTI I SOLDI?? (Stai calmo, calmo, poi lo uccidi ma adesso calmo).

“Problemi tuoi: o così o niente. Vendo mica mele, io.”

Guardate che non esagero. Buona parte dei charter velici ragiona così. Un senso degli affari che nega 12 mila anni di arte umana del commercio e della negoziazione.

Ripasso per casa, invio il bonifico (secondo voi l’home banking funziona al primo colpo o ci vogliono quaranta minuti di tentativi?), riparto.

Mi calmo. Che altro può succedere? La barca è mia dalle sei di sera fino alla stessa ora del giorno dopo: pizza, notte a bordo, partenza rilassata alle prime luci del giorno. Dai che la vita è bella.

La vita sarebbe ancora più bella se attorno al lago di Garda non ci fossero le strade del Garda. Bellissime per girarci i film di 007. Pessime per arrivare di venerdì a giugno. Code ciclopiche. Pensionati centenari a 12 km/h su gigantesche Mercedes Diktator. Fighetti ventenni scatenati a 140 mp/h su Harley Davidson di valore superiore al mio fatturato esistenziale.

Passo d’uomo per quaranta chilometri. Parcheggi pubblici al prezzo orario di una consulenza da Tony Robbins. Dove si infilano le banconote? Macché, vogliono quindici euro al giorno ma solo in moneta. Otto negozi su dieci espongono il cartello “Non si cambiano monete. Nemmeno se comprate qualcosa”. Sono i migliori. Gli altri scrivono: “Dieci euro in monete = venticinque euro di carta”).

Notte in braghe di vela.

Il peggio deve ancora venire. La barca è effettivamente ormeggiata sulla bellissima riva di Toscolano. Ma per l’infondata paura che la corrente la possa sbattere contro il molo (quale corrente poi? siamo al lago) l’hanno ormeggiata alla boa, che dista dieci metri dal molo, e collegata a terra con un cavo d’acciaio lungo sei.

Per recuperare la barca bisogna tirare il cavo a mani nude (chi ha pensato ai guanti?) e trascinare verso di sé una tonnellata di barca, vincendo la forza dell’acqua, della corrente e soprattutto del cavo della boa d’ormeggio ancorata sul fondo, elastico quanto il cervello del noleggiatore. Più o meno come tirare a mani nude un pianoforte a coda con un filo interdentale.

La porto a riva sbuffando, sudando, sacramentando e scorticandomi per sempre le mani. Saltiamo a bordo per scoprire che non c’è nemmeno una luce che funziona. Scopro che manca del tutto la batteria. Eh? Pago una notte per non avere nemmeno una lampadina?

Pronto charter? Mi fate pagare la notte in barca e non mi collegate nemmeno la luce? Pronto? Pronto?” Mi mette giù, il bastardo. Probabilmente è andato a raccogliere mele per costruirsi un futuro vero.

La mattina partiamo. Vento zero. Cento metri in un’ora. Poco male, la vela è così. Tre ore di niente. Accendere il motore giammai: quello che muove lo scafo l’ho sperimentato per staccarmi dal molo: è un vecchio due tempi, puzzolente, rumoroso e capace di raggiungere i cento metri in due ore. Ma almeno funziona.

Improvvisamente arriva il vento: è il celebre Peler del Garda. non so perché questo nome. So che si veleggia alla grande. Al punto che faccio la cazzata – non quella nautica – liberando il Fantozzi che è in me: a petto nudo, anzi in costume, alla faccia di tutti gli altri navigatori che incrociamo, vestiti di tutto punto. Chissà perché poi: incapaci, freddolosi e femminucce!

All’ora di pranzo punto il porticciolo di Torri del Benaco. Due mesi fa era un bijoux: deserto, silenzioso, tutto per noi. Oggi no. Oggi ci sono sedici motoscafi che lo occupano e altrettanti che fanno la posta, appena fuori, aspettando che si liberi un posto. Tutti girano in cerchio col motore rombante, pronti ad approfittare del primo buco libero. Il peggiore di tutti – un pazzo totale – ha tagliato la testa al toro e gettato l’ancora proprio davanti all’ingresso del porto. In linguaggio automobilistico, sarebbe come se vedeste uno che parcheggia nella corsia centrale dell’A4 alle sette di mattina.

