Leadership e cani

Leadership? Riscopri il cane che è in te

di Manuel Righele

Voglio parlarti di un bel video di Dan Rockwell, molto utile, che tu sia un leader o no, un comunicatore o un operativo di primo pelo, che tu sia un manager depilato o un peer (che poi significa collega e non pirla).

Quel che più mi entusiasma di Rockwell è il fatto che si definisca un freak della leadership e questo video – immagino senza che Rockwell ne avesse l’intenzione – mette in luce alcune imbarazzanti involuzioni della nostra era.

Partiamo dal primo assunto del freak:

La Leadesrhip è come un fuoco. Da dove arriva questo fuoco? Arriva dei propri punti di forza, non dalle debolezze.


Starete pensando che il fuoco che arriva dalle debolezze spesso si accanisce sullo stomaco, o se siete stati poco prudenti nel buco del culo, ma questo è un altro discorso.

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Public speaking avvocati

Ho tenuto lo stesso seminario sulla voce in tre occasioni diverse nell’arco dello scorso mese: un pubblico di avvocati, uno di neolaureati, uno di artigiani. Ogni volta mi era evidente, fin dalle primissime parole, che non usiamo la voce con creatività, ovvero per dare vita a quel che vogliamo dire; la usiamo come se fosse l’abito del ruolo che vestiamo.

Per essere chiaro: ognuno di noi usa stili e colori di voce disegnati attorno al ruolo che gioca. L’artigiano la indossa come una tuta da lavoro, l’avvocato come un completo blu, lo studente come una felpa.

Ma comunicare è un’altra cosa. Entrare in relazione significa alternare felpe, cravatte e perfino petto nudo.

Quasi nessuno si rende conto che la voce, usata come un abito, non funziona affatto. Funzionasse davvero, non avremmo alcun bisogno di indossare l’uniforme per far capire al mondo chi siamo.

Piccole occasioni per capirci qualcosa di più, mettersi in gioco, cominciare a usare la voce davvero. Al Vicenza Time Café tre serate sulla voce a partire da giovedì 26. Info qui. A Rovigo (Coop Up Rovigo) lunedì 30 gennaio “A digo ben”, il seminario per scaricare la cadenza veneta e parlare in modo più elegante, chiaro, empatico.

Nella foto: Jim Carrey nei panni di un avvocato in Liar Liar (ascoltatelo in originale: uso strepitoso della voce) 

Matteo Rinaldi

IgorSibaldiUna serata con Igor Sibaldi. Per capire come ragioniamo e perché siamo tutti vittime della nostra cultura e delle nostre abitudini. Ma anche come venirne fuori per diventare chi siamo davvero.

Vi racconto una serata con Igor Sibaldi. Igor è un pensatore, scrittore, filosofo, teologo… No, con tutte queste cariche rischio già di farlo apparire molto meno chiaro di quanto realmente sia. Forse, per provare a definirlo davvero, è meglio prestargli un nome meno banale. Sibaldi è un uomo che cerca di dare alla vita un senso. Madonna, che promessa. Eppure fa proprio questo. Lo fa attraverso le parole, perché sono loro che ci aiutano, e ci fregano, quando cerchiamo il senso della vita. E lo fa narrando storie, a partire dai testi sacri, Bibbia in primis. Testi che studia e riscrive con traduzioni e chiavi di lettura che ne cambiano completamente il significato più comune. Infine fa l’allenatore. Sì, l’allenatore del pensiero, perché ti invita a giocare con le tue stesse sensazioni, intuizioni, logiche. Per farti capire che spesso ti prendi in giro da solo. Insomma, Igor è soprattutto una chiave: una chiave di lettura per i tuoi stessi pensieri, sentimenti, paure, domande e risposte. E quindi  un aiuto per trovare strade che ti portino alla cosa più difficile del mondo: te stesso.

Ma prima di cominciare mettiamoci d’accordo:
1) una serata “con” non significa “a fianco a fianco” ma tra il pubblico.
2) Igor Sibaldi va comunque scoperto di persona. Potete cominciare con un video su Youtube: se superate lo scoglio dell’audio, sempre pessimo, trovate lunghi filmati dei suoi incontri pubblici. Difficile restare indifferenti:se vi irrita abbandonate subito; se vi piace arrivate in fondo. Nell’ultimo caso, questo pezzo può fare al caso vostro.

A me piace ascoltare Igor come un narratore che, partendo dalle sacre scritture, cerca chiavi originali e verosimili per capire il nostro presente e il nostro futuro. Lo fa con il valore in più della leggerezza e dell’ironia; e con una testa che pensa veloce, improvvisa, lega senza fatica apparente concetti lontani tra loro. E che ogni tanto – c’è sempre il rovescio della medaglia – ingarbuglia il filo logico e ti lascia a bocca aperta a chiederti: sono scemo io o sta facendo casino lui? Io ho stabilito che la responsabilità è al 50%. Voi fate come volete.

Pst: post mortem (la mia, non la sua), quando il mondo recupererà tutti i miei testi e capirà che razza di scrittore-cronista si è lasciato sfuggire, Sibaldi sarà molto fiero di questo resoconto. E soprattutto imparerà a usare il microfono e a regolare l’audio nei suoi seminari. Nel frattempo, vado a cominciare.