Si libera clamorosamente un buco sulla sinistra. I motoscafi si scontrano rombando tra di loro. Sento bestemmie nei peggiori dialetti del nord Europa. Ho appena tolto le vele e acceso il motore: mi infilo miracolosamente tra l’ammasso di motori e le rocce, puntando verso l’approdo. Una manovra perfetta! Ma proprio lì, succede quel che sempre succede. Il motore si spegne. Così, senza ragione, esattamente mentre entro, con rocce a destra, rocce a sinistra e barche davanti e dietro. Si spegne con malizia e non riparte più.

Chi spera e chi sperona.

La barca, senza più controllo, punta verso un’altra vela ormeggiata. Ovviamente il proprietario è a bordo, disteso, panino in mano e bibita. È grosso e potenzialmente cattivo. “Ehi, EHI, FERMAAAAA!” mi urla con gli occhi fuori orbita. “Impossibile – gli replico – aiutami invece, aiutami a fermare lo scafoooo!”

SKRATCH! SBENG!

L’urto per fortuna è meno tragico del previsto. Le barche di sei-sette metri le fermi con una mano, se ci metti un po’ di forza. Noi ci mettiamo mani, piedi, parabordi, sudore e bestemmie. Dopo una mezza dozzina di Sbeng! e Thud! finalmente mi fermo.

Il tipo mi perdona. Deve averne viste di ben peggiori, da queste parti. Ormeggio come un professionista ma a niente serve: i motoscafi giranti che girano in cerchio, sempre più furiosi, creano un’onda che sbatte lo scafo un po’ dove gli pare.

SKRATCH! SBENG! “Pronto, charter? PAM! SCRASH! Che cazzo succede al motore che mi ha piantato nelle bocche di porto?” RUMBLE! PACK!

“Eh, è colpa tua! L’avevo spiegato bene al tuo amico due mesi fa: bisogna prima premere la smulfa dell’aria, sotto a sinistra, poi tirare il caragnello della testata, in alto a destra, quindi spingere lo scribbolo anteriore ruotando su se stessi. Se hai spinto il caragnello e tirato la smulfa è normale che si spenga”.

Quand’è( SKRATCH!) che i motoristi della nautica capiranno (SBENG!) che non è complicando le cose semplici (SCRASH!) che venderanno più barche e motori?

Alla fine ripartiamo: il vento ci fa veleggiare e godere. Poi, improvvisamente, a metà strada, finisce. Zero,  calma piatta come la mattina. Sono le tre del pomeriggio e siamo fermi in mezzo al lago.

Ma il problema non è il vento. Del vero problema me ne accorgo solo ora. Ecco perché gli altri naviganti erano tutti vestiti: il sole! Mi sono ustionato come un norvegese al primo giorno di ferie a Rimini. Ahi, chi l’avrebbe mai detto che, ahi, già ai primi di giugno il sole, ahi, scotti così tanto?

Dopo un’ora di improbabili tentativi di recuperare un po’ di vento immaginario, con la pelle che sfrigola come la padella della frittata, decido di rientrare lentamente a motore, controllando attentamente la smulfa, il caragnello e lo scribbolo. Ogni tanto, per vendicarsi delle offese, il motore mi spruzza uno schizzo di olio malefico e bollente sulla pelle arroventata.

Pronto charter? Stiamo rientrando. Ma abbiamo bisogno di bere qualcosa prima di recuperare la roba e liberare la barca. “Ok, lasciatela pure ormeggiata a riva che mando il ragazzo a controllare”.

Ormeggiamo con le mani ustionate dal sole, dalle scotte e dagli ormeggi. Cerchiamo un bar per riprendere sembianze umane e torniamo alla barca. Dieci minuti in tutto. Nel frattempo il ragazzo è arrivato, ha controllato che tutto fosse a posto e ha… Riormeggiato la barca come la sera prima! A sedici metri dalla riva, con lo stesso filo interdentale d’acciaio, teso, rabbioso e, a quest’ora del giorno, arroventato.

Non ho nemmeno la forza di chiamare il charter per insultarlo. Finisco di rovinarmi le mani, recupero la roba, carico l’auto e riparto. La coda per uscire dal lago è tripla rispetto all’andata.

Oggi è settembre. C’è quest’arietta di fine estate, la vita che torna alla normalità, i primi freschi della sera, la luminosità asciutta del tramonto… Ho annusato l’aria è ho sentito la voglia che ritorna. È il momento ideale per un giro in barca. Chi viene con me? Sono disposto anche a pagare; voi però informatevi sulla smulfa, lo scribbolo e il caragnello.

Matteo Rinaldi

Qui un passato (prossimo) di disavventure che a questa le fanno un baffo. Il mare d’inferno, solo on line.

C’è un Pippo Baudo per ognuno di noi

Resoconto della serata con Patrizia Laquidara, Officina del Talento (Unisef Treviso, 3 dicembre 2014)

(Attenzione: pezzo ormai d’epoca (2015): ma vale ancora la pena. Anche per ripassare quel che serve per arrivare a grandi risultati nella vita)

Dopo le prime due serate dell’Officina del talento giungo a una conclusione: è meglio avere pochissimo talento ma lavorare per farlo fruttare piuttosto che averne molto ma ignorare le logiche per metterlo in luce.

Chiedo scusa a romantici e puristi ma la realtà è questa: potete essere dei magnifici artisti, commercianti, condottieri ma dovete mettervi in testa che sta a voi farlo capire al mondo. Il vostro talento, da solo, non vi porta da nessuna parte. In novantanove casi su cento il mondo non lo capirà, a partire dalle persone che vi stanno più vicino.

Ne ho avuto l’ennesima prova lo scorso 3 dicembre, quando ho condotto la seconda serata dell’Officina del talento, con protagonista Patrizia Laquidara. Patrizia è da anni una delle mie voci preferite: canta da dio, scrive testi che parlano al corpo e all’anima, sa muoversi sul palco, comunica, scalda il cuore. Insomma, ha talento da vendere. Ma per farlo capire al mondo ha dovuto superare sé stessa.

Patrizia ha dovuto inventarsi una strada tutta sua per essere finalmente riconosciuta. È infatti un’artista che non ha mai accettato i classici compromessi del mondo della musica: non ha mai cantato una canzone che non sentisse sua, giusto per dire la più importante. Ma è andata oltre, rifiutandosi di seguire le classiche logiche dei musicisti che vogliono sfondare: 1) concentrarsi su brani sempre orecchiabili, commerciali e in linea con i gusti del periodo; 2) farsi conoscere con mille presenze nei media, a partire dai programmi tivù.

Patrizia è diventata Patrizia lavorando come voleva lei: affinando la voce in modo impeccabile e soprattutto concentrando i suoi sforzi su un repertorio alternativo, spesso improponibile nei media tradizionali. Infine se l’è cavata senza accettare quasi nessun consiglio. Insomma, un talento da studiare.

Il suo segreto è questo: fare di testa propria ma con una convinzione fuori dal comune, ostinata e spesso contraria. Ma nello stesso tempo ha seguito i (cinque) punti chiave che permettono a chiunque di arrivare agli obiettivi più importanti. Come spesso succede, lo ha fatto senza nemmeno saperlo.

I punti chiave sono a volte banali, a volte insospettabili. Non sono nemmeno garantiti e universali. Ma sono stati studiati e ordinati dai tanti che, nei secoli, hanno lavorato per mettere nero su bianco le cause di successi e insuccessi umani.

Il pubblico della serata trevigiana è stato colpito soprattutto da una delle tante esperienze raccontate da Patrizia. “Un mio amico inviò una mia cassetta alle selezioni di Sanremo giovani. Una sorpresa, perché non mi sarei mai sognata di farlo. Mi ritrovai, dall’oggi al domani, tra le finaliste: sul treno per Roma decisi che avrei cantato“Cuccurucu Paloma”, un brano celebre che reinterpretavo in una mia versione per sola voce.”

“I responsabili del concorso accolsero la mia idea con due occhi così: Un brano senza nemmeno uno strumento non è mai stato fatto e mai si farà, dissero. M’impuntai: o così o niente, risposi. Avevo tutti contro ed ero pronta a fare dietro front per tornare a casa. Si alzò Pippo Baudo, che era il direttore creativo del concorso. Disse: Fammi sentire come la canti. Ascoltò, guardò gli altri e disse: Visto che è così convinta, fatelo fare come dice lei. Lo interpretai da sola e vinsi”.