Arrivo alla serata sibaldiana con una prenotazione a voce. L’associazione La Corte di Creazzo (Vicenza) che organizza l’incontro chiede 50 euro, sacranon: un prezzo da rockstar. Pago volentieri solo perché Igor è diventato Igor senza bisogno di tivù o grande stampa; solo web e passaparola. E perché le donne della Corte sono molto simpatiche e si fidano della parola data.

All’ingresso si accalca un centinaio di persone. A una prima occhiata penso “belle persone”. Sorridenti, abiti tipo i miei (cioè un po’ slandroni), qualche freak e post freak, gruppetti new age, un paio di uomini con pantaloni a coste larghe che andavano di moda negli anni settanta e oggi sono ammessi solo in libreria, tra gli scaffali dei libroni intellettuali.

Ma mi colpiscono soprattutto i volti e le espressioni, senza troppe smorfie e rigidità. Insomma: persone in cerca di equilibrio. E quindi già ricche di equilibrio, come tutti quelli che stanno cercando sé stessi, la cosa più difficile e bella da cercare. Ho dimenticato computer, carta e penna ma ci vuol altro a fermarmi: prendo appunti sul telefono, via wattsapp.

Entro in sala: siamo più di cento, età dai 35 ai 65. Faccio un conto alla bell’e meglio: quanto fa 100 persone per 50 euro? Fa una bella cifra, sacranon. Sibaldi si affida da qualche tempo a una società di promozione, antipaticissima a partire dal nome, anglofono e paraculo. Ma evidentemente efficace, stando al pienone. Intanto l’inizio ritarda di un quarto d’ora. Forse è una scelta della rockstar, che si fa un po’ attendere. Forse aspetta che i ritardatari s’accomodino. O forse è proprio arrivato all’ultimo perché, ci avvisa la presentatrice, viaggia in treno. Anche questo me lo rende più simpatico del simpatico.

Noto che uno dei tipi all’ingresso ha gli stessi lineamenti di Sibaldi, ma più duri: sta in piedi al banchetto dei libri in vendita, controlla con aria truce, valuta l’andazzo. Secondo me è il fratello cattivo, quello che si occupa dei soldi. Prendo appunto: devo procurarmi anch’io un fratello cattivo.

A proposito: magari comincio dal titolo. Il seminario si chiama “Intuizione e attenzione: come non rimanere indietro nell’evoluzione” e non c’è modo di capire di che si tratti se non proseguendo nella serata e nella lettura. Igor saluta e comincia: ha la battuta pronta, un sorriso rilassato e nessuna aria da fenomeno. Spiegatelo a quelli che vorrebbero apparire fenomeni: è proprio cercando di esserlo che non riusciranno mai.

Osservo Igor da comunicatore: è bravo perché sta sempre in piedi, perché cerca e trova il contatto col pubblico, perché ha un colore di voce molto particolare di cui, credo, non è nemmeno consapevole. È proprio quel colore di voce che gli permette – oltre alle parole, ai concetti, alle idee – di tenere l’attenzione del pubblico anche per tre ore di fila, senza stancare.

Nella comunicazione fisica è decisamente meno efficace: se il viso sorride e cerca un contatto, il corpo tende a nascondersi e chiudersi. Arretra, forse involontariamente, appoggiandosi al tavolo alle sue spalle. La mano destra si rifugia troppo spesso in tasca o cerca un appiglio sul tavolo.

La sinistra fa di peggio: tiene ben stretto il vero incubo di ogni incontro sibaldiano: il microfono. Igor parla sempre al microfono, che in una sala di cento persone serve solo a creare distacco. Ma soprattutto: ci fosse una volta che regoli l’audio in modo decente. La sua voce, attraverso le casse, è distorta da un gracchiare continuo e da echi e riverberi dei toni alti. Da buon maniaco, li sento più degli altri. Ma anche sul Tubo ascoltare la sua voce è quasi sempre un’impresa.

Ho scoperto che parlare preparato e organizzato non mi aiuta – comincia Igor – Perciò facciamo così: il trenta per cento di quel che dico è quel che so. Il resto lo improvviso. È un vantaggio anche per chi è qui ma mi ha già seguito di recente”. Bravo. Non è facile improvvisare. Ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi.

“Vi ringrazio soprattutto per essere venuti qui a farvi mettere nuovi problemi addosso”, ammicca. Ma questa la dice sempre, mi sussurra una vicina esperta. Ah, a proposito: novanta persone su cento sono donne. Vorrà pur dir qualcosa. Anche ai corsi di comunicazione la media è la stessa, a partire da quelli che tengo io. Le donne capiscono molto meglio difficoltà e bellezze del comunicare.

Il cuore della serata sibaldona lo possiamo riassumere così: ho cercato di tradurre in scrittura le due ore e mezza di racconto, in parte improvvisato, dal quale non sempre ho trovato una logica ferrea. Chissà che non sia proprio la scrittura a rendermelo più chiaro e trasparente.