La morale è molto semplice: se siete convinti di un’idea, di un progetto, di un sogno, è normale che non troverete incoraggiamenti e aiuti. Ma un Pippo Baudo (ce ne sono tanti, anche in mezzo a noi) c’è sempre, quando dimostrate la giusta convinzione.

Matteo Rinaldi

Officina del Talento, "Personaggio"
Patrizia Laquidara all’Officina del talento: “Personaggio” per voce e chitarra acustica: cliccate la foto e alzate il volume

Le parole per dirlo a Pagliai

(Attenzione: pezzo lunghissimo e preistorico: ma secondo me merita ancora. Ah, è tutto vero, giuro.)

Mercoledì primo ottobre 2015 sono salito sul palco del Cubo Rosso, a Padova, con il maestro Ugo Pagliai. Titolo dell’evento: “Le parole per dirlo”, ovvero una lezione spettacolo sull’uso della voce. Ecco com’è andata: non tanto il “durante” ma il “prima”, dietro le maledette quinte.

Non ero mai salito sul palco assieme a un grande attore, prendendo la stessa quantità di applausi senza aver mai studiato da attore. E non importa se quelli per lui erano di soddisfazione e quelli per me di incoraggiamento.

In realtà non ero mai salito su un palco tout court, ma tant’è. Però vi racconto com’è andata davvero. Anche questa è buona comunicazione. Fatemi solo trovare… Le parole per dirlo.

Forema Padova è la società che si occupa di formazione per le associazioni industriali di Padova e Vicenza. Da anni organizza il “Mese della formazione”, un festival che nell’arco di ottobre presenta alla città le iniziative in programma: dai corsi ai convegni.

Collaboro da anni con Forema, che mi considera un bravo comunicatore. Con questa scusa mi riserva alcune responsabilità, molto belle ma tutt’altro che rilassanti.

“Abbiamo la possibilità di avere Ugo Pagliai per una serata: che dici se lo sfruttiamo per aprire alla grande il mese della formazione? Te ne occupi tu?”

Certo ragazzi, sarà fatto. Ma come si fa? La mia sola certezza è che non ho certezze. Debbo inventare. Devo trovare le parole per dirlo e per farlo. Non ho mai lavorato con un attore di questo livello. Come sfruttarlo per i nostri obiettivi? Pagliai è un uomo di spettacolo, abituato a portare in scena il suo stile, la sua cultura, la sua personalità. A noi servirebbe un docente. Come si convince Pagliai a fare il maestro, ma con la emme minuscola?

Decido che potrebbe giocare in un ruolo originale: il testimone. Ovvero la prova vivente di quanto sia utile, anzi indispensabile, lavorare sulla comunicazione. Ma è chiaro che non servirebbe a niente fargli recitare Shakespeare: bisogna fare in modo che i valori e le esperienze che un attore porta sul palco siano traducibili in valori ed esperienze per chi i discorsi deve farli a clienti, pubblico, collaboratori, fornitori, istituzioni.

Perciò invento un tema conduttore, che titolo “I cinque segreti della voce”. In realtà i segreti non esistono. O meglio, possono essere cinque, dodici o settantadue: le regole non sono mai rigide, in comunicazione. Ma mettere in ordine le cose è il primo passo per arrivare a un risultato.

Scelgo le cinque chiavi su cui lavorare e dò a ognuna un titolo simpatico:  “Sempre convinti anche se stinti”, per presentare l’importanza dell’intenzione, vera chiave di ogni cosa che diciamo; “Più positivi per essere vivi” per raccontare l’importanza del sorriso, che non usiamo quasi mai perché fin da bambini ci hanno raccontato che la faccia seria è la miglior dimostrazione della nostra serietà.

E così via, fino al quinto. Quindi scelgo un paio di testi adatti  per ogni segreto e invio il tutto a Pagliai. Gli scrivo come imposterei la serata: a me il compito di presentare i cinque segreti; a lui quello di comprovarli, dando vita ai testi, e di coinvolgere le persone, mettendole alla prova sopra il palco.

Purtroppo non c’è modo di parlargli, nei giorni precedenti. Riesco a strappare un appuntamento un paio d’ore prima della serata. È quanto mi basta per gli ultimi accordi e un accenno di prova. Due ore mi sembrano tantissime.

Arrivo in leggero ritardo per una sbarra ferroviaria che si blocca appena dentro Padova (lo so da una vita che succedono sempre, queste cose; lo so da una vita che bisogna partire ben prima del prevedibile) e incontro Pagliai nella hall dell’albergo. Abbiamo un’ora a disposizione. Bene.

Ma ecco il primo errore: ascoltando attentamente Pagliai mentre spiega quel che ha capito dalla mia email, avverto dietro alla sua cadenza romana (il Maestro vive a Roma da una vita) gli echi dell’alta Toscana. Sparo: “Maestro, ma lei è toscano d’origine?”

S’illumina:Certo! Di Pistoia. L’hai sentito dall’accento?

“Sì, Maestro. Si avverte appena ma c’è, sebbene la sua toscanità sia impastata col romano”.

Gelo improvviso nella stanza. Pare di essere a teatro, quando Macbeth guarda il pubblico con il teschio in mano. Solo che lui è Macbeth, io il teschio.

“Cosa? Come sarebbe a dire? Non c’è nessuna cadenza romana nella mia voce!”

Ecco, non ho mai visto Pagliai a teatro, ma penso che da Macbeth al Re Lear, i personaggi incazzati li porti in scena proprio così.

“Certo che la sento! Maestro, è impossibile non prendere la cadenza del posto in cui si vive. Le basterebbe uscire di trenta chilometri dal Lazio e la noterebbero tutti, perfino un immigrato siriano arrivato in Italia da due mesi”. Questo mi verrebbe da dirgli, ma non glielo dico mica. Balbetto un “Hum, si sente appena appena, proprio di striscio, impercettibile… Sa, sono io che ho un orecchio abbastanza allenato…”

Re Lear mi guarda chiedendosi se deve proseguire o farmi decapitare. Sceglie la via intermedia: prosegue torturandomi.

“Dunque, il primo testo che mi ha mandato… Huuum… Bello. Bello davvero, quasi… Poetico. Forse anche… Estetico ed… Estatico. Certo, ci vorrebbe uno stile da… Sala doppiaggio, per farlo rendere al massimo… In modo coerente e nello stesso tempo fedele alla quotidianità… Ma forse, pensavo… Forse preferirei usarne uno… Diverso. Ecco qua, l’ho portato con me… È una lettera, una vecchia lettera di Anton Čechov… Il grande, sempre attualissimo Čechov… Descrive Venezia, ma con un’anima e un’intenzione tale che… È assolutamente oltre ogni concezione di tempo… Ora te la leggo però… Tutta, da cima a fondo…”

Tre minuti di premessa, sette di lettera! Vorrei concentrarmi sulla bellezza della lettura, che è in effetti una bellezza, ma guardo soprattutto l’orologio. Non posso dirgli “Tagliamo corto, Maestro!” perché è evidente che Re Lear taglierebbe a fette me.

Čechov è il primo testo: ce ne sono altri nove. E in mezzo, una scena teatrale alla Jonesco che vi racconto.

Maestro“La musica di sottofondo (la filodiffusione dell’albergo, ndr)… Non è un po’ alta? Non trovi che… Disturbi un pochino?”

Spalla (io): “No Maestro, non direi”.

Maestro“Hum, forse è meglio… Chiamare qualcuno perché la abbassi… C’è un addetto, un cameriere disponibile?”

Il cameriere ci mette dieci minuti ad arrivare, due a prendere la richiesta, dieci a tornare da dov’era venuto e abbassare il volume. Ovviamente nel frattempo nessuno può proferire verbo. A volume finalmente abbassato, il maestro riprende.