“Ci sono cambiamenti improvvisi in natura. Cambiamenti profondi che non rispettano le logiche evolutive. Si chiamano Speciazione. Così come è successo nella storia dell’evoluzione animale, non sempre il cambiamento avviene per gradi. Non sempre ha bisogno di migliaia d’anni. Ogni tanto ci sono cambiamenti improvvisi che mettono i crisi gli studiosi. La pianta di una specie produce una nuova pianta che si distacca nettamente dalla specie madre. Ecco, la nostra evoluzione oggi segue la stessa strada: è un momento di grande cambiamento e la differenza che già vediamo è nettissima”.

“Prima cosa: i grandi cambiamenti oggi non sono fisici ma psicologici. Il futuro non porterà grandi novità tecniche o scoperte rivoluzionarie, ma un nuovo modo di guardare la vita. E quindi soprattutto sé stessi. Questo modo nuovo va preso al volo. Altrimenti si resta inchiodati a un passato per il quale non c’è più spazio. Di alcune cose ce ne accorgiamo già tutti: il passato fatto di impieghi sicuri, di geografie precise, di modi di vivere radicati non esiste già più. Prima lo si accetta, prima si impara a trovare nuovi equilibri. Ma lavoro a parte, tutto sta cambiando a una velocità impressionante. Restare fermi significa far parte della specie che non si evolve più.”

Se la prima parola chiave è Speciazione, cioè diventare persone che appartengono a una nuova specie per modo di vedere, sentire, affrontare e amare la vita, la seconda parola chiave è Situazione“Situazione è quella in cui viviamo. In questi anni è una Situazione unica nella storia. Se chiedete a mille persone quali saranno le prossime grandi scoperte tecnologiche, otterrete risposte sorprendenti: ‘Non ci sarà niente di più di questa tecnologia, solo piccoli cambiamenti’, vi diranno quasi tutti. Nessuno oggi riesce a immaginare uno sviluppo rivoluzionario come quello che abbiamo appena vissuto. Nessuno immagina qualcosa che abbia la forza innovativa di computer, telefonini, internet, eccetera. Ricordate trent’anni fa, quando arrivarono i primi fax? Eravamo tutti sconvolti dalla novità. Pareva impossibile andare oltre. Dopo vent’anni il fax è già preistoria. La stessa cosa avverrà tra trent’anni per la maggior parte delle cose con cui conviviamo. Ma stavolta non pensate agli oggetti, ma agli atteggiamenti, alle idee, al modo di affrontare la vita.

“Oggi non riusciamo nemmeno a immaginare il futuro. Viviamo quello che in psicologia si chiama ‘Shock del presente’. Comprensibile, ma pericoloso: chi ragiona pensando che non stia succedendo niente è fregato. Sta sempre accadendo qualcosa. Non solo è necessario staccarsi da questa idea di immobilità: è indispensabile staccarsi anche dalle persone che la pensano così. Se non metti distanza tra te e loro sei già perduto. Fai parte del passato. Non tradisci loro ma te stesso, che è il tradimento peggiore.”

Trovo una certa difficoltà nel far quadrare i concetti, ordinarli, dar loro una logica: parlando a braccio, Sibaldi salta nel tempo, nel modo e nello spazio. Mi pareva di seguirlo perfettamente finché ero lì, ma fuori dalla sala, mezz’ora dopo, senza gli appunti avrei già perso la logica e la continuità. Perfino con gli appunti, qualche collegamento mi sfugge. Ma la voglio, una logica.

“La nostra testa funziona un po’ come il motore di un’auto: rispetta l’ordine delle marce. Quando guidi devi cambiare: all’inizio meccanicamente, poi in automatico. Anche la testa lavora così. Peccato che questo automatismo sia spesso controproducente. Perché i suoi sette “rapporti”, quelli con cui diamo ordine a tutto ciò che facciamo, pensiamo e crediamo non sono sempre un vantaggio. I nostri sette rapporti si chiamano: Sensazione, Pensiero, Ragione, Sentimento, Morale, Intuizione e Attenzione. Sono le sette chiavi con cui diamo vita alla nostra realtà. Vediamo di capirli, per capire come funzioniamo.

“La Sensazione è qualcosa che conosciamo bene: quando arriva la sentiamo. È importante, eppure spesso la lasciamo in secondo piano perché la consideriamo meno importante rispetto alla Ragione. Di lei ci fidiamo. Eppure la Ragione lavora in modo meccanico: non chiede mai il perché delle cose. Chiede dove, come e quando: devo andare, devo fare, comincio alle otto, agisco così, rispondo colà… E siccome non si chiede il perché, va a finire che agisce usando esperienze e obiettivi di altri, che abbiamo preso per buoni senza farli nostri. Quando pensiamo “È ragionevole fare così”, significa “altri lo hanno fatto e lo trovano giusto”. Quasi mai “è giusto per me.

“Il Pensiero agisce libero, ma solo apparentemente. Perché alla fine fa sempre i conti con la Ragione. Pensiamo a una cosa che ci piacerebbe fare: senza il benestare della Ragione, non la facciamo mai. Quindi il Pensiero ha un limite fortissimo, perché non ha quasi mai vera libertà.

“Il Sentimento è una forza apparentemente incontrollabile, nella quale crediamo moltissimo. Ma anche lei è sotto il controllo della Ragione. Faccio bene a provare questo sentimento, ci chiediamo. Se la risposta della Ragione è no, neghiamo il Sentimento. Fino ad abbandonarlo, lentamente ma inesorabilmente. Tanto più che fa i conti con la Morale. 