Maestro: “Anche questo testo che mi hai inviato è molto bello. Però… C’è qualcosa che non… Lo leggiamo assieme, così capiamo cosa non va? Aspetta… Sai che forse… Sarebbe il caso di… Richiamare il cameriere e far spegnere del tutto la musica? Che dici? Io penso… di sì. Mi sa che è meglio… Farla spegnere del tutto…”

Eppure arriviamo in orario. Guido l’auto come su Vivere e morire a Los Angeles. Il Maestro non fa una piega: dev’essere abituato alla guida di Vittorio Gassman, che frequentava regolarmente anche ai tempi del Sorpasso. Arriviamo fin troppo in orario, purtroppo: e non va bene. Si è mai visto un grande attore in orario? Il Maestro si chiude in una stanza a riordinare i testi. Innervosendosi (con me) perché un po’ di Čechov si è sparpagliato tra i poeti e la tonalità si è nascosta tra tempo e ritmo. Sbuffa (educatamente) e mi guarda: “Ma perché mai… Non abbiamo dedicato un po’ più di tempo… A questa cosa? Non sarebbe stato meglio se… Ci fossimo sentiti prima?”

Adesso capisco perché Shakespeare fa fuori anche Re Lear, senza apparente motivo, alla fine del dramma. Ma poi, quando finalmente  saliamo sul palco del Cubo Rosso, tutto va alla grande. Presento il Maestro, presento i segreti (con un ritmo altissimo, quasi sentissi la necessità di rifarmi delle ore precedenti) e il pubblico capisce, ride, sta al gioco.

Passo la palla al Maestro che rallenta, abbassa toni e volumi, fa la sua parte. Torno sul palco e cambio di nuovo ritmo e volumi. Le persone si divertono, partecipano.

Qui scopro cosa significa essere un grande, un artista, un animale da palco. Il Maestro cambia ritmo, accordandolo con l’atmosfera. Accelera, gioca con me e con il pubblico, strappa emozioni e risate. Solo ogni tanto torna a rallentare dimostrandomi, ancora una volta, che la vera differenza tra essere bravi ed essere mostri è proprio la capacità di rallentare, fare pause, prendersi tutto il tempo necessario anche se il tempo non c’è.

Il punto più bello, per me, è quando prende in mano il foglio con una poesia che gli ho portato. Si prepara a cominciare, mi lancia uno sguardo ironico e poi butta via il foglio. La recita perfettamente a memoria, dimostrandomi che non esistono limiti, né anagrafici né cervellotici, quando c’è la passione.

Guardo come si muove, l’equilibrio di ogni movimento fisico, l’uso degli occhi. Guardo la perfetta reazione agli imprevisti: come quando una ragazza, tacchettando rumorosamente nel silenzio assoluto, scappa via proprio nel cuore dell’Infinito di Leopardi. Nel cuore dell’Infinito dico. Un sacrilegio perfino per me. Il Maestro ne accompagna l’uscita con una battuta ironica, ma delicata e gentile.

Non salgo più sul palco, se non per i saluti finali. Una spalla, sono convinto, dev’essere brava anche a levarsi di torno.

Va tutto benissimo. Serata impeccabile e poi a cena assieme, dove mi regala un po’ di racconti della sua giovinezza assieme all’amico Gassman e altri mostri sacri del cinema e del teatro. Alla fine mi saluta con un “Però Mattè, j’ammolli te al pubblico eh?”, che sembra una parolaccia e invece è un gran complimento. Che a me – non so a voi, pare in romano de Roma. Ma forse perché ho l’orecchio molto, molto allenato.

Matteo Rinaldi

Un mese in tivù, ma non ditelo a nessuno

Come dare voce a uno spot, vincere un concorso nazionale e far finta di niente per la vergogna.

Ho vinto un concorso nazionale dando voce a uno spot per il Ministero dei Trasporti. Un’avventura all’italiana che merita di essere raccontata. Contiene tutti gli ingredienti nazionali: cialtroneria, professionalità, fantasia e perfino l’immancabile raccomandazione.

Tutto nasce quando Corrado Ceron, giovane regista di talento, decide di partecipare a un concorso nazionale per il Ministero dei Trasporti. Il tema è: il valore dell’autotrasporto. Al primo classificato un premio in denaro e la visibilità televisiva per un mese intero.

Corrado s’inventa una bella storia per i trenta secondi canonici di uno spot, sceglie due bambini come protagonisti e gira. Per la voce fuori campo chiama una professionista. Ma un attimo prima di inviare il lavoro alla giuria ha un ripensamento: la voce non lo convince più.

Chiama il suo autore delle musiche nonché addetto al suono. “Filippo, emergenza: voglio una nuova voce ma domani devo consegnare. Come facciamo?” Il musico replica: Che problema c’è? Ne conosco una perfetta. “Ha esperienza? Già fatto spot o altro?” Vent’anni di incisioni radio e tivù! “Che sollievo, buon lavoro.”