“Impietosa, la Morale. È lei che ci chiede: “È giusto quel che fai?” e di solito risponde a frasi fatte. Fateci caso: la risposta è “Sì perché così bisogna fare, così è scritto, così mi hanno educato. E soprattutto: sì perché lo fanno anche gli altri, lo fanno tutti”. Non è quindi un vera risposta: è una convenzione. Significa accettare regole imposte da altri, che non sentiamo nel profondo di noi.

“Eccoci all’Intuizione. Si distingue nettamente dalle altre perché agisce libera. L’intuizione arriva dal niente, lancia un’idea, vede quel che il Pensiero non vede e che Ragione e Morale ci impediscono di guardare. Pensateci: fin dall’anima della parola stessa (“in-tui” sta per “in-tuo”, ovvero in te) ti dice che quella è la chiave per andare d’accordo con te stesso. È una delle cose più nostre su cui contare. Eppure, frenata da Ragione, Pensiero e Morale, sparisce senza lasciare traccia. Infatti oggi c’è pochissima intuizione in giro. Sia dentro che fuori di noi. 

“Quante volte le persone dicono: ah, se avessi dato retta al mio intuito! Mai avete sentite dire: ‘Purtroppo ho dato retta al mio intuito’. L’intuizione oggi va usata e sfruttata. Dobbiamo valorizzarla al massimo, perché è lei che ci porta verso un futuro tutto da inventare. Senza farsi frenare da Morale, Ragione e Pensiero. Altrimenti non si cambia, non si cresce, non si va da nessuna parte. E qui bisogna mettere all’opera la settima marcia: l’Attenzione.

“L’Attenzione è una specie di funzione extra: consiste nel prestare attenzione al nostro io. Qualunque sia il vostro obiettivo, il vostro sogno, la vostra idea, qualunque sia l’Intuizione che avete avuto, dovete accendere l’Attenzione per capire se è in linea con il vostro io. Volete veramente quel che pensate di volere?” 

È una gran bella domanda. Porsela aiuta a capire chi siamo davvero. Ho scoperto che nella vita è difficilissimo raggiungere desideri apparentemente semplici, nonostante anni di lavoro e mille e più sforzi. Basta qualcosa in noi che ci impedisce di volerli davvero. Ma per la stessa logica, desideri impossibili arrivano con molta più facilità. Perché quel che conta è soprattutto l’intensità e l’attenzione con cui li nutriamo, non la razionalità. Perché buona parte dei nostri obiettivi non sono veri obiettivi: crediamo di desiderarli, in realtà li temiamo. (chiudo con le mie note e arrivo fino in fondo)

“Per dare vita all’Intuizione dobbiamo usare molta immaginazione. È una delle cose più sottovalutate ed efficaci su cui possiamo contare. In Occidente si parla al massimo di “visualizzazione”, che consiste nel vedere, con la fantasia, quel che vorresti nel futuro. Ma l’immaginazione è molto di più. Puoi forse visualizzare un odore? Una sensazione di pancia? L’immaginazione offre tutto questo. È figlia non solo del futuro e della fantasia, ma anche del ricordo. Usa anche quel che conosci e ricordi, per immaginare. Siamo abituati a ricordare soprattutto pericoli, errori e fallimenti; ma proviamo a ricordare anche i successi, le bellezze, le soddisfazioni, le grandi gioie. Impariamo a ricordare quel che conta davvero, che è importante per noi, non che importa agli altri.

“Immaginare è bellissimo. È il primo passo per imparare anche chiedere e quindi a ottenere. Immaginare mette in moto un’altra arma potentissima, la “competenza senza comprensione”. Si tratta della capacità di fare cose difficilissime, a volte impensabili, senza la sicurezza di saperle fare. Non siamo consapevoli di tutto quello che in realtà sappiamo fare benissimo. Ma solo così raggiungiamo le migliori bellezze della nostra vita.

“Non pensate che si tratti di cose nuove da aggiungere alle già tante che abbiamo dentro e fuori. È soprattutto un lavoro di liberazione. Dai pesi che ci tengono inchiodati. Dalle parole che usiamo e ci imprigionano. Sono tantissime. A partire da parole come consapevole, comprendere, comunicare. La loro parte iniziale è “con” e ci appare bellissima, perché condivide. È invece il loro limite maggiore. Perché dobbiamo liberarcene, per fare un vero passo in avanti, verso il futuro. Agire senza coinvolgere altri. Agire seguendo sé stessi, le proprie intuizioni. A volte quello che ci impedisce di usare l’intuizione è proprio quel che ci lega agli altri. E ci fa paura.

“La Paura è il nostro nemico numero uno. Un nemico assurdo, perché in realtà abbiamo paura di una cosa sola: della paura stessa. Non faccio una cosa perché ho paura di avere paura. Invece bisogna fare ogni cosa, perché solo la paura ci tiene inchiodati nella nostra ‘zona di confort’. Bel nome per una situazione triste: non c’è nessun confort lì dentro, ma solo qualcosa che ti è noto. Magari brutto, scomodo, triste ma noto. E tanto ci basta per restare lì.

“La paura spegne l’intuizione. Dalla paura devi liberarti, per cominciare davvero. Ma è facilissimo: basta riconoscerla e chiamarla per nome. Appena lo fai è già sconfitta. Quando impari a sentire la paura, impari a superarla. È il tuo inizio. Pensate solo a quella che è una delle nostre peggiori paure: la “paura dei nostri limiti”. Non capiste che è assurda, a partire dal nome? Se riconosciamo i nostri limiti, ovvero i confini, se già li vediamo, vuol dire che abbiamo visto quel che c’è oltre. Quindi siamo già al di là. Dei limiti e della paura.

“E dopo la paura, addio al Senso di colpa. Un altro problema chiave. Noi ragioniamo così: esistiamo nella misura in cui non abbiamo ottenuto risultati nella vita. Diamo forma a quel che siamo in base a ciò che non siamo riusciti a fare e ottenere. Il senso di colpa ti dice: “Sento che sono qualcosa con dei limiti”. Questa consapevolezza non dà scampo. Perciò va risolto, perché frena il desiderio di conoscere e cambiare. Pensate a quanto è facile quando fate una cosa semplicissima: mettete distanza fisica. Basta un viaggio, qualche centinaio di chilometri, e sentite che il senso di colpa sparisce. A volte basta spostarsi di pochissimi chilometri.

“I freni da cui liberarsi sono quasi finiti. Per dare spazio all’intuizione bisogna abbandonare anche rancore, rabbia, rimorso e rimpianto. Pericolosissimi perché figli della ragione, del pensiero e del sentimento. Eppure tutti, liberando l’intuizione, spariscono. E arriviamo agli ultimi ostacoli da cui bisogna liberarsi. Sono millenari, tant’è che ce ci hanno tramandati attraverso i ‘sette vizi capitali’, cambiandone però il vero significato. Ira, superbia, invidia, accidia, lussuria, avarizia, gola. Questi vanno analizzati meglio, per fare il salto di qualità.

“L’ira significa la ragione. Come la intendiamo noi, non è altro che una reazione all’eccesso di ragione. Conviene lasciar perdere la ragione, lasciala da parte, almeno ogni tanto.

“La superbia non c’entra niente col sentirsi superiori: è qualcosa di più grave. Significa: siccome loro non lo meritano, non tiro fuori chi sono davvero. Consiste dunque nel non aprirsi, nel non cercare un contatto possibile, restando a un livello più alto. Apriamoci, invece. Apriamoci e basta.

“Anche l’invidia, nel suo vero significato, è un problema da evitare. Invidia significa guardare il mondo con gli occhi degli altri. Ragionare con gli occhi altrui, con le loro visioni e i loro pensieri. Cerca invece le tue visioni e fidati di loro.

“L’accidia è la pre-depressione. Quella sensazione di stanchezza, svogliatezza, tristezza che ti impedisce di vivere. Superala, vivi, guarda in faccia il mondo e fatti guardare.

“La lussuria è un’altro vizio cui diamo il significato sbagliato. Significa giudicare gli altri in base all’aspetto, al fisico, alla superficie. Dire che qualcosa o qualcuno è bello o brutto significa vederne solo il corpo. Quindi negare personalità e profondità. Ma soprattutto la nostra! Andiamo oltre le apparenze, sempre.

“L’avarizia è carenza di parole, di tempo, di gentilezze. Dobbiamo invece liberarle sempre, le parole.

“E infine la gola, che non c’entra niente con il cibo. Gola significa vivere senza gusto; staccare i sensori del mi piace davvero / non mi piace affatto e accettare tutto, senza che il nostro gusto ne sia protagonista. Dobbiamo sempre gustare davvero quel che facciamo. 

“Personalmente uso i 7 vizi anche per risolvere molti problemi. Faccio così: isolo il problema e poi prendo in esame i 7 cercando di capire al quale sto lasciando spazio. Appena lo trovo, il problema sparisce. Provate a farlo pensando a un piccolo problema che avete: elencate i sette vizi uno dopo l’altro. Quello che non vi viene in mente è proprio quello che vi sta frenando ora. Provate.

“Allena e libera l’intuizione, ogni giorno di più. Fallo scacciando senso di colpa, paure, vizi, eccesso di pensieri e razionalità. Lasciati guidare da quel che intuisci. Fallo con rispetto, ma ricorda che la parola rispetto significa “guardare a distanza”. Che vuol dire: non stare troppo addosso alle cose, giudicale con una visione più generale ed efficace. E trasgredisci spesso, perché trasgredire significa superare il confine. Fai il tuo salto di qualità, e sii leggero: non puoi saltare con troppe cose addosso: la tua parte più vecchia e radicata lasciala dov’era. Deve morire e la devi seppellire.

“Se usi l’intuizione solo un po’, la tua vita cambierà solo un po’ oppure per niente. La devi liberare. Chiediti sempre: questa cosa, questa situazione, questa attività mi piace o non mi piace? E decidi che il “non mi piace” vuol dire “non lo voglio più fare”. Davanti a un paio di jeans, in negozio, il tuo “non mi piace” ti basta per cercare qualcosa d’altro. Perché nelle cose più importanti non lo fai? Fallo ovunque, sempre. E fatti aiutare dall’intuizione: è lei a dirti cosa c’è oltre, a insegnarti cosa ti piace di più. Usala per cambiare il mondo. Sembra una frase esagerata? Non lo è, perché il mondo che devi cambiare è il tuo ed è tutto tuo.”