Il musico chiama me. Il fatto che sia mio fratello è del tutto casuale: siamo gente seria noi. Come il fatto che non ho mai inciso niente in vita mia, a parte i messaggi in segreteria. “Mat, mi serve un favore: mi faresti la voce per uno spot? Però ho solo un’ora di tempo. Stanotte, dalle due alle tre. Poi ti spiego, ciao“.

Alle due dormo. Ma per un fratello nottambulo si fa questo e altro. Mi ritrovo nelle cantine di un condominio di periferia: il furbo amministratore le ha trasformate in sale prove per una dozzina di gruppi rock, punk, reggae, funky, purché nottambuli e molto rumorosi.

Entriamo nella sua cantina. “Abbiamo i minuti contati: non ho tempo di spiegarti e mostrarti lo spot. Sappi che c’è un bambino, un triciclo, una bambina. Lui gioca, porta cose per le stanze… Ecco il testo: leggilo come sembra giusto a te”. Snort, fammi almeno ascoltare la voce originale!

La voce originale è perfetta. Calda, elegante, precisa. “Io non la so fare in questo modo. Ho le esse che fischiano, le zeta che stridono, le pi che sparano, la lingua che si incarta nelle assonanze”. Ho un vantaggio però: so scrivere. Così correggo il testo per le mie corde. Mi basta togliere tutte le sillabe complesse, la metà delle esse, tre quarti di zeta, tutte le p, le assonanze strette, i periodi troppo lunghi. Possiamo cominciare: Abbiamo quaranta minuti, forse ce la facciamo.

Pronti, via! Comincio a leggere: “Ci sono viaggi che cominciano all’alb…” SBADABANG, RUMBLE, THUD!

“Filippo, che succede?” Succede che nella cantina di destra il gruppo di celtic-grunge “Brothers of Satan” ha cominciato le prove. Pestano come disperati. È impossibile registrare la voce senza catturare, attraverso il muro, batteria, basso e stonature del cantante.

“Tranqui, Matt. Sfruttiamo le pause tra un pezzo e l’altro. Vedrai che tra un attimo si fermano a litigare. Ecco, vai!”

Riparto. “Ci sono viaggi che cominciano all’alb…” YEEEH! FUCK YOUR SKIN, FUCK TO CUGIN! RUMBLE, CRASH! Ma cosa? Ah, capisco: nella stanza di sinistra hanno attaccato i “Vainmones“, punk-veneto orientale. Impossibile proseguire.

E adesso come si fa? “Fly down, Matt. Incastriamo la registrazione tra le litigate del primo gruppo e le pause del secondo. Per sicurezza ti metto in testa una coperta da sei chili che copre il rumore. Veloce però.” 

Sparo una lettura rapidissima ed elettrica, sperando che nella stanza a sud non attacchi la terza band, i “Faganels” (death funky).

Ce la facciamo. Non so come ho fatto ma l’ho fatto. Non so nemmeno cosa ho fatto, perché i tre gruppi riattaccano assieme e nemmeno con le cuffie, sotto alla coperta da due chili, riesco a capire una (mia) parola.

Inviamo a Corrado che monta e invia. Due settimane dopo la notizia: vittoria! Al regista gloria e premio, a noi l’onere (leggete bene, con la e) di finire, per un mese di fila, su La7, Italia 1, Canale 5 e Retequattro. Badando a non farlo sapere a nessuno, in quel mese di fila.

Fortuna che nessuno mi riconosce. Amo treni, bici e carburanti alternativi: qui pubblicizzo camion e furgoni. Roba da prendermi a schiaffi da solo.

Non abbiamo vinto per merito mio, evidentemente. Ma credo di aver dato toni e colori corretti: la voce è solare, quasi radiofonica, però senza il me-la-tiro-un-po’ del buon dj che se la tira sempre un po’.

Comunque, se ascoltate bene, in sottofondo sentite la chitarra scordata dei Faganels e un bestemmione da paura del bassista dei Vainmones. Ma per favore, non ditelo al Ministero dei Trasporti.

la voce giusta per uno spot
la voce giusta per uno spot