Matteo Rinaldi

barconau

In guardia sul Garda

Dopo molto, molto tempo sono risalito in barca a vela. C’erano ottime possibilità che non lo facessi più: pubblicare Il mare d’inferno mi ha rimesso in pace con l’acqua e la terraferma. Nel senso che ho optato decisamente per quest’ultima: quando riesci a raccontare l’orrore di una passione, te le ne liberi per sempre.

Ma ai primi di giugno ci sono ricascato. Ne scrivo tre mesi dopo perché a causa di quell’esperienza ho avuto le mani fuori uso per l’intera estate.

Peggio del volo charter c’è solo il vela charter.

A giugno la vela è ancora sopportabile: né afa né superprezzi estivi. Chiamo un charter del lago di Garda in zona Toscolano Maderno. Lo avevo sfruttato assieme a due amici ad inizio primavera. Ma avevo parlato chiaro al tipo: Amico, se siamo in tre non abbiamo difficoltà a pagarti la (spropositata) tariffa che chiedi. Ma se vengo un’altra volta da solo, o con le figlie, o con la compagna, insomma se a pagare sono solo io, me lo fai lo sconto?

“Certo, ci mancherebbe, figurati, vai tranquillo!”

Gli avevamo pagato il furto (180 euro al giorno; sopportabile solo perché diviso in tre) e via. Ci eravamo divertiti. Bel vento, bella temperatura, pace e tranquillità.

A giugno mi viene l’idea di invitare una persona mai salita in barca a vela: prometto laghi e monti, virate e panorami, armonia e bellezza. Chiamo il charter e dai che si par… Si parla la solita lingua triforcuta dei charter.

“Sconto? Quale sconto? Te lo avevo promesso in bassa stagione. Adesso è altissima. Non se ne parla neanche. Anzi, sono 40 euro in più con le tariffe estive. Posso mica rimetterci. Se no vado a coltivare mele. Guarda, inutile insistere”.

Penso: ci vado comunque, ma non a navigare: lo uccido con le mie mani. Poi mi calmo: ho fatto una promessa e non voglio tirarmi indietro. Dico: Ok, arrivo alle tue condizioni, alle 18 sono lì.

“Alle sei di sera? Mica mi trovi alle sei di sera. Vado a casa, alle sei di sera. Vado a coltivare mele se devo stare qua fino alle sei di sera”.

(Stai calmo, perdio. Poi lo uccidi, ma ora stai calmo). Ok, lasciami la barca da qualche parte e dimmi dove ti lascio i soldi.

“La barca te la lascio sul lungolago, comodissima. Ma i soldi? Non mi fido. Mi devi fare un vaglia prima, se no niente. E voglio la ricevuta via sms.”

?? KOME? MA SE SONO GIA PER STRADA, KOME FACCIO A MANDARTI I SOLDI?? (Stai calmo, calmo, poi lo uccidi ma adesso calmo).

“Problemi tuoi: o così o niente. Vendo mica mele, io.”

Guardate che non esagero. Buona parte dei charter velici ragiona così. Un senso degli affari che nega 12 mila anni di arte umana del commercio e della negoziazione.

Ripasso per casa, invio il bonifico (secondo voi l’home banking funziona al primo colpo o ci vogliono quaranta minuti di tentativi?), riparto.

Mi calmo. Che altro può succedere? La barca è mia dalle sei di sera fino alla stessa ora del giorno dopo: pizza, notte a bordo, partenza rilassata alle prime luci del giorno. Dai che la vita è bella.

La vita sarebbe ancora più bella se attorno al lago di Garda non ci fossero le strade del Garda. Bellissime per girarci i film di 007. Pessime per arrivare di venerdì a giugno. Code ciclopiche. Pensionati centenari a 12 km/h su gigantesche Mercedes Diktator. Fighetti ventenni scatenati a 140 mp/h su Harley Davidson di valore superiore al mio fatturato esistenziale.

Passo d’uomo per quaranta chilometri. Parcheggi pubblici al prezzo orario di una consulenza da Tony Robbins. Dove si infilano le banconote? Macché, vogliono quindici euro al giorno ma solo in moneta. Otto negozi su dieci espongono il cartello “Non si cambiano monete. Nemmeno se comprate qualcosa”. Sono i migliori. Gli altri scrivono: “Dieci euro in monete = venticinque euro di carta”).

Notte in braghe di vela.

Il peggio deve ancora venire. La barca è effettivamente ormeggiata sulla bellissima riva di Toscolano. Ma per l’infondata paura che la corrente la possa sbattere contro il molo (quale corrente poi? siamo al lago) l’hanno ormeggiata alla boa, che dista dieci metri dal molo, e collegata a terra con un cavo d’acciaio lungo sei.

Per recuperare la barca bisogna tirare il cavo a mani nude (chi ha pensato ai guanti?) e trascinare verso di sé una tonnellata di barca, vincendo la forza dell’acqua, della corrente e soprattutto del cavo della boa d’ormeggio ancorata sul fondo, elastico quanto il cervello del noleggiatore. Più o meno come tirare a mani nude un pianoforte a coda con un filo interdentale.

La porto a riva sbuffando, sudando, sacramentando e scorticandomi per sempre le mani. Saltiamo a bordo per scoprire che non c’è nemmeno una luce che funziona. Scopro che manca del tutto la batteria. Eh? Pago una notte per non avere nemmeno una lampadina?

Pronto charter? Mi fate pagare la notte in barca e non mi collegate nemmeno la luce? Pronto? Pronto?” Mi mette giù, il bastardo. Probabilmente è andato a raccogliere mele per costruirsi un futuro vero.

La mattina partiamo. Vento zero. Cento metri in un’ora. Poco male, la vela è così. Tre ore di niente. Accendere il motore giammai: quello che muove lo scafo l’ho sperimentato per staccarmi dal molo: è un vecchio due tempi, puzzolente, rumoroso e capace di raggiungere i cento metri in due ore. Ma almeno funziona.

Improvvisamente arriva il vento: è il celebre Peler del Garda. non so perché questo nome. So che si veleggia alla grande. Al punto che faccio la cazzata – non quella nautica – liberando il Fantozzi che è in me: a petto nudo, anzi in costume, alla faccia di tutti gli altri navigatori che incrociamo, vestiti di tutto punto. Chissà perché poi: incapaci, freddolosi e femminucce!

All’ora di pranzo punto il porticciolo di Torri del Benaco. Due mesi fa era un bijoux: deserto, silenzioso, tutto per noi. Oggi no. Oggi ci sono sedici motoscafi che lo occupano e altrettanti che fanno la posta, appena fuori, aspettando che si liberi un posto. Tutti girano in cerchio col motore rombante, pronti ad approfittare del primo buco libero. Il peggiore di tutti – un pazzo totale – ha tagliato la testa al toro e gettato l’ancora proprio davanti all’ingresso del porto. In linguaggio automobilistico, sarebbe come se vedeste uno che parcheggia nella corsia centrale dell’A4 alle sette di mattina.

Si libera clamorosamente un buco sulla sinistra. I motoscafi si scontrano rombando tra di loro. Sento bestemmie nei peggiori dialetti del nord Europa. Ho appena tolto le vele e acceso il motore: mi infilo miracolosamente tra l’ammasso di motori e le rocce, puntando verso l’approdo. Una manovra perfetta! Ma proprio lì, succede quel che sempre succede. Il motore si spegne. Così, senza ragione, esattamente mentre entro, con rocce a destra, rocce a sinistra e barche davanti e dietro. Si spegne con malizia e non riparte più.

Chi spera e chi sperona.

La barca, senza più controllo, punta verso un’altra vela ormeggiata. Ovviamente il proprietario è a bordo, disteso, panino in mano e bibita. È grosso e potenzialmente cattivo. “Ehi, EHI, FERMAAAAA!” mi urla con gli occhi fuori orbita. “Impossibile – gli replico – aiutami invece, aiutami a fermare lo scafoooo!”

SKRATCH! SBENG!

L’urto per fortuna è meno tragico del previsto. Le barche di sei-sette metri le fermi con una mano, se ci metti un po’ di forza. Noi ci mettiamo mani, piedi, parabordi, sudore e bestemmie. Dopo una mezza dozzina di Sbeng! e Thud! finalmente mi fermo.

Il tipo mi perdona. Deve averne viste di ben peggiori, da queste parti. Ormeggio come un professionista ma a niente serve: i motoscafi giranti che girano in cerchio, sempre più furiosi, creano un’onda che sbatte lo scafo un po’ dove gli pare.

SKRATCH! SBENG! “Pronto, charter? PAM! SCRASH! Che cazzo succede al motore che mi ha piantato nelle bocche di porto?” RUMBLE! PACK!

“Eh, è colpa tua! L’avevo spiegato bene al tuo amico due mesi fa: bisogna prima premere la smulfa dell’aria, sotto a sinistra, poi tirare il caragnello della testata, in alto a destra, quindi spingere lo scribbolo anteriore ruotando su se stessi. Se hai spinto il caragnello e tirato la smulfa è normale che si spenga”.

Quand’è( SKRATCH!) che i motoristi della nautica capiranno (SBENG!) che non è complicando le cose semplici (SCRASH!) che venderanno più barche e motori?

Alla fine ripartiamo: il vento ci fa veleggiare e godere. Poi, improvvisamente, a metà strada, finisce. Zero,  calma piatta come la mattina. Sono le tre del pomeriggio e siamo fermi in mezzo al lago.

Ma il problema non è il vento. Del vero problema me ne accorgo solo ora. Ecco perché gli altri naviganti erano tutti vestiti: il sole! Mi sono ustionato come un norvegese al primo giorno di ferie a Rimini. Ahi, chi l’avrebbe mai detto che, ahi, già ai primi di giugno il sole, ahi, scotti così tanto?

Dopo un’ora di improbabili tentativi di recuperare un po’ di vento immaginario, con la pelle che sfrigola come la padella della frittata, decido di rientrare lentamente a motore, controllando attentamente la smulfa, il caragnello e lo scribbolo. Ogni tanto, per vendicarsi delle offese, il motore mi spruzza uno schizzo di olio malefico e bollente sulla pelle arroventata.

Pronto charter? Stiamo rientrando. Ma abbiamo bisogno di bere qualcosa prima di recuperare la roba e liberare la barca. “Ok, lasciatela pure ormeggiata a riva che mando il ragazzo a controllare”.

Ormeggiamo con le mani ustionate dal sole, dalle scotte e dagli ormeggi. Cerchiamo un bar per riprendere sembianze umane e torniamo alla barca. Dieci minuti in tutto. Nel frattempo il ragazzo è arrivato, ha controllato che tutto fosse a posto e ha… Riormeggiato la barca come la sera prima! A sedici metri dalla riva, con lo stesso filo interdentale d’acciaio, teso, rabbioso e, a quest’ora del giorno, arroventato.

Non ho nemmeno la forza di chiamare il charter per insultarlo. Finisco di rovinarmi le mani, recupero la roba, carico l’auto e riparto. La coda per uscire dal lago è tripla rispetto all’andata.

Oggi è settembre. C’è quest’arietta di fine estate, la vita che torna alla normalità, i primi freschi della sera, la luminosità asciutta del tramonto… Ho annusato l’aria è ho sentito la voglia che ritorna. È il momento ideale per un giro in barca. Chi viene con me? Sono disposto anche a pagare; voi però informatevi sulla smulfa, lo scribbolo e il caragnello.

Matteo Rinaldi

Qui un passato (prossimo) di disavventure che a questa le fanno un baffo. Il mare d’inferno, solo on line.

Un suggerimento ad amici e conoscenti della zona vicentino-trevigiana-bellunese. Confindustria Belluno Dolomiti organizza un corso per ragazzi dai 18 ai 29 anni con stage in azienda (eccellenti aziende) e buonissime possibilità di trovare un signor lavoro.

È sufficiente un’età compresa tra i 18 e i 29 e un diploma, di qualsiasi tipo. L’offerta è aperta a disoccupati o inoccupati.

Il corso insegna a lavorare nell’area vendita e commerciale. Comprende una parte teorica e una parte pratica negli uffici commerciali di: Dainese di Molvena (Vicenza), Marchon Italia di Puos d’Alpago (Belluno), Marcolin di Longarone (BL), First Vision di Puos d’Alpago (BL), Vista Eyewear di Alano di Piave (BL), Fedon & Figli di Pieve d’Alpago-(BL), Dm Tecnik di Mel (BL), Crispi Sport di Maser (TV), Punti di Vista di Asolo (TV).

Il punto forte è proprio lo stage: l’esperienza raccolta lavorando per questi progetti (alleno i ragazzi nella comunicazione parlata e scritta) mi ha dimostrato che le aziende confermano molto spesso lo stagista che hanno avuto la possibilità di conoscere e mettere alla prova.

Ecco il link per tutti i dati. Vi assicuro che è uno dei modi più efficaci per trovare non solo un lavoro, ma un signor lavoro. Il corso, gratuito e finanziato nell’ambito del progetto “Garanzia Giovani”, prevede una selezione e ha nove posti disponibili.

So che i miei conoscenti sono tutti over quaranta: ma fate mente locale di quanti venti-trentenni vi hanno chiesto un consiglio di lavoro negli ultimi mesi e passate parola. Non rimarranno delusi.

Matteo Rinaldi

Vendere prima e meglio. Perfino ad agosto

Vincente e convincente è il corso che insegna a vendere prima e meglio con le innovative tecniche di Public speaking & Vendita negoziale: 2 giornate con Alessandro Fumo e Matteo Rinaldi nel cuore di agosto. Per diventare più bravi e sicuri a proporre progetti, prodotti e idee.

Cos’è e cosa offre il corso.
Abbiamo tutti bisogno di vendere qualcosa, da mattina a sera. Perché vendere non significa solo “far comprare qualcosa a qualcuno” ma far capire un’idea, condividere un obiettivo, stimolare un’azione… Insomma, da mattina a sera tutti cerchiamo di vendere e convincere: una proposta alla persona che amiamo, un progetto, un impegno di studio ai figli e mille altre cose. Perché la vendita non è solo ottenere denaro, ma qualcosa di molto più difficile e prezioso: la fiducia.

Chi impara a mettere in pratica le logiche di questa vendita, ottiene prima e meglio qualunque obiettivo: di lavoro, economico, sociale e personale.

Public speaking & Vendita negoziale è un salto nel futuro rispetto alla vendita tradizionale: unisce infatti le esperienze della vera e propria vendita (l’auto-motivazione, l’analisi del mercato e del prezzo, la ricerca del cliente ideale…) e di chi lavora nella comunicazione (come presentare, farsi capire, creare un rapporto di fiducia…).

In due sole giornate il corso mette assieme le due esperienze di vendita e comunicazione, rivoluzionando i classici modelli del passato. Scoprite e mettete subito in pratica i metodi che oggi vi aiutano a raggiungere prima e meglio ogni obiettivo.

Questo il pdf del sito: Vincente&convincente

E qui il sito di Alessandro Fumo, vendereconsuccesso.com, per date, costi e tutto quel che c’è da sapere.

Matteo Rinaldi